Papa Francesco uomo dell’anno

Papa Francesco è stato nominato uomo dell’anno della rivista Time ed anche da The Advocate, uno dei più importanti magazine lgbt a livello internazionale.
In effetti sono oramai note le parole del papa sul tema dell’omosessualità pronunciate ai giornalisti durante il viaggio di ritorno da Rio De Janeiro a Roma:
“Se una persona è gay, e cerca il Signore e ha buona volontà, ma chi sono io per giudicare?”.
Così come sono note le posizioni su tematiche quali aborto, unioni civili e contraccettivi: “Non possiamo insistere solo sulle questioni legate ad aborto, matrimonio omosessuale e uso dei metodi contraccettivi”, che sono state seguite dalla rimozione del cardinale americano Raymond Leo Burke, prefetto della congregazione dei vescovi.
Papa Francesco è stato chiaro, non si può pensare nel 2014 di restare su un pulpito a condannare comportamenti che rientrano nella normale evoluzione della società. Le posizioni integraliste ed irremovibili non vanno d’accordo con il rinnovamento di Papa Francesco, così Burke e gli altri cardinali conservatori e moralisti vengono allontanati dalle loro funzioni per dare invece spazio a quei cardinali che puntano sulla comprensione e sulla moderazione e che evitano sermoni degni della peggiore inquisizione.

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Pubblicato su Politica, Scritti da Lucia Palmerini, Società

Se la libertà di stampa è un’opinione

Fa sorridere la classifica sulla libertà di stampa che viene stilata ogni anno da Reporter senza fontiere se si guarda al posizionamento dell’Italia. Viene categorizzata al livello di Venezuela, Mali ed Angola e viene scontato chiedersi come sia possibile mettere sullo stesso livello stati nei quali si muore per quello che si scrive o si pensa con uno stato come il nostro dove è possibile esprimere liberamente le proprie opinioni.

Certamente in Italia dobbiamo ancora migliorare in tema di libertà di opinione, censura, e su tematiche riguardanti il web ed i social (vedasi il tentativo anche con l’uso delle forze di polizia del Presidente della Camera Boldrini di cancellare e mettere a tacere chi parlava di lei su twitter). Bisogna anche intervenire legislativamente per evitare l’uso improprio dell’accusa di diffamazione con le relative querele che sono anche un costo inutile per la nostra giustizia già oberata di lavoro

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Pubblicato su Politica, Scritti da Lucia Palmerini, Società

Quando il teletrasporto è necessario a Roma

Inutile dirlo, muoversi a Roma è missione impossibile a meno che non si sia dotati del teletrasporto. I mezzi pubblici sono in sciopero un giorno si e l’altro anche, i blocchi delle autovetture a causa dell’inquinamento sono diventati quotidiani e puntuali come il cannone del Gianicolo.
Da un lato non  un piano di miglioramento dei trasporti pubblici, non si parla di biglietto all’ingresso dell’autobus (come avviene nelle maggiori città d’Europa), non si parla di ampliamento linee, corse ed orari, non si parla di nuovi veicoli da acquistare, non si parla di nulla, tutto tace; dall’altro i romani sono costretti ad usare i loro veicoli, l’inquinamento cresce e gli scioperi impazzano. Marino continua a mordersi la coda, ops il cane.

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Pubblicato su Ambiente, Interni, Roma, Scritti da Lucia Palmerini

No Woman, No Drive

Due giorni fa in Arabia è stata promossa una giornata contro il divieto che impedisce alle donne di guidare ed un attivista ha pubblicato su youtube un filmato ironico di sostegno alla causa rivisitando la canzone di Bob Marley “No woman no cry”.

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Se lo stato è uomo

In Italia per ogni 100 donne che entrano nel mercato del lavoro si possono creare fino a 15 posti aggiuntivi nel settore dei servizi. L’ingresso nel mercato di 100 mila donne oggi inattive farebbe crescere il nostro PIL di 0,3 punti l’anno.
Maurizio Ferrera, ll fattore D

donne_lavoro_2Nonostante i numeri parlino chiaro e mostrino i vantaggi che una maggiore occupazione ed attività femminile apporterebbero all’economia, in Italia poco viene fatto per agevolare ed incentivare il lavoro delle donne.

L’Italia si conferma un paese con poche, se non assenti, politiche di welfare a supporto di donne con figli o con persone indigenti a carico comportando l’impossibilità di conciliare lavoro professionale e cura della famiglia e l’obbligo di rinunciare ad un lavoro.

Da un’analisi dell’Osservatorio sull’imprenditoria femminile curato dall’Ufficio studi di Confartigianato (che verra’ presentato alla 15a Convention di Donne Impresa Confartigianato, il movimento che rappresenta 365.000 imprenditrici artigiane, organizzata a Roma il 21 e 22 ottobre) emerge che la spesa pubblica per politiche di welfare a sostegno di donne con figli è inferiore del 39,3% rispetto alla media UE (20,3 miliardi, equivalente all’1,3% del Pil). Nel dettaglio, i numeri mostrano che:

  • la spesa pubblica per le politiche a sostegno delle nascite è del 26,6% inferiore alla media UE (3,1 miliardi)
  • la spesa pubblica per le politiche a sostegno della crescita dei bambini è del 51,2% inferiore alla media UE (3,1 miliardi), mentre quella per i giovani under 18 è del 51,5% sotto la media UE

Non sorprende quindi il costante calo delle nascite, influenzato anche da una delle crisi economiche più dure che l’Europa abbia mai affrontato, per l’esattezza la natalità infantile è diminuita del 7,3% dal 2001 al 2008. Come non sorprende il tasso di inattività femminile pari al 46,5%, ovvero quasi 1 donna su 2 è inattiva in media sul territorio nazionale con punte del 65% al sud.

In questo scenario lucubre, mancano programmi e riforme rivolti ad incentivare il lavoro femminile, quando invece la crisi economica poteva essere l’opportunità da cogliere al volo per mettere mano ad un sistema obsoleto e non linea con gli altri paesi europei che invece sfruttano le potenzialità dell’universo femminile.

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Abbracciarsi un po’!

Salva un leone in fin di vita e quando lo reincontra è amore puro!

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Quando i migranti disperati eravamo noi

“Quando sulle carrette del mare c’ eravamo noi”
di GIAN ANTONIO STELLA. Da Il Corriere della Sera, 26 Ottobre 2003

migrantiFurono tanti i naufragi di navi italiane, spesso fatte partire da armatori senza scrupoli. Come il “Principessa Mafalda“, che nel 1927 era ancora la nave ammiraglia della nostra Marina commerciale ma dopo avere scaricato in America del Sud migliaia e migliaia di poveretti in un via-vai incessante sulla rotta per Buenos Aires era ormai acciaccata. Le macchine non marciavano a dovere, quell’ 11 ottobre in cui, in ritardo proprio per il tentativo dei meccanici di sistemare i problemi, la nave partì da Genova. E dopo tre giorni si inoltrò nell’ Atlantico nonostante i motori nel Mediterraneo si fossero fermati otto volte. A Dakar, nuova sosta e nuove riparazioni, decisero di andare avanti lo stesso. Con la nave così piegata di lato «che i bicchieri si rovesciavano sui tavoli». Dio protesse quei poveretti fino alle coste brasiliane. Poi li abbandonò. Era il 25 ottobre. L’ asse porta-elica di sinistra si sfilò, la nave cominciò a imbarcare acqua, si scatenò il panico. Il capitano cercò per ore di mettere ordine nell’ evacuazione, revolver alla mano. Ma i passeggeri terrorizzati erano troppi, le scialuppe troppo poche. E tra le acque arrivarono subito sciami di squali bianchi. Morirono in 385. Ma il numero finì tre giorni dopo in un titolino in neretto corpo 7. A una colonna. I giornali di allora preferivano dare spazio alla retorica del comandante eroe che aveva voluto affondare con la nave. Che gli importava, di quei poveracci che fuggivano da un’ Italia che non aveva pane per loro? Più spaventosa ancora, vent’ anni prima, era stata la tragedia del “Sirio“, un vapore partito da Genova verso il Sudamerica. A bordo, dice la struggente canzone composta sulla catastrofe, «cantar si sentivano / tutti alegri del suo destin». Era il 4 agosto del 1906, il tempo era buono, il mare piatto, quando la nave si schiantò su uno scoglio a tre metri di profondità. I danni erano gravissimi ma l’ affondamento totale sarebbe avvenuto solo 16 giorni dopo. Avrebbero potuto salvarsi tutti. Ma l’ evacuazione fu così caotica e disperata che alla fine il bilancio, stilato dai Lloyd’ s, fu apocalittico: 292 morti. In realtà, pare che le vittime siano state ancora di più: tra le 440 e le 500. Per il “Sirio” e la “Principessa Mafalda” sì, ci fu una qualche attenzione: erano troppo grandi, quelle tragedie, per ignorarle. Ma tutta la nostra storia di emigranti è piena di naufragi che, come quelli che viviamo ai nostri giorni nel canale di Sicilia e che di rado finiscono sui giornali dei Paesi arabi o africani, sono stati rimossi. Come quello della “Ortigia“, cozzata il 24 novembre 1880 davanti alle coste argentine de la Plata con il mercantile “Long Joseph” e affondata con 249 poveretti. O del “Sudamerica“, che si inabissò nelle stesse acque nel gennaio 1888 con un carico di 80 anime. Lutti collettivi elaborati da migliaia di famiglie in silenzio. Senza che lo Stato, la politica, i giornali, la scuola, si facessero mai carico di piangere insieme tutta quella umanità inghiottita dalle acque.

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About me

Classe 1984, nata e cresciuta a Roma, a Siena mi sono laureata in scienze economiche, sono stata con l’Erasmus in Germania, il Socrates in Francia, e con una Borsa di Studo negli USA a New York per seguire per 6 mesi il PhD in Economics; parlo italiano, inglese e tedesco, provo ad imparare l’arabo ed il portoghese.

L’Italia è il Paese in cui ho scelto di vivere per tutta la mia vita e che amo profondamente, anche se mi piacerebbe migliorarlo.

"E quest’Italia, un’Italia che c’è anche se viene zittita o irrisa o insultata, guai a chi me la tocca." (O. Fallaci)

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