Giampaolo Pansa su Giorgio Bocca

Giorgio Bocca

“Oggi è un antifascista d’acciaio, ma prima di fare il partigiano è stato un fascista scaldato e anche un razzista antisemita. Oggi è tra i più aspri nemici di Silvio Berlusconi, ma ha lavorato per la televisione del Cavaliere e con ottimi contratti: ‘L’ho fatto per i soldi’, ha spiegato in un’intervista a Oreste Pivetta per ‘l’Unità’ del 14 marzo 2006. Oggi è antileghista, ma ha tifato per la Lega di Umberto Bossi: li chiamava i nuovi partigiani. Oggi difende i post-comunisti, ma è stato un loro avversario molto polemico. E sempre con lo stesso stile umano. Nei tanti mutamenti, l’Uomo di Cuneo ha sempre conservato intatto un connotato, quello iniziale, di quando era un giovane fascista: il carattere arrogante, del tipo pronto a manganellare con le parole chi non la pensa come lui o lo disturba con articoli e libri che lui non è in grado di scrivere. Con il passare degli anni, è diventato un vecchio signore che vuole sempre azzannare e farsi temere. L’Uomo di Cuneo è l’esatto contrario del tipo generoso. Per lui, gli altri contano meno di nulla. Il suo mondo professionale ha sempre avuto un solo abitante con diritto di parola: lui stesso.”

Giampaolo Pansa in La grande bugia

Giampaolo Pansa


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Pubblicato su Cultura, Società
8 comments on “Giampaolo Pansa su Giorgio Bocca
  1. daniele ha detto:

    Si può solo condividere.
    Tratto da
    http://www.beppegrillo.it/2011/12/e_morto_giorgio/index.html

    E’ morto Giorgio Bocca, un uomo.

    E’ morto Giorgio Bocca, un uomo.
    Giorgio Bocca ha avuto una vita lunghissima, 91 anni. Con una vita così lunga e un carattere estremo come il suo è facile fare degli errori. Nella sua vita ha preso alcune cantonate ma addebitargli solo quelle, soprattutto la sua posizione giovanile fascista, è una porcheria. A 20 anni nel ’40 erano tutti fascisti, non si può valutarlo solo per qualche articolo scritto allora. Tanto più che pochi anni dopo era tra i partigiani come combattente proprio contro i fascisti e in seguito si oppose al revisionismo di Pansa che voleva equiparare Fascismo e Resistenza. Un’altra cantonata fu travisare la Lega ai suoi albori, poi ne fu aspro critico e sarebbe ridicolo chiamarlo anche leghista. Per un po’ non credette alle BR, ma anche su questo si ricredette. Qualche errore è da scusare, secondo me resta uno dei più grandi e severi giornalisti italiani. Nel 2007 disse: “Morirò avendo fallito il mio programma di vita: non vedrò l’emancipazione civile dell’Italia. Sono passato per alcuni innamoramenti: la Resistenza, Mattei, il miracolo economico, il Csx. Non è che allora la politica fosse entusiasmante, però c’erano principi riconosciuti:i giudici fanno giustizia, gli imprenditori impresa. Invece mi trovo un Paese in condominio con la mafia. E il successo di chi elogia i vizi,i tipi alla Briatore”. Mi dispiace che sia morto.” viviana v., Bologna

  2. il ricordo di giampaolo pansa è il più appropriato alla storia personale di giorgio bocca.

  3. Sono cresciuto nelle Case del Popolo… tra un Comunista-Giornalista che parla delle Foibe e un Comunista-Giornalista che le ha taciute e che “ha preso cappello” perchè l’altro le anche Documentava… mi fa anche pensare che quando “NON credeva alle Brigate Rosse”… lo potrebbe anche aver fatto per “sminuirle” all’opinione pubblica per dar loro il tempo di “crescere” prima che potessero essere fermate…
    Avendo attraversato “sulla mia pelle” gli Anni di Piombo… sono convinto che SE delle Foibe se ne fosse parlato prima… TANTI “ragazzi” e Servitori dello Stato NON sarebbero morti!!!

  4. anna ha detto:

    ma ke uomo è uno ke con il fascismo,divennte fascista,con l occupazione divenne partigiano,si iscrisse al psi di craxi e quando il partito si sciolse divenne un anti socialista,guadagno’ milioni da berlusca e poi si iscrisse al partito anti cavaliere…..Per me è un parassita ki cambia casacca secondo l aria ke tira.

  5. Cris ha detto:

    Strani tempi, paradossi intellettuali e buonismo festivo.
    Mi è venuto da pensare a questo, con un aria tra l’incazzato e il divertito, quando al Tiggì Uno hanno dato la notizia della morte di Giorgio Bocca.
    A mio avviso, da umile fruitore di quotidiani e carta stampata da libreria, Giorgio Bocca era uno dei pochi giornalisti degni di nota che erano rimasti in questo baraccone tragicomico chiamato Belpaese.
    Un uomo che aveva avuto il coraggio di combattere quando c’era la guerra, la guerra vera non quelle che vediamo nei servizi televisivi.
    Un uomo che aveva avuto l’onore di dirsi Partigiano.
    Perché, vorrei gridarlo, in questo cazzo di paese sembra che la parola “partigiano” sia diventata quasi imbarazzante e invece, e tanto vale ripeterlo fino alla noia, si deve a uomini e donne che furono partigiani e che come partigiani combatterono, vissero e morirono, se i nostri padri hanno potuto imbandire la tavola a cui sediamo da sessanta e passa anni, ultimamente sempre più indegnamente.
    La democrazia in cui siamo nati non è nata per caso, non è spuntata sotto un cavolo e non l’ha portata né la cicogna né, per restare in tema natalizi, Babbo Natale.
    La Democrazia, che ultimamente stiamo trattando come l’ultima delle baldracche di strada, ci è stata donata in un pacchetto regalo macchiato dal sangue partigiano.
    Bocca era un partigiano. Meritava il rispetto che si deve agli eroi, prima che ai giornalisti scomparsi.
    Del resto era anche un giornalista. Un giornalista che non la mandava a dire.
    E’ stato accusato di essere razzista e anti sudista.
    Lasciatemi dire un paio di cose su queste accuse.
    Primo, cosa buona e giusta sarebbe andare a rileggersi i suoi interventi in merito al sud.
    Secondo, quando si scagliò apertamente contro il Sud, contro la remissività della società del Sud, quando denunciò il modo vile di girare la testa dall’altra parte, di chinare il capo al padrino o al capò di turno, di accondiscendere, di non ribellarsi, di non cercare migliorie, quando criticò l’eterno lamentarsi tipico della società del sud, quando criticò fortemente l’immobilismo e la viltà del sistema socioculturale del sud, non fece altro che esprimere ciò che tantissime persone, che al sud ci vivono, pensavano.
    Perché vivere al sud non è essere del sud. Vivere al sud è essere italiani.
    Per amore del sud bisogna riconoscere i drammi del sud e per amore di questo paese bisogna denunciarli.
    Affinché cambino.
    Affinché anche qui al sud si possa vivere e non sopravvivere.
    Ci vuole tanto coraggio dire male del male?
    Forse ci vuole solo coraggio, nemmeno tanto.
    Bocca ha detto ciò che tante persone per bene qui nella mia terra, pensano e, soprattutto, lo fece mettendoci la faccia.
    Mettendoci la faccia. Come fa un uomo.
    Come un Uomo.
    Ora che se n’è andato, sentirlo commemorato sul Tiggì Uno da Gianpaolo Pansa, da quello stesso Pansa che improvvisamente riscopre il sangue dei vinti e dimentica quello di chi dai vinti fu deportato, picchiato, fucilato, sentirlo commemorato da Gianpaolo Pansa, dicevo, come un giornalista di grande talento e di grande “faziosità” fa venire il vomito.
    Mi fa venire il vomito.

  6. pasquale Cicciù ha detto:

    Affetto da un tic lombrosiano, razzista in gioventù, razzista in vecchiaia.

  7. palu ha detto:

    Scusate per il ritardo nella pubblicazione dei commenti, ma ho avuto un problema con la connessione, tutti approvati ovviamente, come sempre, il filtro serve solo per lo spam dilagante! Saluti a tutti e buon anno

  8. Oreste ha detto:

    E’ morto un uomo discutibile, controverso e che nell’ultima parte della sua vita ha dimostrato di essere un razzista convinto.

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Classe 1984, nata e cresciuta a Roma, a Siena mi sono laureata in scienze economiche, sono stata con l’Erasmus in Germania, il Socrates in Francia, e con una Borsa di Studo negli USA a New York per seguire per 6 mesi il PhD in Economics; parlo italiano, inglese e tedesco, provo ad imparare l’arabo ed il portoghese.

L’Italia è il Paese in cui ho scelto di vivere per tutta la mia vita e che amo profondamente, anche se mi piacerebbe migliorarlo.

"E quest’Italia, un’Italia che c’è anche se viene zittita o irrisa o insultata, guai a chi me la tocca." (O. Fallaci)

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