Liberalizzazione delle professioni

di LUCIA PALMERINI

L’ipotesi del Ministero dell’Economia di abolire gli ordini professionali di avvocati e commercialisti ha portato nuovamente sotto i riflettori un dibattito che oramai dal 1995 ci viene cadenzialmente proposto. I Collegia Opificum dell’epoca romana o le loro discendenti più note ovvero le corporazioni medioevali sono i primi prototipi di ordini professionali; nacquero dalla libera iniziativa degli associati con l’obiettivo di una maggiore efficienza e forza economica ma immediatamente si trasformarono in un mezzo di protezione di privilegi, potere ed interessi del singolo o dei pochi che ne facevano parte. Le rivolte popolari (come il Tumulto dei Ciompi di Firenze), il vento di rivoluzione che soffiava dalla Francia e la nascita delle Signorie favorì l’abolizione delle corporazioni nel XVIII sec. ma non la loro scomparsa definitiva; nel secolo successivo nascevano i primi ordinamenti professionali di medici e sindacati che vennero ulteriormente disciplinati dal fascismo e mai più abrogati1, insieme a nuovi ordini come quello dei giornalisti che rispecchiava l’esigenza del regime di Mussolini di controllare i mezzi di comunicazione, e che da allora non è mai stato riformato nonostante l’ordine stesso chiedesse una sua modifica.

I fautori del mantenimento degli ordini adducono tra le motivazioni principali la necessità di una barriera per evitare la sovra-rappresentazione di una professione e la necessità di assicurare un certo reddito attraverso l’imposizione di tariffe minime che senza l’ordine non sarebbe possibile istituire. Tali tesi sono però smentite dalla realtà che ci circonda; se facciamo riferimento agli avvocati, il loro numero è quadruplicato in 10 anni nonostante sia presente un esame di accesso alla pratica della professione; per fare un confronto, la regione Lazio da sola ha lo stesso numero di avvocati dell’intera Francia. Le tariffe minime invece di garantire un reddito predeterminato hanno impedito la concorrenza e limitato la carriera dei giovani cancellando la meritocrazia dal mercato. I “quasi-avvocati”, ovvero coloro che sono in attesa di superare l’esame di stato non possono esercitare la professione liberamente ed i giovani professionisti devono accettare condizioni lavorative sfavorevoli pur di essere impiegati negli studi di avvocati senza potersi dedicare ai loro clienti.

In un’indagine condotta dall’Ires per Filcams Cgil sui giovani professionisti emerge che l’orario di lavoro è rigido per il 76,8 per cento e che le ore lavorate in media sono 38 come quelle di un impiego full-time. Il dato più sconcertante è che il 45,9 per cento dei praticanti (età media trent’anni) non percepisce una retribuzione. Il mercato è controllato, la concorrenza inesistente e chi si trova ad avere tutti i requisiti per essere avvocato eccetto per l’esame di stato, non ha il diritto di lavorare come invece dovrebbe essere garantito dalla Costituzione.

L’esame come barriera presenta inoltre molteplici dubbi sia per ciò che riguarda il suo svolgimento che gli esiti. Una prima considerazione riguarda il superamento dell’esame che è vincolato ad una prefissata percentuale e non all’effettiva preparazione dei partecipanti, quindi non è detto che tutti i meritevoli lo superino. Inoltre il tasso di superamento è variabilissimo a seconda della sede d’esame. Considerando i dati del 2005 sull’esame da avvocato, salta subito agli occhi che mentre la commissione esaminatrice con sede a Genova ha ammesso agli orali il 18,6 per cento dei presenti agli scritti, e quella di Brescia il 29,1, se ci spostiamo a Reggio Calabria la percentuale cresce esponenzialmente fino al 72,3 e addirittura a Catanzaro arriva al 78,1 per cento.

Il metro di giudizio è altrettanto aleatorio ed iniquo venendo l’esame giudicato da varie commissioni con rigidità e severità diverse e sempre senza pubblicare le correzioni nonostante una sentenza stabilisca l’anticostituzionalità del procedimento. Ma l’esame da avvocato è stato al centro di aspre polemiche anche per gli scandali che lo hanno riguardato: il 93 per cento di idonei a Reggio Calabria nel 2001, o i 2.295 partecipanti su 2.301 che compilarono esattamente lo stesso compito con gli stessi errori di scrittura a Catanzaro nel 1997.

Viene inoltre da domandarsi perché un avvocato debba essere trattato diversamente da un commerciante: se due commercianti aprono il medesimo negozio nella stessa strada, sarà la dura legge del mercato a decidere chi sopravviverà, lo stesso dovrebbe avvenire per gli avvocati, commercialisti o giornalisti.

A confermare la necessità di abolizione degli ordini professionali ci ha pensato l’Unione Europea, aprendo nei confronti dell’Italia una procedura di infrazione per la mancanza di libertà del mercato e del libero accesso alle professioni anche a chi ha conseguito i titoli necessari in un altro paese europeo.

Finalmente dopo 15 anni, un disegno di legge contiene la liberalizzazione delle professioni e prevede non solo l’eliminazione delle restrizioni all’accesso, ma la possibilità di diventare avvocato o commercialista dopo un praticantato di 2 anni nel primo caso e 3 nel secondo. Il disegno di legge delega del ministero dell’economia non è stato però ancora reso noto in conferenza stampa, quindi non se ne conosce l’effettivo contenuto anche se secondo indiscrezioni dovrebbe contenere il divieto di tariffe minime o fisse ed il divieto assoluto alla limitazione dello svolgimento della professione da parte degli ordini. Fino ad ora ogni volta che si provava a mettere mano agli ordini professionali, il peso politico di chi deteneva gli interessi ed i privilegi che venivano messi in discussione era più forte di ogni necessità di modifica.

1:
-Nel   1910  (legge 455/1910) nasce l’Ordine dei Medici.

-Nel 1926 (legge 563/1926), dopo l’avvento del Fascismo, vengono istituiti i Sindacati unici di categoria, cui saranno assegnati i compiti dei vari Ordini professionali, soppressi  con RDL n.184/1935

-Caduto il Fascismo, gli Ordini vengono ricostituiti con Decreto del Capo Provvisorio dello Stato- DLCPS- n. 233/1946, che unitamente al DPR n.221/1950 ed alla legge n.409/1985 (istitutiva dell’Albo degli Odontoiatri) rappresentano, oggi, i riferimenti normativi fondamentali degli Ordini dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri.

– Ordine dei Giornalisti: a) l’Ordine dei Giornalisti nasce, ma solo sulla carta con la Legge 31 dicembre 1925 n. 2307 “Disposizioni sulla stampa periodica”. b) Con il Rd 26 febbraio 1928 n. 384 “Norme per la istituzione dell’Albo professionale dei giornalisti” i giornalisti italiani conquistano l’Albo professionale. c) A Roma nasce la prima scuola professionale di giornalismo con il Regio Dereto 21 novembre 1929, n. 2291. Modificazione dell’art. 4 del Regio Decreto 26 febbraio 1928 n. 384 sull’Albo professionale dei giornalisti. d) Commissione unica per la tenuta dell’Albo. Decreto legislativo luogotenenziale 23 ot­tobre 1944 n. 302. Revisione degli albi dei giornalisti.

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3 comments on “Liberalizzazione delle professioni
  1. Vorrei poi capire cosa sta spingendo i nostri legislatori: come mai proprio ora tirano fuori un simile provvedimento? Quali saranno i reali obiettivi?

  2. […] per modificare la norma del disegno di legge del Ministero dell’Economia che prevedeva non solo l’eliminazione delle restrizioni all’accesso, ma la possibilità di diventare…, l’abolizione delle tariffe minime ed il divieto assoluto alla limitazione dello svolgimento […]

  3. silvio scrive:

    Finalmente sta tramondanto l’era fascista delle corporazioni che non hanno nulla da che spartire con l’esercizio delle professioni se non con l’accesso di esse.Pensate un pò che un medico-chirurgo per esercitare l’odontoiatria( branca della medicina )deve doppio iscriversi all’albo degli odontoiatri una professione non medica.E’ imbarazzante che un Ingegnere per fare il suo lavoro debba iscriversi all’albo dei geometri.La condizione più imbarazzante è dirlo o spiegalo ai nostri connazionali Europei e aggravare le considerazioni che hanno di noi Italiani che di certo non sono buone.

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Classe 1984, nata e cresciuta a Roma, a Siena mi sono laureata in scienze economiche, sono stata con l’Erasmus in Germania, il Socrates in Francia, e con una Borsa di Studo negli USA a New York per seguire per 6 mesi il PhD in Economics; parlo italiano, inglese e tedesco, provo ad imparare l’arabo ed il portoghese.

L’Italia è il Paese in cui ho scelto di vivere per tutta la mia vita e che amo profondamente, anche se mi piacerebbe migliorarlo.

"E quest’Italia, un’Italia che c’è anche se viene zittita o irrisa o insultata, guai a chi me la tocca." (O. Fallaci)

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