Peppino: l’elettricista della Sicilia

di ROSALBA DI GIUSEPPE

Torno a casa stanca, apro la porta, suona la Madame Butterfly di Puccini. Si tratta dell’aria Un bel dì vedremo: una dichiarazione fiduciosa sul domani. Un ragazzino alto, scarno, pallido, si guarda allo specchio, ha l’aria malinconica. Dice che da grande vuole fare l’elettricista, “unire e scatenare energia”. Si esalta. Leggo nel suo viso la paura di non essere all’altezza, di tradire le aspettative altrui, di non riuscire a realizzare se stesso.

Con un colore disegno sullo specchio, all’altezza della sua bocca, un segno curvilineo. Riesco nel mio intento: sorride. Mi affretto a ripulire il vetro, ma più strofino più la macchia si allarga, inconsapevolmente creo un paesaggio. Ci guardiamo divertiti e disperati. Indietreggiamo, ma entriamo a far parte di un panorama che spazia sull’incombente mole di monte Pecoraro e sul promontorio di terra su cui si affaccia l’aeroporto di Punta Raisi.

Ci ritroviamo davanti ad un cancello, è l’entrata del liceo classico di Partinico. Un gruppo di ragazzi vicini al PSIUP, Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria, discute animatamente sui problemi del proprio paese: Cinisi. Un ragazzo con il cappello chiede a gran voce un passo concreto, per fare in modo di esternare questo disagio.
Il giornalino L’Idea Socialista deve servire proprio a questo scopo: si compone di poche ma intense pagine; al suo interno si trovano articoli e vignette,  caratterizzate da una forte vena critica nei confronti del malaffare, dell’intesa tra la Chiesa – che garantisce obbedienza – e la mafia – che trasmette un’apparente sicurezza -. Il sindaco democristiano, Domentico Pellerito, turbato dai toni anticonformisti utilizzati, sporge denuncia.

In un paese abituato al silenzio e alla sopportazione è inconcepibile che un giornale inviti alla riflessione. Nonostante il blocco di un anno dell’attività giornalistica, i toni dei redattori  si fanno più  accesi. Un articolo intitolato “Mafia, una montagna di merda”, a firma di Giuseppe Impastato, detto Peppino,  scuote la città: rifiutando di baciare la mano du parrinu (inteso come parente stretto o autorità morale o mafiosa), rivela le complicità tra mafia e politica.

Peppino, figlio dagli occhi ridenti, dal passo leggero, dal cognome pesante. Luigi, uomo d’onore, padre dallo sguardo sdegnoso, caccia Peppino minorenne, la cui indipendenza intellettuale non coincide con quella emotiva.
L’incontro con il pittore Stefano Venuti, fondatore della sezione del PCI di Cinisi e  pioniere della lotta contro la mafia nel suo paese, è determinante per il giovane Peppino, che sembra trovare in lui, per affinità elettiva, l’appoggio paterno che gli era mancato.

Un fiume scorre lungo lo specchio, ad arginarlo ci pensa una folla immensa, guidata da Danilo Dolci, educatore, leader italiano della non violenza: è lui che organizza la marcia della pace, ed è lui a promuovere la costruzione della diga sul fiume Jato, un importante volante per lo sviluppo economico della zona. Operazione che di fatto toglie un’arma alla mafia, la quale mantiene il controllo delle risorse idriche. Mentre i tecnici controllano il territorio, palmo per palmo, incuranti del fatto che la zona sia ricca di frutteti, agrumeti e uliveti,  Peppino si chiede  se davvero il  metodo maieutico fondato sul dialogo possa funzionare.
È impossibile dialogare con chi ti inganna, lo scontro è impari. La mancata affissione, da parte del comune, della delibera sulla procedura delle terre da espropriare, e la conseguente impossibilità di appellarsi alla cementificazione fa  rabbia: il  Consorzio Espropriandi suggerisce di rinunciare alle terre chiedendo un compenso equo in cambio, ma per i giovani  bisogna lottare con ogni forza contro la costruzione della terza pista dell’aeroporto di Punta Raisi, organizzandosi, manifestando, procedendo uniti. Le 200 famiglie devono essere tutelate ad ogni costo.Non bisogna adagiarsi, accontentarsi.

Lo specchio ritrae denunce per manifestazioni non autorizzate e denunce di illegalità: la resistenza finisce in repressione, lo specchio è ricoperto da sangue e cemento. La disgregazione dei gruppi marxisti leninisti e la sconfitta del gruppo del Manifesto fanno sì che Peppino deluso e confuso abbandoni la vita politica.

Ed è pi tantu disfiziu/ si sacciu sulu chianciri e sfardari/ sti fogghi di carta /ca sunnu bianchi/ e mi pàrinu nìvuri;/si cercu cunsolu/ nta n’aceddu chi canta, nta un cani chi m’aspetta;/ nta na parola d’amuri/rubata o ventu, caduta du celu, piscata nto funnu du mari.[1] [Ed è per tanta amarezza, se sono solo piangere e stracciare questi fogli di carta, che sono bianchi e mi sembrano neri; se cerco consolazione in un uccello che canta, in un cane che mi aspetta, in una parola d’amore rubata al vento, caduta dal cielo, pescata nel fondo del mare].

La mancanza di sicurezza di sé lo allontana dalla vita politica, i momenti di sconforto sono seguiti da slanci emotivi entusiasti che si spengono facilmente, finché nell’estate  del 1973  conosce Mauro Rostagno, sociologo e giornalista torinese, responsabile generale di Lotta Continua. Decide di aderirvi. I campi d’azione gli restituiscono lo slancio sentimentale che caratterizza la sua politica: dai “proletari in divisa” alle lotte contadine per la casa, fino alla vigilanza antifascista, ai mercatini alternativi, al tema del lavoro nero degli edili. Lo specchio raffigura una pila di libri.

Onnivoro culturalmente, Peppino abbandona gli studi filosofici universitari, perché i toni accademici gli stanno stretti; preferisce fare politica, stare a contatto con le persone. Grazie al forte e umano attaccamento alla realtà e la sua vena creativa sognatrice fonda il gruppo Musica e cultura. Una stanza trasformata in un luogo culturale poliedrico, dove si organizzano cineforum, spettacoli teatrali, dibattiti politici e sociali. In questo ambiente a disposizione di tutti sboccia  un primo gruppo di giovani donne che decide di unirsi e creare il primo collettivo femminista a Cinisi. La biblioteca messa a disposizione dal circolo offre parecchi spunti di riflessione sul ruolo della donna nella società patriarcale mafiosa e capitalistica. Le  ragazze che frequentano il circolo vengono chiamate “buttane” o “lesbiche”, ma il libero pensiero è inattaccabile. Per accrescere la coscienza antimafiosa, dare una voce alle opinioni scritte sui volantini Peppino e i compagni si rendono conto che bisogna coinvolgere più persone possibili, entrare nelle loro case.

Grazie al gruppo OM, formato da giovani attori teatrali, e grazie agli strumenti forniti da Radio Apache, possono dare vita ad un radiogiornale. Nasce nel ’77 Radio aut, di controinformazione autofinanziata. Registra a Terrasini ma si apre al mondo, a tarda sera, sono ascoltabili registrate Radio Tirana, Radio Praga, Radio Londra. La priorità spetta alle notizie locali: semplificate, precise, comprensibili. Le rassegne stampa rivolte ai temi di spicco, nazionali e internazionali, gli speciali dedicati a temi quali la condizione giovanile, lo stato di degradodel territorio, la disoccupazione, la politica del compromesso storico, il rapporto tra mafia e politica, le battaglie per i diritti civili.

Onda Pazza, programma di satira politica, raggiunge ottimi indici d’ascolto. Peppino crea siparietti irriverenti ridicolizzando il mafioso di turno, storpiandone il nome. Inventa un nuovo modo di fare giornalismo: spontaneo, diretto. Denuncia senza mezzi termini il traffico di droga transnazionale, voluto da Tano Badalamenti Seduto, attraverso il controllo dell’aeroporto. A lui dedica l’inno di Mafiopoli, il rumore dello sciacquone di un water.

La radio si attiva socialmente: invita all’auto organizzazione delle lotte, alla creazione di spazi autogestiti capaci di dialogare con la politica e cambiarla. Nel ’78 Peppino si candida alle elezioni comunali, nella lista di Democrazia Proletaria. La conquista è realistica e possibile, ma la campagna elettorale per lui si conclude in una notte di maggio.
L’aria è fresca, c’è un forte odore di fiori. Peppino, solo, riflette sul futuro. Un bel dì vedremo.

Una mano afferra una pietra, un’altra cinge il ragazzo, una corda incatena il suo corpo alle rotaie. Una carica di tritolo tinge la notte e lo specchio di rosso. Attentato terroristico in cui rimane vittima il carnefice, titolano i giornali. Poi l’ipotesi del suicidio, dopo il ritrovamento di una presunta lettera di addio. Caso archiviato.

Terra ca nun senti, ca nun voi capiri, ca nun dici nenti vidennumi muriri![2]

Le schede elettorali ripetono il nome di Peppino come un lamento e ne fanno il vincitore dei disgraziati. Il fratello Giovanni e la madre Felicia si allontanano dalla famiglia: con i militanti e il Centro siciliano di documentazione di Palermo – nato nel ’77 – si costituiscono parte civile. L’inchiesta è riaperta.  Dopo 23 anni di insabbiamento e calunnie, la sentenza giunge: vittima di mafia.

Il ragazzino è sparito, è rientrato nello specchio sin dall’inizio della storia. Peppino, facendo luce su un mondo perverso, legittimato dal timore e dal compromesso, dissemina barlumi di speranza per la Sicilia, collegando i fili della spontaneità e dell’ironia fa esplodere consapevolezza tra i suoi coetanei, inventa un giornalismo militante partecipativo, in cui ognuno deve contribuire con il proprio unico filo al miglioramento di se stesso e del mondo che lo circonda.

Eshte hera te tundemi. È ora di muoverci, recita lo slogan del gruppo giovanile di cui faccio parte. La politica sentimentale di Peppino ha teso le braccia, puntato all’autodeterminazione di tutti, rivelato la positività che definisce ogni cosa.

«Se l’occhio non si esercita, non vede. Se la pelle non tocca, non sa.  Se l’uomo non immagina, si spegne». Danilo Dolci, da Il limone lunare.

Fonti:

http://www.peppinoimpastato.com/index.asp

http://www.centroimpastato.it/

[Il seguente saggio è stato inviato al concorso indetto dal Festival del Giornalismo: Peppino, una storia ancora da raccontare. Qui viene proposta la  versione  integrale].


[1] Ignazio Buttitta, Io faccio il poeta.

[2] Rosa Balistreri, Terra ca nun senti

9 maggio 2011

Fonte: www.diebrucke.it

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Classe 1984, nata e cresciuta a Roma, a Siena mi sono laureata in scienze economiche, sono stata con l’Erasmus in Germania, il Socrates in Francia, e con una Borsa di Studo negli USA a New York per seguire per 6 mesi il PhD in Economics; parlo italiano, inglese e tedesco, provo ad imparare l’arabo ed il portoghese.

L’Italia è il Paese in cui ho scelto di vivere per tutta la mia vita e che amo profondamente, anche se mi piacerebbe migliorarlo.

"E quest’Italia, un’Italia che c’è anche se viene zittita o irrisa o insultata, guai a chi me la tocca." (O. Fallaci)

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