Silvio, Michele, Benedetta, le BR e la disinformazione militante

di NICOLA MENTE

Lo scorso 21 aprile, in occasione della Settimana Santa, è andata in onda una nuova sconclusionata e aberrante puntata di quel format chiamato “Annozero”. Un programma “libero e antagonista”, che si spaccia come “voce del popolo”, ma che a me sembra più un avamposto di disinformazione in pieno stile baracconesco e tremendamente “berlusconiano”. Per l’occasione, il succoso argomento trattava la vicenda di Roberto Lassini, ex sindaco democristiano di Turbigo, autore del folle manifesto “Via le BR dalle procure”, affisso per le vie di Milano in occasione delle prossime amministrative nel capoluogo lombardo. Un gesto di un’idiozia rara che ha sollevato molte polemiche, e che ha bruscamente interrotto (o fomentato, chissà) la brillante scalata politica del suo scellerato ideatore. Una palla al balzo raccolta senza esitazioni dal buon Santoro, abile cavalcatore di tigri, facile strumentalizzatore di ogni evento per aumentare l’apporto di munizioni in vista della sua (infinita) crociata antiberlusconiana. Quale occasione migliore per allestire una puntata-minestrone senza capo né coda, partendo dalle vittime dell’eversione per finire alla rabbia violacea nei confronti del Premier che sfugge al giudizio delle procure? Io credo che durante questa triste serata si sia raggiunto uno dei punti massimi di disinformazione, trascinando nel vortice dell’odierno pedestre gioco di forze vicende assai delicate, mai chiarite, mai esaminate, che rappresentano un nodo focale nella storia repubblicana di questo paese. Santoro e i suoi hanno dato la dimostrazione (se mai ce ne fosse stato il bisogno) di aver creato una scatola urlante, tutto fuorché un programma d’informazione. Il picco dello scempio si è raggiunto rapidamente, a metà puntata. Ripercorrendo sommariamente e molto superficialmente le vicende dei gruppi armati (chiamati tutti bonariamente “Br”, senza saper leggere né scrivere), sono stati invitati due dei più autorevoli “discendenti” delle vittime dell’eversione di sinistra, Marco Alessandrini (figlio del magistrato Emilio, assassinato da un commando di Prima Linea nel gennaio 1979) e Benedetta Tobagi (figlia del giornalista del Corriere della Sera ucciso da esponenti della “Brigata XVIII Marzo” nel maggio del 1980). Tutto allestito ad arte, insomma. Non per far luce su fatti e vicende ancora avvolte nella nebbia (non tanto i due omicidi in sé, quanto tutto il macrocosmo in cui questi fatti vanno opportunamente inseriti), ma per screditare Berlusconi e la sua pedestre voglia di impunità. Botte di cultura, insomma. Una puntata assolutamente fuori da ogni logica. Uno sciacallaggio senza precedenti, una conduzione pedestre e approssimativa, una disinformazione che traspare secondo dopo secondo, parola dopo parola. Fino ad arrivare all’apice. Dopo un’intervista (assai improbabile e gran poco giornalistica) a Marco Alessandrini (verrà soltanto ricordato che quelle non erano le BR, ma Prima Linea, organizzazione estremamente diversa e in aperto contrasto con quella di Moretti e compagnia), ha preso la parola Benedetta Tobagi, autrice di un paragone estremamente infelice che mi ha fatto sobbalzare dalla sedia nel momento in cui, colpevolmente in ritardo, ho potuto godere del suo intervento sbirciando su internet l’intera, agghiacciante puntata. «Berlusconi non si vuol far processare, esattamente come gli esponenti della lotta armata che ammazzavano i magistrati». Eh no, Benedetta. Non si possono dire queste cose. A me spiace che tu non abbia potuto godere dei sorrisi e degli abbracci del tuo papà, e non biasimo certo quel tuo sguardo triste, specchio di un’infanzia dolorosa e profondamente ingiusta nei tuoi confronti. Questo però non può autorizzarti a poter fare un discorso simile, perché questo paragone è fuori da ogni logica, come fuori da ogni logica è una trasmissione organizzata in questo modo. Benedetta, forse tu saprai meglio di me che l’obiettivo dei militanti dei gruppi armati non era quello di non farsi giudicare. Era, il loro, un semplicissimo iter. Lo Stato era il nemico, che ti offriva di difenderti tramite i suoi avvocati, i suoi uomini. Il rifiuto di avere una difesa era dovuto all’impossibilità di accettare una difesa del sistema che si cercava di combattere. Il loro obiettivo non era certo quello di evitare il carcere. La loro era semplice coerenza d’intenti, avallabili o meno (questo è un altro discorso). In fondo, il concetto di “prigioniero politico” implicava anche questa reazione. La logica era quella dello scontro e della guerra. Si pensi a un soldato nazista arrestato e giudicato dagli Alleati tramite un processo gestito dagli Alleati, con avvocati difensori voluti dagli Alleati. Si faccia anche il discorso inverso, con l’alleato come prigioniero e i tedeschi a giudicare. Il paragone con Silvio, cara Benedetta, non sussiste. Ci starebbe se Berlusconi rifiutasse ogni possibile difesa (invece che sguinzagliare il suo infinito pool di legali) e si facesse giudicare senza proferire parola (sto volutamente prendendo come paradigma la figura del militante non delatore). Questo sì sarebbe un parallelismo logico. Ma come sappiamo, al di là di ogni possibile giudizio storico e ogni possibile interpretazione su quel periodo, stiamo paragonando due forme di spessore intellettuale lontane anni luce. La logica dello scontro con le istituzioni con la logica del controllo furbesco delle istituzioni. La rinuncia alla libertà e l’uso della violenza politica per una causa comune con la volontà di macchinare il tutto appellandosi ai diritti democratici, per la propria esclusiva salvezza. Attenzione Benedetta, attenzione Santoro. Con questa puntata avete fatto gli stessi danni che ha fatto Lassini, se non peggio. Perché quelle vicende restano, come all’inizio della trasmissione, mai opportunamente analizzate e approfondite. Si è solo gettato del letame a destra e a manca, senza capire e senza far capire, con l’unico obiettivo di tirare acqua al proprio mulino. Si è messo in scena un paragone senza nessun riferimento reale, tra lacrime da primo piano (quasi in stile Barbara D’Urso), valutazioni sommarie e profondamente inesatte, infarinate senza capo né coda. Il tutto senza pensare alla vera e necessaria crescita di coscienza di questo smandrappato Paese, dove un’opinione becera, da un lato e dall’altro, si accartoccia su se stessa e inevitabilmente trascina tutto in un vortice d’oblio. Questa è povertà intellettuale, esattamente come quella di Berlusconi. Finalmente, un paragone che calza.

28 aprile 2011

Fonte: www.facebook.com

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Pubblicato su Interni, Politica, Società

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Classe 1984, nata e cresciuta a Roma, a Siena mi sono laureata in scienze economiche, sono stata con l’Erasmus in Germania, il Socrates in Francia, e con una Borsa di Studo negli USA a New York per seguire per 6 mesi il PhD in Economics; parlo italiano, inglese e tedesco, provo ad imparare l’arabo ed il portoghese.

L’Italia è il Paese in cui ho scelto di vivere per tutta la mia vita e che amo profondamente, anche se mi piacerebbe migliorarlo.

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