La riforma punisce i giudici? Si, e se lo meritano

di FILIPPO FACCI

La riforma della giustizia è «punitiva»? Ma certo. Si rischia di «minare» l’indipendenza  e l’autonomia della Magistratura? Chiaro che sì: è proprio quello che si vuol fare. E’ inutile girarci intorno, visto che i giornali non sono il ministero della Giustizia e possono anche permettersi un approccio non diplomatico: la parte più corporativa delle toghe ha perfettamente ragione di preoccuparsi, perché tra gli obiettivi c’è quello di scardinare la sacralità e l’intangibilità di una magistratura che corrisponde all’unico potere non riformato di questo Paese. L’associazione di categoria ogni volta parla come se i problemi della giustizia fossero indipendenti dai magistrati, come se fosse tutta una questione di assetti organizzativi, risorse, riallocazione, carta igienica o per le fotocopie, informatizzazione: e invece i problemi sono anche loro, il loro potere incontrollato, la loro impunità, talvolta la loro sciatteria e non ultima – perché è dimostrata – la loro scarsa voglia di lavorare. Molti magistrati non sono soltanto corresponsabili della propria invasività nella vita pubblica, ma sono anche indisposti ad ammettere un benché minimo ruolo nei malfunzionamenti che li coinvolgono.

E’ la verità, o perlomeno è ciò che molti pensano: e allora perché non dirlo? L’Associazione nazionale magistrati paventa una «netta alterazione nell’equilibrio dei poteri»  e teme che possa emergere «un quadro diverso dalla costituzione del 1948»: grazie tante, l’obiettivo è proprio quello, cambiare la Costituzione radicalmente, anche se la maggioranza o il ministro Alfano non l’ammetteranno mai. Gli scioperi o le agitazioni preannunciate, o peggio certe uscite disgraziate alla Giuseppe Cascini (quello della «mancanza di legittimazione politica, storica, culturale e morale della maggioranza») sono solo l’antipasto, vedrete: è il segno di una mancata concertazione che può far sperare in in una riforma vera. Non c’è niente da discutere con certa magistratura, ogni tavolo di discussione sarà una finta, una manfrina: nessun potere si riforma dall’interno, e nessuna corporazione, se non spronata a cannonate, è mai scesa spontaneamente a patti con chi è delegato a cambiare le cose. L’unico timore vero, semmai, è che questa riforma «devastante» non lo sia abbastanza, devastante: perché per risassestare l’apparato delle nostre toghe (datato 1948, più vari aggiustamenti autoindotti) occorrerebbe osare ancora di più, essere ancora più epocali.

In nessun paese liberaldemocratico è presente un assetto della magistratura anche vagamente somigliante al nostro, c’è poco da fare. Al di là delle lagnanze, le garanzie di indipendenza dei nostri magistrati risultano notevolmente elevate, nel complesso superiori a quelle presenti in tutti gli altri paesi. Le gerarchie, grazie all’avanzamento automatico della carriera, sono state smantellate. Giudici e pubblici ministeri, rispetto ai loro colleghi stranieri, sono soggetti a condizionamenti istituzionali pressoché inesistenti: tutto è nelle mani del Csm, organo composto per due terzi da magistrati che –  altra invenzione italiana – sono eletti dagli stessi magistrati. Non vi è quindi alcun controllo esterno da parte del potere esecutivo o legislativo e lo stesso reclutamento è sottratto a qualsiasi intervento politico. In tutti i paesi normali ci sono legami fra pubblico ministero e sistema politico: solo l’Italia è diversa. E solo da noi lo status dei magistrati requirenti è qui uguale a quello dei giudici: anzi, magistrati requirenti e giudicanti formano uno stesso corpo che si autogoverna tramite il Csm. Solo da noi pm e giudici sono praticamente uguali. Solo da noi l’obbligatorietà dell’azione penale è stato inserito direttamente nella Costituzione, mirando a un obiettivo lodevole e impossibile – eliminare ogni traccia di discrezionalità, e quindi di potere, dai comportamenti del pm – ma di fatto rendendolo in grado di fare quello che vuole. Il bello è che i magistrati e i loro scrivani queste cose le sanno benissimo, e per giustificarlo vengono a raccontarti che la struttura delle toghe italiane è guardata con interesse dal resto dell’Occidente. Una frottola ciclopica.

In Occidente i sistemi sono sostanzialmente due. Nei paesi di «common law» diventa giudice un professionista affermato che viene reclutato in età matura e al quale vengono concesse ampie garanzie di indipendenza. Nei paesi di «civil law» invece si diventa magistrati con un pubblico concorso e si percorrono le tappe di una lunga carriera (eventualmente) con valutazione dei superiori gerarchici o addirittura del Guardasigilli. Poi c’è l’Italia, caso unico in cui nessuna struttura governativa è dotata di strumenti istituzionali di influenza sulle toghe. I risultati è che la giustizia italiana è unica anche nell’inefficienza, nel cattivo funzionamento, nella politicizzazione, in una parola nell’ingiustizia.

20 marzo 2011

Fonte: www.libero-news.it

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Pubblicato su Interni, Politica

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Classe 1984, nata e cresciuta a Roma, a Siena mi sono laureata in scienze economiche, sono stata con l’Erasmus in Germania, il Socrates in Francia, e con una Borsa di Studo negli USA a New York per seguire per 6 mesi il PhD in Economics; parlo italiano, inglese e tedesco, provo ad imparare l’arabo ed il portoghese.

L’Italia è il Paese in cui ho scelto di vivere per tutta la mia vita e che amo profondamente, anche se mi piacerebbe migliorarlo.

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