La guerra del mondo

di VALERIO MOGGIA

Valerio Moggia

A maggio 2010, Peace Reporter stimava almeno 24 conflitti gravi nel mondo, la maggior parte dei quali in Asia e Africa.

Solo in India sono presenti tre gravi conflitti: il primo si svolge tra gli Stati centrali come l’Andhra Pradesh, dove la milizia maoista del PWG, dal 1967, combatte contro le forze di polizia locale e i vari gruppi paramilitari per l’instaurazione di un governo socialista; il secondo in Assam, dove i guerriglieri secessionisti dell’Ulfa compiono attentati contro i cittadini di origine hindi, causando le violente repressioni dei militari; e il terzo, più celebre, nel Kashmir, condotto dai fondamentalisti islamici appoggiati dal Pakistan contro il governo federale, in risposta all’appoggio degli indiani ai ribelli del Bangladesh (dal 1989, sono morte 65.500 persone).

 

In Andhra Pradesh, dal culmine dell’escalation nel 1980 ad oggi, si sono contati 7.200 morti, mentre circa 44.000 sono gli sfollati, a causa della “Campagna per la Pace” voluta dal governo nel 2005, che obbliga i contadini locali a impugnare le armi contro i ribelli maoisti, attirandosi le ritorsioni di questi ultimi. In Assam, i guerriglieri affermano di lottare per la liberazione del loro popolo e l’instaurazione di un governo socialista, annullando l’enorme povertà della popolazione di uno degli stati più ricchi di risorse dell’India, risorse (petrolio e tè) che, secondo il governo federale, sono alla base della guerriglia, appoggiata dal Pakistan; dal 1979, i morti sono 51.800.

Anche il Pakistan non è da meno, conteso tra la guerra contro i terroristi islamici di Al-Qaeda nello Waziristan (circa 3.000 morti) e la guerra contro gli indipendentisti del Balucistan, che mirano a riottenere il controllo dei ricchi giacimenti di gas della loro regione: giacimenti che da anni sostengono il paese, ma dei cui proventi le popolazioni locali non hanno mai beneficiato (in tutto, 1.300 morti dal 2004).

Nel vicino Afghanistan, invece, le truppe della missione Onu ancora non sono riuscite a placare la guerra civile condotta dai talebani, appoggiati da Al-Qaeda, contro il governo locale filo-americano, in una escalation di violenza che perdura dall’invasione sovietica del 1979.

In Birmania, dopo l’indipendenza dalla Gran Bretagna del 1948, la giunta militare filo-cinese ha preso il controllo della regione reprimendo le libertà fondamentale di tutti i cittadini non-birmani (sono ben 35 le minoranze etniche nella regione), dando il “la” alla nascita di vari movimenti indipendentisti armati, che si sostengono grazie al traffico di eroina (la Birmania è il secondo produttore di oppio al mondo, dopo l’Afghanistan). I morti sono stimati in almeno 30.000 nella minoranza Karen dall’inizio del conflitto, ma la chiusura del regime rende difficile fare stime più precise.

Dal 2004, il sud della Thailandia è scosso dalla guerra civile tra l’esercito e la milizia islamista, nata a seguito delle numerose violazioni dei diritti umani perpetrate dai militari ai danni della popolazione musulmana.

Nelle Filippine, oltre alla guerra civile portata avanti dai comunisti del NPA contro il regime locale, nell’isola meridionale di Mindanao numerose fazioni armate musulmane combattono per l’indipendenza dal paese (in maggioranza cristiano), sostenendosi grazie all’appoggio dello sceicco Usama bin Laden e della sua organizzazione.

Più celebri, senz’altro, i conflitti mediorientali in Israele e in Kurdistan, una regione che conta 12 milioni di persone (25 milioni in tutto, divisi tra Turchia, Iraq, Iran, Siria e Armenia, il quarto popolo del Medio Oriente) e che da anni è costretta in cattività dal governo turco, privata anche della rappresentanza politica, con un numero di morti di circa 41.000, dal 1984.

Spostandoci in Africa, l’Algeria, indipendente dal 1962 dopo la guerra contro la Francia, nel 1989 è ripiombata nel caos, e ancora oggi esistono alcuni gruppi oltranzisti islamici che lottano contro il governo locale, forse finanziati da Al-Qaeda.

Emblematico il caso della guerra di confine tra Etiopia ed Eritrea, entrambe finanziate contemporaneamente da Stati Uniti, Russia e Gran Bretagna, che ha causato 70.000 morti dal 1998 (si segnala che l’Eritrea destina il 20% del suo Pil alla difesa, un primato mondiale, per uno dei paesi più poveri del pianeta).

La vicina Somalia è in guerra civile dal 1991, nonostante i due interventi Onu (1993 e 1995), ed è uno stato inesistente, spezzata in piccoli feudi autonomi e in guerra. Dal 2006 sono emerse le milizie delle Corti Islamiche, che hanno conquistato gran parte del territorio nazionale e stanno organizzando di esportare la guerra in Etiopia; al momento si contano mezzo milione di vittime, in gran parte dovute alle carestie e alle malattie diffuse a causa del conflitto.

Il più conosciuto conflitto della zona è quello del Darfur, in Sudan, dove le popolazioni locali si sono organizzate contro il governo, appoggiato, secondo Amnesty International, da Iran, Cina e Russia. Le statistiche parlano di 500.000 morti, 200.000 sfollati in Ciad (dove è in atto, dal 1965 a fasi alterne, un’altra guerra civile) e un milione e mezzo di sfollati interni.

Simili situazioni si ritrovano in Nigeria (guerra del delta del fiume Niger per il controllo dei giacimenti petroliferi), nella Repubblica Democratica del Congo (per il controllo di risorse come oro, diamanti, uranio, rame, legnami pregiati e cobalto), in Uganda (dove lo scontro tra i fondamentalisti cristiani del Lra e il governo locale ha causato 20.000 morti, quasi 2 milioni di profughi, e l’arruolamento di 25.000 bambini soldato nelle file dei ribelli), e nella Repubblica Centrafricana.

In Sudamerica, invece, la situazione più conosciuta è quella della Colombia, in guerra civile dal 1964, tra il governo, appoggiato da diversi gruppi paramilitari e dagli Stati Uniti (2 miliardi di dollari in armamenti stanziati nel 2003, oltre all’invio di 400 uomini per addestrare l’esercito e le forze paramilitari), che lotta contro i ribelli marxisti delle Farc, autofinanziati grazie al commercio della cocaina. La Colombia è agli ultimi posti nelle classifiche dell’Onu sui diritti umani, ai primi nel tasso di criminalità e corruzione, metà della popolazione vive in condizioni precarie: per i primi anni dell’ultimo decennio, la media è stata di 20 morti al giorno (80% causate dai gruppi paramilitari, il restante dai ribelli), 300.000 campesinos sono stati cosretti a lasciare le proprie case, 14 difensori dei diritti umani e 164 sindacalisti sono stati uccisi o sono scomparsi nel solo 2001.

L’appoggio statunitense al governo colombiano, nel frattempo, permette ai nordamericani di ottenere vantaggiosi contratti per le proprie multinazionali per lo sfruttamento delle risorse minerarie del paese.

Negli Anni Ottanta anche il Perù divenne teatro di guerre civili, tra le forze governative e i ribelli maoisti di Sendero Luminoso e Tupac Amaru, poi progressivamente calati di potere nel decennio successivi, ma recentemente tornati alla carica nella loro lotta contro il governo peruviano sotto la guida del misterioso “camarada Alìpio“.

Così come misteriosa è la figura del Subcomandante Marcos, che nel 1994 guidò un’insurrezione in Chiapas, nel sud del Messico, ottenendo il controllo della regione più povera del paese centramericano.

I conflitti non mancano neppure in Europa, dove situazioni come quella dei Balcani (territorio sorvegliato quasi interamente dalle forze dell’Onu), dei Paesi Baschi e dell’Irlanda del Nord sono ormai di pubblico dominio. Ben più gravi, però, sono gli scontri nei territori della ex-Unione Sovietica, come l’Ossezia e la Cecenia, dove i gruppi paramilitari locali non mancano di compiere ripetuti attentati contro le istituzioni, rivendicando l’indipendenza di territori estremamente importanti a livello di risorse energetiche.

5 novembre 2010

Fonte: www.diebrucke.it

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Pubblicato su Esteri, Politica

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Classe 1984, nata e cresciuta a Roma, a Siena mi sono laureata in scienze economiche, sono stata con l’Erasmus in Germania, il Socrates in Francia, e con una Borsa di Studo negli USA a New York per seguire per 6 mesi il PhD in Economics; parlo italiano, inglese e tedesco, provo ad imparare l’arabo ed il portoghese.

L’Italia è il Paese in cui ho scelto di vivere per tutta la mia vita e che amo profondamente, anche se mi piacerebbe migliorarlo.

"E quest’Italia, un’Italia che c’è anche se viene zittita o irrisa o insultata, guai a chi me la tocca." (O. Fallaci)

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