Angelo Del Boca: «Rivolta in Libia figlia di antichi rancori»

di LUIGI NERVO

La rivolta in Libia sembra essere arrivata alle fasi conclusive, con Gheddafi asserragliato nel suo bunker protetto da miliziani e mercenari mentre intorno alla Capitale i rivoltosi conquistano città e si apprestano a sferrare l’attacco finale. Abbiamo parlato della situazione in Libia con uno dei massimi esperti in materia, il professor Angelo Del Boca, ex giornalista e docente universitario che ha pubblicato molti libri sul Paese africano e sugli italiani che si trovavano in quelle terre.

Dopo Tunisia e Egitto la rivolta araba si è spostata in altri paesi. E ora anche in Libia. Era prevedibile che accadesse?

Direi di no, soprattutto per quanto riguarda la Libia. Anche per me, che conosco bene il Paese, è stata un po’ una sorpresa perché ha un reddito pro capite di 15-18 mila euro l’anno, che è esattamente il triplo degli altri paesi vicini. Poi in Libia i generi di prima necessità sono tutti contingentati, sono tutti calmierati e a prezzi talmente bassi da essere disponibili per tutti. C’è un reddito medio alto, infatti non abbiamo mai visto un libico chiedere l’elemosina in Europa. Abbiamo visto tunisini, algerini, marocchini, ma libici mai, perché si sta bene. Mi ha molto sorpreso che ci sia stata una contaminazione dai due paesi vicini. E, guarda caso, non è cominciato in Tripolitania, ma in Cirenaica. Che poi venisse dalla Cirenaica era previsto, perché c’è ancora la forte influenza della Senussia, come testimoniano gli striscioni che ho visto nelle foto con scritto “Viva la Senussia”. O le bandiere della Senussia, cioè dell’ultimo Re. E poi gli striscioni con scritto “Viva Omar al-Mukhtar”, che è il loro personaggio principale. È lo stesso personaggio di cui si vantava anche Gheddafi, infatti quando è arrivato all’aeroporto di Roma aveva la sua fotografia di quando lo portano ad impiccare. Però non me lo aspettavo.

Gheddafi ha detto che lui è diverso dagli altri presidenti, è un “leader della rivoluzione”.

Sì, questo è anche vero. Lui ha fatto una rivoluzione che non ha fatto né Ben Ali, autore di un colpo di stato dal mattino alla sera e della cacciata di Bourguiba, né Mubarak che, alla morte di Sadat, ha preso il potere. Ma le cose che dice non sono mica sbagliate. Anche quando dice “Io non posso dimettermi perché non ho un incarico”: questo è vero. Lui è la guida. Era tenente-colonnello ed è rimasto tenente-colonnello. Poteva diventare generale, maresciallo, tutto. Si è accontentato di questa indicazione: “Io sono la guida della rivoluzione”.

Questo gli ha dato una forza in più? Nel senso: mentre gli altri presidenti sono caduti subito, lui è ancora in piedi.

Certo. Lui è ancora in piedi. È ancora lì a difendere questa sua rivoluzione e il Libro Verde. Tra l’altro, quando l’ho incontrato nel 1996, proprio su questo Libro Verde gli ho fatto una domanda un po’ insidiosa. Gli ho chiesto: “Che successo ha avuto il Libro Verde nel suo Paese? Ho visto che l’avete stampato in milioni di copie, in tutti i paesi del mondo, ma qui in Libia che successo ha avuto?”. E lui, senza un attimo di esitazione, ha detto: “È stato un fallimento. La Libia è ancora un paese nero, non è un paese verde”. Quindi tutto sommato ha ammesso che questo Libro Verde è stato un fallimento.

Lei ha conosciuto Gheddafi. Che tipo di persona è?

Ho avuto un’impressione molto positiva. Quest’uomo mi ha rilasciato l’intervista alla presenza del ministro dell’Informazione, che era una donna, e del traduttore. Lui parlava in arabo e io in italiano. La durata prevista era di un’ora, ma alla fine sono stato con lui due ore e un quarto perché si è messo, lui stesso, a fare le domande. E debbo dire che faceva domande assolutamente pertinenti. Un uomo che calibrava bene le sue risposte. E poi ho capito che sa anche l’italiano perché, per due o tre volte, ha bloccato il traduttore per dire: “No guarda, Del Boca ha detto così”: aveva perfettamente capito che l’altro aveva un po’ addolcito la risposta. Io ho avuto un’impressione notevolissima. Lo tenevo d’occhio. E analizzavo i suoi vestiti, perché mi interessava poi descriverli, descrivere la sua faccia, i suoi sentimenti. E poi, alla fine, quando mi ha accompagnato sulla porta della tenda, mi ha detto in inglese: “La ringrazio molto per quello che ha fatto per noi, perché lei ha scritto la nostra storia. Noi non abbiamo storici, è stato lei a scrivere la nostra storia”. Avevo scritto due volumi sugli italiani in Libia. Una cosa che io non sapevo è che lui se li faceva mandare dal traduttore, capitolo per capitolo, togliendo quello che non gli piaceva. È stata un’esperienza straordinaria innanzitutto per l’ambiente. Mi ha fatto vedere la casa che era stata bombardata dagli americani, quella che si vede nel film. Mi ha fatto vedere la culla con i pezzi di soffitto dove è morta la figlia adottiva. E poi, soprattutto, questa intervista lunghissima.

E sul piano politico che presidente è stato?

Sul piano politico debbo dire che lui ha preso in mano un Paese e ha cercato di farne una nazione. Ci è anche riuscito, in un certo senso, perché una delle operazioni che ha fatto negli anni della sua presenza in Libia è stata quella di cacciare americani e inglesi che avevano delle basi militari. Poi è riuscito a cacciare gli ultimi ventimila italiani ancora presenti. E quindi si è liberato da tutti i segni del colonialismo. E questo l’ha fatto lui, non re Idris. È vero che poi in 40 anni non è riuscito ad abolire i clan. Saltano fuori tutti adesso. In questi giorni, mi telefonava il mio amico Anwer Fekini, il nipote del capo della rivolta del 1911-1931, per dirmi che la sua tribù, i Rogeban, si è mossa e insieme agli Zintan, gli Orfella e i Tahruna, le tribù della montagna, stanno per attaccare Tripoli.

E i numeri del massacro?

Non credo assolutamente alla cifra fornita da El Arabiya di diecimila morti e cinquantamila feriti. Per cinquantamila feriti non basterebbero tutti gli ospedali della Libia e dell’Italia. E poi, diecimila morti? Abbiamo visto le fosse, però io dico che al massimo si può parlare di mille morti, forse. Come sempre c’è questa esagerazione e come sempre è più evidente in Tripolitania. In Cirenaica avevamo i morti quasi sicuri, si parlava di 288, poi 315. Le cifre erano abbastanza recepibili. Ma quello dei cinquantamila feriti è un dato che mi colpisce più dei morti.

Quali sono i motivi di questa rivolta in Libia?

In Cirenaica c’era un risentimento più vecchio. Non è soltanto la contaminazione Egitto-Tunisia. Ricordiamo i due fatti precedenti: la rivolta del 1996 a Bengasi, che ha obbligato Gheddafi a mandare Esercito, Marina e Aviazione e a occupare le carceri di sovversivi e poi la rivolta per i disegni di quel cretino di ministro italiano (Calderoli, ndr). Lì c’è sempre stato un forte risentimento verso il potere centrale: loro si ritenevano un po’ dimenticati da Tripoli e quindi era quello il luogo dove covava la rivolta.

Ma poi la rivolta si è spostata rapidamente arrivando alle porte di Tripoli.

Sì, in una settimana è arrivata anche a Tripoli. C’è il 30% di disoccupazione. È vero che loro hanno un reddito pro capite molto alto. È vero che hanno i prezzi bassi calmierati dei prodotti di prima necessità. Però, quando uno non ha un posto di lavoro… lo vediamo in Italia dove non c’è il coraggio di fare le rivolte. Ma sarebbero da fare anche qui.

A proposito di Italia: Gheddafi ha detto che “ha seppellito il grande martire”, ci sono rapporti economici, Berlusconi e Gheddafi sono amici. Quali sono i rapporti attuali tra i due Paesi?

Fino a ieri erano rapporti stupendi. Abbiamo fatto un trattato molto azzardato. Il Trattato di cooperazione e amicizia ha uno sfondo quasi esclusivamente economico-commerciale, ma ben poco di politico. Subito dopo ho detto che hanno meditato poco. Bisognava almeno dire che l’interlocutore non è a un livello europeo, non rispetta i diritti umani. Queste cose andavano dette in un preambolo, cosa che invece non è avvenuta perché ci interessava soltanto impiantare là le nostre ditte e certamente fare anche dei proventi, perché loro partecipano anche in Italia. Quindi, il rapporto era ideale. Anzi, troppo ideale. Io l’avevo criticato proprio per quel motivo. E ora alcuni esponenti dell’opposizione chiedono addirittura che venga annullato. Annullare un trattato di cooperazione e amicizia è mica roba da poco. Poi con chi lo annulliamo? Il vecchio governo che è ancora in piedi. Un nuovo governo non esiste. Chi sono i nostri interlocutori? È questo che io dicevo a Fekini: “Hai qualche nome da dirmi? Voi dite che non volete assolutamente alcun compromesso con il vecchio clan di Gheddafi. Chi volete?”. Mi ha detto: “Vogliamo gente nuova, di una nuova Libia”. E allora gli ho detto: “Perché non ti metti tu?”. E lui: “No, io posso dare consigli come avvocato, posso aiutarli, ma non mi interessa fare la vita politica”. E ci credo, è miliardario.

Allargando lo sguardo, Gheddafi ha chiamato a raccolta gli arabi contro il “Satana americano”. L’Iran ha fatto passare le navi attraverso il Canale di Suez per testare la situazione. Cosa potrebbe succedere nel contesto internazionale?

Non credo che succederà nulla di grave e di colossale. Perché l’Onu cosa può fare? Non può fare niente. Può attuare delle sanzioni, come ha fato tanti anni fa. Erano appena finite le sanzioni. Può rifarle, ma secondo me fra tre o quattro anni non ci sarà più Gheddafi. Quindi sanzioni a chi? Al popolo libico che ha già sofferto? Non credo, sarebbe ridicolo. Quindi, secondo me, nessun intervento in questo momento ha una validità. Nessuno. Perché l’unico organismo che può prendere una decisione è l’Onu che può fare delle sanzioni se Gheddafi resta al governo. Ma io ho seri dubbi anche perché ho notizie precise di come stanno le cose e non credo che lui riesca a resistere.

25 febbraio 2011

Fonte: www.nuovasocieta.it

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Pubblicato su Esteri

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Classe 1984, nata e cresciuta a Roma, a Siena mi sono laureata in scienze economiche, sono stata con l’Erasmus in Germania, il Socrates in Francia, e con una Borsa di Studo negli USA a New York per seguire per 6 mesi il PhD in Economics; parlo italiano, inglese e tedesco, provo ad imparare l’arabo ed il portoghese.

L’Italia è il Paese in cui ho scelto di vivere per tutta la mia vita e che amo profondamente, anche se mi piacerebbe migliorarlo.

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