Perché le quote rosa

di LUCIA PALMERINI

Il 23 febbraio scorso è stato definitivamente smantellato il ddl sulle quote rosa promosso da Lella Golfo (PDL) ed Alessia Mosca (PD). In pochi erano a conoscenza di questo disegno di legge e sarebbe interessante sapere quanti tra coloro che hanno partecipato alla manifestazione Se non ora quando? del 13 febbraio.

Le cosiddette quote sono uno strumento utilizzato per garantire la rappresentatività delle minoranze e combattere eventuali discriminazioni e razzismi. Negli Stati Uniti, ad esempio, esistono quote per le minoranze religiose ed etniche addirittura nelle procedure di selezione delle università e di assunzione per un qualunque lavoro; il Brasile, seguendo l’esempio degli Stati Uniti, dal 2000 sta attuando una politica delle quote per studenti universitari di colore. Seguendo lo stesso criterio, le quote di genere – comunemente conosciute come quote rosa – fissano una percentuale minima da rispettare per entrambi i sessi all’interno di liste elettorali, consigli di amministrazione, luoghi di lavoro, università ed altro

Al di fuori dei confini italiani, cinquanta paesi hanno introdotto quote di genere negli statuti dei partiti e trenta di questi le hanno addirittura inserite nelle elezioni nazionali; altrettanti sono i paesi che hanno introdotto quote di genere in vari settori, come nell’assunzione di dipendenti, nei consigli di amministrazione e nelle università.

Per quanto riguarda la presenza femminile in politica, Norvegia e Svezia introdussero le quote rosa negli anni ’80, quando le donne occupavano il 20% dei posti nel Parlamento (in Italia le donne sono il 17%, contro una media europea del 23%), arrivando oggi a raggiungere la totale parità tra i sessi. I paesi che hanno seguito l’esempio scandinavo, come Costa Rica, Sudafrica e Slovenia hanno visto il numero delle donne elette duplicarsi in un’unica elezione, mentre la Spagna che già aveva una forte rappresentanza femminile pari al 36%, nel 2007 ha approvato una legge che la porta al 40%.

Gli stessi paesi scandinavi sono stati pionieri nell’introdurre quote di genere nei consigli di amministrazione e nel mondo del lavoro. Solo nel luglio 2010 anche gli Stati Uniti hanno imboccato la stessa strada, con la riforma della finanza, grazie alla quale le autorità federali potranno costringere le società finanziarie ad assumere donne, pena la non-validità dei contratti stipulati. La Spagna invece raggiungerà il 40% nel 2015 e la Francia nel 2017. A favore delle quote rosa vi sono anche gli studi scientifici che mostrano una correlazione positiva tra la presenza delle donne ed il successo aziendale.

In Italia invece le quote rosa sono tabù: si stenta ad introdurle e si accampano motivazioni legate alla presunta dignità delle donne, termine sempre più impropriamente usato negli ultimi tempi. Da ultimo, il disegno di legge Golfo-Mosca affossato il 23 febbraio, nell’assoluta indifferenza delle associazioni che erano scese in piazza solo 10 giorni prima in nome delle donne e dei loro diritti.

Il ddl prevedeva una quota di genere pari al 30% negli organi di amministrazione e controllo delle società quotate in borsa e di società statali e partecipate pubbliche. Ma il disegno di legge è stato stravolto accogliendo la richiesta di gradualità di Confindustria, Abi e Ania. Il testo originale approvato alla Camera avrebbe permesso di raggiungere la parità in 3 anni, riguardando il primo rinnovo dell’organo di amministrazione dopo sei mesi dall’approvazione della legge. Invece con gli emendamenti del governo, alla minoranza di genere viene riservato un decimo dei posti al primo rinnovo, un quinto al secondo ed il 30% al terzo rinnovo, impiegando 9 anni, quindi il 2021 se consideriamo i rinnovi del 2012. Inoltre, invece della decadenza del Cda in caso di non-rispetto della legge, è prevista una sanzione pecuniaria che rende ancora più blanda ed irrealizzabile una effettiva parità.

Il disegno di legge Golfo-Mosca avrebbe garantito la realizzazione del processo meritocratico che dovrebbe portare ai vertici delle aziende i più bravi; le donne sono infatti il 60% dei laureati ed il 30% dei partecipanti ai master Mba e le aziende che sono cresciute maggiormente negli ultimi 3 anni sono guidate principalmente da donne.

Se quindi le donne non sono presenti nei Cda significa che manca una selezione meritocratica e che le donne sono effettivamente discriminate. Un disegno di legge sulle quote rosa avrebbe potuto eliminare le barriere che impediscono alle donne di ambire a posti dirigenziali e avrebbe garantito l’utilizzo di ulteriori conoscenze che sono necessarie per la crescita economica dell’intero paese.

Ma l’ingresso di una donna significherebbe l’uscita di un uomo e nessuno è disposto a lasciare la poltrona: questa volta la cavalleria non c’entra.

3 marzo 2011

Fonte: www.diebrucke.it

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Pubblicato su Pari Opportunita', Scritti da Lucia Palmerini, Società

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Classe 1984, nata e cresciuta a Roma, a Siena mi sono laureata in scienze economiche, sono stata con l’Erasmus in Germania, il Socrates in Francia, e con una Borsa di Studo negli USA a New York per seguire per 6 mesi il PhD in Economics; parlo italiano, inglese e tedesco, provo ad imparare l’arabo ed il portoghese.

L’Italia è il Paese in cui ho scelto di vivere per tutta la mia vita e che amo profondamente, anche se mi piacerebbe migliorarlo.

"E quest’Italia, un’Italia che c’è anche se viene zittita o irrisa o insultata, guai a chi me la tocca." (O. Fallaci)

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