Quote rosa a passo di lumaca

Il dibattito sulle quote rosa

di ALESSANDRA CASARICO e PAOLA PROFETA

Conviene avere più donne ai vertici delle imprese? È un beneficio per l’impresa e l’economia nel suo complesso o solo per la donna che arriva a fare il capo? La domanda è di grande attualità, nei giorni in cui sono arrivati al Senato gli emendamenti del governo alla proposta di legge Golfo-Mosca, che impone alle società quotate una percentuale di almeno il 30% del genere meno rappresentato nei Consigli d’amministrazione e nei collegi sindacali. Modifiche che accolgono le richieste di maggiore gradualità di Confindustria, Abi e Ania (si veda il Sole 24 Ore di ieri) e che quindi allungano (troppo) i tempi per il raggiungimento della quota del 30% (entro il 2021).
Uno degli argomenti portati a favore di una maggior rappresentanza femminile ai vertici delle aziende è la relazione positiva tra presenza femminile e performance, testimoniata anche da un recente studio McKinsey–Cerved. Se avere più donne ai vertici si associa con una miglior prestazione aziendale, allora ben vengano le quote di rappresentanza. Le stesse imprese avranno solo da guadagnarci e, con loro, tutta l’economia del nostro paese.

Nell’azienda le donne sono portatrici di uno stile diverso rispetto a quello maschile: l’attenzione alle persone, la capacità di gestire le relazioni con gli interlocutori, l’abilità nel prevenire e risolvere i conflitti, la disponibilità a condividere le decisioni, la minor propensione al rischio sono caratteristiche della leadership femminile che possono avere effetti positivi sulla performance. Inoltre in un contesto eterogeneo aumentano le possibilità di affrontare le scelte con prospettive più variegate, di avere a disposizione una platea di talenti più ampia e di rafforzare la rappresentanza di tutti gli azionisti. Questo può avere dei risvolti positivi anche per l’immagine dell’azienda. Un ambiente eterogeneo per genere sembra essere più fertile rispetto a uno in cui la diversità sia di età oppure di nazionalità.
Altri studi hanno misurato la relazione tra presenza di donne e successo aziendale. Su un panel di circa 2.500 aziende danesi nel periodo 1993-2001 Smith e altri (2005) hanno trovato una relazione positiva tra la presenza femminile e gli indicatori di successo, anche tenendo conto della dimensione e dell’età dell’azienda e del settore. Fattori che potrebbero influenzare la performance senza che abbiano nulla a che fare con la presenza femminile. È interessante notare che la relazione positiva svanisce se le donne fanno parte del Cda in virtù di vincoli familiari. Adams e Ferreira (2009) dimostrano che il più efficace monitoraggio che le donne sarebbero in grado di effettuare renderebbe positiva la loro presenza nei Cda soprattutto per le imprese con una governance peggiore. Gli studi esistenti suggeriscono anche alcuni caveat nel valutare l’impatto femminile. Se l’azione di un Cda è fortemente condizionata dalle dinamiche sociali del network in cui opera, poiché il network delle decisioni aziendali è tipicamente dominato da uomini, le donne potrebbero rinunciare alle proprie caratteristiche “naturali” di genere per sposarne altre più simili agli atteggiamenti degli uomini. Un risultato che sembra suggerire l’importanza di avere una massa critica di donne nei Cda per innescare l’impatto positivo sulla performance.

Occorre sottolineare che, sebbene gli studi esistenti suggeriscano una correlazione positiva tra donne e successo aziendale, la stima di un effetto causale è molto complessa. Non è facile isolare il contributo che le donne danno alle performance in modi considerati rigorosi dalla disciplina economica. Per questo sempre migliori dati e sempre migliori analisi sono necessari.
Le quote sono già presenti in molti paesi europei, con la Norvegia come pioniera. Nei paesi che le hanno introdotte, la percentuale di donne nei Cda è aumentata in modo significativo. Come ben sappiamo, le donne sono portatrici di talenti e competenze, in questo momento più che mai necessari al nostro paese per recuperare competitività e per accelerare la crescita economica.

24 febbraio 2011

Fonte: www.ilsole24ore

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Classe 1984, nata e cresciuta a Roma, a Siena mi sono laureata in scienze economiche, sono stata con l’Erasmus in Germania, il Socrates in Francia, e con una Borsa di Studo negli USA a New York per seguire per 6 mesi il PhD in Economics; parlo italiano, inglese e tedesco, provo ad imparare l’arabo ed il portoghese.

L’Italia è il Paese in cui ho scelto di vivere per tutta la mia vita e che amo profondamente, anche se mi piacerebbe migliorarlo.

"E quest’Italia, un’Italia che c’è anche se viene zittita o irrisa o insultata, guai a chi me la tocca." (O. Fallaci)

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