Eco, il vecchio trombone: “Cav come hitler”

di FILIPPO FACCI

Questa non è un’esercitazione, ripetiamo, non è un’esercitazione, c’è una rivoluzione culturale in corso e non ve me siete accorti: siete così presi da voi stessi e dalle vostre scaramucce – la crisi, le rate della macchina, trecentomila libici incazzati che premono dal Mediterraneo – da non aver neppure percepito quale straordinaria concatenazione si sia dipanata negli scorsi giorni, e cioè: 1) la manifestazione del Palasharp; 2) la manifestazione femminile «Se non ora, quando?»; 3) la manifestazione canora di Sanremo con vittoria significativa di Roberto Vecchioni; 4) altre manifestazioni di maturazione civile in ordine sparso, tipo: la frase in cui Rosy Bindi spiega che Berlusconi è già stato condannato dagli italiani, il sobrio corsivo di Massimo Fini sul «Fatto Quotidiano» in cui invita la popolazione a ribellarsi come gli africani, il distensivo paragone operato da Umberto Eco a Gerusalemme, ieri, in cui ha paragonato Berlusconi a Hitler. Da dove cominciamo?

CANZONI DI LOTTA
Da Sanremo, of course. Perché voi magari pensate che abbia vinto una canzonetta come un’altra: e invece «C’è qualcosa, nel successo strappato a Sanremo dalla canzone di Vecchioni», ha scritto Barbara Spinelli sulla prima pagina di «Repubblica», «che ci consente di vedere con una certa chiarezza lo stato d’animo di tanti italiani: qualcosa che rivela una stanchezza diffusa nei confronti del regime che Berlusconi ha instaurato 17 anni fa». Non ve ne siete accorti? Sono tutti «episodi come inanellati in una collana: le manifestazioni che hanno difeso la dignità delle donne; la potenza che emana dalle recite di Benigni; il televoto che s’è riversato su una canzone non anodina, come non anodine erano le canzoni di Biermann nella Germania Est».  È così, è così: ciò che non può il voto, forse, può il televoto. Ma poi: non l’avete letta l’intervista del «Riformista» alla moglie di Vecchioni, Daria Colombo, già santificata da Gad Lerner all’Infedele? E allora siete indietro, non avete capito che «dopo il Palasharp, la vittoria di Roberto è un altro segnale della riscossa di quell’Italia che vuole voltare pagina e lasciarsi alle spalle i danni del berlusconismo», non l’avete compreso «l’operazione culturale», Voi guardavate Belen. Daria Colombo non è mica la prima scema che passa, è una fondatrice dei Girotondi, un’amica di «Nanni», una che ha capito – febbraio 2011 – che «Bersani deve andare dalla De Filippi», così come l’hanno capito, parole sue, «Filippo Rossi di Farefuturo», persino «Al Bano». Non che la mannaia del regime non abbia cercato di calare sulla rivoluzione culturale di Roberto: «gli avevano chiesto di cambiare alcune parti del testo, “Chi ha vent’anni e se ne sta a morire / in un deserto come in un porcile», ed è un chiaro riferimento al Bunga Bunga, un passaggio sofisticato e celato in «una canzone bellissima con un testo bellissimo». Parentesi: non badate ai collaborazionisti alla Luca Sofri,  direttore del quotidiano online «Il Post» e autore, l’altro ieri, di critiche immotivate: «Io penso che la canzone di Vecchioni fosse molto brutta: imbarazzantemente didascalica nel testo, trombona, banale di una banalità pigra e povera, esempio tra i peggiori di un repertorio infantile noi-puri-contro-i-potenti-cattivi, imbarazzantemente paternalistica e demagogica. E penso che abbia guadagnato consensi esattamente per queste pigre ragioni: facile, demagogica, buona per pensare che il mondo fa schifo per colpa di certi cattivi e autoconsolarsi, utile a ricordare a una vecchia generazione i suoi vecchi tempi e a rifilare a una nuova generazione qualche slogan di quelli facili che da giovani ci piacciono tanto». E ancora: «Gino Castaldo su «Repubblica» ha sostenuto che grazie alla canzone vincitrice a Sanremo è tornata la buona musica, rendiamoci conto. Gad Lerner ha avuto simili toni… Altri hanno reagito allo stesso modo, succubi di una cultura che da una parte contestano e dall’altra desiderano li accolga». Come a dire che Sanremo non si è spostata di una virgola, ma è certa sinistra a esserci entrata con tutte le scarpe: come quando dissero che la vittoria di Vladimir Luxuria all’Isola dei Famosi fosse una vittoria per i diritti dei gay.
Critiche ingenerose, queste: roba che non potrà fermare la rivoluzione culturale né quella giudiziaria, tanto che Rosy Bindi l’altro ieri l’ha detto: «Per quanto Berlusconi farà di tutto per non presentarsi a giudizio, ormai è il giudizio del popolo italiano che lo ha dichiarato colpevole».  Chiusa lì, siamo al giudizio immediatissimo, al processo brevissimo, anzi, c’è già stato, esattamente come già disse – si perdoni la citazione – il procuratore Francesco Saverio Borrelli il 17 novembre 1993: «In questo specifico universo che va sotto il nome di Mani pulite, le conseguenze politiche possono essere tratte prima ancora di attendere la verifica dibattimentale… Il grande processo pubblico è già avvenuto». Chi se ne frega dei processi, non capite la rivoluzione? Che fareste, voi, attendereste la Cassazione per condannare Hitler? L’ha detto bello chiaro Umberto Eco ieri a Gerusalemme, dove partecipava a una fiera. Gli avevano chiesto: «Berlusconi è paragonabile a Gheddafi e Mubarak?»; e lui: «No, il paragone, intellettualmente parlando, potrebbe essere fatto con Hitler: anche lui giunse al potere con libere elezioni».

A CACCIA DI GIOVANI
Parole sante, e non dite che tutti coloro che vincono le elezioni allora sono come Hitler, non cavillate, cercate di rapportarvi al momento storico: perché non vi ribellate, piuttosto? Anzi, «perché non ci ribelliamo?» come ha titolato «Il Fatto» di martedì, per la penna di Massimo Fini? I buoni motivi per farlo, Fini, li ha snocciolati con pazienza, e allora che problema c’è? Che aspetta, anche lui? La risposta è terribile: «Io bazzico bar frequentati da impiegati, da piccoli manager, da lavoratori del terziario e un’antica piscina meneghina, la Canottieri Milano, dove si sono rifugiati, come in uno zoo per animali in estinzione, i cittadini di una Milano che fu, gente anziana. Tutti schiumano rabbia impotente». Eccolo il solo e autentico problema che sovrasta la rivoluzione culturale: Massimo Fini è anziano, i suoi amici pure, Umberto Eco anche, Roberto Vecchioni non è più un giovanotto, Barbara Spinelli non è più una signorina, Rosy Bindi lasciamo perdere: e la rivoluzione non è un pranzo di gala. Servirebbero le giovani energie di questa neo-generazione di bamboccioni bastardi, ma si fanno tremendamente i cazzi loro. Ma finirà, oh se finirà.

24 febbraio 2011

Fonte: www.libero-news.it

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Pubblicato su Politica, Società

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Classe 1984, nata e cresciuta a Roma, a Siena mi sono laureata in scienze economiche, sono stata con l’Erasmus in Germania, il Socrates in Francia, e con una Borsa di Studo negli USA a New York per seguire per 6 mesi il PhD in Economics; parlo italiano, inglese e tedesco, provo ad imparare l’arabo ed il portoghese.

L’Italia è il Paese in cui ho scelto di vivere per tutta la mia vita e che amo profondamente, anche se mi piacerebbe migliorarlo.

"E quest’Italia, un’Italia che c’è anche se viene zittita o irrisa o insultata, guai a chi me la tocca." (O. Fallaci)

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