Gli affari miliardari delle forze armate. Sfornano pane e costruiscono autostrade

L’ Egitto deve ovviamente trovare una via e vedo che ci sono progressi Barack Obama, presidente Usa La transizione deve essere graduale, efficace, inclusiva e iniziare subito Franco Frattini, ministro degli Esteri L’ esercito controlla il 45% dell’ economia, generali collocati ai vertici delle società In un cablo di Wikileaks L’ ambasciatrice Usa Scobey: «Il ruolo delle forze armate nell’ economia frena le riforme liberiste in Egitto» L’ esperto Springborg: «L’ esercito si presenta come il salvatore del Paese, gli occidentali accettano che guidi la transizione»

di DAVIDE FRATTINI

IL CAIRO – L’ autostrada che va da Ain Souknah sul Mar Rosso al Cairo, 90 minuti attraverso il deserto, è stata costruita dall’ esercito sulle terre di proprietà dell’ esercito. Il pane distribuito agli egiziani affamati nella crisi del 2008 è stato cotto dai fornai dell’ esercito nei forni dell’ esercito. Lo scalone elegante che accompagna la salita ai piani alti del ministero della Produzione militare simboleggia gli affari gestiti dai soldati in questo Paese. Le forze armate fabbricano frigoriferi, lavastoviglie, bombole per il gas, stufe, commerciano in olio d’ oliva e acqua minerale. Il ministero impiega 40 mila persone e realizza ricavi attorno ai 345 milioni di dollari l’ anno (quasi 255 milioni di euro). L’ analista americano Joshua Stacher calcola che i militari controllano tra il 33 e il 45 per cento dell’ economia nazionale. Ogni anno dagli Stati Uniti ricevono 1,3 miliardi di dollari in aiuti, in un trentennio fa quasi 40 miliardi. La contabilità del tesoro è approssimativa, perché il bilancio, il numero di industrie e degli arruolati (oltre 400 mila, che ne fanno la 10a armata al mondo) sono segreto di Stato. Così ben protetto, che quando nel 2009 un gruppo di operai nella Fabbrica Militare 99 è sceso in sciopero per protestare dopo la morte di un collega (ucciso dall’ esplosione di un boiler), otto di loro sono finiti sotto processo – in una corte marziale – «per avere diffuso informazioni riservate»: avrebbero raccontato a un sito dell’ opposizione che le condizioni di lavoro erano pericolose. Un cablogramma inviato dall’ ambasciatrice Margaret Scobey nel settembre 2008 – e rivelato da Wikileaks – ricostruisce il business bellico in tempi di pace. «I generali in pensione – scrive – vengono piazzati ai vertici delle società, attive soprattutto nelle costruzioni, il cemento, gli hotel, i carburanti». Le forze armate possiedono terreni di valore nel delta del Nilo e lungo le coste del Mar Rosso. «Queste proprietà sarebbero una sorta di indennità aggiuntiva – continua la diplomatica – garantita dal regime per assicurarsi l’ appoggio dell’ esercito». Il documento americano descrive però la carriera militare come «sempre meno allettante rispetto al settore privato»: «Gli stipendi sono crollati e i giovani ambiziosi preferiscono aspirare a far parte dell’ élite finanziaria civile. Il declino è cominciato con la sconfitta nella guerra con Israele nel 1967 e dopo il licenziamento di Abu Ghazaleh (1989) il regime non ha più nominato personaggi carismatici al ministero della Difesa». Il feldmaresciallo Mohamed Hussein Tantawi è disprezzato dagli ufficiali che lo considerano «un burocrate» e lo chiamano «il barboncino di Mubarak». In un commento, Scobey fa notare: «Consideriamo il ruolo delle forze armate nell’ economia come un fattore che frena le riforme liberiste e mantiene il coinvolgimento diretto del governo nel mercato. L’ esercito vede le privatizzazioni come una minaccia ai propri interessi». Le prime dichiarazioni di Ahmed Shafiq, il neo-premier ed ex comandante dell’ aviazione, rivelerebbero il progetto di ritornare a uno statalismo più energico. Prima di venir travolta dalle proteste, la possibile candidatura di Gamal Mubarak alla successione è stata osteggiata dai generali, che temevano la concorrenza del secondogenito del raìs e del circolo di imprenditori che si è arricchito attorno a lui. Un gruppo di ufficiali in pensione aveva diffuso una lettera per criticare l’ ipotesi della carica ereditaria. Gamal sarebbe stato il primo presidente, dal colpo di Stato del 1952, a non aver avuto un passato in divisa. In questi giorni di rivolta che si infiacchisce, i carristi per le vie del Cairo sono ancora festeggiati e rispettati. Eppure i leader del movimento pro-democrazia temono di essere rimasti incastrati in piazza Tahrir da una strategia poliziotto cattivo/soldato buono orchestrata dal regime. «I militari che governano il Paese sembrano essere soddisfatti – scrive Stacher su Foreign Policy – dalla situazione attuale: Mubarak resta formalmente al suo posto, i poteri sono nelle mani di Omar Suleiman. L’ obiettivo dello Stato, restaurare una struttura guidata dagli ufficiali, non è neppure celato». «L’ esercito ha effettuato alcune mosse di jiu-jitsu politico – dice Robert Springborg, professore alla Naval Postgraduate School in California -. Ha lasciato che la protesta focalizzasse la rabbia contro il presidente, che ormai è stato in qualche modo sacrificato, e adesso si presenta come il salvatore della nazione. Le richieste degli Stati Uniti e dell’ Europa non sono state di sostituire il governo dei generali con un esecutivo civile: alla fine, gli occidentali hanno accettato che siano gli ufficiali a guidare la transizione». Gli incroci di alcuni quartieri «strategici» del Cairo sono controllati da uomini dell’ unità 777, le forze speciali, in strada con il passamontagna nero. È probabile che l’ esercito manterrà una presenza fino alle elezioni di settembre. I generali vogliono la stabilità non perché siano preoccupati dei nemici esterni da combattere, ma per garantirsi i consumatori (gli egiziani) da attrarre. Davide Frattini kabul.corriere.it

8 Febbraio 2011

Fonte: www.corriere.it

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Classe 1984, nata e cresciuta a Roma, a Siena mi sono laureata in scienze economiche, sono stata con l’Erasmus in Germania, il Socrates in Francia, e con una Borsa di Studo negli USA a New York per seguire per 6 mesi il PhD in Economics; parlo italiano, inglese e tedesco, provo ad imparare l’arabo ed il portoghese.

L’Italia è il Paese in cui ho scelto di vivere per tutta la mia vita e che amo profondamente, anche se mi piacerebbe migliorarlo.

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