Detenute madri, ddl approvato alla Camera

di SUSANNA CURCI

La proposta di legge sulla tutela del rapporto tra detenute madri e figli minori, approvata l’altro ieri alla Camera con 460 voti a favore, 5 astenuti e nessun contrario, poteva essere, nelle sue impostazioni, ben più moderna, efficace ed innovativa di come si è rivelata una volta chiuse le votazioni. In questo senso mi trovo del tutto in accordo con le perplessità espresse dall’onorevole Rita Bernardini (pur tra le prime firmatarie del testo originario) all’inizio dell’esame in aula: ritengo, come lei, che si sia operato un “compromesso al ribasso” talmente profondo da rendere la situazione dei tanti minori attualmente detenuti in carcere praticamente invariata.

Partendo dal principio, ad oggi in Italia vivono in carcere circa 56 bambini, figli di donne detenute, distribuiti in 11 istituti, dei quali il più “affollato” è il carcere femminile di Rebibbia, attualmente con 15 casi di detenute madri. Che bambini con meno di tre anni possano essere chiusi in carcere fin dalla nascita, con tutta l’influenza psicologica che questa situazione potrà avere sulla loro vita, è un’anomalia giuridica risalente ad una legge del 26 luglio 1975 sulla riforma dell’ordinamento penitenziario, avente lo scopo di proteggere il rapporto tra le madri detenute e i figli, in accordo con l’articolo 31 della Costituzione sulla tutela dell’infanzia e della maternità.

A tentare di risolvere tale anomalia è venuta la legge Finocchiaro, risalente all’8 marzo del 2001, in cui era prevista per le madri condannate (o per i padri, in caso di assenza o morte dell’altro genitore) la possibilità di evitare la detenzione in carcere usufruendo di quella domiciliare o assistenziale. Purtroppo però tutta una serie di vincoli legati a questa opportunità (tra cui la condizione di aver scontato almeno un terzo della pena – o, nei casi di ergastolo, quindici anni – e la riserva che non si verifichi il pericolo di commettere ulteriori delitti) hanno reso la legge quasi del tutto inapplicata, oltre che fortemente discriminante nei confronti delle detenute rom e straniere, i cui reati (spesso legati alla prostituzione, all’uso di stupefacenti o alla condizione di nomadismo) comportano un alto tasso di recidiva.

Lo spirito dell’attuale proposta di legge, al contrario, era proprio quello di far prevalere una garanzia nei confronti dei bambini, ancor prima che delle madri, ed in questo senso si muovevano i tanti emendamenti presentati dalla stessa onorevole Bernardini, cui la quinta Commissione al Bilancio ha dato un parere contrario perché “suscettibili di determinare nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica”. Così non è stato, e se è vero che è possibile registrare un miglioramento minimo nei confronti della legge n. 40, è altrettanto innegabile che il risultato effettivo è più propagandistico che concreto.

La proposta, così com’è stata approvata, consta di cinque articoli: il primo dei quali riguarda le misure cautelari alternative alla detenzione carceraria; il secondo la possibilità di visita in ospedale al minore infermo; il terzo i vincoli riguardanti la detenzione domiciliare e quella nelle case famiglia protette; il quarto l’individuazione, da parte del Ministero della Giustizia, delle caratteristiche tipologiche delle stesse case famiglia; e il quinto, in ultimo, la copertura finanziaria.

Ciò che desta sospetto, o quanto meno perplessità – oltre all’uso insistito di formule come “può”, “ove”, “ove istituito”, che lasciano in ultimo sempre al magistrato di sorveglianza l’opportunità di scegliere, in relazione anche ai posti disponibili e alle possibilità delle finanze pubbliche, quando destinare una donna alla custodia domiciliare e quando no -, è anche il mantenimento della norma per la quale alle donne condannate per i delitti indicati dall’articolo 4-bis dell’ordinamento penitenziario non è possibile usufruire della possibilità di espiare un terzo della pena (o, in caso di ergastolo, quindici anni) presso un istituto a custodia attenuata o presso la propria abitazione.

Il diritto del bambino, ancora una volta, passa in secondo piano rispetto a delle effimere quanto propagandistiche esigenze di sicurezza. Ancora peggio, la norma che alza l’età in cui è possibile per il bambino convivere con la madre da tre a sei anni, se in un’ottica in cui fosse stata data a tutte le madri detenute la possibilità di evitare la custodia carceraria sarebbe stata assolutamente positiva, in questo caso rischia di rivelarsi un vero e proprio boomerang per il bambino, che si troverebbe a scontare ancora più anni in carcere senza aver commesso alcun reato.

Tutto questo sarebbe stato assolutamente evitabile con la semplice approvazione degli emendamenti proposti da Rita Bernardini. Non posso fare a meno di chiedermi le motivazioni che hanno determinato una decisione di voto contrario da parte delle fila del Partito Democratico, da cui pure si erano levati diversi applausi alla conclusione del suo intervento in aula.
Uno spiraglio, comunque, resta aperto: manca ancora l’approvazione al Senato. Si spera che per allora si portino avanti delle proposte emendative che si facciano carico di migliorare un testo che attualmente poco toglie e poco aggiunge alle norme attualmente in vigore, e che l’opposizione, soprattutto, riesca a fare fronte comune nel votarle.

18 febbraio 2011

Fonte: susanna.diebrucke.it

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One comment on “Detenute madri, ddl approvato alla Camera
  1. […] continueranno a restare all’interno delle carceri. Bisogna agiungere, come evidenzia bene Susanna Curci, che coloro con esigenze cautelari di “eccezionale rilevanza”, come nel caso di […]

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Classe 1984, nata e cresciuta a Roma, a Siena mi sono laureata in scienze economiche, sono stata con l’Erasmus in Germania, il Socrates in Francia, e con una Borsa di Studo negli USA a New York per seguire per 6 mesi il PhD in Economics; parlo italiano, inglese e tedesco, provo ad imparare l’arabo ed il portoghese.

L’Italia è il Paese in cui ho scelto di vivere per tutta la mia vita e che amo profondamente, anche se mi piacerebbe migliorarlo.

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