Dignità? Una battaglia che non è la mia

Il Confronto sulle donne e la manifestazione del 13 Febbraio

di ANNALENA BENINI

 

Annalena Benini

Caro direttore,
oggi ci sarà anche il sole e sarà una manifestazione bellissima, colorata, piena di facce meravigliose e di indignazione appassionata. Ma non sarà la mia manifestazione (molte mie amiche ci vanno, per allegria e indomabile femminismo, e saranno tutte dietro lo striscione delle prostitute, con l’ombrellino rosso e qualche strana maglietta, per salvarsi dalla pericolosissima distinzione fra ragazze per bene e ragazze per male). Non lo sarà perché non ho una dignità ferita da curare o da mostrare nella sua purezza, non lo sarà perché la figura peggiore, in questa storia, la fanno gli uomini, anche se sono bravissimi a fingere di non esserci, o a dire frasi con aspirazioni femministe ma abbastanza patetiche.

La femminista e storica del movimento delle donne Anna Bravo ha scritto una illuminante lettera agli uomini, sul manifesto di ieri: «Vorrei almeno sapere cosa avete in mente quando, oggi, parlate di donne. Per esempio, io non riesco a vedere una differenza qualitativa fra il dire “le nostre mogli, le nostre compagne, le nostre amiche, le nostre figlie (…) che conosciamo e rispettiamo”, e il dire: “tutte puttane, tranne mia mamma e mia sorella”».

Ecco, avessi letto o ascoltato (ma non nelle chiacchiere fra amici e mariti, che sono sempre molto sincere ma mai pubblicabili) una riflessione vitale degli uomini sulle relazioni maschi/femmine, senza il pietoso tentativo di scaricarci addosso qualche colpa da lavare fingendo di difenderci, mi sarei entusiasmata, avrei pensato che gli anni Cinquanta sono davvero finiti, ma non è successo, quindi parlo solo per me. Io non mi sento offesa in quanto donna dalle ragazze di Arcore, non credo che quel che faccio e di cui sono fiera (lavorare, stare con i miei figli, essere innamorata, andare al cinema, all’asilo, a fare la spesa, sentirmi stremata a volte), venga oltraggiato o sciupato perché ci sono ragazze che scambiano sesso con denaro o favori con i potenti e, come si avverte dalle conversazioni telefoniche spiate, ne sono parecchio consapevoli.

Non è divertente, non è bello, non è affatto un buon esempio, non è il tipo di donna che vorrei essere e non è la figlia che vorrei crescere, ma è libertà, è letteratura, è soggettività ed è vita. Negli appelli ho letto cose che d’istinto, da figlia delle femministe di allora, ho sentito vecchie e tristi. «Le altre donne», «Se non ora, quando?» (quando lessi il libro di Primo Levi, credo vent’anni fa, ammirai la potenza di quella reazione, e oggi rivendico lo scandaloso diritto di ridere di una manifestazione anti Berlusconi che si intitola come la lotta dei partigiani ebrei russi e polacchi contro il nazismo).

Anche «la maggior parte delle donne italiane non sono in fila per il bunga bunga» non mi piace: è così evidente, e allora? Devo mettermi una sciarpa bianca in segno di lutto per far vedere che non sono una prostituta e che sono scandalizzata che esistano le prostitute e le olgettine e le ragazze con i labbroni a canotto? Non ci riesco, e forse mi annoio anche. Ma conosco il dibattito di questi giorni, ho intervistato io stessa per il Foglio molte signore mai banali sul tema, e so che quando ci sono di mezzo le donne le cose cambiano sempre, si muovono, si evolvono. So e spero che le ragazze oggi in piazza non cadranno nello sbaglio: donne contro donne, puttane e spose, per bene e per male, con dignità e senza dignità. Sarebbe una miseria troppo grande per una donna, sarebbe un grigiore rancoroso che non è femminile (su Facebook ci si cambia la foto del profilo per sentirsi più dignitose, ma io non mi sento meno dignitosa di Maria Montessori o di Virgina Woolf, davvero: penso che le nostre vere facce possano bastare).

Quella di oggi sarà quindi una manifestazione contro il presidente del Consiglio, per chiederne le dimissioni. Molte femministe, che trent’anni fa si erano giurate di non fare mai più politica usando a pretesto le donne, adesso sono arrabbiate, sentono che la strumentalizzazione è pronta. Usare le bellissime facce delle donne per cacciare Silvio Berlusconi. Nemmeno questo è esaltante, in effetti: vorrei che Silvio Berlusconi venisse sconfitto da un’alternativa potente, da qualcosa di entusiasmante, da un progetto in cui credere (nel momento in cui accadrà, Berlusconi scomparirà in un attimo, perché non sarà più nei nostri pensieri), ma non dal giudizio morale sulle notti (per me, patetiche) con il Sanbitter e la mentina. Vorrei che ci convincessimo, tutte, ma in particolare quelle molto più giovani di me, che il mondo è nostro e lo vogliamo tutto. E ce lo possiamo prendere.

13 febbraio 2011

Fonte: www.corriere.it

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Classe 1984, nata e cresciuta a Roma, a Siena mi sono laureata in scienze economiche, sono stata con l’Erasmus in Germania, il Socrates in Francia, e con una Borsa di Studo negli USA a New York per seguire per 6 mesi il PhD in Economics; parlo italiano, inglese e tedesco, provo ad imparare l’arabo ed il portoghese.

L’Italia è il Paese in cui ho scelto di vivere per tutta la mia vita e che amo profondamente, anche se mi piacerebbe migliorarlo.

"E quest’Italia, un’Italia che c’è anche se viene zittita o irrisa o insultata, guai a chi me la tocca." (O. Fallaci)

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