Le donne e il testimone che non è stato passato

Il Confronto sulle donne e la manifestazione del 13 Febbraio

di DANIELA MONTI

Silvia Vegetti Finzi, Silvia Avallone

«Non avete voluto seguirci. Pensavate di essere al sicuro, poi vi siete accorte che, al primo figlio, il vostro posto di lavoro traballa, la carriera si ferma ». «E voi? Ubriache del “tutto è possibile”, della “creatività al potere”, siete diventate madri e padri in difetto di responsabilità, vi siete separati, avete messo in ombra la professione». «Le più generose fra noi si sono buttate senza calcolare i costi personali e familiari… ». «Il risultato è che siamo una generazione senza orizzonti precostituiti e dobbiamo inventarceli noi, partendo da un presente avvitato su se stesso. E intanto intorno le fabbriche chiudono, le ricerche non vengono finanziate… ».

È anche nostra la colpa? Nostra di donne, nostra di uomini: la questione riguarda tutti. Ma qui sono le donne a parlare. Allora, è anche nostra la colpa? Intendendo per «colpa» quello che Anna Bravo, citando Jean Amery, scrive sul sito donnealtri.it: non un’ipotetica colpa generica ma la somma delle azioni e omissioni che hanno contribuito al collasso della morale pubblica nel nostro Paese, a ingessare la società togliendo fiato (e lavoro) ai giovani, al riemergere di modelli svilenti di rapporto fra i sessi, con il dubbio che possano essere più radicati di quanto si abbia il coraggio di ammettere.

«Le discriminazioni nei luoghi di lavoro e la riproposizione di vecchi stereotipi femminili mi lasciano interdetta perché non riesco a non vederli come retaggi violenti di un passato che non ha più ragione di essere — dice Silvia Avallone, 26 anni —. Il punto critico è lo discrepanza tra la nozione libera che io e le mie coetanee abbiamo di noi stesse e la possibilità di esercitarla concretamente». A discutere con lei c’è Silvia Vegetti Finzi, 72. Due Silvie scrittrici e un’attualità che entrambe vorrebbero diversa. Voci di due generazioni che hanno smesso di parlarsi e che provano a riannodare il dialogo.

Vegetti Finzi: «Sabato scorso, alla manifestazione in piazza della Scala a Milano, dedicata a Un’altra storia italiana è possibile, una ragazza di cinquant’anni, buttandomi la braccia al collo, ha esclamato: “Anche lei qui!”. Avrei potuto dire altrettanto di lei. Per anni noi femministe abbiamo aspettato che le figlie ci seguissero nei cortei, partecipassero alle riunioni, scrivessero sui nostri giornali, ma erano presenze improvvise, sussultorie, inconcludenti. Non siamo riuscite a passare il testimone, questa è stata forse la nostra “colpa”, se di colpa si può parlare: ma non credo. I movimenti sono per loro natura ingovernabili e come nascono si dissolvono; i più ottimisti dicono che le loro radici rispunteranno più tardi e più in là. Forse è vero».

Avallone: «La vostra generazione ci ha lasciato molto più di un testimone: una condizione nuova da cui partire. Ciò che è andato perduto è l’orizzonte: quello ampio, collettivo, del rinnovamento generale. Abbiamo dovuto rinunciare all’astratto per l’urgenza del concreto: il mondo reale che abbiamo ricevuto in eredità, a fronte delle idee di emancipazione ed eguaglianza, fa acqua da tutte le parti. La disoccupazione giovanile sfiora il 30% e dai mass media non passano tanto analisi e soluzioni, quanto l’invito alla distrazione. Un bombardamento di immagini spesso fasulle in luogo delle storie e dei contenuti».

Quale vita immaginavate per le vostre figlie, Vegetti Finzi: questa?
«Negli anni Settanta l’interesse delle donne “realizzate” si concentrava sull’inconsapevole complicità con il potere maschile, sulla necessità di “partire da sé” e di guardare il mondo con uno sguardo femminile. Ma le giovani, forti della raggiunta emancipazione, non ci hanno seguite, non ne sentivano il bisogno. Rispetto ai coetanei erano migliori a scuola, si laureavano in maggior numero e prima, i genitori le educavano come i fratelli, e alcune scalavano professioni ritenute tradizionalmente maschili. Non sapevano che quei diritti sono stati conquistati con dure battaglie politiche e che potevano essere facilmente perduti».
Avallone: «Ma le mie coetanee non ignorano lo sforzo, il sacrificio, e i costi che stanno dietro a diritti che oggi diamo per acquisiti. Non possono ignorarlo perché quei diritti, nella loro effettiva concretezza, vacillano».

Che cosa è rimasto nella vostra generazione, Avallone, dell’esperienza delle vostre madri?
«Sono cresciuta dando per scontato di avere le stesse opportunità di chiunque altro, e con la ferma convinzione che l’istruzione e poi il lavoro costituissero l’unica strada per costruirmi un’identità solida. Mia madre non mi ha mai detto: devi sposarti e avere dei figli per diventare adulta. Mi ha ripetuto, invece, che dovevo studiare e trovarmi un’occupazione che mi rendesse indipendente. Questa parola, “indipendenza”, mi è sempre stata detta con un tono particolare, il tono di ciò che è veramente importante. Non ho mai sentito, sulla mia pelle, un difetto di libertà».

Come rimettere insieme i pezzi?
Silvia Avallone: «Per me la “questione femminile” non va più posta nei termini teorici di “cosa le donne potrebbero diventare” e di “quali spazi tradizionalmente maschili le donne possono occupare” perché le conquiste del passato hanno già dimostrato che una donna non ha un limite nel suo potenziale. Una nuova questione femminile si pone nella realtà della prassi, nella concretezza di un licenziamento che piove su una lavoratrice incinta. È la distanza tra le conquiste della coscienza e le condizioni reali a dover destare allarme».
Vegetti Finzi: «Ora vedo sempre più donne incontrarsi in Rete e in loro scorgo le tracce del movimento in cui ho creduto, sento riemergere parole che sembravano perdute. Escono dal privato per dire “noi” e costruire, senza volerlo e talora senza saperlo, un nuovo “soggetto donna”».
Avallone: «Però io quando penso a un “noi” non penso soltanto alle donne della mia generazione, ma anche agli uomini che vedo ugualmente avviliti e indignati di fronte alle stesse discriminazioni. Non si è mai creata una divisione dei compiti. C’è, semmai, una frattura profonda con quelli che dovrebbero essere i nostri esempi: vedere una donna che riceve un diverso salario rispetto a un collega di sesso maschile, o ancora prendere atto dell’uso spregiudicato con cui l’immagine della donna passa in televisione, risulta inammissibile anche per i miei coetanei uomini. Queste prassi, che la mia generazione non ha inaugurato, non le percepiamo affatto come “normali” a fronte di una parità tra i sessi che invece nessuno di noi metterebbe mai in discussione. Tocca a noi, allora, rendere efficace una conquista del passato contro una prassi discriminatoria che continua imperterrita, anch’essa dal passato. Per fare questo, dobbiamo anzitutto poterci inserire a pieno nel tessuto produttivo e culturale. Cosa non semplicissima visti i blocchi delle assunzioni, e la farraginosità dei turn over».
Vegetti Finzi: «Come abbiamo potuto arrivare a questo punto? È mancato il ricambio generazionale, le giovani si sono staccate dalla generazione precedente quando hanno constato l’infelicità delle loro mamme. Molte hanno tentato una strada diversa — il lavoro, la cultura, la competizione, il successo — ma per definizione primeggiare non è da tutti. E per uno che vince molti perdono. Ripensare parole collettive, come la sorellanza e l’affidamento tra donne, la solidarietà, il gruppo, il sentimento di appartenenza, mi sembra una prospettiva più sicura. Gli uomini non sono necessariamente i nostri peggiori nemici, ma in tempi di crisi possono anche diventarlo ».

3 febbraio 2011

Fonte: www.corriere.it

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Pubblicato su Pari Opportunita', Società

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Classe 1984, nata e cresciuta a Roma, a Siena mi sono laureata in scienze economiche, sono stata con l’Erasmus in Germania, il Socrates in Francia, e con una Borsa di Studo negli USA a New York per seguire per 6 mesi il PhD in Economics; parlo italiano, inglese e tedesco, provo ad imparare l’arabo ed il portoghese.

L’Italia è il Paese in cui ho scelto di vivere per tutta la mia vita e che amo profondamente, anche se mi piacerebbe migliorarlo.

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