Il moralismo delle “donne che dicono no”

Il Confronto sulle donne e la manifestazione del 13 Febbraio

di SUSANNA CURCI

Partiamo dal principio: eravamo a cavallo tra il 2008 e il 2009, e nei dibattiti pubblici impazzava la discussione sul ddl Carfagna.

Il disegno di legge messo a punto dal Ministero delle Pari Opportunità, che inaspriva pesantemente le pene per le lucciole, per i clienti e per lo sfruttamento della prostituzione al grido di “sicurezza e decoro”, infatti, divideva profondamente gli animi fra i sostenitori accaniti della “pulizia delle strade” (normalmente coincidenti con i sostenitori del Governo Berlusconi) e chi, al contrario, ne valutava l’inefficienza e il sostanziale peggioramento delle condizioni per le donne, a causa di un ulteriore insabbiamento della differenza tra lavoro volontario e sfruttamento. Al ddl Carfagna fu contrapposto quasi immediatamente il ddl dei senatori radicali Poretti e Perduca,  che si muoveva in una direzione completamente opposta: regolamentazione della prostituzione come attività lavorativa; attenzione ai controlli igienico sanitari; emersione della prostituzione volontaria, e conseguente lotta a quella coatta; condanna del reato di prostituzione in luogo pubblico, introdotto appunto dal disegno di legge presentato dal ministro Carfagna.

Mai ci si sarebbe attesi, a poco più di un anno di distanza, che i ruoli si invertissero in modo così brusco.

Se da un lato, infatti, a causa degli scandali che hanno coinvolto Silvio Berlusconi, si è fatto in modo di archiviare in fretta ogni ipotesi di aggravamento dei reati legati alla prostituzione e si è stravolto il pensiero liberale a proprio uso e consumo, dall’altro si è registrata un’ondata di moralismo conservatore che, dimentico delle innovative proposte di legge sul tema della prostituzione, dimentico del più basilare concetto di diritto individuale, ha fatto in modo che ci si gettasse a capofitto in un una campagna mediatica improntata sui temi della “decenza”, della “dignità”, e del “decoro”.

La questione, che agli occhi dell’elettore appare molto più semplice di come la dipingono giornali e talk show di ogni parte, è la seguente: Berlusconi è accusato di essere a capo di un giro di prostituzione minorile. Se sia vero o no non è particolarmente importante: la cosa più naturale è che si presenti in Procura e che dimostri la sua innocenza in Tribunale. Con tutto questo il tema della “dignità della donna” c’entra poco, c’entra poco anche il tema del decoro che deve mantenere un rappresentante pubblico (il decoro ha diversi limiti a seconda di chi lo invoca, e così riesce facile ai giornali asserviti gettare fango su Vendola o su Ilda Bocassini per questioni di rilevanza assolutamente nulla). C’entra solo che una persona, che in più ricopre una carica pubblica di una cera rilevanza, è indagata per un reato, e che è bene che risolva la questione con gli organi di competenza, piuttosto che in televisione.

Purtroppo, al contrario, si è deciso di cavalcare l’onda dell’indignazione morale. Da più di una settimana su internet e nelle piazze si è fatta sentire la voce delle “donne che dicono NO!“: un gruppo che dice no alla mercificazione dei corpi e al sistema di compravendita delle donne (dunque “no” alla prostituzione?), che si riconosce a parole nelle libertà individuali, ma che ha la presunzione di definire le donne di ieri e di oggi attraverso l’etichetta di un “valore morale” ben preciso. Sull’esempio dell’indignazione in rete si sono mossi anche i maggiori media: Giulia Innocenzi, militante radicale e volto femminile del programma di Santoro, si comporta da “mamma chioccia” nei confronti di Nicole Minetti, scrivendole una lettera a metà strada tra i toni pietosi e contriti di una suorina e  i giudizi perentori di una maestra bacchettona; la redazione di Valigia Blu, movimento giornalistico fondato da Arianna Ciccone, porta avanti manifestazioni e proclami “per la dignità delle donne e il rispetto dei cittadini“; persino la redazione de l’Unità sembra aver perso di vista il punto principale, tutta presa com’è dall’oltraggio pubblico di un Presidente del Consiglio che va a prostitute.

Intanto, mentre proprio per oggi a Milano è prevista una manifestazione femminile per “ridare dignità all’Italia”, quasi nessuno si occupa o si preoccupa delle prostitute volontarie (saranno donne anche loro?) che da tempo richiedono un riconoscimento dei loro diritti. Quasi nessuno presta attenzione al fatto che una marea di ragazzine si prostituisce oggi volontariamente nelle scuole per ottenere in cambio poco più di una borsetta o di una ricarica telefonica. A nessuno importa che Nicole Minetti sia stata eletta attraverso una lista irregolare, e che il primo a dimettersi dovrebbe essere proprio Formigoni, che quella lista l’ha compilata.

Insomma, questa “caccia alla prostituta”, più che un movimento progressista, ricorda tanto nei suoi tratti più marcati il gruppetto delle bizzoche simpsoniane che periodicamente protesta in piazza contro questo o quell’oltraggio al pubblico pudore. Sarebbe il caso di tornare a pensare ai problemi seri di un Paese che presto o tardi, continuando su questa china, raggiungerà un punto di non ritorno, e smetterla di focalizzarci sempre e unicamente sulla forma più becera di pettegolezzo mediatico e politico.

29 gennaio 2011

Fonte: susanna.diebrucke.it

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Pubblicato su Pari Opportunita', Società

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Classe 1984, nata e cresciuta a Roma, a Siena mi sono laureata in scienze economiche, sono stata con l’Erasmus in Germania, il Socrates in Francia, e con una Borsa di Studo negli USA a New York per seguire per 6 mesi il PhD in Economics; parlo italiano, inglese e tedesco, provo ad imparare l’arabo ed il portoghese.

L’Italia è il Paese in cui ho scelto di vivere per tutta la mia vita e che amo profondamente, anche se mi piacerebbe migliorarlo.

"E quest’Italia, un’Italia che c’è anche se viene zittita o irrisa o insultata, guai a chi me la tocca." (O. Fallaci)

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