Autorevolezza al femminile

Il Confronto sulle donne e la manifestazione del 13 Febbraio

di LUISA PRONZATO

Sono appena tornata dalla questura. Ho testimoniato come «persona informata dei fatti» per una denuncia di abuso sessuale tra le mura domestiche di fronte a un uomo e a una donna. Lui, un ragazzo, raccoglie la mia testimonianza. È un biondino, un po’ arruffato. Gentile. Linguaggio ancora burocratico quando scrive ma preparato quando parla e chiede. Grande capacità di sintetizzare il mio racconto partecipato e confuso. La differenza di ruolo con l’ispettore (lei) è immediata. La scrivania di lui è un po’ più piccola di quella della signora. Ed è (mi dico retaggio di antiche gerarchie) di mezzo centimetro più bassa di quella della signora. Quel mezzo centimetro che dice i ruoli al primo sguardo. La stanza della dottoressa mi ha mostrato un esempio di autorevolezza al femminile. Ce ne saranno pure altri ma in questa stanza di polizia ho sentito come una donna può «gestire il potere».

L’ISPETTORE VUOLE – Lei è molto bella. Di una bellezza matura, con i capelli ricci e ispidi lunghissimi. Li porta raccolti, ogni tanto li libera. Sulla parete diversi attestati di partecipazione ad aggiornamenti su abusi sessuali, violenza sulle donne. Davvero tanti. Sulla stessa parete sono incorniciati disegni infantili (la dottoressa non ha la vera, noto), alcune stampe di cartoon, e sue foto in muta e bombole, mentre esce da un’immersione. Di fronte a lei orsetti, pecorelle e paperini, un angolo di peluches, simpaticamente composti. La stanza è di quelle scrostate o mal restaurate degli stabili delle istituzioni. Non ci si sta male, però. Per tutta la mia deposizione, la dottoressa è rimasta in silenzio. Leggeva. Credo studiasse documenti di storie assurde come quella su cui io stavo testimoniando. La scena, se così vogliamo chiamarla, resta al suo collaboratore. L’ispettore si rivolge a me solo per una breve, quanto partecipata, battuta. E, di una brutta cosa che stavo raccontando, dice: «Non è rara come si pensa, ne ho conosciuto altre». Dice «Ne ho conosciuto», portando se stessa nella storia. Poco più tardi, al telefono, chiede a un collaboratore di chiamare i colleghi usciti con le auto. «Digli che ho detto…». Si interrompe. E aggiune a mezzo tono: «Dì proprio così». E riprende con il tono della voce: «Dì che l’ispettore (nome) vuole che lavino le auto. E chi non lo fa, deve darne una coerente giustificazione». Vuole. L’ordine è chiaro. E per darlo, l’ispettore cambia registro. E poi torna con gli occhi sulle sue carte e a muovere i suoi bellissimi capelli. Non so quanto naturale sia per l’ispettore. Quanto ci sia di addestramento di polizia. Quanta fatica abbia fatto per ottenere quel tono. L’ispettore il «potere» lo gestisce, eccome. In un mondo maschile. Con la capacità di passare tra i registri di voce e comportamento.

1 febbraio 2011

Fonte: www.corriere.it

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Pubblicato su Pari Opportunita', Società

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Classe 1984, nata e cresciuta a Roma, a Siena mi sono laureata in scienze economiche, sono stata con l’Erasmus in Germania, il Socrates in Francia, e con una Borsa di Studo negli USA a New York per seguire per 6 mesi il PhD in Economics; parlo italiano, inglese e tedesco, provo ad imparare l’arabo ed il portoghese.

L’Italia è il Paese in cui ho scelto di vivere per tutta la mia vita e che amo profondamente, anche se mi piacerebbe migliorarlo.

"E quest’Italia, un’Italia che c’è anche se viene zittita o irrisa o insultata, guai a chi me la tocca." (O. Fallaci)

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