Come le donne, dico no

Il Confronto sulle donne e la manifestazione del 13 Febbraio

di MIRKO PAGLIAI

Come le donne, io dico di no; e cioè in altri termini aderisco – seppur simbolicamente – a quel dissenso che le accompagnerà in piazza a manifestare il 13 febbraio. È però doverosa maggiore chiarezza, perché l’adesione di un singolo (come il sottoscritto, come chiunque altra, come chiunque altro) non può equivalere sistematicamente alla condivisione in toto delle singole motivazioni che ogni singolo individuo (uomo o soprattutto donna che sia) porterà con la propria adesione. Spero mi sarà concessa questa facoltà, spero cioè di poter dissentire da alcuni obiettivi che altri attribuiscono all’iniziativa del 13, altrimenti – è chiaro – non potrei più aderire a nulla.

Nonostante l’argomento sia molto complesso, come è complessa al giorno d’oggi qualsiasi discussione che riguardi in qualche modo il rapporto tra il genere femminile e la società moderna, soprattutto quella correttamente assunta come società maschilista, voglio comunque esprimermi perché le osservazioni mosse da Susanna sul suo blog sono più che legittime, direi che sono ancor meglio e innanzitutto sacrosante. E dunque desidero entrare nel merito della discussione partendo da queste.

È sì insopportabile come sia questo moralismo della domenica a muovere il grosso delle adesioni registrate: primo perché il problema alla radice è molto più grave e rischia così di passare inosservato (e credo che qualcuno o meglio qualcuna dovrebbe rendersi conto che è proprio questa la speranza del nemico: fare il suo gioco), a beneficio di questioni più superflue, come è il desiderio di una società con maggiore pudicizia, per il sottoscritto poco interessante (e scusate la presunzione); secondo perché il moralismo, già di per sé di peso ininfluente, diventa ridicolo se non trattato con le dovute coerenza e impegno.
Infatti: davvero si crede che sia stato Silvio Berlusconi a disegnare l’immagine della moderna donna italiana, oppure quest’uomo ha solo mostrato il ritratto che a priori (rispetto a lui) ha stabilita la nostra società – io, noi, voi, loro – e che lui (questa la sua insufficienza) ha semplicemente fatto proprio? È lui oggi il padrone della donna in Italia, o morto un Papa se ne farà comunque un altro? La misura è stata colmata solo da quest’uomo, oppure anche noi, nella somma de “il nostro piccolo”, vi abbiamo partecipato forse non proprio nella stessa quantità, ma comunque con la stessa superficialità e stesso spirito d’iniziativa?
Potrei chiedere ad ognuno di voi, ad esempio, se ha mai visto un film porno, se ha mai visto uno di quei programmi televisivi a base di culi e tette, se ha mai fatto un commento sguaiato e un po’ scurrile su una ragazza dalle “curve da sballo” che gli è passata di fronte. E così via. Chi non ha mai fatto una di queste? Potrei chiedervelo, dicevo, tanto per rendere l’idea, ma non sto scrivendo per determinare tanto, tutt’altro.

Non sarà la caduta di Berlusconi a risollevare l’immagine della donna italiana. Per carità, auguriamocelo! Ma non facciamoci false speranze.
Né tanto meno possiamo essere noi (società) a stabilire come le donne, come ogni donna debba disporre del proprio corpo, quale uso è lecito farne e quale è invece sconveniente. Non possiamo, in altri termini, dividere le donne tra donne per bene e donne-puttane.
D’altronde, chi siamo noi per stabilire quale donna è migliore di altre, peggio sulla base dell’uso che queste fanno di una libertà personale? E chi siamo noi per stabilire come va giustamente esercitata una libertà personale?

Chiariamo subito una cosa: etica, morale e costume qui c’entrano poco, probabilmente non c’entrano proprio nulla. È piuttosto una questione di mera, semplicissima e banale logica. L’uso del proprio corpo è una libertà personale, come appena accennato: se noi – peggio nel momento in cui, probabilmente, siamo in maggioranza – stabiliamo come è giusto e come è sbagliato utilizzarlo, se poi peggio puntiamo l’indice contro chi (nel giudizio che abbiamo appena stabilito) ne fa quindi un uso sbagliato, automaticamente non si può più parlare di una libertà personale.
In sintesi, secondo logica non è possibile applicare un indirizzo morale a una libertà personale. Piuttosto si scelga: o è una libertà personale, oppure applichiamo detto indirizzo e però non la considereremo più come detta libertà. È lo stesso principio alla base della libertà sull’aborto, a voi tanto cara: inutile garantirla e contemporaneamente aggiungere un “però”.

Se invece vogliamo parlare di politica, sarò franco e diretto: mi preoccupano più gli obiettivi di Umberto Bossi che le aspirazioni di Nicole Minetti; come mi preoccupa più l’onestà intellettuale di molti parlamentari del curriculum di Mara Carfagna. Semplice, anche qui non è una questione di etica o morale, ma di priorità.

Se dunque non condanno questa situazione, allora perché «come le donne» anche io «dico di no»? Il peccato, dal mio punto di vista, risiede altrove.
Non – come ho spiegato – nelle donne che decidono (liberamente) di vendersi, ma nell’idea ormai diffusa e consolidata che questa sia l’unica strada affinché si possa conseguire successo nella vita; non – come ho spiegato, e attenzione che sono due cose analoghe ma diverse – nei media che diffondono immagini di donne che decidono (ancora liberamente) di vendersi, ma nella constatazione di come questa sia ormai l’unica immagine diffusa e da diffondere; non perché – ancora – l’esperienza fin’ora ha mostrato che, sì, vendersi è una strada per raggiungere il successo, ma perché tutte le istituzioni (scuola e istituzioni politiche in testa) non sono più all’altezza di mostrare alternativa per le più giovani.
E badate, seppur sia sbagliato stabilire cosa è giusto e cosa è sbagliato, nell’ultimo caso la scuola è comunque tenuta a indicare la strada dello studio come la strada migliore, anche solo per amor proprio anziché per dimostrazione morale o scientifica che sia.

Per questi motivi aderisco, pur essendo uomo, per quel che può contare. Dalle donne cosa mi aspetto? Vorrei che il 13 non scendessero in piazza per mettersi l’una contro l’altra, per stabilire tra di loro chi è migliore di chi, chi è più morale di chi. Per mettere da una parte quelle che “la danno” (scusate il francesismo) con maggiore discrezione e dall’altra quelle che “la danno” senza inibizioni. Per vedere chi è puttana e chi è una santa.
Anche perché, ricordate – uomini e donne che siate – che è sempre facile processare la vendita in pubblico, tacendo poi delle compra-vendite cui si assiste (se non peggio si partecipa!) nella riservatezza del privato.

Vorrei, in definitiva, che non scendessero in piazza per (lo so, sono ripetitivo) stabilire quale immagine di donna sia migliore, ma che lo facciano, e lo facciano ancora una volta, contro una società maschilista che a tutt’oggi continua a chiedere loro una e una sola immagine: che poco importa se è migliore o peggiore… migliore o peggiore di chi? Di cosa?
Importa solo che è quella che fa più comodo all’essere maschile. E non solo “sessualmente parlando”.

5 febbraio 2011

www.mirkopagliai.it

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Pubblicato su Pari Opportunita', Società

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Classe 1984, nata e cresciuta a Roma, a Siena mi sono laureata in scienze economiche, sono stata con l’Erasmus in Germania, il Socrates in Francia, e con una Borsa di Studo negli USA a New York per seguire per 6 mesi il PhD in Economics; parlo italiano, inglese e tedesco, provo ad imparare l’arabo ed il portoghese.

L’Italia è il Paese in cui ho scelto di vivere per tutta la mia vita e che amo profondamente, anche se mi piacerebbe migliorarlo.

"E quest’Italia, un’Italia che c’è anche se viene zittita o irrisa o insultata, guai a chi me la tocca." (O. Fallaci)

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