Mia nonna votava fascista

di MIRKO PAGLIAI

Mia nonna votava fascista, come d’altronde faceva anche mio nonno. E proprio perché parliamo di mia nonna, capirete che stiamo parlando del dopo-guerra. A quel tempo erano entrambi braccianti di un proprietario terriero locale: un modo più elegante (lo era allora come lo sarebbe oggi) per dire che erano due servi della gleba, trattati dal proprio padrone al pari di una qualsiasi merce, come sua proprietà privata.

Sotto campagna elettorale, sui campi dove lavoravano dall’alba al tramonto, si presentava il capobastone di turno al servizio del proprietario terrerio. Brandendo il suo bastone di frassino andava giù di mazzate sulla schiena di questo e di quest’altro bracciante, per poi spiegare loro: «tu fai una piega sull’angolo in basso a destra della scheda elettorale, tu fai un piccolo strappo in alto al centro, tu fai un piccolo puntino sotto il simbolo del partito. Che poi allo spoglio delle schede c’è uno dei nostri che controlla scheda per scheda e vediamo chi non ha votato fascista, lo fracassiamo di mazzate e poi lo mandiamo a casa».
Le mazzate poi arrivavano comunque e indistintamente a tutti e a più e più riprese, prima del voto, dopo il voto anche a chi aveva eseguito gli ordini e persino a distanza dalla campagna elettorale. L’obiettivo era quello di ribadire con constanza quali fossero i ruoli, chi era il servo e chi il padrone. Semmai qualcuno se ne fosse dimenticato.

Erano altri tempi. Si pensi che il più istruito del gruppo di braccianti era mio nonno, dall’alto della sua quinta elementare: i più si erano infatti fermati appena alla seconda, proprio come aveva fatto mia nonna. Nella difficoltà non di arrivare a fine mese, ma persino alla metà e tirando avanti a farina e patate, anteponevano la propria sopravvivenza fisica a qualsiasi etica o valore.
Nella loro incolpevole ignoranza non capivano che comunque sarebbero andate le cose e qualunque cosa avrebbero fatto, il trattamento di conseguenza sarebbe stato sempre lo stesso: cercavano di obbedire per inerzia, più che per evitare la punizione. D’altronde – pensavano – essendo servi non potevano fare peggio. Né ancora avevano gli strumenti culturali necessari per portare avanti anche la più timida forma di ribellione: in vero non erano nemmeno capaci di accarezzare quell’idea, e mai li sfiorò.

Questa storia andò avanti per lungo tempo, più di un decennio. Finché i loro figli – alcuni raggiunta la maturità liceale, altri tornati dall’università – non mostrarono troppe rimostranze nel denunciare pubblicamente quella situazione, che di lì a poco si sgretolò con estrema naturalezza e divenne soltanto un ricordo.
Arrivò il giorno in cui furono liberi di votare secondo proprio giudizio. La maggioranza di loro passà tra le file della Democrazia cristiana o del Partito comunista, storicamente influenti dalle loro parti. Sì, a quel tempo la democrazia già esisteva, l’Italia era già una Repubblica, la libertà di voto era già stata formalmente riconosciuta, ma – se chiedete a chi ha ancora memoria di quei tempi – la realtà locale, quella delle province meridionali, era ancora molto diversa, in molti casi del tutto immutata.
Era quello solo il voto dei braccianti, di quelli che avevano imparato appena appena a scrivere il proprio nome per assolvere alla burocrazia di rito. Era un voto probabilmente esclusivamente basato su un’ingenua ignoranza, su certi luoghi comuni, piuttosto che su robuste convinzioni. Un voto probabilmente di poco conto, direbbe qualcuno. Eppure era un voto libero, finalmente e davvero democratico.

Seppur liberi nel voto, comunque vivevano ancora sotto il giogo del padrone, che disponeva ancora di loro come servi. Per questo motivo mio nonno mise insieme un piccolo fagotto di cose, se lo legò a un bastone sulla spalla e partì a piedi in cerca di avventura. Andò prima in Francia, dove avevano appena cominciato a costruire le attuali autostrade, e poi in Belgio, a scavare il fondo di una miniera in cui persero la vita molte persone. Passò molti anni di duro lavoro e di pesante digiuno, tirò la cinghia per risparmiare quanto più gli era possibile. Quando tornò a casa molti anni dopo, provato e consumato da quell’esperienza di emigrazione, aveva raccimolato una modesta quantità di denaro, la giusta per permettergli finalmente di comperare quel piccolissimo pezzo di terra che vedeva ogni giorno percorrendo la strada per raggiungere il campo del padrone.
Fu mio nonno a spezzare quella lunga catena che aveva visto, prima di lui, tutta la sua famiglia ridotta alla servitù: come lui suo padre, e prima suo nonno, e prima ancora il padre di suo nonno.
Prima col voto, poi con la terra, si affrancò dal suo padrone e fu finalmente un uomo libero.

Ed è passato molto tempo da questa storia. Mio nonno è morto qualche anno fa; mia nonna, nonostante la sua età, si alza ancora e tutti i giorni all’alba – come da ottant’anni a questa parte – e ancora si reca a lavorare quello stesso piccolissimo pezzo di terra che aveva comperato mio nonno, con la schiena china sotto il sole e le mani coperte dai calli di chi ha passato la vita con una zappa in mano, ormai un’estensione naturale del proprio corpo.
Di questa e di altre storie simili il ricordo comune è ormai svanito, rimangono solo delle cicatrici appena visibili sulla schiena di mia nonna e, probabilmente, di qualche altro anziano che le nasconde con pudicizia come fa lei.

Mia nonna avrà capito poco di quanto accaduto in questa settimana, probabilmente quasi nulla. Analfabeta, parla solo il dialetto abruzzese, eppure segue con viva attenzione i notiziari in televisione, cercando di carpire – anche solo a grandi linee – la cronaca sciagurata di questo sciagurato Paese.
E non posso non sperare, in piena sincerità, che davvero non abbia capito nulla. Perché già io, che sono nato quando la libertà era già intesa come la intendiamo tutt’oggi, mi sento svilito davanti all’immagine di certi uomini e certe donne pronti a svendere il proprio voto e la propria dignità nel giro di un giorno e al padrone di turno (che sia un proprietario terriero o il proprietario implicito del Parlamento), in cambio degli stessi due soldi di Giuda. Come allora potrebbe sentirsi un’anziana donna che ha aspettato un’intera vita prima di potersi comprare la sua libertà?

16 Dicembre 2010

Fonte: mirkopagliai.it

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Pubblicato su Politica, Società
One comment on “Mia nonna votava fascista
  1. lordbad scrive:

    Eh già! Hai ragione!

    Un bel post davvero oltre che un buon blog ben fatto!

    Però noi pensiamo che sia il caso di attuare una nuova campagna elettorale, una nuova strategia…

    Ti invito se vuoi/puoi a ricambiare la visita sul nostro blog Vongole & Merluzzi dove per l’appunto, nell’ultimo post, uniamo la politica al servizio di igiene…il cesso!

    http://vongolemerluzzi.wordpress.com/2011/02/28/igiene-elettorale/

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Classe 1984, nata e cresciuta a Roma, a Siena mi sono laureata in scienze economiche, sono stata con l’Erasmus in Germania, il Socrates in Francia, e con una Borsa di Studo negli USA a New York per seguire per 6 mesi il PhD in Economics; parlo italiano, inglese e tedesco, provo ad imparare l’arabo ed il portoghese.

L’Italia è il Paese in cui ho scelto di vivere per tutta la mia vita e che amo profondamente, anche se mi piacerebbe migliorarlo.

"E quest’Italia, un’Italia che c’è anche se viene zittita o irrisa o insultata, guai a chi me la tocca." (O. Fallaci)

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