Il comunismo secondo un comunista

di PIERO DI CUOLLO

La credenza più diffusa tra l’opinione pubblica, succube del potere del regime liberale odierno, è quella che associa al comunismo la categoria dell’anacronismo. Anacronistico è, per definizione, ciò che è in contrasto con il suo tempo, e l’aggettivo “anacronistico” viene utilizzato (nella lingua italiana) come qualificazione di una teoria, di una credenza, di un pensiero, di un ideale.

Viene utilizzato, cioè, in riferimento a tutto ciò che il comunismo non è.

A tal proposito è bene citare il padre del comunismo, Karl Marx: “il comunismo, per noi, non è uno stato di cose che debba essere instaurato, un ideale al quale la realtà dovrà conformarsi. Chiamiamo comunismo il movimento reale che abolisce lo stato di cose presenti”. Con queste parole – estrapolate dallo scritto Per la critica dell’economia politica – il pensatore tedesco sintetizza la famosissima scoperta del meccanismo del materialismo storico dialettico, estraneo al 90% dell’opinione pubblica e fondamentale punto di partenza per l’analisi del pensiero marxista.

È importante sottolineare che si tratta di una scoperta, non dell’elaborazione di una teoria.

Non è grazie a Marx che esiste il materialismo storico dialettico, bensì il contrario. Per dirlo in termini matematici: Marx sta al materialismo storico dialettico così come Cristoforo Colombo sta al continente americano.

Il meccanismo della storia agiva nell’ombra dalla notte dei tempi; i comunisti, ed il loro teorico in primis, l’hanno solo portato alla luce.

Ma cos’è quel movimento reale di cui questo grande rivoluzionario parla? Non è altro che il movimento nato in seno alle contraddizioni strutturali della società. Procedendo schematicamente: la struttura economica di una società è costituita dalle forze produttive (forza lavoro, mezzi di produzione, conoscenze tecniche) e dai rapporti di produzione (ovvero i rapporti di proprietà che si stabiliscono durante il processo produttivo). Entrambi costituiscono il “modo di produzione“, che determina una sovrastruttura – vale a dire: i rapporti giuridici, le forme dello Stato, le dottrine etiche, religiose e filosofiche.

Le forze motrici della storia, dunque, non sono di natura ideale, bensì socio-economica: questo è il materialismo storico.

L’aggettivo “dialettico” sta invece a descrivere la “dinamica” della storia: le forze produttive, in connessione con il progresso tecnico, si sviluppano più rapidamente rispetto ai rapporti di produzione, i quali esprimono relazioni di proprietà, e dunque tendono a rimanere statici. Ne segue periodicamente una situazione di contraddizione dialettica tra i due elementi, che genera un’epoca di rivoluzione sociale.

A dimostrazione di ciò, le nuove forze produttive sono sempre incarnate da una classe in ascesa, mentre i vecchi rapporti di proprietà sono sempre incarnati da una classe dominante al tramonto: si tratta del fenomeno della lotta di classe.

Sempre riprendendo Marx, dal Manifesto: “la storia di ogni società esistita fino a questo momento è storia di lotte di classe. Liberi e schiavi, patrizi e plebei, baroni e servi della gleba, membri delle corporazioni e garzoni, in breve, oppressori e oppressi, furono continuamente in reciproco contrasto, e condussero una lotta ininterrotta, ora latente ora aperta; lotta che ogni volta è finita o con una trasformazione rivoluzionaria di tutta la società o con la comune rovina delle classi in lotta”.

Dal 1848, anno di stesura del Manifesto, nessuna indagine sociologica ha reso in maniera così evidente un funzionamento diverso dei meccanismi storici. L’unica confutazione è giunta da Karl Popper, nel cui caso, però, il problema veniva spostato nell’ambito dell’epistemologia, cioè sul carattere prettamente scientifico del marxismo.

Senza andare troppo oltre, si è dimostrato – con logicità – come la categoria dell’anacronismo non possa essere attribuita alla tendenza della società verso il comunismo. Si tratterebbe, infatti, di un “paralogismo della ragione”, per dirla in termini kantiani.

Un altro luogo comune – molto diffuso tra la mediocre e superficiale opinione pubblica – è che il termine “comunismo” sia sinonimo di Urss o di Repubblica Popolare Cinese, tanto per fare due nomi. È ormai noto che la forma sociale sviluppatasi in quei paesi – sedicenti comunisti – fosse in realtà il capitalismo di Stato, una forma sociale costruita sui privilegi di una casta (quella del partito unico), in cui l’unico sfruttatore del proletariato era lo Stato stesso.

Lo stesso risultato si potrebbe ottenere in un qualsiasi altro paese – anche dell’occidente capitalista -, nazionalizzando tutte le imprese e mantenendo l’attuale sistema di potere politico.

Non è questo il socialismo reale: questa è l’idea di socialismo diffusa dagli sfruttatori liberali. Il capitalismo di Stato potrebbe essere evitato mantenendo in vita l’iniziale impostazione politica, basata sulla democrazia dei soviet (ovvero dei consigli di operai, soldati e contadini), tradita poi dalla Costituzione del 1924 e dall’avvento dello stalinismo.

Quella della “democrazia sovietica” (intesa come democrazia dei consigli cittadini e popolari) è la più elevata forma di democrazia diretta che un gruppo sociale possa mai raggiungere: i delegati di ogni consiglio vengono eletti direttamente dal gruppo di persone che questi rappresenteranno nel Gran consiglio dei soviet, e sono in qualsiasi momento revocabili del loro titolo, se si dimostrano inadempienti nei confronti degli interessi della comunità che li ha eletti. In questo modo i lavoratori avrebbero tanto il controllo della produzione quanto quello politico, e ogni degenerazione del socialismo sarebbe scongiurata.

È quello che predicava Lev Trotsky – non per altro fatto uccidere da Joseph Stalin – nel suo Programma di transizione del 1938, programma politico della Quarta internazionale.

Leggendolo si capisce come una tale impostazione della società sia realizzabile anche oggi, in quella che molti definiscono una società frammentata.

Rimane il problema della dittatura del proletariato: è tutta una questione di termini. C’è chi, infatti, preferisce chiamarla democrazia proletaria, riferendosi all’interesse della maggioranza della popolazione, opponendola alla democrazia borghese, espressione dell’oppressione di una minoranza su una maggioranza: questa è l’unica, gigantesca e sostanziale differenza.

Un sistema di democrazia proletaria, inoltre, appare giustificato dal punto di vista morale. Una società egualitaria parte dal nobile scopo dell’eliminazione dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo: niente di più filantropico.

Dunque, chi considera il comunismo come un’imposizione totalitaria non sbaglia: il comunismo è l’imposizione della legge naturale non contemplante lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo; imposizione moralmente giustificata proprio in virtù della sua filantropia e che persegue l’emarginazione e l’allontanamento dalla società di chi si erge al ruolo di difensore dello sfruttamento. In poche parole, di chi vorrebbe restaurare l’ordine liberale fondato sul postulato della proprietà privata dei mezzi di produzione.

A questo punto rimane da chiarire quanto si siano effettivamente concretizzati gli sviluppi della società previsti da Marx. C’è chi sostiene, addirittura, che il filosofo stesso, nel 1851, avesse già perso ogni fiducia nell’impianto fondamentale della sua teoria socio-economica e storica.

Questo dato ha un qualcosa di mistico e di affascinante; soprattutto, è del tutto fantasioso, se si pensa che Karl Marx iniziò la stesura de Il capitale nel 1858 e che il primo libro uscì solo nel 1867: come avrebbe potuto perdere ogni fiducia nella sua teoria economica prima ancora di averla elaborata?

È possibile che, in questi casi, il riferimento sia diretto agli accenni di economia fatti nelle opere precedenti. Ma, anche in questo caso, se Marx si fosse ravveduto su alcune posizioni già a quell’epoca, per quale motivo avrebbe poi dedicato gran parte del suo tempo ad una descrizione meticolosa, in termini matematici ed economici, dello sfruttamento capitalistico?

In ogni caso, la diatriba fondamentale si svolge su un’unica tematica principale: gli anticomunisti sostengono che la società non abbia vissuto nessun processo di polarizzazione, bensì di frammentazione; che il numero dei poveri non sia cresciuto a dismisura e che la società non sia rappresentabile con una forma piramidale, ma romboidale, con pochi ricchi al vertice, pochi poveri sul fondo ed una caterva di borghesi nel mezzo.

Questa visione è facilmente smontabile, attraverso due linee teoriche.

La prima è quella che mette in luce la relatività della povertà e della ricchezza: gran parte di quelli che oggi vengono considerati borghesi sono impiegati nel settore terziario e – nonostante questi non versino in condizioni di povertà gravi – il divario di ricchezza rispetto ai pochi grandi industriali ha subito una crescita notevole. Il grande “esercito del terziario”, nella maggior parte dei casi, può essere facilmente assimilato alla condizione sociale dei poveri, quindi dei lavoratori delle piccole, medie e grandi industrie.

La seconda linea interpretativa propone la considerazione del carattere globale del capitalismo: globale è l’economia, globale è lo sfruttamento; dunque, ragionando su scala mondiale, il divario tra ricchezza e povertà è sicuramente cresciuto, come Marx aveva previsto.

Semmai si può notare che è cambiato il fronte della lotta di classe: il confine tra sfruttati e sfruttatori non è più tra gli operai ed i capitalisti dell’evoluta società europea e nordamericana, ma fra gli abitanti dei paesi ricchi – operai compresi – e quelli dei paesi poveri; il che significa che oggi anche l’operaio europeo sta dalla parte dei capitalisti che sfruttano il terzo mondo, giacché acquista e vive grazie al benessere acquisito sulle spalle dei paesi poveri. Ne consegue un progressivo depotenziamento della spinta rivoluzionaria del proletariato europeo, in quanto anch’esso siede al tavolo degli sfruttatori del “mondo civile“, pur accontentandosi delle sole briciole, come fa notare lo studioso Diego Fusaro nella sua indagine sul marxismo.

Spesso capita anche che si denigri la figura di Vladimir Lenin, dipinto come un trucidatore, prima, e come un traditore del suo stesso pensiero, poi.

Che i bolscevichi abbiano mietuto vittime, soprattutto durante quella fase definita del comunismo di guerra, è indubbio. A queste accuse risponde Trotsky nel 1920: “il terrore di Stato di una classe rivoluzionaria può essere condannato moralmente solo da chi respinga qualsiasi forma di violenza e quindi qualsiasi guerra e qualsiasi insurrezione. E costui non sarebbe che un quacquero ipocrita”.

“Ma allora in che cosa la vostra critica si differenzia dalla tattica dello zarismo?”- gli chiedono i grandi sacerdoti del liberismo e del kautskismo.

“Non lo capite, santi uomini? Ve lo spiegheremo. Il terrore dello zarismo era diretto contro il proletariato. La polizia zarista schiacciava gli operai che si battevano per l’ordine socialista. Le nostre commissioni speciali fucilano proprietari terrieri, capitalisti e generali che vogliono restaurare l’ordine capitalista. Afferrate questa distinzione? Sì? Per noi comunisti è sufficiente…”.

Chi inorridisce di fronte a queste affermazioni deve inorridire anche di fronte a tutte le vittime che l’imperialismo, strumento necessario e imprescindibile del capitalismo, ha mietuto e continua a mietere. I difensori del capitalismo sono i difensori di un sistema che per anni ha portato morte e distruzione, ha soffocato svariate culture, in nome del mito del “fardello dell’uomo bianco” portatore di civiltà. Il capitalismo americano appoggia, per esempio, senza inorridire, l’Arabia Saudita, sua alleata d’affari, in cui vige una monarchia assoluta, in cui le elezioni non si tengono mai, la Costituzione dello Stato è il Corano, le donne non godono di alcun diritto, i diritti civili sono minimi.

Alla faccia dei difensori della libertà e della democrazia.

Allora nessuno inorridisca se per una volta nella storia si usa contro di loro la stessa violenza.

Per quanto riguarda il “tradimento” di Lenin, probabilmente il riferimento riguarda la Nep (“Nuova politica economica”), adottata a partire dal 1921. La sua lettura è superficiale: la parziale liberalizzazione nella produzione e negli scambi era inevitabile per un paese dilaniato dalla guerra mondiale, prima, e dalla guerra civile, poi. Era una politica necessaria per un paese come la Russia, che versava in condizioni drammatiche già prima della guerra e della rivoluzione. La Nep rappresentava la transizione necessaria verso il vero socialismo: sicuramente non è stata rappresentazione della sconfitta sul nascere del sistema comunista.

Infine, si può dare uno sguardo all’attualità: cosa è realmente successo dopo il crollo del muro di Berlino, nel momento in cui i grandi signori liberali proclamarono “la fine della storia”, lo spettro del comunismo era stato finalmente abbattuto, una nuova età dell’oro si configurava all’orizzonte, nel nome della libertà?

Sono passati vent’anni, ma le condizioni sociali e di vita della maggioranza della popolazione mondiale conoscono un arretramento progressivo a tutte le latitudini del globo, sotto la spinta di una nuova e più ampia competizione internazionale che proprio il crollo dell’Urss ha liberato e che l’emergere della Cina sul mercato mondiale alimenta ogni giorno.

Avanza ovunque un attacco radicale ai salari, alla stabilità del posto di lavoro, ai diritti sindacali, alle conquiste sociali delle generazioni precedenti. Tornano le guerre imperialiste e le corse coloniali per il controllo di zone d’influenza, materie prime e manodopera a basso costo – con tutto il loro carico di devastazioni e di orrori -. Si affacciano enormi flussi migratori, quali fughe di massa dalla fame e dalla morte, pretesto di nuove campagne razziste e xenofobe. Si aggrava la catastrofe ambientale e gli squilibri ecologici su scala planetaria.

La situazione mondiale è catastrofica. E non ci sono punti di vista o interpretazioni, tutto quanto sopra descritto è reale: è reale se si vive tra gli operai, è reale se si è animati da un vero sentimento d’amore verso ogni sfruttato, è reale se lo si vive sulla propria pelle, cosa che la sinistra riformista – espressione della reazione piccolo-borghese tanto quanto un partito piccolo-borghese di destra – non potrà mai capire.

Lo sfruttamento è reale, come il movimento che giorno per giorno, anche fra molti secoli, lo spazzerà via.

8 luglio 2009

Fonte: www.diebrucke.it

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Classe 1984, nata e cresciuta a Roma, a Siena mi sono laureata in scienze economiche, sono stata con l’Erasmus in Germania, il Socrates in Francia, e con una Borsa di Studo negli USA a New York per seguire per 6 mesi il PhD in Economics; parlo italiano, inglese e tedesco, provo ad imparare l’arabo ed il portoghese.

L’Italia è il Paese in cui ho scelto di vivere per tutta la mia vita e che amo profondamente, anche se mi piacerebbe migliorarlo.

"E quest’Italia, un’Italia che c’è anche se viene zittita o irrisa o insultata, guai a chi me la tocca." (O. Fallaci)

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