Comunismo

di DAVIDE D’URSO

Il comunismo: pensavo fosse morto nel 1989, quando il socialismo reale finiva sotto il muro di Berlino e il socialismo possibile spirava, schiacciato dai carri armati in piazza Tien An Men, già ferito a Praga più di vent’anni prima.

Essere comunisti nel terzo millennio è romantico e coraggioso.

Romantico, perché richiama colori e suoni e utopie che ritornano nel tempo, da quando Gesù Cristo parlò di uomini uguali, a quando Thomas More scrisse “Utopia”, a quando Lenin trucidò chi dissentiva. Coraggioso, perché la storia ha parlato e, signori, la storia è un giudice senza appello.

Compagne e compagni, questo è il punto: quando la storia avanza non torna mai indietro. L’utopismo comunitario, cui ancora molti dei comunisti post-moderni si riferiscono, è sepolto sotto secoli di storia e di evoluzione economica, sociale e politica.
Come si può oggi immaginare una società di eguali che, abolita la proprietà privata, si fondi sull’armonia, sulla condivisione, sul mutuo appoggio? Non siamo più nel mondo dei villaggi agricoli medievali, abbiamo attraversato tre rivoluzioni industriali, visto sorgere nazioni, imperi, federazioni, imprese capitaliste del telaio, della Ford T nera, del computer.

Essere comunisti nel terzo millennio è anacronistico.

Certo, i più disincantati non fanno più riferimento al modello utopico e comunitario, ma al materialismo storico dialettico, al socialismo scientifico, al marxismo.

Premessa: Marx, prima di morire, disse “io non sono marxista!”. Lo disse non solo per rifiutare un’elevazione personale a profeta infallibile, ma anche e soprattutto perché, dopo il 1851, egli stesso – come dimostrano innumerevoli fonti storiche che certamente gli insegnanti sessantottini non illustrano – aveva già perso ogni fiducia nell’impianto fondamentale della sua teoria socio-economica e storica.

Karl Marx fu il primo critico di se stesso. Negava che le sue teorie potessero essere onniesplicative ed onnicomprensive, in primo luogo perché la società era andata nella direzione opposta rispetto a quella prevista – non verso la polarizzazione, ma verso la frammentazione e la nascita di un’enorme classe media di aristocrazia proletaria, impiegati dei servizi e piccola-borghesia; non la miseria generalizzata, ma verso la crescita del livello assoluto di vita; non le cicliche crisi di sovrapproduzione, ma la riorganizzazione razionale dei sistemi produttivi – ed inoltre perché aveva capito che il progresso e l’evoluzione dell’umanità erano troppo rapidi ed imprevedibili per poter essere racchiusi entro categorie rigide come quelle della lotta di classe, della caduta tendenziale del saggio di profitto, delle crisi cicliche, dell’inevitabilità del socialismo.

Friedrich Engels si sostituì nel ruolo di fondatore del marxismo, che nacque come ideologia compiuta nel 1878. Ma anche lui, come scrisse nel 1895, comprese i dubbi del suo defunto compagno di ricerca, e mise da parte ogni velleità rivoluzionaria, nell’ottica delle nuove possibilità per il proletariato di cambiare le proprie condizioni di vita dall’interno del sistema, attraverso la democrazia e il riformismo.

Eduard Bernstein riassunse il cammino nel 1899. Con la frase “il capitalismo non è destinato a morire”, infatti,  chiarì al mondo come la sola strada percorribile fosse quella del riformismo, della legalità e dell’accettazione delle regole democratiche in una società plurale. Quell’anno segnò la fine del marxismo, ma dalle sue ceneri nacque il ben più nobile riformismo sociale, che avrebbe ispirato la SPD tedesca, i Labur inglesi, il Partito socialista francese.

Il marxismo non morì all’alba del XX secolo solo perché il “compagno Lenin” prese il revisionismo di Bernstein (“il capitalismo non è destinato a morire”) come invito per un ristretto gruppo di rivoluzionari di professione a praticare al sistema un’eutanasia non richiesta. È straordinario notare, quindi, che il fondatore del marxismo-leninismo fu in realtà il più grande traditore delle idee di Marx, che nel lontano 1848 aveva immaginato la classe operaia farsi partito e liberare l’umanità – quindi, al di là del discorso su tale libertà, tutta da dimostrare, era comunque mosso da un nobile scopo.

Vladimir Lenin, nel 1902, (“che fare?”) sognò un partito farsi classe operaia e schiavizzare l’umanità a suo nome, col pretesto di essere in possesso di una religione rivelata che il popolo – rozzo, ignorante e prigioniero dei propri bisogni – non era in grado di comprendere, ma che lui – animo nobile – e i suoi soldati potevano e dovevano imporgli.

Dittatura del proletariato: Marx la vedeva come un passaggio, Lenin ed il suo degno successore Stalin ne fecero una religione. L’incubo sovietico divenne utopia (?) per tanti giovani europei, e non solo.

Lenin fu il più grande mostro partorito dal ventre molle del comunismo. Non solo per i milioni di morti che causò, ma anche e soprattutto per quello che rappresentò nel divenire storico: cioè lo slittamento della pacificazione dell’umanità dal XX secolo al XXI, dal secondo al terzo millennio, avendo prolungato la lenta agonia di un’ideologia (quella marxista) già rinnegata dai suoi ideatori e già in fase di declino – fondendosi nella liberal democrazia – prima di essere resuscitata ed esposta, imbalsamata, in un mausoleo della piazza Rossa o di piazza Tienanmen.

È naturale infine chiedersi se ci sarebbe mai potuto essere un nazismo senza il bolscevismo, se il fascismo avrebbe trovato terreno fertile senza il marxismo. Sarebbe un discorso complesso, ma privo di qualsiasi utilità: perché la storia non torna indietro, e da quando quel maledetto muro di Berlino è crollato, l’umanità si è ritrovata ancora davanti alla possibilità di crescere e migliorare, di costruire un mondo solo, pacificato, partendo innanzitutto dalla libertà e dall’individuo, tanto vituperato dai marxisti, tanto difeso da noi liberali.

Chi ancora oggi si professa comunista non è che un bambino innamorato dell’appartenenza a questa o a quella religione laica. Chi si veste di nero attillato e saluta il duce, come chi si “incazza” brandendo in aria il pugno chiuso, pratica conformismo anticonformista, cerca identificazione in culti del passato o del mai-stato, un epater le bourgeois che s’illude di fondarsi su basi scientifiche, storiche, morali.
Di tutto questo il buon Marx, grande economista e grande sociologo, non ha colpa. Aveva visto una società che pensava durasse e ne aveva tratto le conclusioni, prima di ravvedersene. Quando lo faranno anche i comunisti del terzo millennio?

Al di là di paranoici “libri neri del comunismo”, il lavoro di sensibilizzazione dei veri marxisti – i socialisti riformisti d’Europa – ha prodotto il welfare state – lo stato sociale – che è una delle più grandi conquiste della civiltà occidentale (fondata sulla libertà): un merito da dividere tra i fondatori del socialismo e i coraggiosi revisionisti di questa dottrina.

E allora: riposa in pace Karl Marx.

1 luglio 2009

Fonte: www.diebrucke.it

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Classe 1984, nata e cresciuta a Roma, a Siena mi sono laureata in scienze economiche, sono stata con l’Erasmus in Germania, il Socrates in Francia, e con una Borsa di Studo negli USA a New York per seguire per 6 mesi il PhD in Economics; parlo italiano, inglese e tedesco, provo ad imparare l’arabo ed il portoghese.

L’Italia è il Paese in cui ho scelto di vivere per tutta la mia vita e che amo profondamente, anche se mi piacerebbe migliorarlo.

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