Caduto in volo, ha ripreso a volare

di Nicola Mente

Giancarlo Siani

Spesso accade che le passioni più vere siano talmente vere da tenerle nascoste ai più, quasi si avesse paura di rovinarle e di togliere loro quel velo di sottile “intimità”. Una delle mie passioni più vere ha un nome e un cognome: Giancarlo Siani.
Giancarlo era un ragazzo napoletano di 26 anni. La sua più grande aspirazione era quella di diventare giornalista, una professione che qui in Italia si trasforma spesso in altre cose.

Viviamo in un Paese dove – purtroppo – vige la cultura della conservazione del posto; il “Paese dei dinosauri”, per dirla alla Marco Tullio Giordana. E gli effetti di questa drammatica cultura, o sottocultura, sono quotidianamente sotto i nostri occhi. A cominciare dalle realtà dei piccoli comuni, fino ad arrivare ai grandi centri del potere.

Giancarlo faceva l’aspirante giornalista precario, il mio stesso mestiere – o non mestiere.

Posso assicurare che per intraprendere questa strada devi essere mosso da una sorta di “vocazione”, perché è difficile vedere che mentre i tuoi amici si sistemano, prendono casa, tu sei a seguire una partita di calcio in periferia, o un consiglio comunale, piuttosto che intervistare assessori o cercare notizie – mangiando le briciole. A costo di alzarti all’alba di una qualsiasi domenica mattina con le caccole negli occhi, piuttosto che viaggiare con massimo budget di venti euro in tasca. Si insegue un sogno, ci si arma di volontà, ci si arrangia, si vive alla giornata.

Giancarlo era qualcosa in più. Lui si spingeva oltre, dove solo la passione e un’integrità morale fuori dal comune possono portarti.

Certo, posso dire che Siani era più fortunato di noi, esclusivamente per il fatto che la sua era l’epoca del garofano rosso, dell’Italia quinta potenza mondiale, dell’economia in ripresa e dell’amaro Ramazzotti. Era l’Italia del post anni ’70, del post Bologna, dove le inquietudini e i disordini del decennio precedente si erano visti trasformare in new wave, Milano da bere, paninari, sfitinzie, metallari. Erano forse anni in cui era più semplice trovare impiego, c’era meno saturazione del mercato, un grande castello con basi di cartapesta che ha permesso a Giancarlo di arrivare a collaborare – seppur “precariamente” – per Il Mattino, il giornale della sua città, Napoli.

Una città che negli anni ’80 – come oggi, d’altronde – vive dei problemi cronici, soprattutto in alcune zone. Una delle città più belle d’Italia, stretta allora nella morsa di una camorra ancora feroce e sanguinaria, e non ancora “istituzionalizzata” come oggi.
Oggi i camorristi sono arrivati in alto, allora cominciavano la scalata verso i vertici della politica come un rullo compressore.

Giancarlo era una piccola formica operosa, un ragazzo curioso cresciuto nella “Napoli giusta” – la Napoli costretta a convivere con realtà disastrate, senza però subirne conseguenze più del lecito.
Aveva cominciato a scrivere gratis per l’Osservatorio sulla camorra, voleva contribuire a rendere la sua città un posto migliore: le sue “armi” erano un taccuino, una penna e una Citroen Mehari, macchina da spiaggia, adatta ad un ragazzo di 26 anni che rimane pur sempre un giovane pieno di vita, di speranze. Un ragazzo che andava ai concerti di Vasco, o a fare le gite al mare durante i weekend, che allenava una squadra di pallavolo, che usciva con gli amici a farsi qualche birra.
Uno come tanti, insomma.

Non presentava libri, non aveva scorte e non aveva la benché minima visibilità: un free-lance da qualche migliaio di lire a pezzo. Un giovanotto che, senza paura, si calava nella realtà di Torre Annunziata, roccaforte del clan Gionta, per osservare e per raccontare, quasi con paradossale spensieratezza, con occhio vispo e attento. Osservava e scriveva, scriveva. E legnava con la penna – eccome se legnava. Come se brandisse una mazza da baseball. Indagava, scopriva, raccontava.
In un anno un ragazzo poco più che ventenne ha fatto tremare i boss camorristi che controllavano una porzione sempre più importante di città e si “scannavano” tra clan, impegnati nella sanguinaria guerra per il potere sul traffico di droga, sul contrabbando, sul mercato ittico e su quello degli abiti firmati.
Giancarlo intanto continuava a girare, chiedeva, si intrufolava, cercava di capire quali fossero i meccanismi di quel mondo nel mondo, di quella piovra gigantesca che entrava in ogni luogo e in ogni stanza.
E non sembrava curarsi neanche del fatto che in redazione venissero assunti parenti di politici democristiani, mentre lui restava sempre al palo.

Già, l’integrità morale. L’integrità morale non esiste in questo Paese, in nessun campo. I giovani, quando assunti, vengono visti quasi esclusivamente come risorse da spremere, mentre i dinosauri restano fissi e incollati con l’attak alle poltrone: la cosiddetta Repubblica degli stagisti.
In Italia c’è olezzo di acqua stagnante, puzza di muffa, in tutto. Nel potere conservatore e anche nelle lotte di piazza, effimere e quasi “pubblicitarie”, che non fanno più male a nessuno. Un Presidente del Consiglio quasi ottantenne, che ha in mano tutto. Una maggioranza razzista e xenofoba. Un’opposizione inesistente e riciclata, una sinistra rattrappita e legata ancora a ideali vecchi di trent’anni, senza capire che il comunismo è stato un totale fallimento.
Mostri del giornalismo ultrasessantenni, viscidi e politicizzati, politiche editoriali e palinsesti televisivi che sembrano dimenticarsi della professionalità, leccando le scarpe al potere di turno o, peggio ancora, al padrone Primo Ministro.
Giunte provinciali e comunali inquinate dalla sete di denaro, colluse con chi una volta era l’anti-Stato, mentre ora sembra essere lo Stato stesso.

Giancarlo era puro, cristallino. Desiderava soltanto fare questo mestiere nel miglior modo possibile, e avrebbe fatto qualsiasi cosa per riuscire a “diventare” – è assurdo lo so, ma è così – un giornalista. Non si aspettava certamente di morire, anche perché prima di lui nessun giornalista era mai stato ucciso.
Il 23 settembre 1985, invece, Giancarlo fu freddato da tre killer a volto coperto, quattro giorni dopo il suo ventiseiesimo compleanno. Stava tornando a casa dopo aver tentato invano di recuperare dei biglietti per un concerto di Vasco. Da poco aveva scoperto giri ben più alti e ben più lontani da Torre Annunziata; piani troppo alti per un precario da quattro soldi mosso dalla devozione per l’informazione: intrecci tra camorra, politica, giochi di voti, alleanze di malaffare.
Solo dopo anni si venne a sapere che Giancarlo stava preparando un dossier di “roba scottante”, un dossier mai ritrovato.

Roberto Saviano, paladino dei nostri tempi, ha vinto con Gomorra il premio Giancarlo Siani.
Ed è per questo che ringrazio Marco Risi, il quale dopo 24 anni ha deciso di rendere onore ad uno degli eroi più veri che l’Italia abbia mai avuto (Fortapàsc, film del 2009), un eroe silenzioso, un giovanissimo martire accantonato nel dimenticatoio da un Paese dove l’arte più nobile è quella di resettare e appiattire i neuroni di tutti coloro che vi vivono.

La mia domanda – che vorrei non fosse solo mia – è : “a che prezzo?”.

Approfondimenti: http://www.giancarlosiani.it/

Approfondimento di La storia siamo noi: http://www.lastoriasiamonoi.rai.it/puntata.aspx?id=390

26 luglio 2009

Fonte: www.diebrucke.it

Tagged with: , , , , ,
Pubblicato su Interni, Politica

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

About me

Classe 1984, nata e cresciuta a Roma, a Siena mi sono laureata in scienze economiche, sono stata con l’Erasmus in Germania, il Socrates in Francia, e con una Borsa di Studo negli USA a New York per seguire per 6 mesi il PhD in Economics; parlo italiano, inglese e tedesco, provo ad imparare l’arabo ed il portoghese.

L’Italia è il Paese in cui ho scelto di vivere per tutta la mia vita e che amo profondamente, anche se mi piacerebbe migliorarlo.

"E quest’Italia, un’Italia che c’è anche se viene zittita o irrisa o insultata, guai a chi me la tocca." (O. Fallaci)

Twitter
Follow luciapalmerini on Twitter

Enter your email address to follow this blog and receive notifications of new posts by email.

Galleria Fotografica
Altre foto
Blog Stats
  • 57,495 hits
Paperblog
%d blogger cliccano Mi Piace per questo: