Sapore Antico: Roma

di LUCIA PALMERINI

Roma viene spesso ammirata per la grandezza dei suoi monumenti, scordando il significato di quelle opere d il contesto in cui si trovavano e che racchiudevano. E spesso si tralascia o ci si disinteressa di quella che era la vita dei romani, la loro quotidianità e le loro tradizioni, dimenticando che per “storia” si intende non solo Romolo e Remo, ma anche cosa e come mangiavano.

Per il nostro viaggio tra i sapori partiamo proprio da Roma e dal suo cuore: l’isola Tiberina. L’isola Tiberina è oggi un piccolo gioiello che si erge imponente in mezzo al Tevere, mostrando tutta la sua bellezza ed il suo fascino, e che si affaccia sul ghetto che invece racchiude e quasi sembra proteggere le meraviglie che si trovano al suo interno. Sull’isola Tiberina Belisario sistemò i “molini” della città nel 537 d.C. per garantire la farina anche durante l’assedio degli ostrogoti, e lì vi rimasero fino alle disastrose alluvioni che seguirono nei due secoli successivi.

Camminando lungo il Tevere si può immaginare il fermento e l’attività che circondava le sponde: chi comprava la farina, carri che trasportavano il grano, mendicanti che elemosinavano qualche soldo ai ricchi compratori o qualche sacchetto di farina ai contadini, i proprietari di qualche taverna e vecchia osteria che trattavano sul prezzo, i servi di qualche signore che controllavano il grano portato a macinare. Dai mulini ci si spostava direttamente nelle cucine del ghetto e di Testaccio, per trasformare il bene più prezioso in pasta e pane, pane azzimo per gli ebrei, pizza romana e pane casareccio per gli altri. Gli ebrei vivevano e conducevano i loro affari proprio accanto all’isola, e tutt’oggi molti dei piatti tipici romani sono da ricercarsi nella storia ebraica.

Così, entrando all’interno del ghetto, sulla sponda destra del Tevere, contemporaneamente si possono sia ammirare le rovine del portico di Ottavia o la fontana delle tartughe, che gustare qualche piatto tipico. Carciofi e coradella alla giudea sono il gusto a cui non si può rinunciare dopo aver ammirato il ghetto, ed insieme a fiori di zucca, abbacchio, pecorino romano e frattaglie sono anche gli ingredienti romani per eccellenza.

In realtà, i piatti che oggi sono speciali e costosi erano quelli che una volta venivano mangiati dai poveri, come le interiora.

La cena era il pasto più importante dei romani: per i ricchi cominciava alle tre e finiva dopo il tramonto ed usavano salse di ogni genere, ma soprattutto il garum a base di pesce fermentato; i poveri invece mangiavano nelle bettole quello che riuscivano a pagarsi, soprattutto verdure, visto che la carne era carissima.

Allungando la nostra passeggiata e passando per Testaccio si incontrano antichi ristorantini, che hanno inventato parte della tradizione culinaria romana; infatti trovandosi ubicati vicino al mattatoio, riuscivano a reperire gli scarti degli animali, le interiora o frattaglie e le parti più sanguigne come la coda, che venivano di solito buttate o date come paga ai servi dei ricchi signori. Così nacquero le animelle, la lingua, la trippa e la coda alla vaccinara. Quest’ultima si chiama così proprio perché veniva data come integrazione della paga ai vaccinari.

Il nostro cammino storico-enoganostronomico ci porta in Vaticano, all’ombra del Cupolone, salendo lungo il Tevere: ci si imbatte in uno dei chioschetti più antichi di grattachecca, che ha invece una storia più recente ma non meno interessante: infatti la leggenda vuole fosse stata inventata circa 150 anni fa dalla moglie di un falegname di Roma che in un giorno particolarmente caldo d’estate decise di rinfrescarsi mangiando il ghiaccio grattato dai blocchi che servivano a conservare gli alimenti. Da allora la grattachecca è un prodotto unico, semplice, a cui nessun romano rinuncerebbe e consigliato a chiunque visiti Roma.

Il nostro percorso tra i sapori di un tempo potrebbe continuare e arrivare ai Castelli romani, nelle province limitrofe, sulla costa laziale, ma sono altre storie, altri viaggi, altri racconti, altre leggende.

31 Agosto 2010

Fonte: diebrucke.it

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Pubblicato su Cultura, Scritti da Lucia Palmerini

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Classe 1984, nata e cresciuta a Roma, a Siena mi sono laureata in scienze economiche, sono stata con l’Erasmus in Germania, il Socrates in Francia, e con una Borsa di Studo negli USA a New York per seguire per 6 mesi il PhD in Economics; parlo italiano, inglese e tedesco, provo ad imparare l’arabo ed il portoghese.

L’Italia è il Paese in cui ho scelto di vivere per tutta la mia vita e che amo profondamente, anche se mi piacerebbe migliorarlo.

"E quest’Italia, un’Italia che c’è anche se viene zittita o irrisa o insultata, guai a chi me la tocca." (O. Fallaci)

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