I Monologhi della Vagina

di Rosanna Barbato di Giuseppe
Non è solo un libro. È anche una pièce teatrale. I monologhi della vagina, soprattutto, “danno voce a chi non c’è l’ha”. Rappresentano un invito a mettere da parte il falso pudore o l’inutile imbarazzo, un invito a chiamare le cose con il proprio nome.

I monologhi della vagina, scritti e interpretati da Eve Ensler, sono il risultato di una serie di interviste scelte con cura fra un’infinità di voci femminili: timide, gioiose, agitate, imbarazzate, allegre, sarcastiche, sofferenti, malinconiche, commosse. Tante voci che confluiscono in una: nell’ironica, sferzante e insieme delicata voce della Ensler.

La necessità di dare vita ad un “network della vagina” deriva da una preoccupazione della scrittrice americana: “non c’è una cultura della vagina. Ero preoccupata per la mia vagina. Nessuno ne parla. È come se fosse una cosa da evitare. Neanche le donne la nominano!”, esordisce Eve. “Le si danno i più disparati nomignoli. Siamo d’accordo, vagina è una parola ridicola. C’è chi la chiama natura e chi vergogna. Ma è necessario restituirle il suo valore”.
I monologhi sorprendono, sconvolgono, divertono, stordiscono, commuovono, emozionano.

E le lacrime scorrono veloci e giungono nelle valli delle guance, rigandole così come i raggi lunari argentati rigano la notte buia, quelle lacrime ben presto si trasformano in lampi che annunciano una spaccatura radiosa, un sorriso. Anche le domande che suonano assurde, del tipo: “cosa si vestirebbe la tua vagina? E cosa direbbe, se potesse parlare?”, che provocano ilarità in un primo momento, ma poi sembrano ricercare un significato autentico e profondo.

La storia di una sessantacinquenne che racconta del suo amore per un uomo, ordinario in tutto tranne nei sentimenti, colpisce dritto al cuore: “ho conosciuto la mia vagina grazie a Bob”, assicura la donna. “Lui ha capito chi fossi ammirando la mia vagina, allora io mi sono scoperta bella e mi sono ritrovata con lui in un luogo sacro, nel mio luogo sacro che avevo tenuto segreto e per il quale provavo vergogna”.

L’intervista a sei ragazze scampate dai campi di stupro in Bosnia, durante il conflitto jugoslavo (nel quale si contano settantamila donne stuprate), è lancinante: “la mia vagina era una rosa fresca. Adesso è un animale morto dalla gola tagliata. […] Un tempo la mia vagina era il mio villaggio. Era un fiume. Una cascata. Un campo fiorito. Un albero. Un frutto. Adesso sono diventata un fiume di veleno, il raccolto è andato perduto. […] Adesso vivo altrove, non so dove”.

I monologhi sono caratterizzati da questa alternanza di riso e pianto. Le risate fragorose riguardo le invettive contro i ginecologi, i tanga e i tamponi vengono seguite dai singhiozzi, difficili da frenare perché difficile è farsi una ragione, se non impossibile, leggendo racconti strazianti sulle violenze sessuali.

L’ultimo racconto, quello del parto della nuora della Ensler, è di rara intensità. Si intitola Io ero in quella stanza: “l’infermiera sembrava intenta a sturare un lavandino, aveva infilato la sua mano inguantata nella vagina. Vedevo migliaia di colori, il rosso vivo del sangue, il blu livido, il rosa carne, il giallo paglierino del pus. […] La vagina come la bocca di un soprano, un tunnel archeologico, un luogo sacrosanto dal quale una creatura attendeva di essere salvata.

[…] E mentre il dottore cercava di ricucire la ferita, ho visto la vagina come un grande cuore, disposto a soffrire, ad espandersi, a sacrificarsi, a morire per noi”.

Ho riflettuto a lungo dopo aver spento la televisione. Non esiste il sesso debole. Non è mai esistito. E se è esistito, non è stato quello femminile. Noi donne non dovremmo avere paura. Custodiamo il segreto della vita. Custodiamo il dono della vita. Le donne non vanno capite, ma amate.

Le donne sentono in quantità maggiore, e soffrono maggiormente. Questo le rende fragili e allo stesso tempo forti, hanno la forza e il coraggio di amare nonostante tutto.

Soflocle disse che una parola ci libera da tutto il peso e dal dolore della vita: quella parola è amore.

“Una donna è l’amore, la gloria, la speranza. Ai fanciulli che guida, all’uomo consolato, essa eleva il cuore e calma il dolore, come uno spirito celeste esiliato in terra”, recita una poesia di Gerard De Nerval.

Amare le madri, le sorelle, le amiche, le amanti, le fidanzate, amare le donne significa amare la vita.
Fonte: www.diebrucke.it

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Pubblicato su Cultura, Pari Opportunita', Società

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Classe 1984, nata e cresciuta a Roma, a Siena mi sono laureata in scienze economiche, sono stata con l’Erasmus in Germania, il Socrates in Francia, e con una Borsa di Studo negli USA a New York per seguire per 6 mesi il PhD in Economics; parlo italiano, inglese e tedesco, provo ad imparare l’arabo ed il portoghese.

L’Italia è il Paese in cui ho scelto di vivere per tutta la mia vita e che amo profondamente, anche se mi piacerebbe migliorarlo.

"E quest’Italia, un’Italia che c’è anche se viene zittita o irrisa o insultata, guai a chi me la tocca." (O. Fallaci)

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