Educazione sessuale nelle scuole, perché sì

di CECILIA M. CALAMANI

L’installazione di distributori automatici di preservativi in due scuole italiane, il liceo Keplero di Roma e il liceo Garibaldi di Palermo, ha suscitato un vespaio di polemiche di sapore ottocentesco.

Le iniziative, volte a incentivare l’uso del profilattico tra gli adolescenti che, vuoi per vergogna, vuoi per i prezzi proibitivi, difficilmente ricorrono all’acquisto in farmacia o nei supermercati, hanno scatenato i più disparati cori di disapprovazione. Chi dice che la scuola non deve entrare in dinamiche educative che spettano unicamente alle famiglie, chi parla di ‘banalizzazione’ della sessualità, chi, come l’illuminato preside del liceo romano Montale, Francesco Girgenti, ha addirittura commentato “Mi vergognerei a guardare in faccia mamme e studentesse: bisogna educare i ragazzi alla virtù e al rispetto di sé e non incentivarli ai vizi” dando prova, oltre che di limitate vedute, anche di retaggi culturali che si speravano ormai superati, secondo i quali il sesso per una metà del cielo è solo una vergogna.

D’altronde non possiamo dimenticare che il maggiore condizionamento culturale, fonte di un netto ritardo su questi temi rispetto al resto dell’Europa, è il retaggio cattolico del peccato. Il sesso è qualcosa di sporco e spregevole, e va ‘praticato’ solo ai fini riproduttivi. Sul preservativo, poi, basti pensare alla lectio magistralis del Papa che ha affermato di fronte ai popoli africani decimati dalla piaga dell’Aids – evitando per un pelo la denuncia per crimine contro l’umanità – che i preservativi non servono perché “anzi, aumentano i problemi“.

Insomma, si continuano a fare investimenti ‘morali’ piuttosto che scientifici, e a pagarne le spese è la salute degli adolescenti, la categoria più a rischio non solo per le gravidanze indesiderate, ma per la trasmissione sessuale di malattie che ne compromettono la salute e la futura fertilità.

I dati dell’indagine TNS Healtcare 2009 effettuata su un campione di ragazzi tra i 15 e i 21 anni di 14 paesi, parlano chiaro: l’Italia è ultima in classifica, insieme alla Turchia, in materia di informazione sulla contraccezione.

Il 27% degli adolescenti dichiara di non utilizzare alcun metodo contraccettivo, e la percentuale sale al 35% fra le sole ragazze. Inoltre, mentre i ragazzi dell’Europa civilizzata hanno ben chiara la condivisione della responsabilità della contraccezione tra i partner, da noi solo 67% sposa questa tesi. Per gli altri vale il principio dello scaricabarile: tocca a lui/tocca a lei. Con il risultato che, magari, non provveda alcuno dei due.

Aggiungiamo, tanto per aggravare la situazione, che  il primo rapporto sessuale non è protetto per una ragazza su tre e solo il 50% di esse usa metodi anticoncezionali sicuri, secondo quanto riportato da un’indagine della Sigo (Società italiana di ginecologia e ostetricia) del 2008.

I rischi, in tutto ciò, non sono solo legati alle gravidanze indesiderate (10mila parti l’anno tra le ragazze under 20) o al contagio da Hiv, ma anche a tutte le malattie sessualmente trasmissibili, molto più pericolose di quanto non si pensi: “In media la prima volta in Italia è a 16 anni, ma c’è chi inizia a scoprire il sesso anche a 12-13. Inoltre le malattie sessualmente trasmissibili sono in aumento, specie fra i giovanissimi. Nel nostro Paese si verificano 1 milione 200 mila uretriti l’anno, infezioni come la gonorrea sono in crescita anche fra gli adolescenti, e il papillomavirus, insieme a clamidia e micoplasma, minaccia la salute di ragazzi e ragazze. I rapporti non protetti sono inoltre un rischio anche per la fertilitá futura”, dice Vincenzo Gentile, presidente della Sia (Societá italiana di andrologia).

A fronte di tutto ciò, sembrerebbe proprio la scuola il luogo più adatto per una corretta educazione sessuale degli adolescenti. Delegarla alle famiglie diventa sempre più una scelta suicida, vista la variabilità dei livelli sociali e culturali e i forti condizionamenti religiosi che, laddove presenti, inducono i genitori a proiettare sui figli il rispetto a priori dei loro stessi canoni morali. Che poi vengano puntualmente disattesi all’insaputa degli stessi genitori, è un altro paio di maniche. L’apparenza, almeno, è salva.

Il pregiudizio secondo il quale informare i ragazzi su questi temi, o fornire loro la possibilità di proteggersi, significhi invitarli alla pratica e alla sperimentazione è ancora duro a morire nonostante l’evidente illogicità. Il silenzio non salva la salute e, soprattutto, non incentiva l’adolescente a scelte corrette e responsabili in materia di sessualità.

Eppure, nonostante i dati siano sotto gli occhi di tutti e, si spera, soprattutto di chi è delegato a legiferare in campo educativo, la scuola continua, nelle sue innumerevoli riforme, ad ignorare il problema come se il silenzio fosse sufficiente a negarne l’esistenza, in pieno stile ‘vizi privati, pubbliche virtù‘.

Che poi sia la stessa società ad addossarsi i costi sanitari e sociali derivanti dalle gravidanze indesiderate o dalla proliferazione di malattie sessualmente trasmissibili, non è e non è mai stato da noi un sufficiente stimolo per abbattere il muro del pregiudizio e affrontare il problema con gli occhi della scienza piuttosto che di una presunta morale sempre più lontana dalla vita e dalle esigenze delle nuove generazioni.

Se nei Paesi più civili si corre al riparo istituendo, come in Inghilterra, corsi obbligatori di educazione sessuale nelle scuole o, come in Spagna, fornendo alle ragazze al di sopra di 16 anni l’accesso senza ricetta medica alla pillola del giorno dopo, le scelte italiote in questo campo vanno nella direzione opposta: ostruzionismo all’aborto farmacologico, riconoscimento giuridico dell’obiezione di coscienza per i farmacisti per la vendita dei contraccettivi di emergenza e, ciliegina sulla torta, il desiderio, mai nascosto dal nostro ministro dell’Istruzione, di far diventare curriculare l’ora di religione. Forse la Gelmini intende risolvere il problema sessualità proprio in quella sede: astenetevi perché è peccato. Parola del Signore.

30 Aprile 2010

Fonte: www.cronachelaiche.it

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Pubblicato su Cultura, Pari Opportunita', Politica, Sanita' e Salute, Società
One comment on “Educazione sessuale nelle scuole, perché sì
  1. paolocirillo2 scrive:

    bene ottimo lavoro grazie per l’aiuto nel mio (genitore)… :bravo:

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Classe 1984, nata e cresciuta a Roma, a Siena mi sono laureata in scienze economiche, sono stata con l’Erasmus in Germania, il Socrates in Francia, e con una Borsa di Studo negli USA a New York per seguire per 6 mesi il PhD in Economics; parlo italiano, inglese e tedesco, provo ad imparare l’arabo ed il portoghese.

L’Italia è il Paese in cui ho scelto di vivere per tutta la mia vita e che amo profondamente, anche se mi piacerebbe migliorarlo.

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