Il nostro errore, non chiedere di più

In risposta all’articolo di Susanna Tamaro

di CRISTINA COMENCINI

Caro direttore,

tutte le analisi della condizione femminile in Italia iniziano dalla demolizione dell’unico fondamentale movimento che in un paese immobile e dominato dalla Chiesa come il nostro ha aperto possibilità di pensiero, di vita e di lavoro alle donne: il movimento femminista. Al contrario di Susanna Tamaro, io ne ho fatto parte attivamente. Non ricordo riunioni «dominate da effluvi di patchouli e canne» come scrive lei, ma incontri tra donne di età, classe sociale, situazioni familiari diverse che si scambiavano esperienze, discutevano dei loro diritti, delle loro aspirazioni, della violenza e dell’isolamento subiti per generazioni. Nessuna esperienza collettiva è stata per me così importante come il movimento femminista. Parlarne come una fabbrica di aborti fatti nell’incoscienza e nella superficialità mi pare incredibile e mi stupisce che Susanna possa farlo. Iniziare un articolo sulle donne accusandole di leggerezza nel considerare il tema della procreazione, dell’aborto, descrivendo le loro riunioni di un tempo come specie di messe sataniche in cui si organizzavano infanticidi, mentre lei, unica, considerava «la vita come fatto così straordinariamente complesso e misterioso da meritare come minimo un po’ di timore e rispetto», mi sembra un atto di disprezzo violento per tutte.

Il movimento femminista degli anni ’60 e ’70 si è occupato di temi molto più vasti di quelli citati da Susanna Tamaro. L’affermazione della differenza femminile; il riconoscimento da parte delle donne della propria autonomia, l’analisi approfondita della sessualità, la difesa del corpo, la scelta consapevole della maternità, sono solo una parte degli argomenti su cui le femministe di tutto il mondo si sono interrogate in quegli anni. In questi anni di ripresa massiccia della violenza sulle donne anche in paesi avanzati come il nostro, quante volte ho ripensato alla oceanica manifestazione notturna delle donne a Roma per riprendersi la libertà di uscire sicure nella loro città. Quanti temi di allora mi sono tornati in mente sfogliando i giornali di questo ultimo anno, leggendo gli articoli in cui la sessualità italica sembra essere tornata indietro di decenni, ripensando alle riflessioni fatte allora sul rispetto di sé.

Con lo stesso disprezzo con cui descrive le femministe, Susanna Tamaro parla delle ragazze di oggi, figlie di quelle madri. Ne parla travisando i dati della realtà. Dire che all’aborto ricorrono soprattutto le straniere e le adolescenti è una ovvietà, sono le categorie più fragili, quelle per cui è stata pensata la legge. Ma non si non dice che il numero degli aborti è in costante calo da molti anni. Non sappiamo da quale classe sociale o regione geografica provengano queste adolescenti che ricorrono all’interruzione della gravidanza, ma Susanna le mette tutte in conto alle femministe di allora, sono le loro figlie. Non è così. Le ragazze di oggi, tranne casi eccezionali, non fanno aborti perché sanno esattamente come non avere bambini, lo sanno tanto bene che fanno pochi figli e sempre più tardi. Falsità, come la promiscuità dei ragazzi. Senz’altro ci saranno realtà difficili in cui questo avviene, ma ogni donna che ha figli adolescenti sa che al contrario i ragazzi tendono oggi a formare coppie già dal primo incontro, a vivere relazioni serie e monogamiche, privandosi di quelle esperienze che sono invece fondamentali per la formazione della sessualità e per la conoscenza dell’altro sesso.

E si arriva alla domanda sul corpo, che per me andrebbe posta così: com’è possibile che in un paese che ha visto già nel dopoguerra la nascita di una grande associazione femminile come l’Udi e un potente movimento femminista negli anni 70, l’immagine della donna italiana sia quella trasmessa dalla televisione, riportata dagli scandali, che la sessualità e la relazione uomo donna sembrino tornate indietro di decenni, che la libertà che il movimento femminista ha conquistato non serva alle donne per sentirsi libere veramente? La televisione, al contrario di quello che pensa Susanna, non crea nulla, ma riprende e amplifica ciò che è già presente nella società. È lì, nella società, che dobbiamo guardare e cercare di capire cosa è successo. Perché in Italia c’è il tasso di lavoro femminile più basso d’Europa? Perché la tivù pubblica italiana trasmette programmi in cui il corpo delle donne è esposto come non accade in nessun paese europeo? Perché la natalità è così bassa? Perché le donne vengono pagate a parità di preparazione e mansioni meno degli uomini? Perché nessun governo si è mai occupato veramente delle donne? Io credo che questo sia accaduto perché il movimento femminista non è andato fino in fondo, non ha trasformato le grandi scoperte di quegli anni in diritti acquisiti e sorvegliati, non ha preteso dalla politica l’attuazione concreta non solo della parità, ma della differenza femminile, che implica una società a misura delle donne, del loro lavoro, dei bambini, del compito doppio che hanno sempre svolto nel silenzio.

21 Aprile 2010

Fonte: www.corriere.it

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Pubblicato su Pari Opportunita', Politica, Società

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Classe 1984, nata e cresciuta a Roma, a Siena mi sono laureata in scienze economiche, sono stata con l’Erasmus in Germania, il Socrates in Francia, e con una Borsa di Studo negli USA a New York per seguire per 6 mesi il PhD in Economics; parlo italiano, inglese e tedesco, provo ad imparare l’arabo ed il portoghese.

L’Italia è il Paese in cui ho scelto di vivere per tutta la mia vita e che amo profondamente, anche se mi piacerebbe migliorarlo.

"E quest’Italia, un’Italia che c’è anche se viene zittita o irrisa o insultata, guai a chi me la tocca." (O. Fallaci)

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