Lucia Palmerini

parole in libertà … speak freely

Quando Rino Gaetano cantava di Ruby, Wilma e altre “stelle”

di NICOLA MENTE

Sfogliare il proprio diario personale significa ricordare eventi lieti e affrontare ricordi tristi. Qualche volta si sfoglia da sinistra verso destra, si creano domande sul proprio percorso, si interroga la dote del tempo che scorre. Altre volte si decide di saltare da una pagina all’altra, non appena si ripresenta qualche collegamento. Altre volte si guarda al passato rimpiangendo appuntamenti mancati e improvvise dipartite. Come quella di Rino Gaetano, cantastorie geniale e sempre rimasto legato a quel concetto di alienazione e di reale stato brado, il cosiddetto “fuori dagli schemi”, espressione sempre troppo abusata e soprattutto imprecisa, come spesso imprecisa è la definizione dei livelli e delle dimensioni di questi schemi stessi.

Un uomo dall’esistenza squarciante e mai piatta, come un sussulto. Un simpatico menestrello da esibire senza approfondire più di tanto.
Sanremo, 26 gennaio 1978. Cominciamo da qui. Da una serata mondana, da una serata da Festival. Un’Italia in preda al tormento e alla rabbia vede questo ragazzo magro e colorato, con tanto di cilindro e ukulele, presentare alla kermesse dei fiori Gianna, un pezzo destinato ad entrare nella colonna sonora di questo squarcio di storia italiana. Senza però esser totalmente compreso, nella totalità della sua opera. Un’opera “rivelatrice”. Una filosofia che comunicava attraverso il surrealismo, quella di Gaetano, che armeggiava con disinvoltura l’apparenza ingannatrice di melodie orecchiabili e filastrocche nonsense, per assestare colpi ben indirizzati.

Roma, 15 luglio 1978. Trasmissione radiofonica Il quadernetto romano, conduce Enzo Siciliano, futuro presidente RAI. Ospite è proprio Rino Gaetano, che su richiesta del conduttore tenta di spiegare chi sia la protagonista della canzone che lo ha portato al podio sanremese. «Gianna è una ragazza quindicenne che si pone un grave problema. Dice: che faccio? Mi politicizzo subito, oppure aspetto di diventare prima donna e poi lo faccio? Questa dura lotta non si risolve assolutamente, perché fa tutt’e due insieme. Però senza annientare l’una o l’altra parte, come spesso si fa». Il messaggio è particolare, e nell’occasione Siciliano liquida la questione con l’atteggiamento di chi sembra cogliere al volo la questione, ma senza dedicare tempo al dibattito e ad un’eventuale ulteriore analisi del pensiero espresso. Un pensiero abbastanza “spinoso” e piuttosto chiaro.

Quella è l’estate di Nuntereggae più, tormentone dal testo dissacrante che allieta (almeno così pare) l’estate di un paese sventrato da gravi problemi e da pericolose tensioni. Pochi mesi prima era stato rinvenuto il corpo del presidente Dc Aldo Moro, mentre l’instabilità e la rabbia divampavano a ogni livello della società. Sono gli anni di piombo, anni intrisi di sangue e offuscati dalla nebbia. In Nuntereggae più Gaetano nomina Capocotta, una località balneare sul litorale romano. Una località non qualunque. Quella spiaggia 25 anni prima è teatro di uno degli scandali più scabrosi che investono il mondo politico italiano nel secondo dopoguerra.

Torvajanica, 11 aprile 1953. Una ragazza ventunenne (dunque appena maggiorenne, per le leggi in vigore all’epoca), Wilma Montesi, viene trovata morta in riva al mare. La Montesi è una giovane e bella ragazza romana, di umili origini, con qualche aspirazione ad entrare nel mondo del cinema e dello spettacolo. Quello fu un caso che, dopo un iniziale tentativo di conclusione (con l’ipotesi del suicidio della giovane) affrettata, montò a livello nazionale in occasione delle elezioni politiche, le prime regolate dalla contestatissima “legge truffa” De Gasperi-Scelba (siamo alle solite: poster hoc, propter hoc?), e si rivelò un autentico scandalo per il mondo delle istituzioni: vennero infatti ricostruite, grazie a riaperture di fascicoli e deposizioni di presunti testimoni, situazioni sinistre, nelle quali venivano dipinte feste private a base di sesso e droga. Feste con partecipanti illustri, legati al mondo finanziario e soprattutto a quello politico. Feste avvenute in località Capocotta, appunto. Si parlò di ambienti vicini alla Democrazia cristiana, lo scandalo giunse fino alla Presidenza del Consiglio e ciò recò non poco turbamento.

Lo stesso Aldo Moro, nel memoriale consegnato alle Br prima di essere ucciso, proprio nella primavera di quel 1978, scriveva: «prescindendo dalla prima e più semplice fase della sua vita politica caratterizzata, come è generalmente riconosciuto da dinamismo realizzatore, il nome di Fanfani emerge, essendo allora ministro dell’Interno, in occasione del caso Montesi, il quale sulla base di un’ondata purificatrice che non avrebbe dovuto guardare in faccia a nessuno, coinvolse sulla base di alibi indizi, poi contestati dalla magistratura di Venezia, il senatore Piccioni, una delle persone più stimate della Dc, il quale dové lasciare il posto di ministro, per quella che si dimostrò poi di essere una leggerezza… L’onorevole Fanfani salì rapidamente i gradini della sua carriera politica e finì per assommare in sé in poco tempo tre cariche di grande rilievo quali la segreteria del partito, cui era pervenuto in successione di De Gasperi, la Presidenza del Consiglio e il ministero degli Esteri».

Ma torniamo a Gianna. Nella fiction su Gaetano uscita nel 2007 (prodotta da Rai Fiction e realizzata da Claudia Mori per la Ciao ragazzi), si spiega come quella canzone sia “priva di significato”. Conclusione strana ed affrettata, oltre che falsa. Una canzone che il significato ce l’ha, eccome. Eppure è strano che, dal momento in cui si decide di comporre una biografia dell’autore, si saltino numerosi elementi importanti e si travisi la realtà. Una fiction molto contestata quella, sia dalla sorella del cantautore che dalla fidanzata Amelia Conte, per aver travisato la figura di Rino, passato per un arido alcolizzato fino a sfiorare il patologico. Una biografia tendente alla calunnia, dalla quale Rino non esce bene e soprattutto non esce nel lato più “autentico”.

Logico è che con la chiave di lettura fornita da quella breve introduzione dello stesso Gaetano, il testo assuma contorni diversi e significati meno sibillini di quel che apparentemente sembrerebbe. Gianna non cercava suo marito (il Pigmalione), Gianna difendeva il suo salario dall’inflazione. Gianna non crede alle canzonette o agli Ufo (come fanno le sue coetanee), Gianna aveva un fiuto eccezionale per il tartufo (tubero prezioso ed estatico). E poi? E poi la notte, dove “la festa è finita, evviva la vita /La gente si sveste e comincia un mondo /un mondo diverso, ma fatto di sesso /e chi vivrà vedrà”. Fino alla conclusione: “Ma dove vai, vieni qua, ma che fai? /Dove vai, con chi ce l’hai?/ Butta là, vieni qua/ chi la prende e a chi la dà!/Dove sei, dove stai? /Fatti sempre i fatti tuoi!Di chi sei, ma che vuoi?/Il dottore non c’e’ mai!Non c’e’ mai! Non c’e’ mai!/Tu non prendi se non dai”!

Il pensiero corre attraverso trentadue anni. Milano, 27 maggio 2010. Il caso Ruby, la telefonata di Silvio Berlusconi in questura, l’apertura dell’inchiesta. Luci nuovamente puntate su feste, presunte orge, giovani appena maggiorenni (o non ancora), spettacolo (senza morti eccellenti, almeno fin ora). Scandalo in versione moderna di un cliché tipico ma tirato fuori ad arte in base a discrezioni ancora tutte da capire. Un filo che rimane intatto (seppur sotterrato) dopo cinquantotto anni e che riemerge al momento opportuno, in chiave moderna. Una luce sinistra su qualcosa che l’elettorato d’opposizione utilizza per indicare Berlusconi come vaso di Pandora e genesi del degrado, come l’introduttore di mondi perversi legati allo spettacolo. Qualcosa che invece si riconduce ai più fitti misteri dell’Italia repubblicana. Il sesso, la perversione e la politica. I mass media, la comunicazione. Un legame che Rino aveva colto e intuito, che aveva tentato di “passare” a suo modo. Un’intuizione geniale mai valorizzata e approfondita, neanche di fronte ad una biografia. Ruby come Wilma, Wilma come Gianna, Gianna come Ruby. Legate da un triplice filo. Politicizzarsi, o diventare prima donna? Continuare a sfogliare il diario, o andare avanti, senza curarsi più di tanto del passato? Quando si tornerà a leggere e a capire le pagine ingiallite, prima di scriverne nuove?

10 aprile 2011

Fonte: www.diebrucke.it

12 aprile 2011 Pubblicato da | Il dibattito sulle donne, Pari Opportunita', Società | , , , , , , | Lascia un commento

Le femministe divise: l’8 marzo cortei separati Non vogliono le finiane

di VITTORIO MACIOCE

Vittorio Macioce

La forza delle donne è che non saranno mai uno stereotipo. Il potere, la pubblicità, la tv, gli intellettuali, i latin lover, i poeti, i preti, le mamme, le rivoluzioni, le comari del paesino, femministe, i figli, i padri e tutti i maschi ci provano da una vita a definirle con una maschera. È rassicurante. È più facile. Ti affidi a questa maschera e la segui. Devi essere come lei. È lo stesso destino di Barbie. Barbie cassiera, Barbie olimpica, amazzone, rockstar, Barbie ambasciatrice dell’Unicef e candidata alle presidenziali Usa, Barbie modella, poliziotta o ballerina. Angelica o sciupafamiglie, sposa, seduttrice, androgina o puttana. Donne con le gonne, come le voleva Vecchioni, o calviniste, azioniste oppure in carriera. Ma per fortuna la donna non è Barbie, non è una bambola. Lei, la donna individuo, singola e irripetibile, tenterà di ribellarsi alla maschera: più dell’uomo. E questo capita anche quando a ingabbiarti nel ruolo sono donne come te. Quelle, per esempio, del comitato «Se non ora, quando».
Le donne indignate per il Rubygate stanno per tornare in piazza. Il bis del 13 febbraio è scontato. L’otto marzo è l’occasione la seconda manifestazione «anti cav». Il rosa anche questa volta è solo una scusa. Ieri mattina la conferenza stampa. Il luogo non è scelto a caso. La sede della stampa estera serve a far sapere al mondo che Berlusconi è un bieco maschilista. Solo che non tutto va liscio. L’idea di dividere il mondo in donne e veline ha già creato molti mugugni. Chi sono queste signore di buona famiglia che giudicano il bene e il male? Questa forzatura culturale non piace a chi ci vede solo una maschera politica e neppure alle femministe militanti, che nel vestitino da brava ragazza ci si trovano davvero male. A loro questa melassa rosa fa venire il mal di stomaco. Il risultato è che l’otto marzo ci saranno due manifestazioni, quella di Flavia Perina, Francesca Izzo e Elisabetta Eddis e una street parade femminista che partirà in Santa Maria in Trastevere. Eva contro Eva.
La conferenza stampa ha svelato il contrasto. I toni non erano amichevoli. Cinzia Paolillo, redattrice di Zeroviolenzadonne, ha contestato la dittatura del comitato: «È un’impostazione che esclude. Tutta giocata sull’immagine materna della donna che noi non condividiamo». La direttrice del Secolo sbotta: «Ma perché siete così incazzate voi?». La risposta arriva subito. Le femministe, che rivendicano questo titolo, non condividono che l’appello sia rivolto solo alle cittadine italiane: «Che cosa facciamo con le migranti e le straniere. Non sono donne loro?». Ma soprattutto rifiutano la maschera: «Nel senso comune degli italiani le donne sono spesso considerate come sante o puttane. Il comitato sembra suggerire che o sono mamme, come la mamma Rosa di Berlusconi, o sono papi-girls, come quelle dell’Olgettina. Ma le donne non sono così. Queste gabbie ci stanno strette».
Il problema è che gli interessi sono diversi. Flavia Perina e Giulia Bongiorno scendono in piazza per difendere la loro carriera politica. Si sono sentite scavalcate e messe da parte. Temono che il velinismo le cacci dal palazzo. Come dice la Perina: «Noi ci battiamo contro l’idea che la selezione della rappresentazione femminile avvenga col metodo Mora». Il suo leader Fini parla di «metodo Minetti». È l’orgoglio del professionismo politico. I voti non si contano ma si pesano.

La stessa Flavia Perina racconta che una sera, durante un’accesa discussione con «compagne», si è trovata lei, di destra, a difendere Nilde Jotti. «Secondo loro aveva pure lei il suo papi a darle una mano. Ho dovuto ricordare che approdò in Parlamento da ex staffetta partigiana e non da ballerina di Macario». Ecco, qui, c’è il punto che a molte donne, femministe e non, davvero non piace: ma dove sta scritto, in democrazia, che le ballerine non possono andare in Parlamento?

1 marzo 2011

Fonte: www.ilgiornale.it

4 marzo 2011 Pubblicato da | Pari Opportunita', Società | , , , , , , , | Lascia un commento

Non vado in piazza: ecco perché

Il Confronto sulle donne e la manifestazione del 13 Febbraio

di LUCIA PALMERINI

Lucia Palmerini

Oggi domenica 13 febbraio resterò a casa a leggere un libro o andrò a fare una passeggiata al mare od in centro, ma sicuramente non scenderò in piazza e non permetterò a nessuno di strumentalizzarmi. Non solo non aderisco alla manifestazione, ma la condanno e aborro l’idea che un tema importantissimo come l’emancipazione femminile possa essere strumentalizzato dal partito di opposizione di turno, in questo caso centro e sinistra.

Se fossi un uomo mi accuserebbero di essere maschilista e sessista, ma sono una donna, emancipata, istruita, con un lavoro normalissimo, e la decisione di non aderire alla protesta è stata da me analizzata ed approfondita in ogni aspetto. Dapprima pensavo che la manifestazione indetta “per le donne riguardasse la segregazione e discriminazione femminile che è oramai scientificamente provata, così come l’esistenza della corruzione e dell’uso improprio delle raccomandazioni. Basti ricordare che le donne nel Parlamento italiano sono il 17%, contro una media europea del 23% e contro la totale parità in Norvegia ed Olanda. Ma invece di scendere in piazza per chiedere politiche paritarie, di sostegno alle donne che lavorano, e di miglioramento delle infrastrutture dell’infanzia, si scende in piazza per chiedere le dimissioni di Berlusconi.

Andiamo per ordine. Innanzitutto nel manifesto dell’appello alla mobilitazione si fa riferimento alle italiane: sono escluse le immigrate e gli uomini, come se i comportamenti lesivi della dignità delle donne riguardasse solo una parte della nazione e non tutti. E, cosa gravissima, si fa riferimento a due tipi di donne, le buone e dignitose, ovvero coloro che “lavorano fuori o dentro casa, che si sacrificano, che si occupano di figli, mariti e genitori anziani”, e le altre, le cattive, che lasciano i figli nelle mani di imprudenti babysitter, i genitori abbandonati a badanti senza scrupoli, i mariti alle prese con fornelli e lavatrici, o che legittimamente sono manager del loro corpo e del loro aspetto.

Continua il manifesto asserendo che le buone “hanno considerazione e rispetto di sé, della libertà e della dignità femminile ottenute con il contributo di tante generazioni di donne che hanno costruito la nazione democratica”, alla quale invece non pare abbiano contribuito le cattive, che verranno giudicate e pagheranno i loro errori passando il resto della loro esistenza espiando i loro gravi peccati.

Il manifesto prosegue dicendo che ciò che “non è più tollerabile, è la ripetuta, indecente, ostentata rappresentazione delle donne come nudo oggetto di scambio sessuale, offerta da giornali, televisioni, pubblicità”. Mi domando, perché non è più tollerabile? Perché fino a ieri era lecito e tollerabile trovare una donna seminuda in un programma televisivo o in una pubblicità ed oggi non lo è più? O meglio, perché se fino a ieri il corpo seminudo di una donna era tollerato, oggi non può più esserlo? Cosa è cambiato? Come hanno fatto a scoprire l’esistenza di “una cultura diffusa che propone alle giovani generazioni di raggiungere mete scintillanti e facili guadagni offrendo bellezza e intelligenza al potente di turno, disposto a sua volta a scambiarle con risorse e ruoli pubblici”? Come hanno fatto a scoprire tali atteggiamenti? Chi ha spiato o tradito le cattive?

Ovviamente le buone non possono tollerare tali atteggiamenti che “inquinano la convivenza sociale e l’immagine in cui dovrebbe rispecchiarsi la coscienza civile, etica e religiosa della nazione”. Avete letto benissimo, in uno Stato laico, si parla di coscienza religiosa della nazione dalla quale non si può prescindere. Quale sia la religione alla quale si ispirino non è dato sapere, ma forse la povera Giovanna D’Arco avrà presto qualcuno a farle compagnia.

Ma eccoci a Berlusconi, colpevole di essersi accompagnato alle cattive, ovvero giovani e belle donzelle leicemente rimborsate per il tempo che hanno lui dedicato. Secondo le indignate, ovvero le buone, tale “modello di relazione tra donne e uomini, che egli ha ostentato (di solito si ostenta in un luogo pubblico davanti al pubblico non in una casa privata), incide profondamente negli stili di vita e nella cultura nazionale, legittimando comportamenti lesivi della dignità delle donne e delle istituzioni”. Quindi il problema non sono la segregazione e la discriminazione femminile, o la mancanza di donne in parlamento o di politiche dedicate alla situazione delle donne in Italia, ma l’abitudine lecita di Berlusconi di trascorrere il suo tempo privato in una casa di sua proprietà con giovani e belle donne: cattive, ovviamente.

Non solo, le paladine della dignità delle donne – le buone di cui sopra – minacciano in perfetto stile leniniano chi non aderirà alla loro grande rivolta di dover “rispondere delle proprie azioni, assumendosene la pesante responsabilità, anche di fronte alla comunità internazionale”.

Visto che tale avvertimento mi riguarda poiché non scenderò assolutamente in piazza, vorrei sapere di quale responsabilità si tratta, quale sarebbe il mio peccato e se il mio petto verrà marchiato a fuoco così come quello della protagonista della lettera scarlatta.

Buone contro cattive quindi, in un perverso scontro architettato dalle donne stesse per far dimettere l’attuale Presidente del Consiglio.

Io non ci sto. Io non mi faccio strumentalizzare, non mi schiero contro chi utilizza la sua vita diversamente da me e soprattutto non condanno o giudico chi si comporta in maniera diversa; e mi fa orrore, impressione, terrore sapere e constatare che delle donne condannino dei comportamenti e mostrino invece quali debbano essere quelli da tenere. Mi fa schifo sapere che per Irene Tinagli, possibile futura candidata primo ministro per il PD, una donna debba essere “femminile ma non seduttiva, perché chi si presenta in autoreggente lo fa non solo perché gli uomini la vogliono così, ma anche perché é insicura”.

Mi fa schifo perché realizzo che le battaglie delle donne per essere giudicate in base all’operato e non all’aspetto sono finite nel gabinetto di un qualunque bagno. Mi fa schifo perché sono convinta che una donna od un uomo debbano essere liberi di fare quello che vogliono con il loro corpo, liberi di prostituirsi, andare a letto con un trans o con chiunque. Mi fa schifo perché sento che nel mio bel Paese si parla sempre di più di comportamenti morali e giusti avvicinandoci ad un modello di Stato che ha eguali solo laddove vige la Sharia.

13 febbario 2011

Fonte: www.diebrucke.it

Pubblicato anche dal Corriere della Sera

http://www.corriere.it/cronache/11_febbraio_13/lettera_no_piazza_lucia_palmerini_a1634c58-379c-11e0-b09a-4e8b24b9a7d0.shtml

13 febbraio 2011 Pubblicato da | Pari Opportunita', Scritti da Lucia Palmerini, Società | , , , , , , | 6 commenti

Dignità? Una battaglia che non è la mia

Il Confronto sulle donne e la manifestazione del 13 Febbraio

di ANNALENA BENINI

 

Annalena Benini

Caro direttore,
oggi ci sarà anche il sole e sarà una manifestazione bellissima, colorata, piena di facce meravigliose e di indignazione appassionata. Ma non sarà la mia manifestazione (molte mie amiche ci vanno, per allegria e indomabile femminismo, e saranno tutte dietro lo striscione delle prostitute, con l’ombrellino rosso e qualche strana maglietta, per salvarsi dalla pericolosissima distinzione fra ragazze per bene e ragazze per male). Non lo sarà perché non ho una dignità ferita da curare o da mostrare nella sua purezza, non lo sarà perché la figura peggiore, in questa storia, la fanno gli uomini, anche se sono bravissimi a fingere di non esserci, o a dire frasi con aspirazioni femministe ma abbastanza patetiche.

La femminista e storica del movimento delle donne Anna Bravo ha scritto una illuminante lettera agli uomini, sul manifesto di ieri: «Vorrei almeno sapere cosa avete in mente quando, oggi, parlate di donne. Per esempio, io non riesco a vedere una differenza qualitativa fra il dire “le nostre mogli, le nostre compagne, le nostre amiche, le nostre figlie (…) che conosciamo e rispettiamo”, e il dire: “tutte puttane, tranne mia mamma e mia sorella”».

Ecco, avessi letto o ascoltato (ma non nelle chiacchiere fra amici e mariti, che sono sempre molto sincere ma mai pubblicabili) una riflessione vitale degli uomini sulle relazioni maschi/femmine, senza il pietoso tentativo di scaricarci addosso qualche colpa da lavare fingendo di difenderci, mi sarei entusiasmata, avrei pensato che gli anni Cinquanta sono davvero finiti, ma non è successo, quindi parlo solo per me. Io non mi sento offesa in quanto donna dalle ragazze di Arcore, non credo che quel che faccio e di cui sono fiera (lavorare, stare con i miei figli, essere innamorata, andare al cinema, all’asilo, a fare la spesa, sentirmi stremata a volte), venga oltraggiato o sciupato perché ci sono ragazze che scambiano sesso con denaro o favori con i potenti e, come si avverte dalle conversazioni telefoniche spiate, ne sono parecchio consapevoli.

Non è divertente, non è bello, non è affatto un buon esempio, non è il tipo di donna che vorrei essere e non è la figlia che vorrei crescere, ma è libertà, è letteratura, è soggettività ed è vita. Negli appelli ho letto cose che d’istinto, da figlia delle femministe di allora, ho sentito vecchie e tristi. «Le altre donne», «Se non ora, quando?» (quando lessi il libro di Primo Levi, credo vent’anni fa, ammirai la potenza di quella reazione, e oggi rivendico lo scandaloso diritto di ridere di una manifestazione anti Berlusconi che si intitola come la lotta dei partigiani ebrei russi e polacchi contro il nazismo).

Anche «la maggior parte delle donne italiane non sono in fila per il bunga bunga» non mi piace: è così evidente, e allora? Devo mettermi una sciarpa bianca in segno di lutto per far vedere che non sono una prostituta e che sono scandalizzata che esistano le prostitute e le olgettine e le ragazze con i labbroni a canotto? Non ci riesco, e forse mi annoio anche. Ma conosco il dibattito di questi giorni, ho intervistato io stessa per il Foglio molte signore mai banali sul tema, e so che quando ci sono di mezzo le donne le cose cambiano sempre, si muovono, si evolvono. So e spero che le ragazze oggi in piazza non cadranno nello sbaglio: donne contro donne, puttane e spose, per bene e per male, con dignità e senza dignità. Sarebbe una miseria troppo grande per una donna, sarebbe un grigiore rancoroso che non è femminile (su Facebook ci si cambia la foto del profilo per sentirsi più dignitose, ma io non mi sento meno dignitosa di Maria Montessori o di Virgina Woolf, davvero: penso che le nostre vere facce possano bastare).

Quella di oggi sarà quindi una manifestazione contro il presidente del Consiglio, per chiederne le dimissioni. Molte femministe, che trent’anni fa si erano giurate di non fare mai più politica usando a pretesto le donne, adesso sono arrabbiate, sentono che la strumentalizzazione è pronta. Usare le bellissime facce delle donne per cacciare Silvio Berlusconi. Nemmeno questo è esaltante, in effetti: vorrei che Silvio Berlusconi venisse sconfitto da un’alternativa potente, da qualcosa di entusiasmante, da un progetto in cui credere (nel momento in cui accadrà, Berlusconi scomparirà in un attimo, perché non sarà più nei nostri pensieri), ma non dal giudizio morale sulle notti (per me, patetiche) con il Sanbitter e la mentina. Vorrei che ci convincessimo, tutte, ma in particolare quelle molto più giovani di me, che il mondo è nostro e lo vogliamo tutto. E ce lo possiamo prendere.

13 febbraio 2011

Fonte: www.corriere.it

13 febbraio 2011 Pubblicato da | Pari Opportunita', Società | , , , , | Lascia un commento

Giusto esserci (senza il timore di venire usate)

Il Confronto sulle donne e la manifestazione del 13 Febbraio

di BIANCA BECCALLI

Bianca Beccalli

Caro direttore,
è giusto manifestare oggi in piazza rispondendo all’appello «Se non ora, quando?». È giusta questa protesta e, comunque, chi la porta avanti e a chi giova?

Io, che risponderò andando in piazza, sono lieta che la discussione e le polemiche si siano sviluppate: la piazza è un’agorà solo simbolica, solo una parte della Polis, un piccolo spazio entro gli ampi confini della democrazia, e così lo sono gli interventi che questo giornale ha incoraggiato. Ma abitare questo spazio serve per attivare la democrazia, e questo è già un successo dell’iniziativa, approvata o disapprovata che sia.

Vedo due argomenti principali contro la partecipazione e nessuno dei due mi convince. Vi è il timore che la protesta sia strumentalizzata da chi non ha mostrato una vocazione per questa causa, ma coglie l’occasione per altri scopi. È un timore espresso da una parte del movimento delle donne, la parte più gelosa della propria autonomia rispetto al gioco politico nazionale. È un timore che non trovo fondato e basta un riferimento alla lunga storia dell’impegno pubblico delle donne per rendersi conto che donne e movimenti delle donne si sono intrecciati spesso con movimenti politici più generali: la marcia di Versailles fu una marcia di donne che protestavano per il pane e fu importante per spingere il Re a tornare a Parigi, un passaggio cruciale nella storia della Rivoluzione francese. Per venire più vicini a noi si ricordi il movimento di «Pane, pace e libertà» alla fine della Seconda guerra mondiale, che aveva coinvolto in particolare le donne. O il femminismo americano degli anni 60 e 70, strettamente intrecciato al movimento per i diritti civili.

In tutti questi casi e in altri ancora è vero che partiti o movimenti politici diversi si sono avvalsi della spinta che proveniva dalla protesta femminile, ma che male c’è se la politica non contraddice ma asseconda quella spinta? Il femminismo è stato una componente importante nella lotta per ottenere diritti civili come il divorzio o l’aborto, anche se poi questi sono stati definiti tramite l’intervento dei partiti e entro logiche tradizionali diverse dalle pratiche del femminismo.

Vi è anche il timore che l’autonomia femminile venga messa in discussione da un ritorno di moralismo giudicante su pratiche e comportamenti relativi all’uso del corpo delle donne. La proprietà del proprio corpo è come un habeas corpus femminile che è stato importante nella storia del femminismo dagli anni 70 in poi. In questa storia la rivendicazione dell’autonomia femminile non era in contrasto con la critica alla mercificazione del corpo delle donne. Anzi, la mercificazione, la «donna oggetto» erano viste come tipiche lesioni dell’autonomia: le femministe d’antan bruciavano i reggiseni, attaccavano i negozi di biancheria intima, non si depilavano. «Né puttane, né madonne, siamo donne» era il loro motto. Combattere la mercificazione non è moralismo bacchettone, è una rivendicazione di dignità, che può essere condivisa o rifiutata: se alcune o molte si trovano bene in un contesto mercificato, e sostanzialmente imposto dagli uomini, sarà loro libera scelta usare il corpo e la seduzione tradizionale.

Quel che mi colpisce, e mi convince ad andare alla manifestazione, è che una vera scelta tra uso del corpo e uso della testa oggi è resa molto difficile dalla struttura delle opportunità che si offrono alle donne. Anche in un futuro ideale ci saranno ragazze carine che aspirano a un benessere immediato e che sceglieranno l’uso del corpo e della seduzione, piuttosto che il lavoro duro e l’ingresso in carriere difficili. Ma oggi, spesso, la scelta non c’è o è molto limitata. Le giovani donne di oggi hanno risultati migliori dei maschi nella scuola e nell’università, anche in percorsi una volta solo maschili, e poi non sono assunte sulla base del merito o non fanno carriera nel settore privato. Non parliamo poi della politica: a parte i casi aberranti riportati dalle cronache recenti del nostro Paese – più una mortificazione dei diritti di rappresentanza dei cittadini che dei diritti delle donne a veder valorizzati i loro meriti politici, e non l’aspetto fisico – la politica di oggi è il regno dell’arbitrio, delle cooptazioni non giustificate o giustificate da motivi personali, dell’intreccio tra pubblico e privato.

È perché trovo i timori di più sopra poco fondati e sento invece forte l’ingiustizia per un uso così scarso e distorto delle capacità femminili, che mi sembra giusto scendere in piazza.

13 febbraio 2011

Fonte: www.corriere.it

13 febbraio 2011 Pubblicato da | Pari Opportunita', Società | , , , , , , | Lascia un commento

Il realismo delle donne

Il Confronto sulle donne e la manifestazione del 13 Febbraio

di BARBARA STEFANELLI*

Barbara Stefanelli

Una manifestazione, domani, che vuole lanciare «un urlo collettivo» contro Berlusconi e denunciare «la degenerazione della libertà in arroganti libertinismi» che offendono la dignità delle donne. E una contro-manifestazione, già questa mattina, che considera gli slogan di quella piazza una forma di «giacobinismo moralista» che farà arretrare le donne stesse a favore di pericolosi agenti del pubblico pudore. Le cronache del caso Ruby e l’appello a partecipare a una grande protesta popolare al femminile hanno percorso e diviso il Paese.

Il dibattito è stato appassionato, a tratti spregiudicato, comunque – crediamo – positivo perché ha animato una sfida non banale tra generazioni e idee diverse. Il Corriere ha dato ampio spazio a questo confronto che non è mai diventato «pollaio» e che, anzi, ha dato prova di una sorprendente vitalità civica.

Ora, per quanto vasta, una manifestazione non fa cadere un governo in Italia. Come non lo fanno cadere i magistrati, e sarebbe grave per una democrazia liberale se ciò avvenisse. Un governo cade in Parlamento e per volontà di elettori ed elettrici che si esprimono in quel senso. Non è questa la partita. Ma una partita c’è ed è una partita fondamentale.

La domanda alla quale dobbiamo rispondere è semplice: l’Italia ha un problema con le donne? La scrittrice Silvia Avallone, 26 anni, ha giustamente sottolineato che siamo state educate all’indipendenza dalle nostre madri: «Questa parola, indipendenza, mi è sempre stata detta con un tono particolare, il tono di ciò che è veramente importante. Non ho mai sentito sulla mia pelle un difetto di libertà».

Se tutto questo è vero – e qui sta il passaggio di testimone tra una generazione femminista che ha molto combattuto e una generazione ostile ai riti collettivi, ma fiera di sé e delle proprie identità individuali – è anche vero che esiste un salto tra il cromosoma acquisito di una libertà senza difetti e quello che succede nelle nostre giornate.

Bastano pochi dati su occupazione, retribuzione, rappresentanza. Le donne italiane si diplomano e si laureano più (e meglio) degli uomini, ma neppure una su due ha un posto retribuito. Una percentuale che ci pone ai piedi della classifica europea, meglio solo di Malta. E, a parità di livello, guadagnano il 16,8% meno dei colleghi maschi. Una donna su quattro lascia il lavoro dopo la maternità: su 100 bambini solo 10 trovano posto in un asilo nido, meno di 5 su 100 in uno comunale. Le donne ministro rappresentano il 21% del totale, le parlamentari non superano il 20%. Nelle società quotate la presenza femminile nei Consigli di amministrazione arriva al 6,8%; le amministratrici delegate sono appena il 3,8%. Questo significa che nel Paese esiste un gender gap, come viene definito nei rapporti ufficiali, un divario tra i generi che rende le donne assenti o deboli in tutti i luoghi – nelle aziende pubbliche e private, in politica e diplomazia, nelle università – dove si prendono le decisioni che determinano poi la vita di una società. E la modernità di uno Stato. Pasolini parlava di «un’incrostazione superficiale di modernità» che in Italia nasconde strati di realtà storicamente superati. Forse quell’analisi feroce ancora racconta una parte di quello che siamo.

La risposta alla domanda dalla quale siamo partiti è dunque «sì». L’Italia ha un problema rispetto a quel 51,4% di popolazione che è costituito da donne. È legittimo protestare; è vitale agire sul terreno. Senza vittimismi fuori tempo, senza attribuire tutti i mali a un nemico, ma senza il timore di mettersi in trincea finché il sistema non diventerà equo ed equilibrato. Se l’obiettivo è «più donne», uno dei rimedi può essere una legge che temporaneamente imponga quote di presenza femminile ai vertici delle istituzioni, dei partiti, delle imprese. Può sembrare una piccola cosa rispetto alle profondità toccate dalle riflessioni di queste ore. Ma è un passo per scuotere il Palazzo, per scavalcare fossati che resistono a lasciarsi colmare dal basso. Il gradino di un 30% obbligatorio, che sta creando onde riformatrici nei Paesi dove viene sperimentato, rappresenterebbe un trampolino per creare movimento e rinnovamento. Avendo subìto a lungo il non merito di altri, per le donne è molto difficile essere avviate verso un recinto, contate e rinchiuse in una percentuale stabilita per legge. Resta però una delle poche soluzioni – bipartisan – che possiamo spingere subito in cima all’agenda politica nazionale. A patto poi che nelle quote finiscano nomi scelti in base a quell’incrocio di talento e volontà che determina il merito delle persone. L’augurio è che alle nostre figlie questo 30% possa un giorno sembrare uno scherzo antico.

C’è un altro punto chiave che ci riporta attorno al caso Ruby. In Italia l’identità delle ragazze – la loro possibilità di crescere indipendenti, consapevoli, forti solo di sé – è messa alla prova da una cultura dell’immagine che in nome di un’idea conformista del successo sfrutta il corpo fino all’ultimo centimetro di pelle. Ci siamo assuefatti, da molte stagioni, a un immaginario femminile assai lontano dalla realtà delle donne che affrontano giornate difficili, o esaltanti, ma comunque estranee a quello che viene raccontato ossessivamente in questi giorni. Vorremmo che le protagoniste dei nostri ragionamenti non fossero solo Karima, Maristhelle, Iris, Aris – libere naturalmente di continuare a fare nel frattempo quello che vogliono – ma tante altre donne. Avranno forse nomi meno esotici, ma saranno personaggi infine più interessanti: vestite come sono delle loro storie quotidiane tenute in equilibrio tra famiglie, lavoro, se stesse. È tempo di scommettere su una società dove ogni diciottenne possa dire di sé quello che scriveva Luciana Castellina nel suo diario in un lontanissimo 15 aprile 1946. «Sono felice di vivere, di discutere, di vedere il mondo, di esprimere quello che provo: sono felice di tutto. Il mondo è mio e lo voglio».

12 febbraio 2011

Fonte: www.corriere.it

* Giornalista e vicedirettore del Corriere della Sera

13 febbraio 2011 Pubblicato da | Pari Opportunita', Società | , , , , , , | Lascia un commento

Sul web le idee del «favoloso mondo di Nicole»

Il Confronto sulle donne e la manifestazione del 13 Febbraio

di ELVIRA SERRRA

Si è aggiunta una voce nel coro di intellettuali, politiche, giornaliste, attrici, scienziate, artiste, religiose, persone comuni che in queste settimane ha alimentato il dibattito sulle donne e sulla grande manifestazione che oggi le porterà in piazza. È la voce del consigliere regionale del Pdl Nicole Minetti, la venticinquenne al centro del Ruby-gate accusata di favoreggiamento della prostituzione e della prostituzione minorile. Che debutta sulla Rete con l’ambizione di far sentire «il cosiddetto “canto segreto delle sirene”».

L’ex igienista dentale che ha derubricato il fondoschiena del premier in un deretano flaccido, ha mostrato indubbio coraggio esponendo il suo pensiero ai commenti dei lettori di Affaritaliani.it, il quotidiano online fondato e diretto da Angelo Maria Perrino, nella rubrica nuova di zecca «Il favoloso mondo di Nicole». Il primo intervento, ieri, riguarda appunto le donne. Con sillogismo perfetto la già valletta televisiva di «Colorado Café» parte da Cenerentola e dalla Bella addormentata, passa a Puffetta e Biancaneve e poi conclude: «Non ho ricordi di una principessa manifestante, e nemmeno di una fiaba che iniziasse con “C’era una volta in piazza…”». Perché a lei «urlare che “le donne sono diverse se abbiamo lottato per la parità dei sessi suona come un’incoerenza”».

La consigliera, descritta sul sito ufficiale come «un mix di sangue caliente della Romagna (terra natia) e di self control britannico (terra natia dei genitori)», chiude le sessantotto righe giornalistiche senza offrire certezze o verità assolute, ma con una esortazione. «Abbiamo una vita per fare bene, e la stessa vita per compiere errori, di calcolo o di consapevole imprudenza. Ma possiamo pur sempre cambiare. E il modo per farlo non sarà urlare tutte insieme uno slogan, ma forse, parlarci».

I commenti non si sono fatti attendere. I più sobri hanno chiesto alla signorina di dimettersi. Qualcuno l’ha incoraggiata: «Auguri di buon lavoro e cordiali saluti».

13 febbraio 2011

Fonte: www.corriere.it

13 febbraio 2011 Pubblicato da | Pari Opportunita', Società | , , , , , , | Lascia un commento

Il direttore di Avvenire si schiera: «Se fossi donna sarei in piazza»

Il Confronto sulle donne e la manifestazione del 13 Febbraio

di CORRIERE DELLA SERA

«Ebbene sì, se io fossi una donna domenica sarei in piazza. Non per politichetta, ma per amore. E per ribellione del cuore e della mente, da credente e da persona libera. Ci sarei per dignità e senso morale». Dal diretttore di Avvenire Marco Tarquinio arriva un’adesione a distanza alla giornata nazionale di mobilitazione delle donne italiane a seguito del caso Ruby, «Se non ora quando», in programma domenica in diverse piazze italiane e straniere.

«TESTIMONIANZE DI VERITÀ» – «Certo non ci andrei – ha scritto Tarquinio nel suo editoriale odierno dal titolo “Ragioni che premono” – per lamentare che è mancato il passaggio del testimone tra le giovani e giovanissime di oggi e le femministe d’antan, come più di qualcuna tra le promotrici ha detto. Ci sarei per dire che non m’interessa un passaggio del testimone, ma ascoltare testimonianze di verità su ciò che è accaduto nel mondo delle donne italiane negli ultimi quarant’anni».

«RÉCLAME DELL’ESCORTISMO» – «Se fossi una donna domenica sarei in quella piazza – ha sottolineato ancora il direttore del quotidiano della Cei – per ribellarmi non solo e non tanto al reato ancora da provare in giudizio di un uomo potente e, come lui stesso dice di sé “qualche volta peccatore”, ma alla réclame dell’escortismo che è certa ed è provata e che sta appestando i giornali e ci appesta la vita». «Ci sarei – ha proseguito il direttore di Avvenire – con la speranza di ascoltare voci chiare e consapevoli e accenti nuovi e autocritici su una battaglia per la parità uomo-donna che ha dato frutti importanti e dolci, ma anche agri. E che, soprattutto, per vederlo basta avere gli occhi ha paradossalmente prodotto e radicato nella testa di tanta gente d’Italia anche una vasta, sventata e triste “pari opportunità” dell’involgarimento, della libertà declinata sino allo sciupio di sé. Il peggio dei sogni al maschile trasformato in realtà». «Potrei chiamarla – ha affermato ancora- una “gratuita perdita di senso e una logica dei sensi a pagamento, anche se temo di sembrare un disco incantato. L’abbiamo scritto così tante volte su queste pagine che ne ho perso il conto».

12 febbraio 2011

Fonte: www.corriere.it

13 febbraio 2011 Pubblicato da | Pari Opportunita', Società | , , , , , | Lascia un commento

In piazza per la dignità delle donne

Il Confronto sulle donne e la manifestazione del 13 Febbraio

di LISA GINZBURG

Domenica prossima andrò a Piazza del Popolo a manifestare per la dignità delle donne. Ci porterò anche mia figlia, che non ha ancora compiuto due anni, perché sin da ora sappia che nascere donna è un privilegio che sempre si deve saper difendere con fierezza e fermezza.

Oltre a sancire un grande momento di unità al femminile, le iniziative per la giornata del 13 febbraio stanno assumendo anche altra portata. Si moltiplicano e speriamo avranno un’eco potente, come un boato di sdegno capace di mostrare dove l’ossigeno manca e va recuperato, spostando così, se pure di qualche grado, la direzione del vento. Ci si mobilita per ridare dignità e giustizia non soltanto alla vita delle donne, ma a quella di tutti noi, la vita degli uomini compagni di strada delle donne, quella dei bambini, le bambine, le ragazze e i ragazzi che saranno donne e uomini di domani.

Ci si mobilita perché l’atmosfera in Italia torni ad essere moralmente e umanamente un poco pulita, solidale, fresca, attraversata da pulviscoli di possibilità future. Non l’aria stantia e putrefatta che si respira nei modelli di “riuscita” che ci contornano, nei luoghi di lavoro, nelle dinamiche che presiedono praticamente a tutti i rapporti umani – con il risultato che, per quanto potentemente putrescente è la temperie, finisce con il condizionare anche le nostre vite private.

L’attrice Isabella Ferrari, una donna che conosco e stimo, intervistata su quanto sta accadendo, ha commentato: «Siamo preda di un teatrino che ci è sfuggito di mano». E’ tempo che quel teatrino cessi di essere rappresentazione artefatta e grottesca, che torni a raggiungere la realtà. Una realtà difficile, in crisi, diseguale; ma umana, fatta di donne e uomini che camminano insieme, e così crescono e si migliorano, migliorando anche, per come possono, questo malridotto Paese.

Fonte: www.ilmessaggero.it

11 febbraio 2011 Pubblicato da | Pari Opportunita', Società | , , , , , , | Lascia un commento

Libertà come fine e il pericolo della pulizia etica

Il Confronto sulle donne e la manifestazione del 13 Febbraio

di PIERO OSTELLINO

Piero Ostellino

Sbagliava tre volte il liberale Stuart Mill quando auspicava che a votare fossero solo le persone colte. Sbagliava perché, in democrazia, il pensiero politico di Caio vale quanto quello di Sempronio.

Sbagliava perché, se a votare, nel 1948, fossero state solo le persone che ancora adesso si ritengono le sole davvero colte – e, allora, esaltavano la pianificazione sovietica come superamento del capitalismo e del mercato – saremmo diventati una delle Repubbliche popolari. Sbagliava perché, oggi, con l’aria che tira, saremmo allo «Stato di pulizia etica».

Allora, ci salvò il senso comune del popolo, che votò per il male minore; è probabile che, domani, ci salverà ancora una volta il popolo, nell’accezione sociologica dell’Uomo qualunque. Che vota non per la «democrazia di alto stile» cara al direttore di Repubblica; ma, forse più per istinto e per passione che per Ragione, per una democrazia che gli consenta di vivere in pace, nelle libertà, nei diritti individuali e persino nella società dei consumi. Non mi piace, tanto per essere chiaro, l’uso che una minoranza ipocrita fa della donna per una finalità politica – rovesciare il governo – dopo averne predicato fino all’altro ieri l’autonomia e l’indipendenza soggettive (il corpo è mio e me lo gestisco io). Sarebbe inquietante, se non fosse ridicolo, il prototipo di donna virtuosa proposto secondo i canoni convenzionali dei regimi totalitari (le donne fasciste erano tutte esemplarmente uguali); prototipo che nulla ha a che vedere con le libertà e i diritti individuali delle donne e molto con l’arrogante, e bigotta, negazione non solo delle opinioni altrui, ma persino della realtà. Libertà che, a scanso di equivoci, non si sostanzia nei comportamenti, non sempre irreprensibili per un capo di governo, del cavaliere Silvio Berlusconi.

Lo snodo attorno al quale ruota tutto il dibattito odierno – ma che nessuno ha il coraggio di esplicitare, tanto meno chi ha in spregio quella degli altri – è se la libertà sia un fine o un mezzo.
Per la cultura liberale è «il» Fine in una società «giusta», dove gli Individui godano della più ampia sfera di autonomia alla sola condizione di non arrecare danno agli altri. Per il neopuritanesimo dell’ultima ora, la libertà è «un» mezzo per la realizzazione di una società «buona», dove la sfera di autonomia individuale è non solo ridotta, ma etero-diretta all’affermazione della Virtù generale. Che non sarebbe neppure la società di Robespierre «l’incorruttibile» ma, a giudicare dai tanti corrotti che la predicano, quella imperfetta di sempre con la sola differenza che al potere sarebbero loro.
In conclusione. È in gioco – non dico ancora in pericolo – il senso delle nostre libertà, dei nostri diritti individuali, della nostra stessa democrazia. Che, forse, è il caso di ricordarlo, o è democrazia liberale, per dirla con Isaiah Berlin, «pluralismo di valori», o non è; o è democrazia di popolo (di popolo), o è tirannia di una minoranza vociante.

11 febbraio 2011

Fonte: www.corriere.it

11 febbraio 2011 Pubblicato da | Pari Opportunita', Società | , , , , , , | 7 commenti

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