Tawakkul Karman non ha paura
di LUCIA PALMERINI
Prima per uscire di casa doveva essere accompagnata da un uomo, adesso da una guardia del corpo. L’assegnazione del Nobel per la Pace a Tawakkul Karmannon le ha semplificato la vita, anzi espone maggiormente a ritorsioni e minacce sia lei che la sua famiglia. In realtà, in Yemen, la vita di una qualunque donna è difficile e piena di ingiustizie, a partire dalle leggi che le riguardano ispirate alla sharia: oltre a non potersi muovere liberamente al di fuori delle mura domestiche, sono costrette a sposarsi bambine, nella maggior parte dei casi con uno sconosciuto, e la violenza in ambito familiare non costituisce reato. Ma Tawakkul Karman non ha paura, o perlomeno ha dimostrato di avere grande coraggio prendendo in mano le redini della protesta, guidando cortei, intonando i cori e gridando con il megafono. Tra i dimostranti spiccava il suo nihab rosa a fiorellini, le donne si sono fidate, hanno visto un’alternativa, un cambiamento possibile, gli uomini hanno colto l’attimo e si sono fatti guidare da questa giovane di 32 anni che altro non chiedeva che un futuro migliore, per lei, per i suoi figli, per le donne, per il suo paese. L’unico modo per farla tacere è stato arrestarla ed incarcerarla per quattro lunghissimi giorni, così come era già successo in passato. L’accusa fatta dal presidente Ali Abdullah Saleh, in carica da 33 anni, alle donne scese in piazza di non essere “delle buone musulmane” non ha fatto altro che incrementare l’indignazione e l’intensità delle proteste. Le pressioni internazioni hanno fatto il resto consentendo la scarcerazione di Tawakkul Karman che, una volta tornata libera, ha continuato a lottare con il suo popolo per la libertà, la giustizià e l’equità.
Lo Yemen è il più povero tra i paesi arabi, la speranza di vita si ferma a 60 anni, vi sono 53 decessi in media ogni 100 bambini nati vivi. Il dramma di questo paese lo si evince maggiormente nei dati sull’incremento della povertà, se nel 1992 il 20 per cento della popolazione si trovava sotto la linea di povertà, oggi invece troviamo quasi metà dell’intera popolazione con meno di 2 dollari al giorno, non diventa quindi difficile capire per quale motivo la popolazione si sia spostata nelle piazze per protestare. Ad una povertà dilagante si aggiunge la disastrosa situazione femminile, la partecipazione scolastica è inferiore rispetto ai maschi: solo il 31% delle bambine è iscritta alle elementari e la percentuale scende con l’aumentare dell’età, in generale il tasso di alfabetizzazione, è uno dei più bassi in assoluto, 50,2 per cento, anche se in miglioramento rispetto a dieci anni fa con un incremento di circa 12 punti percentuali. Le politiche attuate dal governo in risposta ai problemi del paese si sono rivelate inadatte e poco incisive ed hanno favorito l’integralismo islamico nelle zone più povere e l’incremento dell’instabilità. L’ultimo colpo di scena è arrivatto la scorsa settimana dopo mesi di scontri e proteste con l’opposizione, in un discorso trasmesso dalla tv di stato, il presidente Ali Abdallah Saleh ha reso pubblica l’intenzione di abbondonare il potere, ma forse è solo l’ennesima mossa politica per stemperare le polemiche internazionali sulla sua presidenza quasi quarantennale tornata alla ribalta in seguito all’assegnazione del premio nobel a Tawakkul Karman che ha portato nuovamente in primo piano la situazione in Yemen.
In realtà, in Yemen il cambiamento non è dietro l’angolo anche se il presidente Saleh, che è appoggiato dagli Stati Uniti, afferma di voler lasciare il potere. Restano infatti ancora un miraggio le tanto attese libere elezioni così come la libertà di stampa e di espressione che di fatto non esistono. Tutto passa attraverso gli uffici governativi che controllano ciò che viene divulgato, ma la rete no, internet è libero, vola sopra ogni divieto ed abbatte ogni barriera, e proprio da internet sono nate e cominciate le prime proteste, da internet sono arrivate le notizie sulla primavera araba e grazie ad internet i dimostranti si sono organizzati e sono riusciti a portare in occidente il loro grido di aiuto. Non è un caso che la protesta passi dal web, gli utenti di internet sono passati da poco più di 10 mila del 2000 ai quasi 2 milioni e mezzo del 2009, in 5 anni il numero di host internet è passato dai 166 a 255, e riguardo ai cellulari (uno dei mezzi più economici per accedere al web) su 100 abitanti 35 ne posseggono uno, contro lo 0,18 del 2000; numeri che sono destinati a crescere. La neo Premio-Nobel Tawakkul Karman, che si ispira a Martin Luther King, Nelson Mandela e Gandhi, per il suo paese vorrebbe una rivoluzione-sociale non-violenta e poter eleggere un nuovo presidente il prima possibile e sa bene che l’unico mezzo che può aiutare lei ed il suo Yemen a raggiungere questi obiettivi è proprio il web.
11 ottobre 2011
Pubblicato da Il Fondo Magazine
Del Boca: “L’unico con le idee chiare è Gheddafi”
di ROBERTO SANTORO

- Angelo Del Boca
Lo storico Angelo Del Boca con i suoi libri ha raccontato gli aspetti più feroci del colonialismo italiano e oggi, meglio di altri, conosce qual è la situazione a Tripoli e dintorni. Gheddafi continua a resistere e, nonostante abbia poche chance di rovesciare la situazione, si sta dimostrando un avversario temibile.
Professor Del Boca, il consiglio dei ministri ha approvato la missione italiana per far fronte alla emergenza umanitaria in Libia e Tunisia. «Nel caso tunisino mi sembra una decisione positiva, abbiamo visto immagini terribili dai campi profughi in territorio tunisino. Ma bisogna far presto. Sulla Libia ci andrei più cauto, la situazione è costantemente in movimento».
Sembrava che le tribù sulle montagne intorno a Tripoli fossero pronte a «calare» sulla capitale e invece… «Le mie fonti sulle montagne dicono che le tribù non hanno ancora armi a sufficienza».
Gheddafi non è finito anche se lo davano per spacciato. «In giro vedo molta velleità, soprattutto da parte occidentale. Paradossalmente, l’unico con le idee chiare mi sembra proprio il Colonnello».
Lo hanno dipinto come un matto ma non lo è «È tutto meno che folle. Ogni sua mossa è ragionata. Ieri ha attaccato l’Italia di Berlusconi, domani toccherà agli Stati Uniti o a qualcun altro. Ogni sua mossa è ben pensata».
Come la riconquista di Brega? «La Sirtica è decisiva per riprendersi i pozzi petroliferi. Per questo Gheddafi ha usato anche l’aviazione militare».
La situazione sul terreno potrebbe rovesciarsi? «Gheddafi è riuscito a cambiare due ministri, è ancora in sella con i suoi figli, e si sta riprendendo. Ma ormai la Cirenaica è persa e credo che non sarà facile contenere anche la Sirtica».
Nei giorni scorsi abbiamo visto sventolare alcune bandiere della monarchia. «L’ho detto dal primo giorno. La Senussia è stata sempre fortissima in Cirenaica. Quelle bandiere testimoniano di una nostalgia per il periodo dell’Indipendenza, quando nel ’51 gli inglesi misero al potere Re Idris. Oggi i nipoti di Idris, che vivono in Svizzera, si sono fatti avanti».
Le sembra uno scenario verosimile? «Il ricordo della monarchia c’è ma è improbabile che ritorni».
Resta l’ipotesi dell’intervento americano. «Tutto è possibile ma è molto meglio usare la prudenza. A meno che Gheddafi non usi la violenza contro i civili. Tutto sommato, per adesso il Colonnello ha ordinato delle operazioni militari utili a riprendere il controllo dei pozzi petroliferi, non ha lanciato missili contro i suoi nemici…come fece contro Lampedusa…».
Non le sembra che il presidente Obama sia troppo incerto? «Anche lui fa bene ad essere prudente. Il segretario di stato Clinton ha detto chiaramente che gli americani non vogliono un’altra Somalia. Gli Usa stanno vivendo una serie di problemi interni, di natura economica e politica, e questo influenza anche le loro decisioni in politica estera».
Gli Usa si trovano di fronte un avversario molto diverso da Mubarak o Ben Alì «Gheddafi è un osso duro. Un militare capace. Forse oggi, a 69 anni suonati, è un po’ frusto, ma come ho già detto dai discorsi che fa non è per niente inconsapevole. Pesa bene le parole e sta seguendo una strategia».
Possiamo salvare qualcosa del personaggio Gheddafi? «Quando fece il colpo di stato nel ’69 era un bellissimo ragazzo di 27 anni, un capitano pieno di talento e capacità. Riuscì a prendere il potere senza spargimenti di sangue e in un solo anno cacciò via le basi militari inglesi e quel che restava dei colonizzatori italiani. Da un coacervo di 130 tribù ha creato uno stato unitario. Gheddafi, in un certo senso, ha “fatto” la Libia».
4 marzo 2011
Fonte: www.iltempo.it
Angelo Del Boca: «Rivolta in Libia figlia di antichi rancori»
di LUIGI NERVO
La rivolta in Libia sembra essere arrivata alle fasi conclusive, con Gheddafi asserragliato nel suo bunker protetto da miliziani e mercenari mentre intorno alla Capitale i rivoltosi conquistano città e si apprestano a sferrare l’attacco finale. Abbiamo parlato della situazione in Libia con uno dei massimi esperti in materia, il professor Angelo Del Boca, ex giornalista e docente universitario che ha pubblicato molti libri sul Paese africano e sugli italiani che si trovavano in quelle terre.
Dopo Tunisia e Egitto la rivolta araba si è spostata in altri paesi. E ora anche in Libia. Era prevedibile che accadesse?
Direi di no, soprattutto per quanto riguarda la Libia. Anche per me, che conosco bene il Paese, è stata un po’ una sorpresa perché ha un reddito pro capite di 15-18 mila euro l’anno, che è esattamente il triplo degli altri paesi vicini. Poi in Libia i generi di prima necessità sono tutti contingentati, sono tutti calmierati e a prezzi talmente bassi da essere disponibili per tutti. C’è un reddito medio alto, infatti non abbiamo mai visto un libico chiedere l’elemosina in Europa. Abbiamo visto tunisini, algerini, marocchini, ma libici mai, perché si sta bene. Mi ha molto sorpreso che ci sia stata una contaminazione dai due paesi vicini. E, guarda caso, non è cominciato in Tripolitania, ma in Cirenaica. Che poi venisse dalla Cirenaica era previsto, perché c’è ancora la forte influenza della Senussia, come testimoniano gli striscioni che ho visto nelle foto con scritto “Viva la Senussia”. O le bandiere della Senussia, cioè dell’ultimo Re. E poi gli striscioni con scritto “Viva Omar al-Mukhtar”, che è il loro personaggio principale. È lo stesso personaggio di cui si vantava anche Gheddafi, infatti quando è arrivato all’aeroporto di Roma aveva la sua fotografia di quando lo portano ad impiccare. Però non me lo aspettavo.
Gheddafi ha detto che lui è diverso dagli altri presidenti, è un “leader della rivoluzione”.
Sì, questo è anche vero. Lui ha fatto una rivoluzione che non ha fatto né Ben Ali, autore di un colpo di stato dal mattino alla sera e della cacciata di Bourguiba, né Mubarak che, alla morte di Sadat, ha preso il potere. Ma le cose che dice non sono mica sbagliate. Anche quando dice “Io non posso dimettermi perché non ho un incarico”: questo è vero. Lui è la guida. Era tenente-colonnello ed è rimasto tenente-colonnello. Poteva diventare generale, maresciallo, tutto. Si è accontentato di questa indicazione: “Io sono la guida della rivoluzione”.
Questo gli ha dato una forza in più? Nel senso: mentre gli altri presidenti sono caduti subito, lui è ancora in piedi.
Certo. Lui è ancora in piedi. È ancora lì a difendere questa sua rivoluzione e il Libro Verde. Tra l’altro, quando l’ho incontrato nel 1996, proprio su questo Libro Verde gli ho fatto una domanda un po’ insidiosa. Gli ho chiesto: “Che successo ha avuto il Libro Verde nel suo Paese? Ho visto che l’avete stampato in milioni di copie, in tutti i paesi del mondo, ma qui in Libia che successo ha avuto?”. E lui, senza un attimo di esitazione, ha detto: “È stato un fallimento. La Libia è ancora un paese nero, non è un paese verde”. Quindi tutto sommato ha ammesso che questo Libro Verde è stato un fallimento.
Lei ha conosciuto Gheddafi. Che tipo di persona è?
Ho avuto un’impressione molto positiva. Quest’uomo mi ha rilasciato l’intervista alla presenza del ministro dell’Informazione, che era una donna, e del traduttore. Lui parlava in arabo e io in italiano. La durata prevista era di un’ora, ma alla fine sono stato con lui due ore e un quarto perché si è messo, lui stesso, a fare le domande. E debbo dire che faceva domande assolutamente pertinenti. Un uomo che calibrava bene le sue risposte. E poi ho capito che sa anche l’italiano perché, per due o tre volte, ha bloccato il traduttore per dire: “No guarda, Del Boca ha detto così”: aveva perfettamente capito che l’altro aveva un po’ addolcito la risposta. Io ho avuto un’impressione notevolissima. Lo tenevo d’occhio. E analizzavo i suoi vestiti, perché mi interessava poi descriverli, descrivere la sua faccia, i suoi sentimenti. E poi, alla fine, quando mi ha accompagnato sulla porta della tenda, mi ha detto in inglese: “La ringrazio molto per quello che ha fatto per noi, perché lei ha scritto la nostra storia. Noi non abbiamo storici, è stato lei a scrivere la nostra storia”. Avevo scritto due volumi sugli italiani in Libia. Una cosa che io non sapevo è che lui se li faceva mandare dal traduttore, capitolo per capitolo, togliendo quello che non gli piaceva. È stata un’esperienza straordinaria innanzitutto per l’ambiente. Mi ha fatto vedere la casa che era stata bombardata dagli americani, quella che si vede nel film. Mi ha fatto vedere la culla con i pezzi di soffitto dove è morta la figlia adottiva. E poi, soprattutto, questa intervista lunghissima.
E sul piano politico che presidente è stato?
Sul piano politico debbo dire che lui ha preso in mano un Paese e ha cercato di farne una nazione. Ci è anche riuscito, in un certo senso, perché una delle operazioni che ha fatto negli anni della sua presenza in Libia è stata quella di cacciare americani e inglesi che avevano delle basi militari. Poi è riuscito a cacciare gli ultimi ventimila italiani ancora presenti. E quindi si è liberato da tutti i segni del colonialismo. E questo l’ha fatto lui, non re Idris. È vero che poi in 40 anni non è riuscito ad abolire i clan. Saltano fuori tutti adesso. In questi giorni, mi telefonava il mio amico Anwer Fekini, il nipote del capo della rivolta del 1911-1931, per dirmi che la sua tribù, i Rogeban, si è mossa e insieme agli Zintan, gli Orfella e i Tahruna, le tribù della montagna, stanno per attaccare Tripoli.
E i numeri del massacro?
Non credo assolutamente alla cifra fornita da El Arabiya di diecimila morti e cinquantamila feriti. Per cinquantamila feriti non basterebbero tutti gli ospedali della Libia e dell’Italia. E poi, diecimila morti? Abbiamo visto le fosse, però io dico che al massimo si può parlare di mille morti, forse. Come sempre c’è questa esagerazione e come sempre è più evidente in Tripolitania. In Cirenaica avevamo i morti quasi sicuri, si parlava di 288, poi 315. Le cifre erano abbastanza recepibili. Ma quello dei cinquantamila feriti è un dato che mi colpisce più dei morti.
Quali sono i motivi di questa rivolta in Libia?
In Cirenaica c’era un risentimento più vecchio. Non è soltanto la contaminazione Egitto-Tunisia. Ricordiamo i due fatti precedenti: la rivolta del 1996 a Bengasi, che ha obbligato Gheddafi a mandare Esercito, Marina e Aviazione e a occupare le carceri di sovversivi e poi la rivolta per i disegni di quel cretino di ministro italiano (Calderoli, ndr). Lì c’è sempre stato un forte risentimento verso il potere centrale: loro si ritenevano un po’ dimenticati da Tripoli e quindi era quello il luogo dove covava la rivolta.
Ma poi la rivolta si è spostata rapidamente arrivando alle porte di Tripoli.
Sì, in una settimana è arrivata anche a Tripoli. C’è il 30% di disoccupazione. È vero che loro hanno un reddito pro capite molto alto. È vero che hanno i prezzi bassi calmierati dei prodotti di prima necessità. Però, quando uno non ha un posto di lavoro… lo vediamo in Italia dove non c’è il coraggio di fare le rivolte. Ma sarebbero da fare anche qui.
A proposito di Italia: Gheddafi ha detto che “ha seppellito il grande martire”, ci sono rapporti economici, Berlusconi e Gheddafi sono amici. Quali sono i rapporti attuali tra i due Paesi?
Fino a ieri erano rapporti stupendi. Abbiamo fatto un trattato molto azzardato. Il Trattato di cooperazione e amicizia ha uno sfondo quasi esclusivamente economico-commerciale, ma ben poco di politico. Subito dopo ho detto che hanno meditato poco. Bisognava almeno dire che l’interlocutore non è a un livello europeo, non rispetta i diritti umani. Queste cose andavano dette in un preambolo, cosa che invece non è avvenuta perché ci interessava soltanto impiantare là le nostre ditte e certamente fare anche dei proventi, perché loro partecipano anche in Italia. Quindi, il rapporto era ideale. Anzi, troppo ideale. Io l’avevo criticato proprio per quel motivo. E ora alcuni esponenti dell’opposizione chiedono addirittura che venga annullato. Annullare un trattato di cooperazione e amicizia è mica roba da poco. Poi con chi lo annulliamo? Il vecchio governo che è ancora in piedi. Un nuovo governo non esiste. Chi sono i nostri interlocutori? È questo che io dicevo a Fekini: “Hai qualche nome da dirmi? Voi dite che non volete assolutamente alcun compromesso con il vecchio clan di Gheddafi. Chi volete?”. Mi ha detto: “Vogliamo gente nuova, di una nuova Libia”. E allora gli ho detto: “Perché non ti metti tu?”. E lui: “No, io posso dare consigli come avvocato, posso aiutarli, ma non mi interessa fare la vita politica”. E ci credo, è miliardario.
Allargando lo sguardo, Gheddafi ha chiamato a raccolta gli arabi contro il “Satana americano”. L’Iran ha fatto passare le navi attraverso il Canale di Suez per testare la situazione. Cosa potrebbe succedere nel contesto internazionale?
Non credo che succederà nulla di grave e di colossale. Perché l’Onu cosa può fare? Non può fare niente. Può attuare delle sanzioni, come ha fato tanti anni fa. Erano appena finite le sanzioni. Può rifarle, ma secondo me fra tre o quattro anni non ci sarà più Gheddafi. Quindi sanzioni a chi? Al popolo libico che ha già sofferto? Non credo, sarebbe ridicolo. Quindi, secondo me, nessun intervento in questo momento ha una validità. Nessuno. Perché l’unico organismo che può prendere una decisione è l’Onu che può fare delle sanzioni se Gheddafi resta al governo. Ma io ho seri dubbi anche perché ho notizie precise di come stanno le cose e non credo che lui riesca a resistere.
25 febbraio 2011
Fonte: www.nuovasocieta.it
Women of Egypt
Guardando video, foto e news della rivolta egiziana del mese scorso anche io decisi di dare un contributo selezionando foto ed articoli che testimoniavano la presenza delle donne creando la pagina facebook “Women of Egypt”
http://www.facebook.com/pages/Women-Of-Egypt/188702194487956
Alcune giovani donne provenienti da Egitto, Turchia, USA e Palestina, hanno deciso di darmi una mano ed insieme abbiamo realizzato il progetto “Women of Egypt” che voleva dare voce alla donne egiziane. Oggi non parliamo piu’ solo di Egitto, ma anche di Libia, Tunisia, Algeria, Iran, Libano, Giordania… e di donne nel mondo.
La pagina ha raggiunto immediatamente migliaia di contatti ed e’ divenuta importantissima nella divulgazione di notizie. La CNN ci ha intervistate, e troverete il mio contributo in questo video, che contiene parte dell’intervista che mi e’ stata fatta.
Di seguito il link al video:
http://ireport.cnn.com/docs/DOC-563342
Gli affari miliardari delle forze armate. Sfornano pane e costruiscono autostrade
L’ Egitto deve ovviamente trovare una via e vedo che ci sono progressi Barack Obama, presidente Usa La transizione deve essere graduale, efficace, inclusiva e iniziare subito Franco Frattini, ministro degli Esteri L’ esercito controlla il 45% dell’ economia, generali collocati ai vertici delle società In un cablo di Wikileaks L’ ambasciatrice Usa Scobey: «Il ruolo delle forze armate nell’ economia frena le riforme liberiste in Egitto» L’ esperto Springborg: «L’ esercito si presenta come il salvatore del Paese, gli occidentali accettano che guidi la transizione»
di DAVIDE FRATTINI
IL CAIRO – L’ autostrada che va da Ain Souknah sul Mar Rosso al Cairo, 90 minuti attraverso il deserto, è stata costruita dall’ esercito sulle terre di proprietà dell’ esercito. Il pane distribuito agli egiziani affamati nella crisi del 2008 è stato cotto dai fornai dell’ esercito nei forni dell’ esercito. Lo scalone elegante che accompagna la salita ai piani alti del ministero della Produzione militare simboleggia gli affari gestiti dai soldati in questo Paese. Le forze armate fabbricano frigoriferi, lavastoviglie, bombole per il gas, stufe, commerciano in olio d’ oliva e acqua minerale. Il ministero impiega 40 mila persone e realizza ricavi attorno ai 345 milioni di dollari l’ anno (quasi 255 milioni di euro). L’ analista americano Joshua Stacher calcola che i militari controllano tra il 33 e il 45 per cento dell’ economia nazionale. Ogni anno dagli Stati Uniti ricevono 1,3 miliardi di dollari in aiuti, in un trentennio fa quasi 40 miliardi. La contabilità del tesoro è approssimativa, perché il bilancio, il numero di industrie e degli arruolati (oltre 400 mila, che ne fanno la 10a armata al mondo) sono segreto di Stato. Così ben protetto, che quando nel 2009 un gruppo di operai nella Fabbrica Militare 99 è sceso in sciopero per protestare dopo la morte di un collega (ucciso dall’ esplosione di un boiler), otto di loro sono finiti sotto processo – in una corte marziale – «per avere diffuso informazioni riservate»: avrebbero raccontato a un sito dell’ opposizione che le condizioni di lavoro erano pericolose. Un cablogramma inviato dall’ ambasciatrice Margaret Scobey nel settembre 2008 – e rivelato da Wikileaks – ricostruisce il business bellico in tempi di pace. «I generali in pensione – scrive – vengono piazzati ai vertici delle società, attive soprattutto nelle costruzioni, il cemento, gli hotel, i carburanti». Le forze armate possiedono terreni di valore nel delta del Nilo e lungo le coste del Mar Rosso. «Queste proprietà sarebbero una sorta di indennità aggiuntiva – continua la diplomatica – garantita dal regime per assicurarsi l’ appoggio dell’ esercito». Il documento americano descrive però la carriera militare come «sempre meno allettante rispetto al settore privato»: «Gli stipendi sono crollati e i giovani ambiziosi preferiscono aspirare a far parte dell’ élite finanziaria civile. Il declino è cominciato con la sconfitta nella guerra con Israele nel 1967 e dopo il licenziamento di Abu Ghazaleh (1989) il regime non ha più nominato personaggi carismatici al ministero della Difesa». Il feldmaresciallo Mohamed Hussein Tantawi è disprezzato dagli ufficiali che lo considerano «un burocrate» e lo chiamano «il barboncino di Mubarak». In un commento, Scobey fa notare: «Consideriamo il ruolo delle forze armate nell’ economia come un fattore che frena le riforme liberiste e mantiene il coinvolgimento diretto del governo nel mercato. L’ esercito vede le privatizzazioni come una minaccia ai propri interessi». Le prime dichiarazioni di Ahmed Shafiq, il neo-premier ed ex comandante dell’ aviazione, rivelerebbero il progetto di ritornare a uno statalismo più energico. Prima di venir travolta dalle proteste, la possibile candidatura di Gamal Mubarak alla successione è stata osteggiata dai generali, che temevano la concorrenza del secondogenito del raìs e del circolo di imprenditori che si è arricchito attorno a lui. Un gruppo di ufficiali in pensione aveva diffuso una lettera per criticare l’ ipotesi della carica ereditaria. Gamal sarebbe stato il primo presidente, dal colpo di Stato del 1952, a non aver avuto un passato in divisa. In questi giorni di rivolta che si infiacchisce, i carristi per le vie del Cairo sono ancora festeggiati e rispettati. Eppure i leader del movimento pro-democrazia temono di essere rimasti incastrati in piazza Tahrir da una strategia poliziotto cattivo/soldato buono orchestrata dal regime. «I militari che governano il Paese sembrano essere soddisfatti – scrive Stacher su Foreign Policy – dalla situazione attuale: Mubarak resta formalmente al suo posto, i poteri sono nelle mani di Omar Suleiman. L’ obiettivo dello Stato, restaurare una struttura guidata dagli ufficiali, non è neppure celato». «L’ esercito ha effettuato alcune mosse di jiu-jitsu politico – dice Robert Springborg, professore alla Naval Postgraduate School in California -. Ha lasciato che la protesta focalizzasse la rabbia contro il presidente, che ormai è stato in qualche modo sacrificato, e adesso si presenta come il salvatore della nazione. Le richieste degli Stati Uniti e dell’ Europa non sono state di sostituire il governo dei generali con un esecutivo civile: alla fine, gli occidentali hanno accettato che siano gli ufficiali a guidare la transizione». Gli incroci di alcuni quartieri «strategici» del Cairo sono controllati da uomini dell’ unità 777, le forze speciali, in strada con il passamontagna nero. È probabile che l’ esercito manterrà una presenza fino alle elezioni di settembre. I generali vogliono la stabilità non perché siano preoccupati dei nemici esterni da combattere, ma per garantirsi i consumatori (gli egiziani) da attrarre. Davide Frattini kabul.corriere.it
8 Febbraio 2011
Fonte: www.corriere.it
Da sempre sono appassionata di temi riguardanti l’economia e la politica ed attraverso questo blog spero di condividere idee ed opinioni con gli altri.
