Lucia Palmerini

parole in libertà … speak freely

Non vado in piazza: ecco perché

Il Confronto sulle donne e la manifestazione del 13 Febbraio

di LUCIA PALMERINI

Lucia Palmerini

Oggi domenica 13 febbraio resterò a casa a leggere un libro o andrò a fare una passeggiata al mare od in centro, ma sicuramente non scenderò in piazza e non permetterò a nessuno di strumentalizzarmi. Non solo non aderisco alla manifestazione, ma la condanno e aborro l’idea che un tema importantissimo come l’emancipazione femminile possa essere strumentalizzato dal partito di opposizione di turno, in questo caso centro e sinistra.

Se fossi un uomo mi accuserebbero di essere maschilista e sessista, ma sono una donna, emancipata, istruita, con un lavoro normalissimo, e la decisione di non aderire alla protesta è stata da me analizzata ed approfondita in ogni aspetto. Dapprima pensavo che la manifestazione indetta “per le donne riguardasse la segregazione e discriminazione femminile che è oramai scientificamente provata, così come l’esistenza della corruzione e dell’uso improprio delle raccomandazioni. Basti ricordare che le donne nel Parlamento italiano sono il 17%, contro una media europea del 23% e contro la totale parità in Norvegia ed Olanda. Ma invece di scendere in piazza per chiedere politiche paritarie, di sostegno alle donne che lavorano, e di miglioramento delle infrastrutture dell’infanzia, si scende in piazza per chiedere le dimissioni di Berlusconi.

Andiamo per ordine. Innanzitutto nel manifesto dell’appello alla mobilitazione si fa riferimento alle italiane: sono escluse le immigrate e gli uomini, come se i comportamenti lesivi della dignità delle donne riguardasse solo una parte della nazione e non tutti. E, cosa gravissima, si fa riferimento a due tipi di donne, le buone e dignitose, ovvero coloro che “lavorano fuori o dentro casa, che si sacrificano, che si occupano di figli, mariti e genitori anziani”, e le altre, le cattive, che lasciano i figli nelle mani di imprudenti babysitter, i genitori abbandonati a badanti senza scrupoli, i mariti alle prese con fornelli e lavatrici, o che legittimamente sono manager del loro corpo e del loro aspetto.

Continua il manifesto asserendo che le buone “hanno considerazione e rispetto di sé, della libertà e della dignità femminile ottenute con il contributo di tante generazioni di donne che hanno costruito la nazione democratica”, alla quale invece non pare abbiano contribuito le cattive, che verranno giudicate e pagheranno i loro errori passando il resto della loro esistenza espiando i loro gravi peccati.

Il manifesto prosegue dicendo che ciò che “non è più tollerabile, è la ripetuta, indecente, ostentata rappresentazione delle donne come nudo oggetto di scambio sessuale, offerta da giornali, televisioni, pubblicità”. Mi domando, perché non è più tollerabile? Perché fino a ieri era lecito e tollerabile trovare una donna seminuda in un programma televisivo o in una pubblicità ed oggi non lo è più? O meglio, perché se fino a ieri il corpo seminudo di una donna era tollerato, oggi non può più esserlo? Cosa è cambiato? Come hanno fatto a scoprire l’esistenza di “una cultura diffusa che propone alle giovani generazioni di raggiungere mete scintillanti e facili guadagni offrendo bellezza e intelligenza al potente di turno, disposto a sua volta a scambiarle con risorse e ruoli pubblici”? Come hanno fatto a scoprire tali atteggiamenti? Chi ha spiato o tradito le cattive?

Ovviamente le buone non possono tollerare tali atteggiamenti che “inquinano la convivenza sociale e l’immagine in cui dovrebbe rispecchiarsi la coscienza civile, etica e religiosa della nazione”. Avete letto benissimo, in uno Stato laico, si parla di coscienza religiosa della nazione dalla quale non si può prescindere. Quale sia la religione alla quale si ispirino non è dato sapere, ma forse la povera Giovanna D’Arco avrà presto qualcuno a farle compagnia.

Ma eccoci a Berlusconi, colpevole di essersi accompagnato alle cattive, ovvero giovani e belle donzelle leicemente rimborsate per il tempo che hanno lui dedicato. Secondo le indignate, ovvero le buone, tale “modello di relazione tra donne e uomini, che egli ha ostentato (di solito si ostenta in un luogo pubblico davanti al pubblico non in una casa privata), incide profondamente negli stili di vita e nella cultura nazionale, legittimando comportamenti lesivi della dignità delle donne e delle istituzioni”. Quindi il problema non sono la segregazione e la discriminazione femminile, o la mancanza di donne in parlamento o di politiche dedicate alla situazione delle donne in Italia, ma l’abitudine lecita di Berlusconi di trascorrere il suo tempo privato in una casa di sua proprietà con giovani e belle donne: cattive, ovviamente.

Non solo, le paladine della dignità delle donne – le buone di cui sopra – minacciano in perfetto stile leniniano chi non aderirà alla loro grande rivolta di dover “rispondere delle proprie azioni, assumendosene la pesante responsabilità, anche di fronte alla comunità internazionale”.

Visto che tale avvertimento mi riguarda poiché non scenderò assolutamente in piazza, vorrei sapere di quale responsabilità si tratta, quale sarebbe il mio peccato e se il mio petto verrà marchiato a fuoco così come quello della protagonista della lettera scarlatta.

Buone contro cattive quindi, in un perverso scontro architettato dalle donne stesse per far dimettere l’attuale Presidente del Consiglio.

Io non ci sto. Io non mi faccio strumentalizzare, non mi schiero contro chi utilizza la sua vita diversamente da me e soprattutto non condanno o giudico chi si comporta in maniera diversa; e mi fa orrore, impressione, terrore sapere e constatare che delle donne condannino dei comportamenti e mostrino invece quali debbano essere quelli da tenere. Mi fa schifo sapere che per Irene Tinagli, possibile futura candidata primo ministro per il PD, una donna debba essere “femminile ma non seduttiva, perché chi si presenta in autoreggente lo fa non solo perché gli uomini la vogliono così, ma anche perché é insicura”.

Mi fa schifo perché realizzo che le battaglie delle donne per essere giudicate in base all’operato e non all’aspetto sono finite nel gabinetto di un qualunque bagno. Mi fa schifo perché sono convinta che una donna od un uomo debbano essere liberi di fare quello che vogliono con il loro corpo, liberi di prostituirsi, andare a letto con un trans o con chiunque. Mi fa schifo perché sento che nel mio bel Paese si parla sempre di più di comportamenti morali e giusti avvicinandoci ad un modello di Stato che ha eguali solo laddove vige la Sharia.

13 febbario 2011

Fonte: www.diebrucke.it

Pubblicato anche dal Corriere della Sera

http://www.corriere.it/cronache/11_febbraio_13/lettera_no_piazza_lucia_palmerini_a1634c58-379c-11e0-b09a-4e8b24b9a7d0.shtml

13 febbraio 2011 Pubblicato da | Pari Opportunita', Scritti da Lucia Palmerini, Società | , , , , , , | 6 commenti

Dignità? Una battaglia che non è la mia

Il Confronto sulle donne e la manifestazione del 13 Febbraio

di ANNALENA BENINI

 

Annalena Benini

Caro direttore,
oggi ci sarà anche il sole e sarà una manifestazione bellissima, colorata, piena di facce meravigliose e di indignazione appassionata. Ma non sarà la mia manifestazione (molte mie amiche ci vanno, per allegria e indomabile femminismo, e saranno tutte dietro lo striscione delle prostitute, con l’ombrellino rosso e qualche strana maglietta, per salvarsi dalla pericolosissima distinzione fra ragazze per bene e ragazze per male). Non lo sarà perché non ho una dignità ferita da curare o da mostrare nella sua purezza, non lo sarà perché la figura peggiore, in questa storia, la fanno gli uomini, anche se sono bravissimi a fingere di non esserci, o a dire frasi con aspirazioni femministe ma abbastanza patetiche.

La femminista e storica del movimento delle donne Anna Bravo ha scritto una illuminante lettera agli uomini, sul manifesto di ieri: «Vorrei almeno sapere cosa avete in mente quando, oggi, parlate di donne. Per esempio, io non riesco a vedere una differenza qualitativa fra il dire “le nostre mogli, le nostre compagne, le nostre amiche, le nostre figlie (…) che conosciamo e rispettiamo”, e il dire: “tutte puttane, tranne mia mamma e mia sorella”».

Ecco, avessi letto o ascoltato (ma non nelle chiacchiere fra amici e mariti, che sono sempre molto sincere ma mai pubblicabili) una riflessione vitale degli uomini sulle relazioni maschi/femmine, senza il pietoso tentativo di scaricarci addosso qualche colpa da lavare fingendo di difenderci, mi sarei entusiasmata, avrei pensato che gli anni Cinquanta sono davvero finiti, ma non è successo, quindi parlo solo per me. Io non mi sento offesa in quanto donna dalle ragazze di Arcore, non credo che quel che faccio e di cui sono fiera (lavorare, stare con i miei figli, essere innamorata, andare al cinema, all’asilo, a fare la spesa, sentirmi stremata a volte), venga oltraggiato o sciupato perché ci sono ragazze che scambiano sesso con denaro o favori con i potenti e, come si avverte dalle conversazioni telefoniche spiate, ne sono parecchio consapevoli.

Non è divertente, non è bello, non è affatto un buon esempio, non è il tipo di donna che vorrei essere e non è la figlia che vorrei crescere, ma è libertà, è letteratura, è soggettività ed è vita. Negli appelli ho letto cose che d’istinto, da figlia delle femministe di allora, ho sentito vecchie e tristi. «Le altre donne», «Se non ora, quando?» (quando lessi il libro di Primo Levi, credo vent’anni fa, ammirai la potenza di quella reazione, e oggi rivendico lo scandaloso diritto di ridere di una manifestazione anti Berlusconi che si intitola come la lotta dei partigiani ebrei russi e polacchi contro il nazismo).

Anche «la maggior parte delle donne italiane non sono in fila per il bunga bunga» non mi piace: è così evidente, e allora? Devo mettermi una sciarpa bianca in segno di lutto per far vedere che non sono una prostituta e che sono scandalizzata che esistano le prostitute e le olgettine e le ragazze con i labbroni a canotto? Non ci riesco, e forse mi annoio anche. Ma conosco il dibattito di questi giorni, ho intervistato io stessa per il Foglio molte signore mai banali sul tema, e so che quando ci sono di mezzo le donne le cose cambiano sempre, si muovono, si evolvono. So e spero che le ragazze oggi in piazza non cadranno nello sbaglio: donne contro donne, puttane e spose, per bene e per male, con dignità e senza dignità. Sarebbe una miseria troppo grande per una donna, sarebbe un grigiore rancoroso che non è femminile (su Facebook ci si cambia la foto del profilo per sentirsi più dignitose, ma io non mi sento meno dignitosa di Maria Montessori o di Virgina Woolf, davvero: penso che le nostre vere facce possano bastare).

Quella di oggi sarà quindi una manifestazione contro il presidente del Consiglio, per chiederne le dimissioni. Molte femministe, che trent’anni fa si erano giurate di non fare mai più politica usando a pretesto le donne, adesso sono arrabbiate, sentono che la strumentalizzazione è pronta. Usare le bellissime facce delle donne per cacciare Silvio Berlusconi. Nemmeno questo è esaltante, in effetti: vorrei che Silvio Berlusconi venisse sconfitto da un’alternativa potente, da qualcosa di entusiasmante, da un progetto in cui credere (nel momento in cui accadrà, Berlusconi scomparirà in un attimo, perché non sarà più nei nostri pensieri), ma non dal giudizio morale sulle notti (per me, patetiche) con il Sanbitter e la mentina. Vorrei che ci convincessimo, tutte, ma in particolare quelle molto più giovani di me, che il mondo è nostro e lo vogliamo tutto. E ce lo possiamo prendere.

13 febbraio 2011

Fonte: www.corriere.it

13 febbraio 2011 Pubblicato da | Pari Opportunita', Società | , , , , | Lascia un commento

Giusto esserci (senza il timore di venire usate)

Il Confronto sulle donne e la manifestazione del 13 Febbraio

di BIANCA BECCALLI

Bianca Beccalli

Caro direttore,
è giusto manifestare oggi in piazza rispondendo all’appello «Se non ora, quando?». È giusta questa protesta e, comunque, chi la porta avanti e a chi giova?

Io, che risponderò andando in piazza, sono lieta che la discussione e le polemiche si siano sviluppate: la piazza è un’agorà solo simbolica, solo una parte della Polis, un piccolo spazio entro gli ampi confini della democrazia, e così lo sono gli interventi che questo giornale ha incoraggiato. Ma abitare questo spazio serve per attivare la democrazia, e questo è già un successo dell’iniziativa, approvata o disapprovata che sia.

Vedo due argomenti principali contro la partecipazione e nessuno dei due mi convince. Vi è il timore che la protesta sia strumentalizzata da chi non ha mostrato una vocazione per questa causa, ma coglie l’occasione per altri scopi. È un timore espresso da una parte del movimento delle donne, la parte più gelosa della propria autonomia rispetto al gioco politico nazionale. È un timore che non trovo fondato e basta un riferimento alla lunga storia dell’impegno pubblico delle donne per rendersi conto che donne e movimenti delle donne si sono intrecciati spesso con movimenti politici più generali: la marcia di Versailles fu una marcia di donne che protestavano per il pane e fu importante per spingere il Re a tornare a Parigi, un passaggio cruciale nella storia della Rivoluzione francese. Per venire più vicini a noi si ricordi il movimento di «Pane, pace e libertà» alla fine della Seconda guerra mondiale, che aveva coinvolto in particolare le donne. O il femminismo americano degli anni 60 e 70, strettamente intrecciato al movimento per i diritti civili.

In tutti questi casi e in altri ancora è vero che partiti o movimenti politici diversi si sono avvalsi della spinta che proveniva dalla protesta femminile, ma che male c’è se la politica non contraddice ma asseconda quella spinta? Il femminismo è stato una componente importante nella lotta per ottenere diritti civili come il divorzio o l’aborto, anche se poi questi sono stati definiti tramite l’intervento dei partiti e entro logiche tradizionali diverse dalle pratiche del femminismo.

Vi è anche il timore che l’autonomia femminile venga messa in discussione da un ritorno di moralismo giudicante su pratiche e comportamenti relativi all’uso del corpo delle donne. La proprietà del proprio corpo è come un habeas corpus femminile che è stato importante nella storia del femminismo dagli anni 70 in poi. In questa storia la rivendicazione dell’autonomia femminile non era in contrasto con la critica alla mercificazione del corpo delle donne. Anzi, la mercificazione, la «donna oggetto» erano viste come tipiche lesioni dell’autonomia: le femministe d’antan bruciavano i reggiseni, attaccavano i negozi di biancheria intima, non si depilavano. «Né puttane, né madonne, siamo donne» era il loro motto. Combattere la mercificazione non è moralismo bacchettone, è una rivendicazione di dignità, che può essere condivisa o rifiutata: se alcune o molte si trovano bene in un contesto mercificato, e sostanzialmente imposto dagli uomini, sarà loro libera scelta usare il corpo e la seduzione tradizionale.

Quel che mi colpisce, e mi convince ad andare alla manifestazione, è che una vera scelta tra uso del corpo e uso della testa oggi è resa molto difficile dalla struttura delle opportunità che si offrono alle donne. Anche in un futuro ideale ci saranno ragazze carine che aspirano a un benessere immediato e che sceglieranno l’uso del corpo e della seduzione, piuttosto che il lavoro duro e l’ingresso in carriere difficili. Ma oggi, spesso, la scelta non c’è o è molto limitata. Le giovani donne di oggi hanno risultati migliori dei maschi nella scuola e nell’università, anche in percorsi una volta solo maschili, e poi non sono assunte sulla base del merito o non fanno carriera nel settore privato. Non parliamo poi della politica: a parte i casi aberranti riportati dalle cronache recenti del nostro Paese – più una mortificazione dei diritti di rappresentanza dei cittadini che dei diritti delle donne a veder valorizzati i loro meriti politici, e non l’aspetto fisico – la politica di oggi è il regno dell’arbitrio, delle cooptazioni non giustificate o giustificate da motivi personali, dell’intreccio tra pubblico e privato.

È perché trovo i timori di più sopra poco fondati e sento invece forte l’ingiustizia per un uso così scarso e distorto delle capacità femminili, che mi sembra giusto scendere in piazza.

13 febbraio 2011

Fonte: www.corriere.it

13 febbraio 2011 Pubblicato da | Pari Opportunita', Società | , , , , , , | Lascia un commento

Il realismo delle donne

Il Confronto sulle donne e la manifestazione del 13 Febbraio

di BARBARA STEFANELLI*

Barbara Stefanelli

Una manifestazione, domani, che vuole lanciare «un urlo collettivo» contro Berlusconi e denunciare «la degenerazione della libertà in arroganti libertinismi» che offendono la dignità delle donne. E una contro-manifestazione, già questa mattina, che considera gli slogan di quella piazza una forma di «giacobinismo moralista» che farà arretrare le donne stesse a favore di pericolosi agenti del pubblico pudore. Le cronache del caso Ruby e l’appello a partecipare a una grande protesta popolare al femminile hanno percorso e diviso il Paese.

Il dibattito è stato appassionato, a tratti spregiudicato, comunque – crediamo – positivo perché ha animato una sfida non banale tra generazioni e idee diverse. Il Corriere ha dato ampio spazio a questo confronto che non è mai diventato «pollaio» e che, anzi, ha dato prova di una sorprendente vitalità civica.

Ora, per quanto vasta, una manifestazione non fa cadere un governo in Italia. Come non lo fanno cadere i magistrati, e sarebbe grave per una democrazia liberale se ciò avvenisse. Un governo cade in Parlamento e per volontà di elettori ed elettrici che si esprimono in quel senso. Non è questa la partita. Ma una partita c’è ed è una partita fondamentale.

La domanda alla quale dobbiamo rispondere è semplice: l’Italia ha un problema con le donne? La scrittrice Silvia Avallone, 26 anni, ha giustamente sottolineato che siamo state educate all’indipendenza dalle nostre madri: «Questa parola, indipendenza, mi è sempre stata detta con un tono particolare, il tono di ciò che è veramente importante. Non ho mai sentito sulla mia pelle un difetto di libertà».

Se tutto questo è vero – e qui sta il passaggio di testimone tra una generazione femminista che ha molto combattuto e una generazione ostile ai riti collettivi, ma fiera di sé e delle proprie identità individuali – è anche vero che esiste un salto tra il cromosoma acquisito di una libertà senza difetti e quello che succede nelle nostre giornate.

Bastano pochi dati su occupazione, retribuzione, rappresentanza. Le donne italiane si diplomano e si laureano più (e meglio) degli uomini, ma neppure una su due ha un posto retribuito. Una percentuale che ci pone ai piedi della classifica europea, meglio solo di Malta. E, a parità di livello, guadagnano il 16,8% meno dei colleghi maschi. Una donna su quattro lascia il lavoro dopo la maternità: su 100 bambini solo 10 trovano posto in un asilo nido, meno di 5 su 100 in uno comunale. Le donne ministro rappresentano il 21% del totale, le parlamentari non superano il 20%. Nelle società quotate la presenza femminile nei Consigli di amministrazione arriva al 6,8%; le amministratrici delegate sono appena il 3,8%. Questo significa che nel Paese esiste un gender gap, come viene definito nei rapporti ufficiali, un divario tra i generi che rende le donne assenti o deboli in tutti i luoghi – nelle aziende pubbliche e private, in politica e diplomazia, nelle università – dove si prendono le decisioni che determinano poi la vita di una società. E la modernità di uno Stato. Pasolini parlava di «un’incrostazione superficiale di modernità» che in Italia nasconde strati di realtà storicamente superati. Forse quell’analisi feroce ancora racconta una parte di quello che siamo.

La risposta alla domanda dalla quale siamo partiti è dunque «sì». L’Italia ha un problema rispetto a quel 51,4% di popolazione che è costituito da donne. È legittimo protestare; è vitale agire sul terreno. Senza vittimismi fuori tempo, senza attribuire tutti i mali a un nemico, ma senza il timore di mettersi in trincea finché il sistema non diventerà equo ed equilibrato. Se l’obiettivo è «più donne», uno dei rimedi può essere una legge che temporaneamente imponga quote di presenza femminile ai vertici delle istituzioni, dei partiti, delle imprese. Può sembrare una piccola cosa rispetto alle profondità toccate dalle riflessioni di queste ore. Ma è un passo per scuotere il Palazzo, per scavalcare fossati che resistono a lasciarsi colmare dal basso. Il gradino di un 30% obbligatorio, che sta creando onde riformatrici nei Paesi dove viene sperimentato, rappresenterebbe un trampolino per creare movimento e rinnovamento. Avendo subìto a lungo il non merito di altri, per le donne è molto difficile essere avviate verso un recinto, contate e rinchiuse in una percentuale stabilita per legge. Resta però una delle poche soluzioni – bipartisan – che possiamo spingere subito in cima all’agenda politica nazionale. A patto poi che nelle quote finiscano nomi scelti in base a quell’incrocio di talento e volontà che determina il merito delle persone. L’augurio è che alle nostre figlie questo 30% possa un giorno sembrare uno scherzo antico.

C’è un altro punto chiave che ci riporta attorno al caso Ruby. In Italia l’identità delle ragazze – la loro possibilità di crescere indipendenti, consapevoli, forti solo di sé – è messa alla prova da una cultura dell’immagine che in nome di un’idea conformista del successo sfrutta il corpo fino all’ultimo centimetro di pelle. Ci siamo assuefatti, da molte stagioni, a un immaginario femminile assai lontano dalla realtà delle donne che affrontano giornate difficili, o esaltanti, ma comunque estranee a quello che viene raccontato ossessivamente in questi giorni. Vorremmo che le protagoniste dei nostri ragionamenti non fossero solo Karima, Maristhelle, Iris, Aris – libere naturalmente di continuare a fare nel frattempo quello che vogliono – ma tante altre donne. Avranno forse nomi meno esotici, ma saranno personaggi infine più interessanti: vestite come sono delle loro storie quotidiane tenute in equilibrio tra famiglie, lavoro, se stesse. È tempo di scommettere su una società dove ogni diciottenne possa dire di sé quello che scriveva Luciana Castellina nel suo diario in un lontanissimo 15 aprile 1946. «Sono felice di vivere, di discutere, di vedere il mondo, di esprimere quello che provo: sono felice di tutto. Il mondo è mio e lo voglio».

12 febbraio 2011

Fonte: www.corriere.it

* Giornalista e vicedirettore del Corriere della Sera

13 febbraio 2011 Pubblicato da | Pari Opportunita', Società | , , , , , , | Lascia un commento

Sul web le idee del «favoloso mondo di Nicole»

Il Confronto sulle donne e la manifestazione del 13 Febbraio

di ELVIRA SERRRA

Si è aggiunta una voce nel coro di intellettuali, politiche, giornaliste, attrici, scienziate, artiste, religiose, persone comuni che in queste settimane ha alimentato il dibattito sulle donne e sulla grande manifestazione che oggi le porterà in piazza. È la voce del consigliere regionale del Pdl Nicole Minetti, la venticinquenne al centro del Ruby-gate accusata di favoreggiamento della prostituzione e della prostituzione minorile. Che debutta sulla Rete con l’ambizione di far sentire «il cosiddetto “canto segreto delle sirene”».

L’ex igienista dentale che ha derubricato il fondoschiena del premier in un deretano flaccido, ha mostrato indubbio coraggio esponendo il suo pensiero ai commenti dei lettori di Affaritaliani.it, il quotidiano online fondato e diretto da Angelo Maria Perrino, nella rubrica nuova di zecca «Il favoloso mondo di Nicole». Il primo intervento, ieri, riguarda appunto le donne. Con sillogismo perfetto la già valletta televisiva di «Colorado Café» parte da Cenerentola e dalla Bella addormentata, passa a Puffetta e Biancaneve e poi conclude: «Non ho ricordi di una principessa manifestante, e nemmeno di una fiaba che iniziasse con “C’era una volta in piazza…”». Perché a lei «urlare che “le donne sono diverse se abbiamo lottato per la parità dei sessi suona come un’incoerenza”».

La consigliera, descritta sul sito ufficiale come «un mix di sangue caliente della Romagna (terra natia) e di self control britannico (terra natia dei genitori)», chiude le sessantotto righe giornalistiche senza offrire certezze o verità assolute, ma con una esortazione. «Abbiamo una vita per fare bene, e la stessa vita per compiere errori, di calcolo o di consapevole imprudenza. Ma possiamo pur sempre cambiare. E il modo per farlo non sarà urlare tutte insieme uno slogan, ma forse, parlarci».

I commenti non si sono fatti attendere. I più sobri hanno chiesto alla signorina di dimettersi. Qualcuno l’ha incoraggiata: «Auguri di buon lavoro e cordiali saluti».

13 febbraio 2011

Fonte: www.corriere.it

13 febbraio 2011 Pubblicato da | Pari Opportunita', Società | , , , , , , | Lascia un commento

Il direttore di Avvenire si schiera: «Se fossi donna sarei in piazza»

Il Confronto sulle donne e la manifestazione del 13 Febbraio

di CORRIERE DELLA SERA

«Ebbene sì, se io fossi una donna domenica sarei in piazza. Non per politichetta, ma per amore. E per ribellione del cuore e della mente, da credente e da persona libera. Ci sarei per dignità e senso morale». Dal diretttore di Avvenire Marco Tarquinio arriva un’adesione a distanza alla giornata nazionale di mobilitazione delle donne italiane a seguito del caso Ruby, «Se non ora quando», in programma domenica in diverse piazze italiane e straniere.

«TESTIMONIANZE DI VERITÀ» – «Certo non ci andrei – ha scritto Tarquinio nel suo editoriale odierno dal titolo “Ragioni che premono” – per lamentare che è mancato il passaggio del testimone tra le giovani e giovanissime di oggi e le femministe d’antan, come più di qualcuna tra le promotrici ha detto. Ci sarei per dire che non m’interessa un passaggio del testimone, ma ascoltare testimonianze di verità su ciò che è accaduto nel mondo delle donne italiane negli ultimi quarant’anni».

«RÉCLAME DELL’ESCORTISMO» – «Se fossi una donna domenica sarei in quella piazza – ha sottolineato ancora il direttore del quotidiano della Cei – per ribellarmi non solo e non tanto al reato ancora da provare in giudizio di un uomo potente e, come lui stesso dice di sé “qualche volta peccatore”, ma alla réclame dell’escortismo che è certa ed è provata e che sta appestando i giornali e ci appesta la vita». «Ci sarei – ha proseguito il direttore di Avvenire – con la speranza di ascoltare voci chiare e consapevoli e accenti nuovi e autocritici su una battaglia per la parità uomo-donna che ha dato frutti importanti e dolci, ma anche agri. E che, soprattutto, per vederlo basta avere gli occhi ha paradossalmente prodotto e radicato nella testa di tanta gente d’Italia anche una vasta, sventata e triste “pari opportunità” dell’involgarimento, della libertà declinata sino allo sciupio di sé. Il peggio dei sogni al maschile trasformato in realtà». «Potrei chiamarla – ha affermato ancora- una “gratuita perdita di senso e una logica dei sensi a pagamento, anche se temo di sembrare un disco incantato. L’abbiamo scritto così tante volte su queste pagine che ne ho perso il conto».

12 febbraio 2011

Fonte: www.corriere.it

13 febbraio 2011 Pubblicato da | Pari Opportunita', Società | , , , , , | Lascia un commento

In piazza per la dignità delle donne

Il Confronto sulle donne e la manifestazione del 13 Febbraio

di LISA GINZBURG

Domenica prossima andrò a Piazza del Popolo a manifestare per la dignità delle donne. Ci porterò anche mia figlia, che non ha ancora compiuto due anni, perché sin da ora sappia che nascere donna è un privilegio che sempre si deve saper difendere con fierezza e fermezza.

Oltre a sancire un grande momento di unità al femminile, le iniziative per la giornata del 13 febbraio stanno assumendo anche altra portata. Si moltiplicano e speriamo avranno un’eco potente, come un boato di sdegno capace di mostrare dove l’ossigeno manca e va recuperato, spostando così, se pure di qualche grado, la direzione del vento. Ci si mobilita per ridare dignità e giustizia non soltanto alla vita delle donne, ma a quella di tutti noi, la vita degli uomini compagni di strada delle donne, quella dei bambini, le bambine, le ragazze e i ragazzi che saranno donne e uomini di domani.

Ci si mobilita perché l’atmosfera in Italia torni ad essere moralmente e umanamente un poco pulita, solidale, fresca, attraversata da pulviscoli di possibilità future. Non l’aria stantia e putrefatta che si respira nei modelli di “riuscita” che ci contornano, nei luoghi di lavoro, nelle dinamiche che presiedono praticamente a tutti i rapporti umani – con il risultato che, per quanto potentemente putrescente è la temperie, finisce con il condizionare anche le nostre vite private.

L’attrice Isabella Ferrari, una donna che conosco e stimo, intervistata su quanto sta accadendo, ha commentato: «Siamo preda di un teatrino che ci è sfuggito di mano». E’ tempo che quel teatrino cessi di essere rappresentazione artefatta e grottesca, che torni a raggiungere la realtà. Una realtà difficile, in crisi, diseguale; ma umana, fatta di donne e uomini che camminano insieme, e così crescono e si migliorano, migliorando anche, per come possono, questo malridotto Paese.

Fonte: www.ilmessaggero.it

11 febbraio 2011 Pubblicato da | Pari Opportunita', Società | , , , , , , | Lascia un commento

Libertà come fine e il pericolo della pulizia etica

Il Confronto sulle donne e la manifestazione del 13 Febbraio

di PIERO OSTELLINO

Piero Ostellino

Sbagliava tre volte il liberale Stuart Mill quando auspicava che a votare fossero solo le persone colte. Sbagliava perché, in democrazia, il pensiero politico di Caio vale quanto quello di Sempronio.

Sbagliava perché, se a votare, nel 1948, fossero state solo le persone che ancora adesso si ritengono le sole davvero colte – e, allora, esaltavano la pianificazione sovietica come superamento del capitalismo e del mercato – saremmo diventati una delle Repubbliche popolari. Sbagliava perché, oggi, con l’aria che tira, saremmo allo «Stato di pulizia etica».

Allora, ci salvò il senso comune del popolo, che votò per il male minore; è probabile che, domani, ci salverà ancora una volta il popolo, nell’accezione sociologica dell’Uomo qualunque. Che vota non per la «democrazia di alto stile» cara al direttore di Repubblica; ma, forse più per istinto e per passione che per Ragione, per una democrazia che gli consenta di vivere in pace, nelle libertà, nei diritti individuali e persino nella società dei consumi. Non mi piace, tanto per essere chiaro, l’uso che una minoranza ipocrita fa della donna per una finalità politica – rovesciare il governo – dopo averne predicato fino all’altro ieri l’autonomia e l’indipendenza soggettive (il corpo è mio e me lo gestisco io). Sarebbe inquietante, se non fosse ridicolo, il prototipo di donna virtuosa proposto secondo i canoni convenzionali dei regimi totalitari (le donne fasciste erano tutte esemplarmente uguali); prototipo che nulla ha a che vedere con le libertà e i diritti individuali delle donne e molto con l’arrogante, e bigotta, negazione non solo delle opinioni altrui, ma persino della realtà. Libertà che, a scanso di equivoci, non si sostanzia nei comportamenti, non sempre irreprensibili per un capo di governo, del cavaliere Silvio Berlusconi.

Lo snodo attorno al quale ruota tutto il dibattito odierno – ma che nessuno ha il coraggio di esplicitare, tanto meno chi ha in spregio quella degli altri – è se la libertà sia un fine o un mezzo.
Per la cultura liberale è «il» Fine in una società «giusta», dove gli Individui godano della più ampia sfera di autonomia alla sola condizione di non arrecare danno agli altri. Per il neopuritanesimo dell’ultima ora, la libertà è «un» mezzo per la realizzazione di una società «buona», dove la sfera di autonomia individuale è non solo ridotta, ma etero-diretta all’affermazione della Virtù generale. Che non sarebbe neppure la società di Robespierre «l’incorruttibile» ma, a giudicare dai tanti corrotti che la predicano, quella imperfetta di sempre con la sola differenza che al potere sarebbero loro.
In conclusione. È in gioco – non dico ancora in pericolo – il senso delle nostre libertà, dei nostri diritti individuali, della nostra stessa democrazia. Che, forse, è il caso di ricordarlo, o è democrazia liberale, per dirla con Isaiah Berlin, «pluralismo di valori», o non è; o è democrazia di popolo (di popolo), o è tirannia di una minoranza vociante.

11 febbraio 2011

Fonte: www.corriere.it

11 febbraio 2011 Pubblicato da | Pari Opportunita', Società | , , , , , , | 7 commenti

Fate attenzione agli ombrelli rossi

Il Confronto sulle donne e la manifestazione del 13 Febbraio

di SUSANNA CURCI

Finalmente anche le sex workers hanno deciso di far sentire la loro voce in merito a quello scandalo mediatico e politico che sarà la manifestazione del 13 febbraio. Anche loro hanno deciso di dire “basta”, ma non certo nel senso inteso dal femminismo neocatecumenale made by Comencini & De Gregorio: questo gruppo di donne, contrarie non solo al moralismo bigotto espresso dalle organizzatrici della manifestazione, ma anche e sopratutto alla strumentalizzazione che ne è derivata da parte dei partiti allo scopo di mettere in difficoltà il governo Berlusconi, ha deciso di scendere in piazza contro ogni genere di ipocrisia.

Nel loro manifesto è possibile individuare i punti fondamentali della loro protesta: “ignorare la manifestazione”, dicono, “sarebbe una sconfitta”; perché è necessario “porre in rilievo che il vero problema non è Berlusconi, ma il modo in cui veniamo trattate nelle case e nella società”.  I volantini che porteranno in piazza, infatti, non riguarderanno solo “le violenze domestiche“, che stanno aumentando “di pari passo con i femminicidi”, ma anche “informazioni relative alla mancanza di donne” in tutti quei partiti  che “sbandiereranno la loro solidarietà” all’interno della manifestazione.

Per evidenziare la loro sostanziale differenza rispetto ad un gruppo che, pur dicendosi trasversale e senza alcun intento discriminatorio, nella realtà dei fatti non esiterebbe a scagliare la prima pietra nei confronti della Maria Maddalena di turno, hanno deciso di opporre al colore bianco della prima manifestazione un bel rosso scarlatto, da portare sui vestiti, sulle labbra, sugli ombrelli. Un bel rosso scarlatto per mostrare che la donna è anche corpo, e parte della sua dignità consiste anche e sopratutto nel disporne liberamente.

Io persevero nella mia decisione di non partecipare alla manifestazione, perché non la condivido nel modo più assoluto, però non posso esimermi dal dare un consiglio a tutte le donne che parteciperanno, a tutti gli uomini che sfileranno in piazza: fate attenzione agli ombrelli rossi.

8 febbraio 2011

Fonte: susanna.diebrucke.it

10 febbraio 2011 Pubblicato da | Pari Opportunita', Società | , , , , , , | Lascia un commento

Renzi: l’antiberlusconismo danneggia l’opposizione

di CARLO BERTINI

Il sindaco di Firenze: non siamo in un’emergenza democratica

 

Matteo Renzi, sindaco di Firenze

Comincia con una premessa, «ho fatto un fioretto e per sei mesi non parlo del Pd e del suo vertice». Continua giustificando lo scontento di quelli che protestano pacificamente perché non ce la fanno più. Ma poi, a differenza di quanto declamato all’assemblea nazionale da D’Alema e Franceschini, spiega che a suo avviso «non si può parlare di emergenza democratica per il caso Ruby, ma al massimo di emergenza sessuale».

Per lei gli scontri di Arcore sono un clamoroso regalo a Berlusconi. Condanna solo i tafferugli o anche la scelta di manifestare sotto casa del premier?
«Mi verrebbe da dire, “meno male che Giorgio c’è”, perché il Capo dello Stato, in questo momento di palude della vita politica, è un grande punto di riferimento. Separerei dunque il giudizio sugli esagitati che sono andati lì a cercare lo scontro, da quello su chi è andato lì a manifestare pacificamente con un po’ d’ironia. Politicamente però credo che non basti la protesta, un problema che va avanti da 17 anni. Rispetto la passione civile di molte persone andate lì ed ho fatto una bella discussione su facebook con diversi ragazzi…»

Che sul suo blog gliele hanno cantate. Ne hanno subito approfittato per rinfacciarle il famoso pranzo ad Arcore. O no?
«Non direi, la maggioranza invece è d’accordo con me, 614 persone mi hanno detto ok, una cosa che non mi succedeva da diverso tempo. Dei 340 commenti, la gran parte sono a favore, poi naturalmente c’è chi mi dice basta con queste polemiche, oppure “spiegaci tu se la politica diversa vuol dire andare a cena ad Arcore! Meglio andare in piazza”. Detto questo, credo che il punto sia uscire da questo clima di derby e rissa permanente. Non voglio fare tutte le volte il grillo parlante del Pd che dice “ci vorrebbe ben altro”, ma sono convinto che non sarà la piazza a mandar via Berlusconi. Fermo restando che in un paese civile il premier si difende in tribunale e non in tv».

Dunque lei non ritiene che il caso Ruby segni un degrado morale e che si debba reagire a questa emergenza democratica?
«Io credo che tutto si può dire, tranne che questa vicenda sia un’emergenza democratica. Fatico a capire cosa c’entri Ruby con la democrazia, anche se questo modo di fare è lontano anni luce dal mio modo di vivere che sono per definizione un “anti bunga-bunga”, accusato spesso di essere un bacchettone cattolico».

Quindi il Pd non deve sostenere in questa fase la mobilitazione e l’indignazione della società civile?
«Sono molto colpito, perché ho tanti amici e mia moglie che esprimono il disgusto in generale per la politica e in particolar modo per il governo, un sentimento aumentato in questo momento dal caso Ruby e dall’altro lato ho la convinzione che per sconfiggere Berlusconi de-fi-ni-ti-vamente non si deve cavalcare l’antiberlusconismo. Non ho i sondaggi, ma sono convinto che dopo gli scontri di Arcore, la popolarità del premier sia risalita di colpo. Rispetto profondamente chi ci invita a cavalcare l’antiberlusconismo, ma penso che può vincere solo una sinistra che esca dal muro contro muro. E credo che, distinguendo bene i violenti andati lì apposta, quindi senza fare d’ogni erba un fascio, se vuoi mandare a casa Berlusconi non ti aiutano gli scontri di piazza e non ti serve il ricorso alla magistratura».

Cosa dovrebbe fare quindi l’opposizione?
«Ora nel paese c’è rassegnazione, la sensazione di essersi impantanati sulle cose da fare. E quindi penso che il Pd e in generale la sinistra debbano ridare speranza e entusiasmo, non proporre Sante Alleanze che restituiscono una verginità a Berlusconi consentendogli di fare di nuovo la vittima. Tanto più considerando invece che in questo momento chi rischia di perdere le elezioni è proprio il centrodestra e dunque farei una campagna elettorale vera, dimostrando di essere alternativa sulle cose concrete. Quindi casomai vanno chieste le elezioni, senza però proporre Sante Alleanze che non funzionavano nemmeno nel Medioevo».

8 febbraio 2011

Fonte: www.lastampa.it

10 febbraio 2011 Pubblicato da | Pari Opportunita', Politica, Società | , , , , , , , , | 2 commenti

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