Lucia Palmerini

parole in libertà … speak freely

il giovane imprenditore contro i forconi

di CLAUDIA CAMPESE

Forconi, la storia di Andrea Valenziani
L’imprenditore agricolo che contesta il movimento

Ha 31 anni e ha studiato fuori dalla Sicilia per poi tornarvi. Ha preso in mano l’azienda agrumicola di famiglia e le ha dato una nuova impronta, attenta all’ambiente e alla legalità. Nei giorni dei blocchi, ha fatto girare le sue denunce tra gli amici e i clienti sparsi per l’Italia. Attirando le ire di partecipanti e semplici simpatizzanti della protesta. Per i quali questo strano imprenditore non esisteva davvero. CTzen lo ha intervistato.

«Quando ho assistito a quelle scene non ho avuto pace. E’ una violenza collettiva, altro che “primavera siciliana”». Gli hanno dato dell’attore. Del finto imprenditore intenzionato a screditare le proteste. Della sua telefonata a Rai News24, in cui raccontava le intimidazioni subite dai commercianti, è stato notato più l’accento che i contenuti. Troppo poco siculo per essere credibile. Della sua nota che ha fatto il giro delle bacheche su Facebook è stata sottolineata l’assenza del nome. Più uno scrupolo dei suoi amici che la sua voglia di anonimato. Andrea Valenziani, infatti, è un imprenditore agrumicolo con un’azienda a Carlentini. Metà siciliano e metà nordico – «ma io sono nato qui», sottolinea – ha studiato fuori ed è tra quelli che sono tornati. Adesso, a 31 anni, gestisce insieme al padre e alla sorella l’azienda di famiglia. Alle polemiche sollevate dalle sue parole risponde semplicemente: «Non bisogna essere certo di razza ariana per avere un po’ di sale in zucca. E, se siamo davvero contro l’omertà, dobbiamo anche essere capaci di esporci».

Veduta Ditta Andrea Valenziani

Le sue parole non sono piaciute agli aderenti e ai simpatizzanti del movimento dei Forconi. «Ci sono tante persone che hanno visto e sentito le stesse cose che ho visto e sentito io – spiega – Ma non se la sentono di contraddire ad alta voce quest’onda». Che, per Andrea, è «pura demagogia». Un movimento rappresentativo di una sola categoria – di cui pure fa parte – e che, secondo lui, «prima di tirare fuori forche e forconi dovrebbe fare un po’ di autocritica». Secondo il giovane imprenditore, tra i pochi aperti contestatori, «la coperta è troppo corta: se anche riducessero il prezzo del carburante, da dove pensano che verrebbero presi i soldi mancanti? Non certo tra i privilegi dei politici». Ma a danno della collettività. Un problema politico, che ha radici lontane. «Forse era meglio non vendere il proprio voto per una ricarica telefonica – continua – quando ancora c’erano dei fondi pubblici da poter gestire». Più che nei blocchi per le strade e nelle serrate più o meno spontanee, per Andrea, il problema andrebbe risolto in cabina elettorale. «Di veri rivoluzionari in Sicilia ce ne sono da decenni – dice – Così rivoluzionari che farebbero impallidire Che Guevara». Ma non militano né tra i Forconi né tra gli autotrasportatori. E, soprattutto, non utilizzano metodi coercitivi. «Un’intimidazione può anche essere così velata da non saperla descrivere. Ma il siciliano la capisce».

Quando è iniziato lo sciopero, Valenziani ha solo detto ai suoi clienti: «Mi dispiace, ma non avrete le arance. Voi però dovreste dispiacervi di più per quello che sta succedendo». E così l’altra faccia dei movimenti ha iniziato a fare il giro dell’Italia. Perché i clienti di Andrea sono sparsi per la penisola. Per lo più fanno parte dei gruppi di acquisto solidale, «interessati non solo al prodotto ma anche a certi valori, come la legalità o il rispetto dell’ambiente». Ma anche singoli consumatori, insieme a piccole realtà commerciali che condividono la stessa visione dell’azienda Valenziani. Nata e cresciuta con il padre, ma adesso modernizzata da Andrea. Che ha anche convinto la sorella a unirsi a loro, lasciando il suo posto alla cancelleria del tribunale minorile di Catania. Prima, però, il giovane imprenditore ha fatto esperienza fuori dalla Sicilia. «Pensavo che qui non fosse possibile vivere in un modo diverso – racconta –, in un contesto che non ti affossa. Perché in Sicilia, se tu fai un passo avanti, gli altri non cercano di farne uno in più di te ma di farti lo sgambetto».

Eppure, adesso, i Valenziani hanno trovato la loro dimensione. Colture diversificate e raccolta su otto mesi, senza così diventare schiavi del mercato. Una «ciurma di lavoratori piccola ma costante – spiega – e che rispetta le nostre esigenze. Come non buttare i pacchetti di sigaretta per terra o mettere una certa cura nella raccolta». E poi una serie di progetti sperimentali per un’agricoltura sempre più sostenibile. Come la reintroduzione degli animali, ormai scomparsi dalle aziende agricole moderne, che per lo più importano da fuori tutti i prodotti necessari. «Io sto allevando i suini neri che ho scoperto essere degli ottimi diserbanti. E poi coltivo ai piedi degli alberi le fave. Quando crescono, concimano rilasciando azoto. Mentre a maturazione fanno da mangime per gli animali». Tutto in un unico ciclo autoprodotto.

Troppo diversa da quella dei Forconi la visione di questo strano imprenditore agricolo. Giovane, preparato, dall’accento indefinibile anche quando dice schifìo e che non ha voglia di stare su Facebook. «Ma davvero le mie parole sono state accolte così male?», si informa. La sua nota, infatti, è stata condivisa dagli amici. E la telefonata a Rai News? «Se avessero voluto un attore, avrebbero fatto meglio a chiamare Zingaretti. Almeno lui l’accento siciliano lo sa imitare bene».

21 gennaio 2011

Fonte: www.ctzen.it

23 gennaio 2012 Pubblicato da | Economia e Lavoro, Interni, Politica, Società | , , , , , , , , , , , , , , , , | 1 commento

Tassisti: ritiro licenza per interruzione pubblico servizio

di LUCIA PALMERINI

Continua la protesta dei tassisti che, contro le liberalizzazioni del settore annunciate dal governo Monti, scioperano e protestano in numerose città, lasciano totalmente a piedi le persone agli aeroporti, non garantiscono un servizio minimo (perché fino a prova contraria i taxi sono un servizio pubblico) occupano il Circo Massimo con relativa esplosione di mortaletti e petardi, paralizzando la circolazione.

I taxi rappresentano in Italia circa l’1 per cento dei trasporti, sono cari, pochi e soprattutto dichiarano redditi bassissimi.

Il reddito medio dichiarato da un tassista è pari a 15 mila euro, inferiore a quello di un operaio, difficile da credere eppure così risulta dalle dichiarazioni dei tassisti d’Italia, che non sembrano molto veritiere e sembrano nascondere invece una forte evasione fiscale.

I taxi sono cari, i più cari d’Europa e sicuramente carissimi rispetto agli Stati Uniti ma negano e parlano di tariffe mal calcolate che non considerano indicatori o aspetti fondamentali, sta di fatto che in Italia il solo mettere piede dentro un taxi significa partire da minimo 4-5 euro,  oppure 7-9 euro se si richiede una corsa via telefono: più si aspetta e più si paga, in parole semplici, si paga anche il disservizio del ritardo.

L’aumento del numero di taxi presenti in circolazione andrebbe a colmare la richiesta di questo servizio, con una probabile diminuzione delle tariffe dovuta all’incremento del loro uso. Inoltre la liberalizzazione  eliminerebbe il triste mercato delle licenze, che non esiste praticamente più per nessuna altra attività, un ingiusto vecchio privilegio, che li porta a guadagnare 150 mila euro vendendo una licenza che hanno ottenuto gratis.

Ben venga la liberalizzazione dei taxi, anzi propongo di ritirare la licenza ai tassisti che non la usano per scioperare impropriamente  interrompendo il servizio pubblico e causando disagi ai cittadini, e che aggrediscono e malmenano i colleghi che invece fanno solo il loro dovere continuando a lavorare.

19 gennaio 2012

19 gennaio 2012 Pubblicato da | Economia e Lavoro, Interni, Politica, Scritti da Lucia Palmerini, Società | , , , , , , , , , , , | 1 commento

Women of Egypt

Guardando video, foto e news della rivolta egiziana del mese scorso anche io decisi di dare un contributo selezionando foto ed articoli che testimoniavano la presenza delle donne creando la pagina facebook “Women of Egypt”

http://www.facebook.com/pages/Women-Of-Egypt/188702194487956

Alcune giovani donne provenienti da Egitto, Turchia,  USA e  Palestina, hanno deciso di darmi una mano ed insieme abbiamo realizzato il progetto “Women of Egypt” che voleva dare voce alla donne egiziane. Oggi non parliamo piu’ solo di Egitto, ma anche di Libia, Tunisia, Algeria, Iran, Libano, Giordania… e di donne nel mondo.

La pagina ha raggiunto immediatamente migliaia di contatti ed e’ divenuta importantissima nella divulgazione di notizie. La CNN ci ha intervistate, e troverete il mio contributo in questo video, che contiene parte dell’intervista che mi e’ stata fatta.

Di seguito il link al video:

http://ireport.cnn.com/docs/DOC-563342

1 marzo 2011 Pubblicato da | Esteri | , , , , , , , , | Lascia un commento

Gli affari miliardari delle forze armate. Sfornano pane e costruiscono autostrade

L’ Egitto deve ovviamente trovare una via e vedo che ci sono progressi Barack Obama, presidente Usa La transizione deve essere graduale, efficace, inclusiva e iniziare subito Franco Frattini, ministro degli Esteri L’ esercito controlla il 45% dell’ economia, generali collocati ai vertici delle società In un cablo di Wikileaks L’ ambasciatrice Usa Scobey: «Il ruolo delle forze armate nell’ economia frena le riforme liberiste in Egitto» L’ esperto Springborg: «L’ esercito si presenta come il salvatore del Paese, gli occidentali accettano che guidi la transizione»

di DAVIDE FRATTINI

IL CAIRO – L’ autostrada che va da Ain Souknah sul Mar Rosso al Cairo, 90 minuti attraverso il deserto, è stata costruita dall’ esercito sulle terre di proprietà dell’ esercito. Il pane distribuito agli egiziani affamati nella crisi del 2008 è stato cotto dai fornai dell’ esercito nei forni dell’ esercito. Lo scalone elegante che accompagna la salita ai piani alti del ministero della Produzione militare simboleggia gli affari gestiti dai soldati in questo Paese. Le forze armate fabbricano frigoriferi, lavastoviglie, bombole per il gas, stufe, commerciano in olio d’ oliva e acqua minerale. Il ministero impiega 40 mila persone e realizza ricavi attorno ai 345 milioni di dollari l’ anno (quasi 255 milioni di euro). L’ analista americano Joshua Stacher calcola che i militari controllano tra il 33 e il 45 per cento dell’ economia nazionale. Ogni anno dagli Stati Uniti ricevono 1,3 miliardi di dollari in aiuti, in un trentennio fa quasi 40 miliardi. La contabilità del tesoro è approssimativa, perché il bilancio, il numero di industrie e degli arruolati (oltre 400 mila, che ne fanno la 10a armata al mondo) sono segreto di Stato. Così ben protetto, che quando nel 2009 un gruppo di operai nella Fabbrica Militare 99 è sceso in sciopero per protestare dopo la morte di un collega (ucciso dall’ esplosione di un boiler), otto di loro sono finiti sotto processo – in una corte marziale – «per avere diffuso informazioni riservate»: avrebbero raccontato a un sito dell’ opposizione che le condizioni di lavoro erano pericolose. Un cablogramma inviato dall’ ambasciatrice Margaret Scobey nel settembre 2008 – e rivelato da Wikileaks – ricostruisce il business bellico in tempi di pace. «I generali in pensione – scrive – vengono piazzati ai vertici delle società, attive soprattutto nelle costruzioni, il cemento, gli hotel, i carburanti». Le forze armate possiedono terreni di valore nel delta del Nilo e lungo le coste del Mar Rosso. «Queste proprietà sarebbero una sorta di indennità aggiuntiva – continua la diplomatica – garantita dal regime per assicurarsi l’ appoggio dell’ esercito». Il documento americano descrive però la carriera militare come «sempre meno allettante rispetto al settore privato»: «Gli stipendi sono crollati e i giovani ambiziosi preferiscono aspirare a far parte dell’ élite finanziaria civile. Il declino è cominciato con la sconfitta nella guerra con Israele nel 1967 e dopo il licenziamento di Abu Ghazaleh (1989) il regime non ha più nominato personaggi carismatici al ministero della Difesa». Il feldmaresciallo Mohamed Hussein Tantawi è disprezzato dagli ufficiali che lo considerano «un burocrate» e lo chiamano «il barboncino di Mubarak». In un commento, Scobey fa notare: «Consideriamo il ruolo delle forze armate nell’ economia come un fattore che frena le riforme liberiste e mantiene il coinvolgimento diretto del governo nel mercato. L’ esercito vede le privatizzazioni come una minaccia ai propri interessi». Le prime dichiarazioni di Ahmed Shafiq, il neo-premier ed ex comandante dell’ aviazione, rivelerebbero il progetto di ritornare a uno statalismo più energico. Prima di venir travolta dalle proteste, la possibile candidatura di Gamal Mubarak alla successione è stata osteggiata dai generali, che temevano la concorrenza del secondogenito del raìs e del circolo di imprenditori che si è arricchito attorno a lui. Un gruppo di ufficiali in pensione aveva diffuso una lettera per criticare l’ ipotesi della carica ereditaria. Gamal sarebbe stato il primo presidente, dal colpo di Stato del 1952, a non aver avuto un passato in divisa. In questi giorni di rivolta che si infiacchisce, i carristi per le vie del Cairo sono ancora festeggiati e rispettati. Eppure i leader del movimento pro-democrazia temono di essere rimasti incastrati in piazza Tahrir da una strategia poliziotto cattivo/soldato buono orchestrata dal regime. «I militari che governano il Paese sembrano essere soddisfatti – scrive Stacher su Foreign Policy – dalla situazione attuale: Mubarak resta formalmente al suo posto, i poteri sono nelle mani di Omar Suleiman. L’ obiettivo dello Stato, restaurare una struttura guidata dagli ufficiali, non è neppure celato». «L’ esercito ha effettuato alcune mosse di jiu-jitsu politico – dice Robert Springborg, professore alla Naval Postgraduate School in California -. Ha lasciato che la protesta focalizzasse la rabbia contro il presidente, che ormai è stato in qualche modo sacrificato, e adesso si presenta come il salvatore della nazione. Le richieste degli Stati Uniti e dell’ Europa non sono state di sostituire il governo dei generali con un esecutivo civile: alla fine, gli occidentali hanno accettato che siano gli ufficiali a guidare la transizione». Gli incroci di alcuni quartieri «strategici» del Cairo sono controllati da uomini dell’ unità 777, le forze speciali, in strada con il passamontagna nero. È probabile che l’ esercito manterrà una presenza fino alle elezioni di settembre. I generali vogliono la stabilità non perché siano preoccupati dei nemici esterni da combattere, ma per garantirsi i consumatori (gli egiziani) da attrarre. Davide Frattini kabul.corriere.it

8 Febbraio 2011

Fonte: www.corriere.it

20 febbraio 2011 Pubblicato da | Esteri | , , , , , , | Lascia un commento

   

Iscriviti

Get every new post delivered to your Inbox.

Join 56 other followers