Lucia Palmerini

parole in libertà … speak freely

Lettera di un professore

L’Università ha molte colpe ma gli studenti ne hanno di più: la metà degli iscritti è fuori corso e il 60% di essi non si laureerà mai.

Gli italiani forse non sanno che le tasse universitarie coprono un terzo del costo di ogni studente. Il resto lo paghiamo noi.

Una proposta: abolire il fuori corso o almeno far pagare a loro il costo reale della permanenza all’università. E non si tiri fuori il discorso degli studenti lavoratori: sono meno dell’8% degli iscritti.

Molti perditempo sarebbero costretti a cercarsi da subito un’occupazione.

Prof. Francesco Vittorio Costa
Università di Bologna

Fonte: www.liberoquotidiano.it

9 febbraio 2012 Pubblicato da | Cultura, Economia e Lavoro, Interni, Politica, Scuola ed Universita', Società | , , , , , , , , , , , | 1 commento

Concorsi universitari: indovinare in anticipo i vincitori è facile. Ecco la dimostrazione

Chiunque può inserire sul blog pronosticailricercatore.blogspot.com i nomi e poi verificare come è andata. Finora, su 160 concorsi, sono 114 i pronostici indovinati. “La valutazione dei titoli non ha alcun peso sui risultati”

di CATERINA PERNICONI

Carriere pilotate. Posti assegnati. Nepotismo. Quando si parla di Università queste sono le parole più ricorrenti. Ma a parte casi eclatanti e perseguiti legalmente non era facile dimostrare il meccanismo ripetitivo che caratterizza i concorsi universitari in tutti gli atenei d’Italia. A smascherare la prassi diffusa, la vittoria dei candidati interni e la facilità di “indovinare” il vincitore, c’è riuscito il blog “Pronostica il ricercatore”. Creato “quasi per scherzo, senza pensare di diventare famoso” da Andrea, un giovane studioso di matematica che ha trasferito il suo cervello all’estero ma sogna di tornare nel nostro paese, il blog è diventato un fenomeno indovinando oltre 100 pronostici e con altri 600 in attesa dei risultati. E diventando il capofila di molte altre iniziative simili.

Prima era un passatempo
“Quando stavo all’Università in Italia ero riuscito a prevedere i vincitori di molti concorsi – racconta Andrea – in realtà fare i pronostici è un passatempo informale molto diffuso, sia che il presunto vincitore lo meriti o meno. Sinceramente non pensavo che quest’iniziativa sarebbe diventata così famosa, ma ora l’ho presa molto sul serio per dimostrare quanto sono prevedibili e che la valutazione dei titoli non ha alcuna influenza sui risultati”. A dimostrazione di quest’ultima tesi, Andrea denuncia tre casi emblematici: uno avvenuto a Milano, uno a Roma e uno in Calabria. I tre vincitori, infatti, al momento del bando (e forse anche dopo) non possedevano il dottorato di ricerca. Il primo, a Milano, presentava solo due pubblicazioni, in collaborazione col membro interno della Commissione. Il secondo, a Roma, sfoggiava 4 pubblicazioni mentre i concorrenti arrivavano fino a 29, e del terzo non è nemmeno possibile risalire alla sua produzione scientifica. “Non solo non viene premiato il merito – dice Andrea – ma è anche inutile cambiare le regole perché comunque vengono aggirate”. La soluzione, per il creatore del blog, sarebbe quella “di far pagare le conseguenze delle assunzioni a chi le ha prese in carico”. Un sistema svizzero, quindi, con step continui di valutazione e blocco dei finanziamenti per chi non raggiunge i livelli previsti nei contratti. “Bisognerebbe bloccare gli scatti stipendiali dei professori anche in base al rendimento delle persone che hanno assunto – conclude Andrea – solo così potremmo ottenere dei risultati”.

Un problema di tutto il paese
Per ora gli unici risultati che Andrea ha ottenuto sono quelli dei concorsi. Chiunque può inserire sul blog i suoi pronostici e dimostrare com’è andata dopo aver visto l’esito delle prove. Su circa 160 concorsi sono stati 114 i pronostici indovinati, e spesso da più persone. Come dire, l’inghippo c’è ed è chiaro a tutti. E Andrea è sicuro che lo dimostreranno ancora meglio i vincitori dei prossimi 600 concorsi già pronosticati sul blog. Per ora sono stati pubblicati solo i risultati di 36 concorsi, ma nei prossimi giorni saranno svelati tutti gli altri, che Il Fatto Quotidiano ha visto in anteprima. Per ora sono state rispettate le previsioni di 15 concorsi banditi a La Sapienza di Roma, 12 all’Università di Milano, 4 a Pavia, 4 a Parma, 4 a Napoli, 3 a Catania. Un cancro che attraversa tutta la Penisola e che qualcuno ha finalmente deciso di denunciare.

19 Novembre 2010

Fonte: www.ilfattoquotidiano.it

19 novembre 2010 Pubblicato da | Politica, Scuola ed Universita', Società | , , , , , , , , | Lascia un commento

Un paese fuori corso

di FRANCESCO GIAVAZZI

Francesco Giavazzi

In questi giorni molti ragazzi iniziano l’università. Per alcune famiglie si tratta della prima generazione che può continuare gli studi dopo la scuola. Che immagine hanno questi ragazzi del Paese in cui diventano cittadini adulti? In molti atenei le lezioni non cominciano: interi corsi di laurea sono stati rinviati (per ora) al secondo semestre. Gli studenti si aggirano spaesati per aule vuote, preoccupati dall’incertezza che li attende.

Del disastro universitario siamo tutti responsabili. Baroni delle cattedre, politici cinici o ignoranti, una classe dirigente che guarda all’università con sufficienza e alla prima delusione manda i figli a studiare lontano dall’Italia. In tre anni 4.500 professori, il 12% del totale, sono andati in pensione. Molti dei corsi che insegnavano non ci sono più perché, tranne casi rari, chi è andato in pensione non è stato sostituito. Il motivo è che i tagli ai finanziamenti pubblici hanno fatto sì che nella quasi totalità degli atenei la spesa per stipendi oggi superi il 90% delle risorse, soglia al di sopra della quale non si può più assumere nessuno. I ricercatori sono 24 mila. Fino a ieri due su tre insegnavano, sebbene una legge sciocca ma ancora in vigore dica che dovrebbero fare solo ricerca, non insegnare. Quest’anno oltre un terzo dei ricercatori non farà lezione: altri corsi che non partono, spesso i più avanzati poiché i più vicini alla frontiera della ricerca.

Che nell’università ci siano troppi professori è un fatto. La responsabilità è di quei sindaci e presidenti di Provincia, di destra, di centro e di sinistra, che hanno ottenuto che si aprissero università ovunque, e che in ciascuna si avviassero corsi di triennio, biennio e dottorato. Se a errori ripetuti per decenni si vuol rimediare in un giorno c’è un solo modo: chiudere i corsi di laurea. È la strada che ha scelto il ministro dell’Economia che in nome del vincolo di bilancio ha deciso di sacrificare l’università. Se i ragazzi buttano al vento un anno della loro vita, poco male. Ma se davvero il vincolo di bilancio è così stretto, come mai nel primo semestre dell’anno il governo ha consentito che la spesa corrente al netto degli interessi, evidentemente in altri settori, aumentasse di 2.800 milioni? Chi sono i privilegiati? Possiamo permetterci di sprecare il nostro capitale umano? Non credo. Si poteva far meglio? Sì.

In luglio il Senato ha approvato la riforma dell’università. Non è una legge ideale, ma va dato atto al ministro Gelmini di aver fatto un importante passo avanti. La legge riconosce che i corsi devono essere ridotti, le università snellite, alcune chiuse. Ma si propone di farlo gradualmente, con un piano di sostituzioni solo parziali dei professori che vanno in pensione: altri 5.800 nei prossimi cinque anni. La Camera è pronta ad approvare la legge. I deputati della maggioranza non esigono che i tagli all’università (1.200 milioni, un ulteriore 15% in meno il prossimo anno) siano cancellati: chiedono che siano ridotti della metà, per consentire alle università di funzionare. Neppure questo è compatibile con i vincoli di bilancio? Allora si abbia il coraggio di spiegare alle famiglie che non possiamo più permetterci un’università quasi gratuita, cioè rette che coprono meno di un terzo del costo degli studi. Trovo terribile il cinismo di chi lascia una generazione allo sbando perché non ha il coraggio di dire la verità.

24 Ottobre 2010

Fonte: www.corriere.it

24 ottobre 2010 Pubblicato da | Politica, Scuola ed Universita', Società | , , , , , , , , | Lascia un commento

Ecco parentopoli dei prof le grandi dinastie degli atenei

di DAVIDE CARLUCCI & GIULIANO FOSCHINI

IL 13 SETTEMBRE a Palermo, un ragazzo, un cervello italiano, è volato dall’ultimo piano della facoltà di Filosofia. Si è suicidato. Aveva 27 anni, si chiamava Norman Zarcone, era un dottorando in Filosofia del linguaggio e, racconta il padre, da qualche tempo era particolarmente deluso, depresso: gli avevano fatto capire, senza mezzi termini, che per lui non c’era spazio nell’università italiana. Qualche mese prima un altro ragazzo, cinque anni più giovane, Gianmarco Daniele, aveva presentato a Bari, capitale del nepotismo accademico italiano, una tesi di laurea: “L’università pubblica italiana: qualità e omonimia tra i docenti”, una ricerca nata per raccontare come le università italiane siano in mano a un gruppo di famiglie. E per documentare come esista un nesso scientifico tra nepotismo e il basso livello della didattica e della ricerca. Daniele ora è all’estero, con una borsa di studio europea. Ma davvero nell’università italiana non c’è spazio per questi talenti, solo per i parenti? Quali sono le grandi dinastie di casa nostra? E a due anni dalla “svolta anti-baroni” annunciata dal ministro Maria Stella Gelmini – che ora torna a invocarla per giustificare nuovi tagli – i baronati stanno davvero segnando il passo? O sono ancora loro a comandare?

LA TOP TEN
A Bari, nella facoltà di Economia, la stessa dove si è laureato Daniele, è cambiato poco. L’economista Roberto Perotti, italiano formatosi al Mit di Boston, in un saggio del 2008 “L’università truccata” (Einaudi) aveva indicato quello come il caso limite, “tanto incredibile da raccontare in tutto il mondo”. A Economia 42 docenti su 176 hanno tra loro legami di parentele, il 25 per cento, record assoluto in Italia. I leader indiscussi a Bari e in Italia nella classifica delle famiglie restano così i Massari. Commercialisti affermati, con un passato nel Partito socialista di Craxi, in cattedra hanno almeno otto esponenti, tutti economisti. Uno di loro doveva essere anche in commissione durante la laurea di Daniele, peccato che quel giorno avesse un impegno. “Abbiamo vinto tutti concorsi regolarissimi”, rispondono loro, quando vengono tirati in ballo. I capostipiti della dinastia sono i tre fratelli, Lanfranco, Gilberto e Giansiro, che hanno in mano il dipartimento di Studi aziendali e giusprivatistici e, seppur nell’ombra, l’intera facoltà. Le nuove leve sono invece Antonella (ordinaria a Lecce), Stefania, Fabrizio (tutti e tre figli di Lanfranco), Francesco Saverio e Manuela. A fare concorrenza ai Massari, in facoltà, c’è la famiglia Dell’Atti (6) e quella dell’ex rettore Girone, con cinque parenti in cattedra: ci sono Giovanni e la moglie Giulia Sallustio, ormai in pensione, il figlio Gianluca, la figlia Raffaella e il genero Francesco Campobasso. A Foggia conta ancora molto la dinastia dell’ex rettore, Antonio Muscio, secondo con 7 parenti nella top ten nazionale con la new entry Alessandro, assunto nell’ultimo giorno di rettorato del papà e nella sua stessa facoltà, Agraria. Nell’ateneo lavoravano anche mamma Aurelia Eroli (dirigente amministrativa, ora in pensione), la figlia Rossana, la nipote Eliana Eroli, il genero Ivan Cincione e la sorella Pamela.

A Roma le grandi casate sono due: i Dolci e i Frati. Un figlio di Giovanni Dolci, uomo chiave dell’odontoiatria italiana, è Alessandro, ricercatore a Tor Vergata. La moglie, Alessandra Marino, è ricercatrice alla Sapienza. Dove lavora anche il genero di Dolci, Davide Sarzi Amedè, marito di Chiara, a sua volta odontoiatra al Bambin Gesù. Un altro figlio di Dolci, Federico, lavora a Tor Vergata, mentre Marco è ordinario a Chieti. Accanto a papà Frati invece c’è sua moglie Luciana Angeletti e sua figlia Paola (insegnano a medicina, ma non sono medici) e il figliolo Giacomo.

Sempre molto forti le famiglie a Palermo, come aveva avuto modo di accorgersi Norman Zarcone. Il record è dei Gianguzza, cinque tra Scienze e Medicina. Ma le dinastie palermitane sono cento, sparse in tutte le facoltà, per un totale di 230 docenti “imparentati”. Economia è il regno dei Fazio (Vincenzo, Gioacchino, Giorgio), a Giurisprudenza ci sono i Galasso (Alfredo, il figlio Gianfranco, la nuora Giuseppina Palmieri), a Lettere i Carapezza (i fratelli Attilio e Marco, ora associato, il cugino Paolo Emilio, suo figlio Francesco), a Ingegneria (18 famiglie, 38 parenti) i Sorbello o gli Inzerillo, a Matematica i Vetro (Pasquale, la moglie Cristina, il figlio Calogero), Agraria è nelle mani di 11 nuclei familiari. Coincidenze statistiche? Davvero è così nel resto d’Italia e in tutta Europa?

LA RICERCA
Secondo i dati raccolti nella tesi di Daniele, no. Lo studente ha infatti sviluppato un indice medio che misura la percentuale di omonimia in ogni facoltà di ogni ateneo e la percentuale media di omonimia in campioni della popolazione italiana in numero uguale ai docenti presenti nella facoltà osservata. Il risultato è incontrovertibile: in quasi tutti gli atenei l’indice di omonimia è più elevato rispetto alla media nazionale. Dieci volte di più a Catania, poco meno a Messina.

Molto superiori alla media sono anche la Federico II di Napoli, Palermo, Bari, Caserta, Sassari e Cagliari. Le più virtuose sono invece Trento, Padova, il Politecnico di Torino, Verona, Milano Bicocca. Certo: non sempre avere lo stesso cognome significa essere parenti. Ma considerando anche che spesso molti familiari di professori hanno cognomi diversi, il dato è un’attendibile quantificazione statistica, per approssimazione, della diffusione del nepotismo. Anche perché gli atenei segnati con la penna rossa da Daniele sono proprio quelli al centro delle inchieste giornalistiche e della magistratura.

“Il dato italiano – spiega Daniele – è in controtendenza con il resto d’Europa: quasi ovunque il tasso di omonimia nelle università è minore della media nazionale. Gli atenei tendono ad attrarre docenti da fuori, con cognomi diversi da quelli locali”. Lo studio confronta poi i dati sulle omonimie con le valutazioni del Censis sulla qualità delle università. E in media gli atenei con più omonimi sono quelli che producono meno e viceversa. Ma davanti a questi numeri, la politica e il mondo accademico come si comportano? Sono nemici o complici delle grandi famiglie che hanno in mano l’università italiana?

LA RESISTENZA
“Ci prendono in giro”, ha tuonato il presidente della conferenza dei Rettori, Enrico Decleva, la cui moglie Fernanda Caizzi è stata condannata in appello, e poi prescritta, per aver pilotato un concorso a Siena nel 2001. “Il qualunquismo sulle parentopoli è una giustificazione per uccidere l’università pubblica”. La legge Gelmini approvata al Senato a luglio prevede un codice etico obbligatorio per tutti. Ma a Bari (il primo ateneo ad approvarlo, quattro anni fa) gli escamotage fanno scuola. Virginia Milone è stata assunta quando il padre si è impegnato a trasferirsi nella sede decentrata di Taranto.

“Capirai: la nostra facoltà è diventata la valvola di sfogo dei parenti”, dice il rappresentante degli studenti Francesco D’Eri. La docente Maria Luisa Fiorella, otorino come il padre, era stata respinta dalla facoltà (a scrutinio segreto). Ora, con un colpo di coda, i baroni vogliono tornare a votare: con l’alzata di mano. Il codice è servito solo a Farmacia: Giulia Camerino ha rinunciato al concorso da ricercatrice bandito nel dipartimento della madre. “Ho studiato tutta una vita, non volevo vivere con un bollino che non meritavo”.

“Se parliamo di baronati è tutto come prima – dice Mimmo Pantaleo, segretario nazionale della Flc della Cgil – E se le università non bandiscono concorsi, a pagare sono solo i ricercatori figli di nessuno”. Il ministro Gelmini promette di trasformarne, con il nuovo piano di programmazione, diecimila in associato. Vuol cambiare la progressione di carriera con un contratto triennale, una successiva valutazione, e quindi un ulteriore contratto triennale per diventare associato. Ma per ora quelli che salgono di grado hanno sempre cognomi pesanti: a Cagliari è appena stato promosso ordinario Francesco Seatzu, figlio d’arte sardo. A valutarlo, in commissione, c’era Isabella Castangia, con la quale Seatzu ha lavorato gomito a gomito negli ultimi anni. “Tutto è come prima, più di prima”, attacca Tommaso Gastaldi, professore di Statistica alla Sapienza, instancabile fustigatore del malcostume universitario. L’ultimo esempio, racconta, è la nomina di due docenti: lui aveva previsto i loro nomi già nel 2008. I soliti noti, nonostante i proclami del Governo, continuano a comandare. E non vogliono lasciare il campo ai giovani. Che si ribellano: l’Air, l’associazione italiana dei ricercatori, ha indetto una petizione per bloccare “l’eccessiva “discrezionalità” nei criteri di valutazione dei concorsi universitari”.

GLI OVER 70
Molti docenti con più di 70 anni ricorrono ai tribunali amministrativi per posticipare il loro pensionamento, accelerato da una norma voluta dall’ex ministro Fabio Mussi. Vuole rimanere in servizio Emilio Trabucchi, ordinario di Chirurgia e presidente del Pio Albergo Trivulzio di Milano. Nipote dell’omonimo luminare della Biomedicina e deputato Dc morto nel 1984, Trabucchi ha due nipoti nell’università, Emilio Clementi, straordinario nel dipartimento di Scienze precliniche “Lita Vialba”, e Francesco Clementi, ordinario di Farmacologia. “Abbiamo specializzazioni diverse. E in tutti i casi parlano le pubblicazioni”, precisa Trabucchi. Ha scelto di ritirarsi, invece, Vittorio La Grutta, nobiltà accademica palermitana: medico il nonno, professore il padre, rettore il fratello (dell’ultima leva è rimasta la figlia, Sabina, psicologa).

“Quando siamo saliti in cattedra, eravamo orfani. Ma ce l’abbiamo fatta lo stesso, senza favori”. Diverso il destino dei Cannizzaro, altra famiglia storica siciliana. “Stanislao, il grande chimico, era un mio avo – racconta Gaspare, che ora è in pensione ma ha due figli docenti – ma io non sono figlio d’arte. In famiglia c’è sempre stato interesse per la scienza: è una tradizione”. A Sassari resistono al pensionamento Mariotto Segni (il cui padre, Giovanni, oltre che presidente della Repubblica è stato rettore) e Giulio Cesare Canalis, il papà della showgirl Elisabetta, direttore della Clinica radiologica. Ma soprattutto l’ex rettore Alessandro Maida, tuttora potentissimo – spinge per bandire 52 concorsi – e ancora per un po’ collega dei figli Carmelo e Ivana, piazzati nella sua facoltà, Medicina, del cognato, Giorgio Spanu, della moglie Maria Alessandra Sotgiu, e di altri nipoti e cugini. A Udine, dopo la fusione tra ospedale e università, sono stati nominati i nuovi direttori di dipartimenti. Nessuna sorpresa: i manager, ben pagati, sono tutti baroni di lungo corso come l’ultrasettantenne Fabrizio Bresadola, che ha piazzato il figlio Vittorio, la nuora Maria Grazia Marcellino e un altro figlio, Marco. Laureato in Filosofia ma non per questo escluso: insegna storia della Medicina.

24 settembre 2010

Fonte: www.repubblica.it

24 settembre 2010 Pubblicato da | Scuola ed Universita' | , , , , , , | Lascia un commento

Tremonti: «I rettori italiani? Come l’Urss»

di ROBERTO BAGNOLI

Il ministro dell'Economia Giulio Tremonti

ROMA – «La riforma dell’Università è positiva ma bisogna porre fine ai poteri dei baroni». Il ministro dell’Economia Giulio Tremonti per il secondo giorno consecutivo sale in cattedra e mette nel mirino il sistema di governance delle università italiane. Lo ha fatto l’altro giorno a Roma partecipando alla festa dei giovani di destra Atreju 2010, lo ha ribadito ieri sollecitato dalle domande degli studenti durante una sorta di lectio magistralis fatta a Frascati per chiudere la Summer School della Fondazione Magna Carta di Gaetano Quagliariello.
«Io ho avuto un’esperienza con la nomenclatura sovietica – ha detto scherzando ma mica tanto il ministro/professore – ed è stata con alcuni esponenti universitari». Poi spiega meglio: «Se uno vuole avere un’idea di cosa era l’università sovietica bisogna avere un contatto con la conferenza dei rettori». La platea, per la maggior parte laureati, applaude e il ministro divertito procede.
«Dentro l’Università ci sono forti discontinuità – ha spiegato Tremonti citando l’esempio di quella di Siena che è «fallita» -, ora io capisco che possa fallire un’azienda ma una università è una cosa un po’ strana per non parlare del fatto che in molte parti del Paese ci sono università che aprono sedi secondarie nel territorio delle altre». Per il ministro dell’Economia la riforma dell’università progettata dalla collega Mariastella Gelmini è una «buona riforma che deve evitare gli effetti choc ma allo stesso tempo porre fine alla follia delle università che falliscono, dei corsi di laurea che si moltiplicano e dei poteri di “baroni e similbaroni”».

L’altro giorno al Celio aveva confessato che se si fosse trovato oggi, e non trent’anni fa, a diventare docente non ci sarebbe riuscito. «I concorsi sono locali e non ho i contatti giusti». Tremonti poi scherza con gli studenti e ammette di essere anche lui un «barone» anzi un «ex barone», un professore in scienza della finanza dal 1974 all’Università di Pavia ora in aspettativa. Suo maestro è stato Gian Antonio Micheli, a sua volta allievo di Calamandrei, e questo ricordo gli da’ lo spunto per dare un’altra bacchettata al sistema universitario made in Italy. «Ho insegnato anche a Oxford, Cambridge e Friburgo ma oggi non avrei i titoli per vincere una cattedra», continua Tremonti che nel 2003 ha ideato – trovando sponda con il ministro dell’Istruzione dell’epoca Letizia Moratti – l’Istituto italiano di Tecnologia (Iit) con sede a Genova per introdurre in Italia un laboratorio di cervelli sul modello del bostoniano Mit. Non è un problema solo di baroni ma di sistema. «Giorni fa ho parlato con ricercatori americani – dice ancora il ministro – che mi raccontavano come da loro docenti normali fanno cose straordinarie, in Italia docenti straordinari non riescono a fare nemmeno le cose normali».

11 settembre 2010

Fonte: www.corriere.it

21 settembre 2010 Pubblicato da | Politica, Scuola ed Universita' | , , , , , , | Lascia un commento

“Sette anni di odissea nelle nostre università Poi ho ritrovato la felicità a Oxford”

Nicola Gardini, docente di Letterature comparate e scrittore, è emigrato in Inghilterra per fuggire dai baroni degli atenei italiani.

di ANDREA VALDAMBRINI

Nicola Gardini

“C’è qualcosa di peggio che vedersi rubare la felicità? È quello che mi è successo mentre provavo a fare il mio lavoro di ricercatore”. Con lucidità e passione Nicola Gardini ritorna sull’odissea che lo ha portato dall’Università di Palermo fino a Oxford, dove dal 2007 è professore di Letterature comparate. “È lì che mi sono ripreso quello che mi era stato tolto”. Ispirandosi alla sua esperienza, l’anno scorso Gardini ha scritto I baroni. Come e perché sono fuggito dall’università italiana (Feltrinelli), un libro ricco di divagazioni saggistiche sulla letteratura e sul senso dell’insegnamento, in cui in prima persona racconta come abbia provato a fare il suo lavoro, scontrandosi con le beghe dipartimentali e la “politica”. Gardini ha deciso di denunciare le scorrettezze di cui è stato vittima anche per aiutare i tanti che sono nell’ombra, “assuefatti a tal punto al sistema – dice – che neppure si scandalizzano più”.

Negli atenei italiani le capacità personali sono spesso mortificate? È quello che è capitato anche a lei?

“Ho sperimentato questa cosa sulla mia pelle. Nel ’99, dopo avere ottenuto un dottorato alla New York University e un posto di ruolo per l’insegnamento del latino e del greco nei licei, decido di provare un concorso universitario in Italia. E lo vinco a Palermo, ma subito cominciano i guai: non sono per nulla accettato. Iniziano ad arrivarmi mail notturne che mi avvertono di compiti da svolgere la mattina dopo, vengo fatto scendere apposta da Milano per riunioni fantasma”.

Eppure lei aveva vinto un concorso…

“Sì, ma ci sono quei professori chiamati “baroni”, che pensano di poter gestire l’università come una loro proprietà. A un certo punto mi sono reso conto che avevo vinto il posto perché qualcuno aveva fatto uno sgarbo al direttore del dipartimento. Al concorso doveva passare la sua favorita, ma da Milano è intervenuto qualcuno di ben più potente, che ne I baroni chiamo Corona”.

E lei ha lottato dall’interno o è scappato?

“Ho continuo a fare il mio lavoro pur nelle difficoltà. Nel 2004 vinco un’idoneità come associato a Salerno. L’idoneità non è un posto, ma una sorta di titolo abilitante: di solito l’idoneato viene chiamato dallo stesso ateneo dove è già in servizio. Ma nel mio caso non succede: a Palermo continuano a non volermi. Accetto di tenere corsi presso un piccolo ateneo privato, che ha sede a Feltre. L’invito mi è fatto dallo stesso Corona che mi ha imposto a Palermo. E mi illudo che a Feltre spenderò la mia idoneità”.

Invece?

“Corona mette al mio posto l’amica di un suo amico. Io mi muovo verso soluzioni alternative. La nuova sede sembra Padova. Anche lì promesse, carezze. Ma alla fine, il bidone”.

È allora che fugge a Oxford?

“È stata una fortuna: quell’estate pubblicano un bando per un posto da italianista. Mando la domanda e meno di due mesi dopo vengo convocato per il colloquio e la lezione di prova. L’indomani mi offrono il posto. Qui sono rinato. Da poco ho pure scritto un altro libro, Rinascimento: non è il seguito della mia storia, ma di sicuro il primo frutto della felicità ritrovata”.

Dall’Italia che hanno detto?

“Ho ricevuto moltissime email di lettori che si riconoscevano nei miei racconti e mi ringraziavano. Ma qualche malevolo mi ha scritto: “Bravo Gardini, si fa presto a parlare dal suo esilio dorato”. Che posso dire? Io ho fatto di tutto per restare in Italia, sette anni lo dimostrano”.

E chi è rimasto nell’università italiana?

“I giovani dentro gli atenei a volte sono come narcotizzati: non vedono il marcio o fanno finta di non vederlo e quindi non protestano. Mi sono però accorto che raccontando la mia storia ho raccontato la storia di una collettività insoddisfatta e stanca di ingiustizie”.

13 luglio 2010

Fonte: www.ilfattoquotidiano.it

14 luglio 2010 Pubblicato da | Scuola ed Universita', Società | , , , , , , | Lascia un commento

   

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