Lucia Palmerini

parole in libertà … speak freely

Francia, la guerra come spot

di GABRIELE BATTAGLIA

Bombardare in Libia per vendere il caccia multiruolo “Rafale” in India. In gioco, la più grande commessa militare dei prossimi anni

Perché si fanno le guerre? Per le risorse naturali, per posizionarsi strategicamente ma non solo: la guerra è un grande spot pubblicitarioper l’industria bellica.

L’esempio più recente viene dalla Francia di Sarkozy, il Paese più interventista della coalizione anti-libica. Il 19 marzo scorso, alle 17.45, l’aeronautica transalpina ha sparato il primo colpo contro le difese di Gheddafi: un caccia Rafale, prodotto dalla Dassault Aviation, ha bombardato e distrutto una postazione contraerea. Un’operazione anomala, fatta d’anticipo, in barba alla stessa coalizione internazionale di cui Parigi fa parte.

“Il Rafale è partito in maniera insensata, – commenta Francesco Vignarca di Altreconomia/Rete Disarmo – perché in qualsiasi azione dell’aeronautica moderna, prima intercetti le contraeree, poi le neutralizzi sia danneggiando i radar con soluzioni software sia con un’azione militare, poi le bombardi e infine attacchi. Altrimenti rischi che i tuoi caccia vadano allo sbaraglio.
Invece la Francia ha agito così perché voleva metterlo in mostra, il Rafale, cioè l’unico aereo multiruolo che per ora è stato venduto solo nel Paese in cui è costruito. Stanno cercando di piazzarlo e la Libia è stato la vetrina ad hoc.”

L’ipotesi è più che plausibile. Per capirlo bisogna fare un salto in India. Delhi ha ormai da mesi lanciato una gara per la fornitura di ben 126 caccia, necessari per ammodernare la propria flotta ormai vetusta. In tempi di tagli ai bilanci della Difesa un po’ ovunque, si tratta della commessa più importante degli anni a venire, dal valore di almeno 10 miliardi di dollari.
Ad aprile, giusto un mese dopo l’”esibizione” libica del Rafale, l’India ha ristretto la scelta a due aerei europei, il caccia francese e l’Eurofighter Typhoon, prodotto da un consorzio partecipato anche dall’Italia, con Finmeccanica.

“Non è un caso – aggiunge Vignarca – che il ministro della Difesa La Russa e il sottosegretario Crosetto si siano fatti vedere in tutti gli air show asiatici, sia in area araba sia in area indiana.”
Tuttavia il Rafale potrebbe essere ora in vantaggio perché “l’Eurofighter non è mai stato usato in combattimento come caccia multiruolo, la tipologia che ormai cercano tutti. L’aereo francese ha invece fatto vedere di essere davvero multiruolo: puoi modificare la sua configurazione da intercettore, caccia d’assalto, di neutralizzazione e così via”.

La torta indiana è dunque ormai una competizione Francia-resto d’Europa, fatto che ha mandato su tutte le furie gli Usa, che non sono riusciti a “piazzare” i propri prodotti Boeing (F-18 Super Hornet) e Lockheed Martin (F-35).

D’altra parte, Washington ha poco da lamentarsi. In Giappone è infatti attualmente in corso un’altra gara per la fornitura di 40 caccia: un affare da 4 miliardi di dollari. Qui, gli unici due concorrenti sembrano proprio essere Lockheed e Boeing. La prima sarebbe avvantaggiata perché l’F-35 è molto più stealth (un aereo invisibile ai radar) dell’F-18, ma il caccia della Boeing è già pronto, quello della Lockheed no (la fase di sviluppo è stata recentemente prolungata fino al 2016). Visto che i giapponesi hanno fretta di decidere entro fine anno (18 dei loro F-2s sono stati danneggiati dal terremoto e dallo tsunami di marzo), la gara è del tutto aperta.
Sta di fatto che, guarda caso, la Dassault si è subito chiamata fuori da questa disfida tutta statunitense, dichiarando di non voler far la parte del “concorrente civetta“, nelle parole del suo portavoce, Stephane Fort.

Sorge quindi un sospetto: nel mercato delle armi più sofisticate, vige la legge della concorrenza o una logica della spartizione tra aziende dei Paesi politicamente (e militarmente) più forti?
È un mercato assolutamente ‘politico’ e la spartizione a tavolino è realistica – spiega Vignarca -. In India c’erano in gioco diversi modelli: Rafale, Eurofighter, F16 e F18 Usa, Gripen svedesi e Mig35 russi. Il gioco è stato ristretto ai due concorrenti europei più forti.”

Sullo fondo, il fatto che gli indiani non sono ancora in grado di costruire un aereo del genere. Come da tradizione, comprano e coproducono con la Russia, stanno cercando di fare un upgrade del Sukoi ma sono ancora in ritardo.
Nel riarmo, sia India sia Giappone guardano del resto a storici avversariPakistan e Corea del Nord – ma pensano di fatto alla Cina, che ha di recente lanciato il suo primo stealth e la sua prima portaerei. Tecnologia indefinibile, probabilmente vecchia, ma in divenire: dopo gli statunitensi, i cinesi sono quelli che spendono di più per la Difesa.

Ora torniamo in Libia e vediamo come è andato l’utilizzo “frettoloso” del Rafale in quel 19 marzo 2011.
“L’aereo aveva soprattutto il compito di bombardare e intercettare eventuali caccia libici – spiega Vignarca – ma ha compiuto la missione di bombardamento prima che altri aerei Usa o britannici neutralizzassero come da compiti le contraeree di Gheddafi. Non ci vuole uno stratega militare per dire che prima neutralizzi la contraerea e solo dopo mandi in cielo i tuoi aerei d’assalto per bombardare, così non corri rischi.
È stata poi ampiamente pubblicizzata la storia dell’abbattimento di un caccia libico. In realtà il Rafale non ha abbattuto in combattimento quel vecchio aereo di fabbricazione jugoslava: l’ha intercettato, si è messo in coda, l’ha obbligato ad atterrare e poi l’ha bombardato. È stata un’esibizione di tutte le funzioni possibili del caccia multiruolo: ha dimostrato di essere capace di tutto. È come se io volessi vendere un Suv e facessi vedere che va su strada, fuori strada, consuma poco, e così via. Uno spot.”

La guerra come vetrina, dunque. Un motivo in più per farla

Fonte: www.peacereporter.net

14 settembre 2011 Pubblicato da | Esteri, Politica | , , , | Lascia un commento

Gli scioperi e i puntini sulle i

di MATTEO RENZI

Matteo Renzi

Improvvisamente a Firenze siamo agli scioperi su tutto. Nel giro di 24 ore si è proclamato lo sciopero alla Prima del Maggio, poi annunciato lo sciopero alla Pergola, quindi calendarizzato lo sciopero all’Ataf.

Sembra quasi che questa amministrazione sia diventata – all’improvviso – la nemica delle aziende pubbliche. E chi prova a mettere questo strana coincidenza in relazione con le polemiche nazionali sul Primo Maggio pensa male, ovviamente pensa male…

Sono costretto a mettere i puntini sulle i. Non serve a evitare gli scioperi. Ma almeno i fatti parlino in modo chiaro.

I) Ataf. Sono diventato sindaco a fine giugno 2009. Ataf aveva 1430 dipendenti, 13 società partecipate, 450mila euro di compensi per gli amministratori, 12 milioni di euro di perdite e il 25% di evasione tariffaria (gente che non paga i biglietti). Oggi – dopo venti mesi – i dipendenti sono 1320, le società partecipate 8 (ancora troppe!), i compensi degli amministratori quasi dimezzati (260mila euro), il pareggio è stato portato in bilancio per la prima volta dopo decenni, l’evasione tariffaria è scesa al 7%.

Ok, siamo colpevoli, lo sappiamo: non abbiamo assunto cubiste e parenti di sindacalisti, come accaduto altrove. Però continuiamo a non capire perché fanno sciopero.

E se è vero che il Governo taglia e la Regione pure al trasporto pubblico locale (Firenze è la più penalizzata in Toscana: Ataf ha meno 12% di contributo rispetto allo scorso anno), il Comune di Firenze è l’unica istituzione che aumenta i denari per il TPL: due milioni di euro in più appena stanziati per evitare il taglio delle linee forti e notturne.

II) Il Maggio Musicale Fiorentino non va? Certo. Molte cose delle fondazioni lirico e sinfoniche vanno cambiate, lo sappiamo. Lo faremo. Ma perché prendersela con il nuovo management? Forse perché qualcuno ha perso i privilegi del passato? Esempio. Paragoniamo gli incassi delle due Prime. La Prima 2010 incassa 57.000 euro. La Prima 2011 taglia gli omaggi e incassa 204.000 euro. Pagano tutti, a partire dal Sindaco. Questa dirigenza in una sola serata recupera quasi 150.000 euro. Peccato che lo sciopero proclamato dalla CGIL costringerà la Fondazione a un danno economico perché casualmente organizzato in modo tale da far scattere lo straordinario…

III) La Pergola. Il Governo ha chiuso l’ETI. Per evitare che chiudesse anche il Teatro della Pergola, ci siamo fatti avanti. Abbiamo preso la responsabilità del Teatro, insieme all’Ente Cassa di Risparmio, e abbiamo già stanziato i primi 800.000 euro per l’anno 2011. Perché il Comune crede nella cultura e quindi non taglia. E allora perché improvvisamente tutti scioperano contro l’Amministrazione Comunale?

Ho una vaga sensazione. Che qualcuno pensi che le aziende pubbliche si possano governare per aumentare il consenso, come forse accaduto in passato. Le aziende pubbliche, per me, si devono governare per migliorare la qualità della vita dei cittadini, non le agevolazioni di qualche professionista del permesso sindacale.

Se i sindacati fiorentini hanno voglia di confrontarsi con noi sul futuro della città sono i benvenuti.

Se invece prevale linea di qualche barricadero fuori stagione che pensa di adeguarci alle consuetudini di un tempo che non c’è più, si sappia che hanno sbagliato obiettivo. Mi hanno eletto i cittadini. Se vorranno mi manderanno a casa i cittadini, non un sindacato in cerca di visibilità.

29 aprile 2011

Fonte: www.avisoaperto.it (Il Blog di Matteo Renzi)

1 maggio 2011 Pubblicato da | Politica, Società | , , , , , , , , , | 1 commento

Militari Russi: Gheddafi non ha MAI bombardato la sua gente, Aljazeera e la CNN hanno MENTITO

di LUCIA PALMERINI

Se così fosse sarebbe un esempio di complicità e coinvolgimento della stampa nella politica e nel potere. Il video mostra le dichiarazioni della Russia in merito ai bombardamenti dichiarati da CNN e Aljazeera di Gheddafi contro la sua gente prima del 23 febbraio. La Russia che monitora i cieli libici grazie a dei satelliti spia, non ha rivelato alcun bombardamento in tali date e può confermare al 100 per cento che non vi sono stati bombardamenti da parte di Gheddafi contro i libici.

Se veramente fosse vero, implicherebbe ineluttabilmente che CNN e Aljazeera hanno mentito titolando invece con bombardamenti e 10mila morti. Inspiegabile anche il ritardo della Russia per rendere note le sue verità. A voi le considerazioni al riguardo, le mie presto in un articolo.

20 marzo 2011 Pubblicato da | Esteri, Politica, Scritti da Lucia Palmerini | , , , , , , , , , , , | 2 commenti

Sito consigliato

di LUCIA PALMERINI

Un sito web interessante sui legami tra banche e nucleare.

www.nuclearbanks.org

 

19 marzo 2011 Pubblicato da | Ambiente, Politica, Scritti da Lucia Palmerini | , , , , , , | Lascia un commento

L’orologio del femminismo gira all’indietro

di ANACRONISTA (nickname usato dall’autore del blog: http://iononmidepilo.blogspot.com)

La brava Marsia si esprime sulle opinioni illuminate di Susanna Tamaro sul femminismo: un condensato aberrante  di semplificazione e qualunquismo, con picchi di moralismo grezzo misto a ignoranza storica – all’interno di un  quadro argomentativo irrazionale. E’, infatti, nel caso di Tamaro, il sentimentalismo della prima impressione del cuore (o “core”) a dirigere le opinioni, come si potrà constatare leggendo il suo articolo.
Si dà spazio a Tamaro sul Corsera, come si è dato spazio alla talaltra Scaraffa sul Riformista, che non lesina exploit semplificazionisti per lo stesso giornale, e se non fosse che in contemporanea l’editoria sembri rivivere un periodo di rifiorente riflessione femminista, post-femminista o semplicemente critica nei confronti della moda dello stereotipo della gnocca scema operata da industria culturale & co., sarebbe non impossibile credere: oddio, che è successo, l’orologio della concezione femminile è stato riportato indietro di più di mezzo secolo.

Marsia, dicevo, estrapola un’espressione dell’articolo di Susanna Tamaro (link sotto) e riflette opportunamente sul contesto simbolico e sociale, e sui rimandi culturali, della barbie. Anche a me sembra che questo apparentemente innocuo giocattolo condensi in sé il senso cruciale dell’involuzione del femminismo, di cui Tamaro & co. raccolgono gli aspetti più superficiali, con una desolante confusione di cause ed effetti.

19 giugno 2010

Fonte: iononmidepilo.blogspot.com

2 luglio 2010 Pubblicato da | Pari Opportunita', Società | , , , , , , , , | Lascia un commento

Il Barbie Pensiero

di MARSIA MODOLA

Susanna Tamaro esce con un dittico:

http://www.corriere.it/cultura/10_aprile_17/tamaro_c023a4e0-49e9-11df-8f1a-00144f02aabe.shtml

http://www.corriere.it/cronache/10_giugno_14/tamaro-donne-figli_eab439fc-7777-11df-9d1c-00144f02aabe.shtml

Sottolineo nel primo dei due articoli di Susanna Tamaro una frase degna di considerazione, non per il concetto che ritengo infondato, ma per un riferimento: “Come da bambine hanno accumulato sempre nuovi modelli di Barbie, così accumulano dal vuoto che le circonda, partner sempre diversi” .
Il riferimento in questione è la bambola Barbie. Da tempo rifletto su questo giocattolo che dal ’59 è entrato nel mondo delle bambine e delle loro madri. Prima di allora le bimbe giocavano con cucinini e mobiletti in miniatura, bambolotti e bamboline appena sessuate, da cullare e molto spesso soltanto da abbracciare. Questo apparato di giocattoli segnava il destino della bambina che così veniva iniziata al ruolo futuro di adulta-mamma, con il desiderio, inculcato e introiettato in una recita, di cullare un vero bimbo e di convolare a nozze come unico traguardo della sua vita. Quelle che hanno conosciuto cavalli a dondolo, carrettini e persino la fionda e qualche soldatino, forse sono diventate le “maschiacce “ di casa, quelle con “troppi grilli in testa”.
Nel 1800 le bambole europee, poupées et jouets francesi in particolare, portavano modelli e tendenze del gusto europeo specialmente negli Stati Uniti. Negli anni sessanta del secolo appena scorso si invertono i flussi e dagli Stati Uniti arriva in Europa una bambola, Barbie, portatrice di dense simbologie e implicazioni sociologiche che travalicano enormemente l’oggetto giocattolo in sé. Non è soltanto la fortuna economica di un oggetto, ma il dilagare attraverso un totem-simbolo grandemente seduttivo di un diverso orientamento che riguarda la figura sociale e il corpo della donna. Un simbolo diretto alla fonte,all’origine donna.
Per rafforzare maggiormente l’imprinting la produzione Mattel immette sul mercato diversi altri giocattoli-tipo che formano un micromodello societario: il fidanzato Ken, Midge l’amica del cuore di Barbie, le sorelline, la cugina, l’amico di Ken … e via via le versioni per area geografica di Barbie. Nasce così anche un indotto di servizio: dai modellini delle case con piscina, ai mobili, agli accessori personali, i club di Barbie, la posta di Barbie, storie televisive di Barbie … Un’operazione commerciale imponente, planetaria che sostiene la penetrazione dello style life nordamericano e trasforma contemporaneamente non solo i modelli di gioco delle bambine ma la figura stessa di donna a cui la bambina si ispirerà.
Già nel ’65 vengono rilevati i primi segni della sindrome Barbie:“Abbiamo in osservazione bambini che appaiono eccitati e disturbati da bambole come Barbie e i suoi amici… e vengono iniziati ad una sessualità precoce e priva di gioia, a delle fantasie seduttive e ad un consumismo cospicuo” (dott. Leveton, Medical Center, University of California).
Il ruolo pedagogico della bambola Barbie non è nemmeno dissimulato dalla stessa casa produttrice: I giocattoli formano la personalità (uno dei primi slogan).
Quando arriva Barbie si è già affermato nel mondo un certo modello di bellezza femminile (Hollywood e grandi rotocalchi) che oscilla tra fatalità e grazie adolescenziali. La bambina nelle cui mani arriva la bambola (icona del glamour e della donna “comune” moderna che adora lo sport, la moda, la bella vita), si trova a confrontarsi con una bambola-donna-modella. E i suoi sogni diventano i vestiti, il trucco, il parrucchiere, il corpo esibito. Il messaggio di Barbie si condensa in una frase di Marilyn Motz: “ Sii ricca, bella, popolare, e soprattutto divertiti” ( in La Bambola Barbie, Marianne Debouzy).
L’immaginario dell’infanzia è scomparso e sostituito dal mondo edonistico degli adulti. E’ spinto al narcisismo, al mito della bellezza e al suo consumo con l’attenzione a non farla mai svanire. Barbie non è creata da madri, padri, nonne, nonni nel contesto culturale della bambina, ma va acquistata con tutta la sua scenografia di accessori in una iterazione senza termine e simbolicamente senza limiti finanziari. Ciò che dovrà fare da grande. Un immaginario che confonde realtà e apparenza, un nuovo piano inclinato che potrà innescare le nevrosi postmoderne.
Cosa c’entrano le femministe … Le femministe c’entrano, certo, ma solo nel senso che negli anni sessanta e settanta furono molto critiche nei confronti della bambola Barbie che incarnava l’orientamento consumistico della società e un modello di sessualità femminile apparentemente libero, ma In realtà condizionato e orientato.
Può darsi che il significato reale che questo giocattolo ha avuto sulla crescita delle bambine non sia tutto da demonizzare e che sia da prendere in considerazione il giudizio non del tutto negativo di alcune correnti del femminismo di oggi che indicano nell’icona Barbie tratti di una sfrontatezza liberatoria di cui la casalinga aveva bisogno (qualcuna dice che sono le femministe che hanno giocato con Barbie …).
Ma non si può negare che Il suo simbolismo riporta ad un contesto sociale che voleva produrre nuovi stereotipi e nuovi appetiti. Non a caso I collezionisti di questa bambola sono soprattutto uomini. E non è poi tanto vero che siamo passati dalla donna angelo del focolare alla mistica della seduzione. In realtà oggi coesistono abbondantemente i due stereotipi, e il primo non è neppure oggetto di attenzione critica da parte dei media, anzi è funzionale a tutto il marketing relativo.
Dunque, se esiste, come esiste una parte della gioventù femminile di oggi, fagocitata nel mondo delle pin-up, dei seni gonfiati, del culto della bellezza … lo si deve in buona parte a questo imprinting dell’infanzia che il mercato e la cultura dominante appoggiano poi, con la tv, i media, la pubblicità, il consumismo, l’eros esibito e gratuito, e con tutti gli altri richiami verso la sostituzione di vecchi e nuovi ideali o valori.
Queste ragazze di oggi, secondo la Tamaro così perdute ma soprattutto cosìpropense all’aborto, sarebbero invece prodotto della cultura femminista: “Ma le ragazze italiane? Queste figlie, e anche nipoti delle femministe come mai si trovano in queste condizioni? Sono ragazze nate negli anni 90 cresciute in un mondo permissivo …”
Non esiste un rapporto … ISTAT a dimostrare che le ragazze di oggi che praticano l’aborto sono figlie delle femministe e cresciute in un mondo permissivo creato dalle stesse (a leggere l’autrice sembra che all’epoca in ogni condominio si organizzassero voli a Londra per abortire). Il femminismo è stato un movimento di donne, a cui dobbiamo le nostre sacrosante libertà, anche di praticare una interruzione di gravidanza con consapevolezza e nelle giuste condizioni sanitarie. Tante donne, un fiume, nel lontano 26 agosto del 1970 a New York per commemorare i 50 anni dall’ottenuto voto; venti mila a Roma l’8 marzo del 72 subendo gli insulti e le cariche delle forze dell’ordine. Ma non erano tutte le donne e la loro discendenza non è dato conoscere.
La grande massa delle donne, nel loro insieme, ha educato e allevato come poteva nel solco storico della società maschile che sceglie, decide per loro, conforma i loro desideri, e permea la vita di tutti i giorni. Impone anche gli strumenti per l’inserimento e l’accettazione sociale, tutti inevitabilmente passanti per il mercato della seduzione col catalogo dei serial televisivi, dei grandi fratelli, dei romanzetti senza poesia e senza forma d’arte. Modelli senza valori trasfigurativi, offerti in una normale povertà creativa che insegnano una quotidianità litigiosa, fatua, pervasa di falsi sentimenti, che non aiuta a riconoscere i veri o ad acquistare forza, dignità e destrezza nelle relazioni umane e in particolare d’amore. E questo senza voler assegnare specificamente un ruolo etico ai media..
Quanto poi ai figlicidi, le angosce e le motivazioni di quelle madri non hanno niente a che vedere con il giusto diritto alla libertà e realizzazione di sé che il femminismo ha invocato e in parte ottenuto, ma attiene esattamente a quel vissuto continuo di travaglio e combattimento per dover essere sempre all’altezza di ogni situazione. Pressate da esigenze all’interno di un quadro di inconciliabilità: realtà e immaginario sociale contraddittori, storie familiari e personali contraddittorie, vecchi e nuovi desideri contraddittori. Una richiesta di vissuto dovuto, dal sapore miracolistico, che fa diventare la donna oggi, suo malgrado, un essere senza precedenti.

19 giugno 2010

2 luglio 2010 Pubblicato da | Pari Opportunita', Politica, Società | , , , , , , , , | Lascia un commento

Donne che uccidono i figli: Il senso (perduto) della maternità

di SUSANNA TAMARO

L’evoluzione dei costumi ha trasformato l’universo femminile nel clone di quello maschile

Sempre più spesso, negli ultimi vent’anni, la cronaca testimonia casi di madri che uccidono i propri figli. Non uccidono solo neonati – cosa che rientra nelle patologie comprensibili della depressione post partum – ma uccidono bambini di sei, otto, dieci anni, bambini per i quali hanno preparato le torte di compleanno, a cui hanno insegnato a camminare e con cui hanno condiviso le fantasie e i sogni sul futuro. A Faenza, una donna italiana, impiegata e regolarmente sposata, all’insaputa del marito – che ignorava la sua gravidanza! – ha partorito di notte nel bagno, nascondendo il bambino in un sacchetto di plastica con l’idea di sbarazzarsene. Pochi giorni fa a Rieti una madre ha lanciato la propria figlia di sei mesi dal balcone, mentre a Vicenza un’altra donna ha aggredito con le forbici la figlia di nove anni che stava andando a scuola, prima di gettarsi dal terrazzo. A Venezia, un marito è tornato a casa e ha trovato il figlio di sei anni soffocato e la moglie impiccata a una spalliera. Le madri uccidono, si uccidono e spesso vengono anche uccise dai loro compagni e mariti. Non c’è giorno in cui la cronaca non ci segnali il caso di qualche omicidio compiuto da uomini incapaci di accettare una separazione. La persecuzione degli ex, o comunque le molestie ossessive, sono diventate un fenomeno così dilagante e pericoloso da richiedere ormai una legge ad hoc.

Infanticidio e benessere
Naturalmente l’infanticidio è sempre esistito, l’ecatombe di figlie femmine che ancor oggi si perpetua in molti paesi orientali non fa che confermarcelo. In tempi passati, però, apparteneva soprattutto a realtà di degrado e di povertà, ma questi omicidi che popolano le cronache con sempre maggior frequenza sono omicidi compiuti in situazioni di benessere materiale. Non c’è una carestia che incombe e un’ennesima bocca che urla implorando cibo, non c’è la disperazione della donna sola, lontana dal suo paese, culturalmente incapace di informarsi sulla possibilità di lasciare anonimamente il proprio figlio in ospedale. Ci sono invece case Ikea sullo sfondo, villini con giardino, appartamenti dignitosi, mariti che lavorano. E allora? Da dove viene questa onda nera che offusca, travolge, distrugge quello che dovrebbe essere l’istinto più forte di una donna? Perché le madri uccidono? Cosa si nasconde in questo che le cronache definiscono «insano gesto?». Negli ultimi trent’anni ci sono stati così tanti e rapidi mutamenti sociali e culturali che è difficile mettere a fuoco un solo elemento scatenante: a partire dagli anni ’70 è avvenuta un’evoluzione dei costumi che ha stravolto i rapporti tradizionali tra uomo e donna, cancellando quello che, fino ad allora, era stata la struttura classica della famiglia. Da questa rivoluzione, eravamo certi, sarebbe nato un mondo più giusto, un mondo in cui le donne avrebbero smesso il loro ruolo di vittime per diventare protagoniste piene della realtà e compagne consapevoli dei loro partner. Anche gli uomini, infatti, erano mutati, avevano abbandonato i lati più retrivi del loro carattere ed erano pronti, senza più pregiudizi, senza più gelosie, ad affrontare i tempi nuovi che si affacciavano. A distanza di quarant’anni da allora, al di là delle indiscusse e indiscutibili conquiste delle donne, una cosa è evidente ed è che il modello femminile si è inesorabilmente conformato a quello maschile. Siamo conformi perché, come ho già detto, l’immagine che i media propongono di noi – a cui una buona parte delle donne consapevoli cercano strenuamente di resistere – è quello di una femmina puro oggetto di piacere e di seduzione. Siamo conformi perché l’aver liberato la sessualità dalla procreazione ci ha reso altrettanto libere dei maschi. Possiamo realizzarci, avere diverse storie secondo l’estro e l’umore, senza che questo coinvolga l’affettività, così come avviene nei maschi per i quali avere un’avventura non è che uno sfogo della loro esuberanza. Abbiamo imparato a gestire la nostra fertilità, facendo scivolare la maternità in coda alle priorità della nostra vita, salvo poi farla diventare un’imperiosa necessità quando ci rendiamo conto che l’orologio del tempo ha accelerato i suoi battiti. In qualche modo è avvenuta una sorta di pornografizzazione della società. Tutto sembra girare intorno al sesso – ad un sesso esibito, parlato, vissuto, consumato, condiviso. I giornali per adolescenti parlano di orgasmi come fossero scampagnate in bicicletta. Non c’è divo o diva che non racconti ai quattro venti le sue abitudini sessuali, il come, il quando, con quante, con quanti. Come non c’è – quasi – giornalista, lo dico per esperienza personale, che non ti faccia domande sulle tue preferenze sessuali. Sembra che il sesso sia l’unico grande pensiero dei nostri giorni e il piacere il pifferaio magico a cui tutti corriamo dietro estasiati. Anche in questo, i giornali e le riviste ci aiutano. Quanto hai goduto? Come hai goduto? Hai trovato il punto G, punto F, punto K? Sei nella norma, lui è nella norma? E la norma, cos’è? Uno, due, tre orgasmi per notte?

Anna Karenina, Giulietta dove siete?
Nella letteratura – che in questo si dimostra specchio della società – non va certo meglio. Non c’è romanzo che non contenga tediosissime pagine di descrizione di rapporti, di umori corporei, di dettagli anatomici, inframmezzati magari da penose osservazioni messe lì per cercare di far lievitare la pornografia in arte. Anna Karenina, Catherine Earnshaw, Jane Eyre, Giulietta, dove siete? I grandi amori contrastati, i grandi amori vissuti nell’ombra, nella difficoltà, hanno creato una letteratura indimenticabile, gli amori avviliti dal cronometro e dai dettagli anatomici provocano soltanto una noia profonda. Il piacere è il democratico tiranno dei nostri giorni. Sembra che l’uomo debba esistere e realizzarsi unicamente dalla cintura in giù, come se improvvisamente sul mondo si fosse sparsa una polverina magica, capace di trasformare gli esseri umani in un esercito di mandrilli in libertà. Ma, a parte i lati comici di questa ossessione collettiva, in una tale visione dell’attività sessuale è racchiusa una estrema povertà. Il livellamento obbligatorio – per cui o fai sesso o non esisti – mistifica quella che è una delle componenti più importanti dell’uomo, quella erotica. Ognuno di noi ha una diversa propensione all’eros, per alcuni è una forma di energia straordinaria, per altri più moderata, mentre per altri ancora è ininfluente nell’equilibrio della loro vita. L’eros è sempre un elemento della complessità della persona, e non solo cambia da individuo a individuo, ma può cambiare, nello stesso individuo, nel corso della sua vita. Tanto il piacere è una banderuola a cui affannosamente corriamo dietro, altrettanto l’eros è una realtà che ci precede, ci compenetra e dà un orizzonte ai nostri giorni. Noi siamo qui grazie all’eros dei nostri genitori, e grazie alla nostra forza erotica siamo capaci di progettare un futuro. L’eros, come ci ricordano tutte le culture dell’uomo, non è una forza indistinta, un magma senza volto, bensì il differenziarsi dell’energia primordiale in due forme contrapposte e pur tuttavia complementari: il femminile e il maschile. Tutto il vivente – a parte le forme ermafrodite appartenenti ai livelli più semplici della vita animale e quelle simpatiche patelle capaci di cambiare sesso in virtù del loro compagno – si manifesta ed evolve secondo questa polarità. Come nel simbolo dello yin e dello yang, ogni femminile deve contenere un punto di maschile, così come ogni maschile deve contenere un punto di femminile. Il momento in cui questa polarità si annulla, la forza erotica si inceppa, inciampa, casca, il suo infinito orizzonte si trasforma nella condominiale balaustra del piacere. Gli effetti della promiscuità obbligatoria, unite alla forza plasmante del consumismo, ci hanno subdolamente privato della nostra natura più profonda, trasformandoci in affannati cloni del modello maschile. Ma anche all’uomo non è andata molto meglio: privato di un vero femminile, si è sentimentalizzato, perdendo quelle prerogative positive implicite nella sua natura paterna e virile. Noi stesse per anni abbiamo in fondo voluto ignorare la nostra natura perché ad essa associavamo un’idea culturale di fragilità, di rassegnazione e di sottomissione che mal si conciliava con il nostro desiderio di libertà e di emancipazione. In questo rifiuto, non ci siamo accorte che tranciare così drasticamente le nostre radici non era molto diverso dal tagliare i capelli di Sansone. Senza spirito materno, ogni forza è perduta, perché è vero che le donne hanno una forza straordinaria, ma questa forza discende direttamente dalla capacità di accogliere e far crescere la vita. Tutte queste persone travolte dall’infelicità, dall’incapacità di mettere a fuoco i propri sentimenti, queste madri trasportate come foglie dal vento, senza più stabilità, senza più una vera ragione per vivere, non sono forse donne private del senso profondo del loro essere al mondo? «L’amore richiede forza», scrivevo in Va’ dove ti porta il cuore. Ed è proprio la forza la caratteristica dello spirito materno, la forza di questo amore capace di abbattere ogni ostacolo, di andare sempre avanti, senza scavalcare, senza aver fretta, ma accompagnando. Questo amore – da cui nasce ogni altro amore – è l’amore materno, perché la maternità non è un’ennesima tecnica da applicare al nostro corpo ma qualcosa che ci trascende, che ci lega misteriosamente all’essenza del nostro esistere. Senza questa consapevolezza, l’avere figli non diventa che un atto come un altro, e un figlio non è che un oggetto che può trasformarsi in un gioiello da esibire ma anche in un peso che non siamo più in grado di sopportare perché ci impedisce di realizzare i nostri sogni. Un peso che a volte non sopportiamo più, così come non sopportiamo noi stesse. Ci sentiamo sole. Per questo ammazziamo i nostri figli, per questo ci ammazziamo. Recidendo questa radice profonda, la nostra vita non è molto diversa da quella dei cumuli di foglie che il vento sposta in autunno.

Lo spirito della maternità
Non si tratta di tornare all’angelo del focolare, ma semplicemente di capire che la centralità della nostra vita di donne è lo spirito della maternità. Ripartire da lì. La maternità. Questa maternità, però, va intesa in senso nuovo, ben al di là della mera capacità fisica di procreare. Si può infatti non aver generato ed essere colme di maternità, come si può essere madri biologiche ed esserne totalmente prive. Questa società così fredda, così necrofila, così impaurita, così cinica – e allo stesso tempo così travolta dalle sbornie del sentimentalismo – ha paura dello spirito femminile perché questo spirito, che è concreto, attivo, la spingerebbe in una direzione opposta. Tornare alla nostra vera natura vuol dire rimettere al centro dei nostri giorni una forza armata di dolcezza. Vuol dire collaborare, invece di competere, saper accogliere e accudire tutto ciò che è piccolo e bisognoso di protezione, tutto ciò che è fragile. Sapere che il grande sforzo – quello che giustamente assorbe ogni nostra energia – è quello della crescita, perché costantemente cambiare, costantemente crescere è il senso di ogni essere umano e di ogni nuova vita che viene al mondo.

14 Giugno 2010

Fonte: www.corriere.it

2 luglio 2010 Pubblicato da | Pari Opportunita', Politica, Società | , , , , , , , , | Lascia un commento

   

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