Fallite 32 aziende al giorno nel 2011
di LUCIA PALMERINI
Secondo la Cgia di Mestre nel 2011 sono fallite 11660 aziende, il che vuol dire che ogni giorno32 chiudevano i battenti. Un dato drammatico e reso ancor più preoccupante dai suicidi avvenuti e tentati da parte di imprenditori in crisi, lavoratori che hanno perso il lavoro e persone in cerca di occupazione. Si stima che inseguito alla chiusura delle aziende abbiano perso il lavoro circa 50mila persone, con la Lombardia a capo della triste classifica di fallimenti seguita da Lazio, Veneto e Campania. In media sono fallite 22 imprese ogni 100 attive.
Giuseppe Bortolussi, segretario dell’associazione artigiana, individua nella stretta creditizia, nei ritardi nei pagamenti e nel forte calo della domanda interna i tre principali colpevoli; infatti, sempre secondo le stime della Cgia di Mestre quasi un terzo dei fallimenti è stato causato proprio dai ritardi nei pagamenti.
Ma a fare paura sono anche gli scarsi aiuti ed incentivi all’avvio di un’attività che vede i giovani impossibilitati ad intraprendere il loro cammino ed abbandonati nello start-up, a tal punto che quasi il 70 per cento dei giovani imprenditori lamenta l’assenza di politiche a favore della nascita di nuove imprese.
il giovane imprenditore contro i forconi
di CLAUDIA CAMPESE
Forconi, la storia di Andrea Valenziani
L’imprenditore agricolo che contesta il movimento
Ha 31 anni e ha studiato fuori dalla Sicilia per poi tornarvi. Ha preso in mano l’azienda agrumicola di famiglia e le ha dato una nuova impronta, attenta all’ambiente e alla legalità. Nei giorni dei blocchi, ha fatto girare le sue denunce tra gli amici e i clienti sparsi per l’Italia. Attirando le ire di partecipanti e semplici simpatizzanti della protesta. Per i quali questo strano imprenditore non esisteva davvero. CTzen lo ha intervistato.
«Quando ho assistito a quelle scene non ho avuto pace. E’ una violenza collettiva, altro che “primavera siciliana”». Gli hanno dato dell’attore. Del finto imprenditore intenzionato a screditare le proteste. Della sua telefonata a Rai News24, in cui raccontava le intimidazioni subite dai commercianti, è stato notato più l’accento che i contenuti. Troppo poco siculo per essere credibile. Della sua nota che ha fatto il giro delle bacheche su Facebook è stata sottolineata l’assenza del nome. Più uno scrupolo dei suoi amici che la sua voglia di anonimato. Andrea Valenziani, infatti, è un imprenditore agrumicolo con un’azienda a Carlentini. Metà siciliano e metà nordico – «ma io sono nato qui», sottolinea – ha studiato fuori ed è tra quelli che sono tornati. Adesso, a 31 anni, gestisce insieme al padre e alla sorella l’azienda di famiglia. Alle polemiche sollevate dalle sue parole risponde semplicemente: «Non bisogna essere certo di razza ariana per avere un po’ di sale in zucca. E, se siamo davvero contro l’omertà, dobbiamo anche essere capaci di esporci».

- Veduta Ditta Andrea Valenziani
Le sue parole non sono piaciute agli aderenti e ai simpatizzanti del movimento dei Forconi. «Ci sono tante persone che hanno visto e sentito le stesse cose che ho visto e sentito io – spiega – Ma non se la sentono di contraddire ad alta voce quest’onda». Che, per Andrea, è «pura demagogia». Un movimento rappresentativo di una sola categoria – di cui pure fa parte – e che, secondo lui, «prima di tirare fuori forche e forconi dovrebbe fare un po’ di autocritica». Secondo il giovane imprenditore, tra i pochi aperti contestatori, «la coperta è troppo corta: se anche riducessero il prezzo del carburante, da dove pensano che verrebbero presi i soldi mancanti? Non certo tra i privilegi dei politici». Ma a danno della collettività. Un problema politico, che ha radici lontane. «Forse era meglio non vendere il proprio voto per una ricarica telefonica – continua – quando ancora c’erano dei fondi pubblici da poter gestire». Più che nei blocchi per le strade e nelle serrate più o meno spontanee, per Andrea, il problema andrebbe risolto in cabina elettorale. «Di veri rivoluzionari in Sicilia ce ne sono da decenni – dice – Così rivoluzionari che farebbero impallidire Che Guevara». Ma non militano né tra i Forconi né tra gli autotrasportatori. E, soprattutto, non utilizzano metodi coercitivi. «Un’intimidazione può anche essere così velata da non saperla descrivere. Ma il siciliano la capisce».
Quando è iniziato lo sciopero, Valenziani ha solo detto ai suoi clienti: «Mi dispiace, ma non avrete le arance. Voi però dovreste dispiacervi di più per quello che sta succedendo». E così l’altra faccia dei movimenti ha iniziato a fare il giro dell’Italia. Perché i clienti di Andrea sono sparsi per la penisola. Per lo più fanno parte dei gruppi di acquisto solidale, «interessati non solo al prodotto ma anche a certi valori, come la legalità o il rispetto dell’ambiente». Ma anche singoli consumatori, insieme a piccole realtà commerciali che condividono la stessa visione dell’azienda Valenziani. Nata e cresciuta con il padre, ma adesso modernizzata da Andrea. Che ha anche convinto la sorella a unirsi a loro, lasciando il suo posto alla cancelleria del tribunale minorile di Catania. Prima, però, il giovane imprenditore ha fatto esperienza fuori dalla Sicilia. «Pensavo che qui non fosse possibile vivere in un modo diverso – racconta –, in un contesto che non ti affossa. Perché in Sicilia, se tu fai un passo avanti, gli altri non cercano di farne uno in più di te ma di farti lo sgambetto».
Eppure, adesso, i Valenziani hanno trovato la loro dimensione. Colture diversificate e raccolta su otto mesi, senza così diventare schiavi del mercato. Una «ciurma di lavoratori piccola ma costante – spiega – e che rispetta le nostre esigenze. Come non buttare i pacchetti di sigaretta per terra o mettere una certa cura nella raccolta». E poi una serie di progetti sperimentali per un’agricoltura sempre più sostenibile. Come la reintroduzione degli animali, ormai scomparsi dalle aziende agricole moderne, che per lo più importano da fuori tutti i prodotti necessari. «Io sto allevando i suini neri che ho scoperto essere degli ottimi diserbanti. E poi coltivo ai piedi degli alberi le fave. Quando crescono, concimano rilasciando azoto. Mentre a maturazione fanno da mangime per gli animali». Tutto in un unico ciclo autoprodotto.
Troppo diversa da quella dei Forconi la visione di questo strano imprenditore agricolo. Giovane, preparato, dall’accento indefinibile anche quando dice schifìo e che non ha voglia di stare su Facebook. «Ma davvero le mie parole sono state accolte così male?», si informa. La sua nota, infatti, è stata condivisa dagli amici. E la telefonata a Rai News? «Se avessero voluto un attore, avrebbero fatto meglio a chiamare Zingaretti. Almeno lui l’accento siciliano lo sa imitare bene».
21 gennaio 2011
Fonte: www.ctzen.it
Arsa viva come le streghe: Ecco chi sono le donne scese in piazza
di LUCIA PALMERINI
Scendere in piazza per le donne, arrogarsi il diritto di parlare al plurale, anche per chi non vorrebbe essere chiamata in causa, e arrabbiarsi contro chi la pensa diversamente, offendere una persona solo perchè ha un’opinione diversa.
Ma soprattutto scrivere commenti pieni di indignazione senza neanche aver letto l’articolo in questione, ma giudicandolo solo dal contenuto generale, magari dal titolo o dalle prime 4 righe.
E cosa gravissima: non sapere di cosa si parla.
Ed allora vi faccio io delle domande…
Io non mi sono mai permessa di distinguermi, non mi reputo inferiore a nessuno, ma neanche superiore, credo che ogni donna abbia pari dignità ma vengo accusata di distinguere tra donne per-bene e donne per-male, prostitute e non, quando io sono stata la prima a scagliarmi contro questa divisione che è palese nel manifesto di Se non ora, quando;
Ma allora non avete letto il manifesto della manifestazione a cui aderite e partecipate???
Mi definiscono arrogante e prepotente solo per aver espresso una posizione diversa;
nessuna delle persone in piazza ha pensato che magari qualcuno la potesse pensare diversamente o che gli altri potrebbero non sbagliarsi?
forse eravate veramente in cerca o meglio a caccia di streghe???
Mi chiedono se non credo di veder danneggiata la mia dignità, ma già in vari articoli ho precisato che non la perdo per il comportamento di una terza persona, che sia anche il presidente del consiglio, che per il mio modesto ed inutile parere può fare del suo corpo quello che vuole, come ogni donna o uomo, nei limiti della legge.
Perchè fate domande o commentate senza aver letto prima l’articolo? Siete prevenute/i?
Mi accusano di tollerare comportamenti-limite che offendono il nostro Paese per pudore e senso del limite.
Ho letto bene? Un politico dovrebbe rinunciare a qualcosa che non è al di fuori della legge per pudore o senso del limite.
Ma non sono gli stessi termini usati nei paesi in cui vige la sharia?
Vengo accusata di giudicare Cristina Comencini per il nome che porta e non per il suo operato.
La comencini sarà anche molto brava, ma essendoci nel mondo del cinema ben 5 Comencini (il padre e 4 figlie) posso essere libera di porre l’interrogativo sulla loro effettiva superiorità? Possibile che non c’era nessuna/o con un cognome diverso più brava/o di loro?
E vorrebbero che considerassi la già-citata Comencini per le parole che ha esposto.
Nella mia breve vita di parole ne ho sentite tante e di fatti ne ho visti pochi, non siete scese/i in piazza per questo?
Vengo accusata di manipolare i lettori.
Io reputo i lettori, gli italiani intelligenti e non facilmente manipolabili da quello che scrivo io o da chiunque altro e vorrei che scomparisse questa solita presunzione di superiorità che pervade la maggior parte di chi si dichiara di sinistra e che pensa che chi vive sulla faccia della terra, ed in particolare nel bel-paese, non sappia ragionare con il suo cervello ma sia manipolabile.
Chiamami strega, chiamami poco di buono, anche mercenaria o prostituta se questo significa ragionare ed esprimere liberamente le proprie opinioni anche se scomode.
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I commenti che seguono alcuni di quelli pervenuti sul giornale per cui scrivo e ho deciso di raccoglierli per mostrarvi chi sono le persone che vogliono rappresentare me ed altre 30 milioni di donne.
Stefia1952
gentilissima signora Palmerini, una piccola curiosità. Quali sono i suoi hobbies? Uncinetto? maglia? La cucina? Il Bricolage? Attività sportive? Storia naturale? Lo studio delle zanzare e dei loro perniciosi effetti? Bagni a mare? il sesso? I classici greci? Trekking? Botanica? Qualsiasi essi siano le consiglierei di deicarci più tempo, perchè la scrittura ahimè……
Francesca Lazzeri
Credo proprio che l’articolo che ho letto sia decisamente superficiale, non hai approfondito la conoscenza ne delle donne che erano a Siena ne tantomeno sei andata a leggere niente relativamente ai Comitati di SNOQ.
Troppo facile darci delle moraliste, a noi interessa che questo Paese cambi e che i nostri figli non pensino di essere in un Reality televisivo.
Se ti interessa informati e partecipa a qualche incontro dei Comitati e forse il prossimo articolo ti viene meglio
Lea
“Amo il confronto ed il dialogo costruttivo e non ammetto l’arroganza, la presunzione, la prepotenza e l’ignoranza cercata e voluta”.
Come diceva la mi nonna, donna del popolo, delle buone intenzioni ne son pieni i fiumi!!!!!!! Se tu avessi messo in pratica la tua buona intenzione almeno in parte, avresti parlato con qualcuna delle donne che erano lì. Certo c’era qualche “radical chic” e qualche donna famosa, ma non erano certo la maggioranza, anzi, e soprattutto nessuna cercava eroine, ma eravamo in cerca di qualcosa che a te sfugge completamente, ma non te lo dirò. Spero solo che tu abbia la voglia di scoprirlo da sola.
Un ultima cosa, ho letto un tuo blog precedente…..a noi donne (tutte) non ce ne frega un bel nulla che un presidente del consiglio sia un maiale, basterebbe che si dimettesse e che non passasse l’idea che tutto si può fare, o peggio che sia normale farlo. Il nostro non è moralismo, ma è semplicemente vivere in un Paese nel quale è difficile educare i propri figli!
Silvia N
Ma che sta dicendo? Ha cognizione delle contraddizioni di cui si fa portavoce? Cosa ne sa lei di cosa pensavano le persone in piazza. Ma mi faccia il piacere! Si dedichi all’uncinetto forse è più portata. Saper scrivere va bene ma bisogna avere dei concetti da esprimere! Lei mi sembra che abbia ancora da imparare molto cara signorina…
E termino dicendole che da ora in avanti avrà solo la nostra indifferenza non merita più risposte nè considerazione.
Buona fortuna!
Lea
io nemmeno la perdo la mia dignità, ma il Paese sì. Vorrei essere Inglese, Tedesca o Neo Zelandese, dove chi ha incarichi pubblichi conosce la dignità e il rispetto, e prima ancora che gli venga chiesto dalla dignità offesa dei cittadini, si dimette scusandosi.
Se il presidente del consiglio si dimettesse e continuasse ad andare a cercare donnine in giro (sempre se non minorenni e nei limiti della legalità, cosa che la prostituzione non è) a me non importerebbe nulla ti assicuro. Lo stesso ragionamento lo feci a suo tempo per il povero Marrazzo, che non giudico per avere avuto storie con tansessuali, ma giudico il fatto che non abbia rispettato la dignità dei cittadini che rappresentava (elettori e non).
Poi posso assicurarti che per mia fortuna frequento donne e uomini con idee politiche diverse, tutte ma dico tutte sono d’accordo che chi rappresenta un Paese debba avere il senso del limite (oltre che della legalità) e che Berlusconi lo abbia passato da tempo.
Io penso che le persone che non capiscono questo stanno facendo un’opera di rimozione su se stesse, forse dettata dalla paura di aprire gli occhi, forse per la paura di essere accomunati ai “radical chic” della sinistra, a me piacerebbe che su una cosa del genere non vi fosse nemmeno da discutere, dovremmo essere tutti d’accordo. Penso a quel povero politico tedesco che è stato costretto a dimettersi per aver affittato un filmino e aver messo le spese in conto…….nessuno ha gridato allo scandalo, nessuno ha detto poverino, i tedeschi hanno detto lo faccia ma da cittadino comune, PUNTO E BASTA!
Hai scritto che hai viaggiato tanto, quando si parla con gli stranieri si capisce quale sia questo senso del limite delle istituzioni, che ormai in Italia è stato distrutto.
Rosi Guerino
Ohibò!! Sono perplessa da questa visione “alternativa” del movimento appena nato…mi sembra un tantino azzardato..Credo anche che lo si sia un pò travisato.Comunque complimenti per la fantasia! Sagittario.. J presume…. giusto?
Sandra Giuliani
Quanto male inutile fanno articoli del genere alle donne e agli uomini che cercano non di diventare eroi o eroine ma di essere cittadini e cittadine consapevoli dei loro diritti e dei loro doveri. Serve ancora questa demagogia da Letteratura d’Appendice? Il mondo è cambiato, signora: questa distinzione tra donne del popolo e le altre è veramente obsoleta. e tradisce una visione stantia delle cose pubbliche. Sono poche le donne che hanno fatto carriera, ma io sono fiera che ci siano e sminuire la forza del Cinema a firma di una donna ricordandone solo l’appartenenza familiare, è veramente misero: vada a vederli i film della Comencini, non hanno nulla di meno di tanti altri cineasti, maschi, figli di papà. Sono “giudizi” sommari che nuocciono alla crescita professionale delle donne. Perché le donne di oggi, di quel “popolo” che lei cita, fanno mestieri e professioni molto diverse e non rientrano più in categorie come quelle che lei rispolvera. E ogni cittadino o cittadina, di qualunque ceto o classe sociale, ha diritto ad agire in prima persona, a far sentire la propria voce. Non vale di più – o è più vera – un’azione di difesa del lavoro fatta da una persona disoccupata. E’ un modo distorto e ideologico di interpretare. Io non ho una faniglia “importante” alle spalle, non sono una “popolana”, sono una cittadina che cerca di sopravvivere con un lavoro autonomo, che ha tante problematiche che somigliano a quelle di un operaio o commerciante eppure a rigore dovrebbe essere un lavoro “di lusso” perché intellettuale. Etichette inutili: il mio ingegno ha bisogno di pane e di garanzie quanto il lavoro fatto con le mani. Le donne e gli uomini sono stanchi, esausti e per questo oggi si mobilitano e rispondono agli appelli. Non ci sono donne principesse e non ci sono donne streghe come non ci sono donne madonne e donne puttane. E qui nessuno e nessuna agisce con condanne morali ma anche nel caso delle prostitute, per riprendere la sua infelice battuta circa l’amicizia, difendere la dignità di una persona passa anche attraverso la dignità dei corpi, di tutte. Ci sono schiavitù più o meno velate che spesso sono nella mente e dopo nei corpi, grazie ai Modelli e agli Immaginari sociali e culturali. La libertà di scelta è un’altra cosa dal pietismo e dalla demagogia. Richiede rigore anche delle parole che si scelgono per dire le cose.
Silvia Noferi
Che cosa vorrà spiegarci la signora Palmerini? A me che sono figlia di un postino e di una casalinga, che non ho potuto frequentare l’Università ma sono stata mandata a fare le pulizie in ufficio? Cosa vuole spiegarmi signora Palmerini, a me che mi sono ritrovata in mezzo ad una strada a vent’anni dalla sera alla mattina? Cosa vuole insegnarmi cara signora, a me che ho allevato una splendida figlia tutta da sola, che ho un ottimo lavoro e studio la sera dopocena per laurearmi adesso che ho quasi cinquant’anni? Da chi mi devo difendere o chi mi deve rappresentare? Non è certo lei… mi permetta!
Silvia N.
SNOQ Firenze
18 luglio 2011
Cosiddettadonnadelpopolo
“la storia insegna che ogni principessa deve vedersela con una strega”. E sei tu la strega? Bugiarda o molto disattenta di sicuro; perché tutti i moralismi che racconti qui sono una pura manipolazione.
L’Italia ha già perso la sua guerra di Libia
di DANIELE SCALEA
Dopo aver celebrato in sordina il Centocinquantenario dell’Unità, il Governo italiano ha scelto d’aggiungere ai festeggiamenti uno strascico molto particolare: una guerra in Libia. Un conflitto che sa tanto di amarcord: la Libia la conquistò Giolitti nel 1911, la “pacificò” Mussolini nel primo dopoguerra, e fu il principale fronte italiano durante la Seconda Guerra Mondiale. Questa volta, però, le motivazioni sono molto diverse.
Sgombriamo subito il campo da ogni dubbio: solo uno sprovveduto potrebbe pensare che l’imminente attacco di alcuni paesi della NATO alla Libia sia davvero motivato da preoccupazioni “umanitarie”. Gheddafi, certo, è un dittatore inclemente coi suoi avversari. Ma non è più feroce di molti suoi omologhi dei paesi arabi, alcuni già scalzati dal potere (Ben Alì e Mubarak), altri ancora in sella ed anzi intenti a soffiare sul fuoco della guerra (gli autocrati della Penisola Arabica).
L’asserzione dell’ex vice-ambasciatore libico all’ONU, passato coi ribelli, secondo cui sarebbe in atto un «genocidio», rappresenta un’evidente boutade. È possibile ed anzi probabile che Gheddafi abbia represso le prime manifestazioni contro di lui (come fatto da tutti gli altri governanti arabi), ma l’idea che abbia impiegato bombardamenti aerei (!) per disperdere cortei pacifici è tanto incredibile che quasi sarebbe superflua la smentita dei militari russi (che hanno monitorato gli eventi dai loro satelliti-spia).
Non è stato necessario molto tempo perché dalle proteste pacifiche si passasse all’insurrezione armata, ed a quel punto è divenuto impossibile parlare di “repressione delle manifestazioni”. Anche se i giornalisti occidentali, ancora per alcuni giorni, hanno continuato a chiamare “manifestanti pacifici” gli uomini che stavano prendendo il controllo di città ed intere regioni, e che loro stessi mostravano armati di fucili, artiglieria e carri armati (consegnati da reparti dell’Esercito che hanno defezionato e forse anche da patroni esterni). Da allora Gheddafi ha sicuramente fatto ricorso ad aerei contro i ribelli, ma i pur numerosi giornalisti embedded nelle fila della rivolta non sono riusciti a documentare attacchi sui civili. La stessa storia delle “fosse comuni”, che si pretendeva suffragata da un’unica foto che mostrava quattro o cinque tombe aperte su un riconoscibile cimitero di Tripoli, è stata presto accantonata per la sua scarsa credibilità.
La guerra civile tra i ribelli ed il governo di Tripoli, che prosegue – a quanto ne sappiamo – ben poco feroce, giacché i morti giornalieri si contano sulle dita di una o al massimo due mani, stava volgendo rapidamente a conclusione. Il problema è che a vincere era, agli occhi d’alcuni paesi atlantici, la “parte sbagliata”. La storia – in Krajina, in Kosovo, persino in Iràq – ci ha insegnato che, generalmente, gl’interventi militari esterni fanno più vittime di quelle provocate dai veri o presunti “massacri” che si vorrebbero fermare. In Krajina, ad esempio, i bombardamenti “umanitari” della NATO permisero ai Croati d’espellere un quarto di milione di serbi: una delle più riuscite operazioni di “pulizia etnica” mai praticate in Europa, almeno negli ultimi decenni.
Le motivazioni reali dell’intervento, dunque, sono strategiche e geopolitiche: l’umanitarismo è puro pretesto. In questo sito si può leggere molto sulle reali motivazioni della Francia, degli USA e della Gran Bretagna (vedasi, ad esempio: Intervista a Jacques Borde; Libia: Golpe e Geopolitica di A. Lattanzio; La crisi libica e i suoi sciacalli di S.A. Puttini). Motivazioni, del resto, facilmente immaginabili. Qui ci sofferemo invece sulle scelte prese dal Governo italiano.
Cominciamo dall’inizio. Prima dell’esplodere dell’insurrezione, l’Italia ha un rapporto privilegiato con la Libia. Il nostro paese è innanzi tutto il maggiore socio d’affari della Jamahiriya: primo acquirente delle sue esportazioni e primo fornitore delle sue importazioni. La Libia vende all’Italia quasi il 40% delle sue esportazioni (il secondo maggior acquirente, la Germania, raccoglie il 10%) e riceve dalla nostra nazione il 18,9% delle sue importazioni totali (il secondo maggiore venditore, la Cina, fornisce poco più del 10%). La dipendenza commerciale della Libia dall’Italia è forte, dunque, ma è probabile che il rapporto abbia maggiore valenza strategica per noi che per Tripoli. La Libia possiede infatti le maggiori riserve petrolifere di tutto il continente africano (per giunta petrolio d’ottima qualità), è geograficamente prossimo al nostro paese e dunque si profila naturalmente come fornitore principale, o tra i principali, di risorse energetiche all’Italia. La nostra compagnia statale ENI estrae in Libia il 15% della sua produzione petrolifera totale; tramite il gasdotto Greenstream nel 2010 sono giunti in Italia 9,4 miliardi di metri cubi di gas libico. I contratti dell’ENI in Libia sono validi ancora per 30-40 anni e, malgrado l’atteggiamento italiano che analizzeremo a breve, Tripoli li ha confermati il 17 marzo per bocca del ministro Shukri Ghanem. Attualmente la Libia concede ad imprese italiane tutti gli appalti relativi alla costruzione d’infrastrutture, garantendo così miliardi di commesse che si ripercuotono positivamente sull’occupazione nel nostro paese. Infine la Libia, che grazie alle esportazioni energetiche è un paese relativamente ricco (ha il più elevato reddito pro capite dell’Africa), investe in Italia gran parte dei suoi “petrodollari”: attualmente ha partecipazioni in ENI, FIAT, Unicredit, Finmeccanica ed altre imprese ancora. Un apporto fondamentale di capitali in una congiuntura caratterizzata da carenza di liquidità, dopo la crisi finanziaria del 2008.
Tutto ciò fa della Libia un caso più unico che raro, dal nostro punto di vista, tra i produttori di petrolio nel Mediterraneo e Vicino Oriente. Quasi tutti, infatti, hanno rapporti economici privilegiati con gli USA e con le compagnie energetiche anglosassoni, francesi o asiatiche.
La relazione italo-libica è stata suggellata nel 2009 dal Trattato di Amicizia, Partenariato e Cooperazione, siglato a nome nostro dal presidente Silvio Berlusconi ma derivante da trattative condotte già sotto i governi precedenti, anche di Centro-Sinistra. Tale trattato, oltre a rafforzare la cooperazione in una lunga serie di ambiti, impegnava le parti ad alcuni obblighi reciproci. Tra essi possiamo citare: il rispetto reciproco della «uguaglianza sovrana, nonché tutti i diritti ad essa inerenti compreso, in particolare, il diritto alla libertà ed all’indipendenza politica» ed il diritto di ciascuna parte a «scegliere e sviluppare liberamente il proprio sistema politico, sociale, economico e culturale» (art. 2); l’impegno a «non ricorrere alla minaccia o all’impiego della forza contro l’integrità territoriale o l’indipendenza politica dell’altra Parte» (art. 3); l’astensione da «qualsiasi forma di ingerenza diretta o indiretta negli affari interni o esterni che rientrino nella giurisdizione dell’altra Parte» (art. 4.1); la rassicurazione dell’Italia che «non userà, né permetterà l’uso dei propri territori in qualsiasi atto ostile contro la Libia» e viceversa (art. 4.2); l’impegno a dirimere pacificamente le controversie che dovessero sorgere tra i due paesi (art. 5).
L’Italia è dunque arrivata all’esplodere della crisi libica come alleata di Tripoli, legata alla Libia dalle clausole – poste nero su bianco – di un trattato, stipulato non cent’anni fa ma nel 2009, e non da un governo passato ma da quello ancora in carica.
L’atteggiamento italiano, nel corso delle ultime settimane, è stato incerto ed imbarazzante. Inizialmente Berlusconi dichiarava di non voler “disturbare” il colonnello Gheddafi (19 febbraio), mentre il suo ministro Frattini agitava lo spettro di un “emirato islamico a Bengasi” (21 febbraio). Ben presto, però, l’insurrezione sembrava travolgere le autorità della Jamahiriya e l’atteggiamento italiano mutava: Frattini inaugurava la corsa al rialzo delle presunte vittime dello scontro, annunciando 1000 morti (23 febbraio) mentre Human Rights Watch ancora ne conteggiava poche centinaia; il ministro della Difesa La Russa (non si sa in base a quali competenze specifiche) annunciava la sospensione del Trattato di Amicizia italo-libica, sospensione per giunta illegale (27 febbraio). Gheddafi riesce però a ribaltare la situazione e parte alla riconquista del territorio caduto in mano agl’insorti. Man mano che le truppe libiche avanzano, il bellicismo in Italia sembra spegnersi: il ministro Maroni arriva ad invitare gli USA a «darsi una calmata» (6 marzo). Ma la risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU del 17 marzo, che dà il via libera agli attacchi atlantisti sulla Libia, provoca una brusca virata della diplomazia italiana: il nostro governo mette subito a disposizione basi militari ed aerei per bombardare l’ormai ex “amico” e “partner”.
È fin troppo evidente come il Governo italiano abbia, in questa vicenda, manifestato un atteggiamento poco chiaro e molto indeciso; semmai, s’è palesata una spiccata propensione ad ondeggiare a seconda degli eventi, cercando di volta in volta di schierarsi col probabile vincitore. Come già in altre occasioni recenti di politica estera, il Capo del Governo è parso assente, lasciando che suoi ministri dettassero o quanto meno comunicassero alla nazione la linea dell’Italia. L’ambivalenza ha scontentato sia il governo libico, che s’aspettava una posizione amichevole da parte di Roma, sia i ribelli cirenaici, che hanno ricevuto sostegno concreto dalla Francia e dalla Gran Bretagna ma non certo dall’Italia. Infine, il Trattato di Amicizia, siglato appena due anni fa, è stato stracciato e Berlusconi si prepara, seppur sotto l’égida dell’ONU, a scendere in guerra contro la Libia.
Qualsiasi sarà l’esito dello scontro, l’Italia ha già perduto la sua campagna di Libia. I nostri governanti, memori della peggiore specialità nazionale, hanno celebrato il Centocinquantenario dell’Unità con un plateale voltafaccia ai danni della Libia: una riedizione tragicomica del dramma dell’8 settembre 1943. Questa volta non sarà l’Italia stessa, ma l’ex “amica” Libia, ad essere consegnata ad una guerra civile lunga e dolorosa, che senza ingerenze esterne si sarebbe conclusa entro pochi giorni.
Ma non si sta perdendo solo la faccia e l’onore. Le forniture petrolifere e le commesse, comunque finirà lo scontro, molto probabilmente passeranno dalle mani italiane a quelle d’altri paesi: se non tutte, in buona parte. Se vincerà Gheddafi finiranno ai Cinesi o agl’Indiani; se vinceranno gl’insorti ai Francesi ed ai Britannici; in caso di stallo e guerra civile permanente in Libia resterà poco da raccogliere. Se non ondate d’immigrati ed influssi destabilizzanti per tutta la regione.
19 marzo 2011
Fonte: www.eurasia-rivista.org
Daniele Scalea è redattore di “Eurasia” e segretario scientifico dell’IsAG, è autore de La sfida totale (Roma 2010). È co-autore, assieme a Pietro Longo, d’un libro sulle rivolte arabe di prossima uscita.
Le femministe divise: l’8 marzo cortei separati Non vogliono le finiane
di VITTORIO MACIOCE

- Vittorio Macioce
La forza delle donne è che non saranno mai uno stereotipo. Il potere, la pubblicità, la tv, gli intellettuali, i latin lover, i poeti, i preti, le mamme, le rivoluzioni, le comari del paesino, femministe, i figli, i padri e tutti i maschi ci provano da una vita a definirle con una maschera. È rassicurante. È più facile. Ti affidi a questa maschera e la segui. Devi essere come lei. È lo stesso destino di Barbie. Barbie cassiera, Barbie olimpica, amazzone, rockstar, Barbie ambasciatrice dell’Unicef e candidata alle presidenziali Usa, Barbie modella, poliziotta o ballerina. Angelica o sciupafamiglie, sposa, seduttrice, androgina o puttana. Donne con le gonne, come le voleva Vecchioni, o calviniste, azioniste oppure in carriera. Ma per fortuna la donna non è Barbie, non è una bambola. Lei, la donna individuo, singola e irripetibile, tenterà di ribellarsi alla maschera: più dell’uomo. E questo capita anche quando a ingabbiarti nel ruolo sono donne come te. Quelle, per esempio, del comitato «Se non ora, quando».
Le donne indignate per il Rubygate stanno per tornare in piazza. Il bis del 13 febbraio è scontato. L’otto marzo è l’occasione la seconda manifestazione «anti cav». Il rosa anche questa volta è solo una scusa. Ieri mattina la conferenza stampa. Il luogo non è scelto a caso. La sede della stampa estera serve a far sapere al mondo che Berlusconi è un bieco maschilista. Solo che non tutto va liscio. L’idea di dividere il mondo in donne e veline ha già creato molti mugugni. Chi sono queste signore di buona famiglia che giudicano il bene e il male? Questa forzatura culturale non piace a chi ci vede solo una maschera politica e neppure alle femministe militanti, che nel vestitino da brava ragazza ci si trovano davvero male. A loro questa melassa rosa fa venire il mal di stomaco. Il risultato è che l’otto marzo ci saranno due manifestazioni, quella di Flavia Perina, Francesca Izzo e Elisabetta Eddis e una street parade femminista che partirà in Santa Maria in Trastevere. Eva contro Eva.
La conferenza stampa ha svelato il contrasto. I toni non erano amichevoli. Cinzia Paolillo, redattrice di Zeroviolenzadonne, ha contestato la dittatura del comitato: «È un’impostazione che esclude. Tutta giocata sull’immagine materna della donna che noi non condividiamo». La direttrice del Secolo sbotta: «Ma perché siete così incazzate voi?». La risposta arriva subito. Le femministe, che rivendicano questo titolo, non condividono che l’appello sia rivolto solo alle cittadine italiane: «Che cosa facciamo con le migranti e le straniere. Non sono donne loro?». Ma soprattutto rifiutano la maschera: «Nel senso comune degli italiani le donne sono spesso considerate come sante o puttane. Il comitato sembra suggerire che o sono mamme, come la mamma Rosa di Berlusconi, o sono papi-girls, come quelle dell’Olgettina. Ma le donne non sono così. Queste gabbie ci stanno strette».
Il problema è che gli interessi sono diversi. Flavia Perina e Giulia Bongiorno scendono in piazza per difendere la loro carriera politica. Si sono sentite scavalcate e messe da parte. Temono che il velinismo le cacci dal palazzo. Come dice la Perina: «Noi ci battiamo contro l’idea che la selezione della rappresentazione femminile avvenga col metodo Mora». Il suo leader Fini parla di «metodo Minetti». È l’orgoglio del professionismo politico. I voti non si contano ma si pesano.
La stessa Flavia Perina racconta che una sera, durante un’accesa discussione con «compagne», si è trovata lei, di destra, a difendere Nilde Jotti. «Secondo loro aveva pure lei il suo papi a darle una mano. Ho dovuto ricordare che approdò in Parlamento da ex staffetta partigiana e non da ballerina di Macario». Ecco, qui, c’è il punto che a molte donne, femministe e non, davvero non piace: ma dove sta scritto, in democrazia, che le ballerine non possono andare in Parlamento?
1 marzo 2011
Fonte: www.ilgiornale.it
Eco, il vecchio trombone: “Cav come hitler”
di FILIPPO FACCI
Questa non è un’esercitazione, ripetiamo, non è un’esercitazione, c’è una rivoluzione culturale in corso e non ve me siete accorti: siete così presi da voi stessi e dalle vostre scaramucce – la crisi, le rate della macchina, trecentomila libici incazzati che premono dal Mediterraneo – da non aver neppure percepito quale straordinaria concatenazione si sia dipanata negli scorsi giorni, e cioè: 1) la manifestazione del Palasharp; 2) la manifestazione femminile «Se non ora, quando?»; 3) la manifestazione canora di Sanremo con vittoria significativa di Roberto Vecchioni; 4) altre manifestazioni di maturazione civile in ordine sparso, tipo: la frase in cui Rosy Bindi spiega che Berlusconi è già stato condannato dagli italiani, il sobrio corsivo di Massimo Fini sul «Fatto Quotidiano» in cui invita la popolazione a ribellarsi come gli africani, il distensivo paragone operato da Umberto Eco a Gerusalemme, ieri, in cui ha paragonato Berlusconi a Hitler. Da dove cominciamo?
CANZONI DI LOTTA
Da Sanremo, of course. Perché voi magari pensate che abbia vinto una canzonetta come un’altra: e invece «C’è qualcosa, nel successo strappato a Sanremo dalla canzone di Vecchioni», ha scritto Barbara Spinelli sulla prima pagina di «Repubblica», «che ci consente di vedere con una certa chiarezza lo stato d’animo di tanti italiani: qualcosa che rivela una stanchezza diffusa nei confronti del regime che Berlusconi ha instaurato 17 anni fa». Non ve ne siete accorti? Sono tutti «episodi come inanellati in una collana: le manifestazioni che hanno difeso la dignità delle donne; la potenza che emana dalle recite di Benigni; il televoto che s’è riversato su una canzone non anodina, come non anodine erano le canzoni di Biermann nella Germania Est». È così, è così: ciò che non può il voto, forse, può il televoto. Ma poi: non l’avete letta l’intervista del «Riformista» alla moglie di Vecchioni, Daria Colombo, già santificata da Gad Lerner all’Infedele? E allora siete indietro, non avete capito che «dopo il Palasharp, la vittoria di Roberto è un altro segnale della riscossa di quell’Italia che vuole voltare pagina e lasciarsi alle spalle i danni del berlusconismo», non l’avete compreso «l’operazione culturale», Voi guardavate Belen. Daria Colombo non è mica la prima scema che passa, è una fondatrice dei Girotondi, un’amica di «Nanni», una che ha capito – febbraio 2011 – che «Bersani deve andare dalla De Filippi», così come l’hanno capito, parole sue, «Filippo Rossi di Farefuturo», persino «Al Bano». Non che la mannaia del regime non abbia cercato di calare sulla rivoluzione culturale di Roberto: «gli avevano chiesto di cambiare alcune parti del testo, “Chi ha vent’anni e se ne sta a morire / in un deserto come in un porcile», ed è un chiaro riferimento al Bunga Bunga, un passaggio sofisticato e celato in «una canzone bellissima con un testo bellissimo». Parentesi: non badate ai collaborazionisti alla Luca Sofri, direttore del quotidiano online «Il Post» e autore, l’altro ieri, di critiche immotivate: «Io penso che la canzone di Vecchioni fosse molto brutta: imbarazzantemente didascalica nel testo, trombona, banale di una banalità pigra e povera, esempio tra i peggiori di un repertorio infantile noi-puri-contro-i-potenti-cattivi, imbarazzantemente paternalistica e demagogica. E penso che abbia guadagnato consensi esattamente per queste pigre ragioni: facile, demagogica, buona per pensare che il mondo fa schifo per colpa di certi cattivi e autoconsolarsi, utile a ricordare a una vecchia generazione i suoi vecchi tempi e a rifilare a una nuova generazione qualche slogan di quelli facili che da giovani ci piacciono tanto». E ancora: «Gino Castaldo su «Repubblica» ha sostenuto che grazie alla canzone vincitrice a Sanremo è tornata la buona musica, rendiamoci conto. Gad Lerner ha avuto simili toni… Altri hanno reagito allo stesso modo, succubi di una cultura che da una parte contestano e dall’altra desiderano li accolga». Come a dire che Sanremo non si è spostata di una virgola, ma è certa sinistra a esserci entrata con tutte le scarpe: come quando dissero che la vittoria di Vladimir Luxuria all’Isola dei Famosi fosse una vittoria per i diritti dei gay.
Critiche ingenerose, queste: roba che non potrà fermare la rivoluzione culturale né quella giudiziaria, tanto che Rosy Bindi l’altro ieri l’ha detto: «Per quanto Berlusconi farà di tutto per non presentarsi a giudizio, ormai è il giudizio del popolo italiano che lo ha dichiarato colpevole». Chiusa lì, siamo al giudizio immediatissimo, al processo brevissimo, anzi, c’è già stato, esattamente come già disse – si perdoni la citazione – il procuratore Francesco Saverio Borrelli il 17 novembre 1993: «In questo specifico universo che va sotto il nome di Mani pulite, le conseguenze politiche possono essere tratte prima ancora di attendere la verifica dibattimentale… Il grande processo pubblico è già avvenuto». Chi se ne frega dei processi, non capite la rivoluzione? Che fareste, voi, attendereste la Cassazione per condannare Hitler? L’ha detto bello chiaro Umberto Eco ieri a Gerusalemme, dove partecipava a una fiera. Gli avevano chiesto: «Berlusconi è paragonabile a Gheddafi e Mubarak?»; e lui: «No, il paragone, intellettualmente parlando, potrebbe essere fatto con Hitler: anche lui giunse al potere con libere elezioni».
A CACCIA DI GIOVANI
Parole sante, e non dite che tutti coloro che vincono le elezioni allora sono come Hitler, non cavillate, cercate di rapportarvi al momento storico: perché non vi ribellate, piuttosto? Anzi, «perché non ci ribelliamo?» come ha titolato «Il Fatto» di martedì, per la penna di Massimo Fini? I buoni motivi per farlo, Fini, li ha snocciolati con pazienza, e allora che problema c’è? Che aspetta, anche lui? La risposta è terribile: «Io bazzico bar frequentati da impiegati, da piccoli manager, da lavoratori del terziario e un’antica piscina meneghina, la Canottieri Milano, dove si sono rifugiati, come in uno zoo per animali in estinzione, i cittadini di una Milano che fu, gente anziana. Tutti schiumano rabbia impotente». Eccolo il solo e autentico problema che sovrasta la rivoluzione culturale: Massimo Fini è anziano, i suoi amici pure, Umberto Eco anche, Roberto Vecchioni non è più un giovanotto, Barbara Spinelli non è più una signorina, Rosy Bindi lasciamo perdere: e la rivoluzione non è un pranzo di gala. Servirebbero le giovani energie di questa neo-generazione di bamboccioni bastardi, ma si fanno tremendamente i cazzi loro. Ma finirà, oh se finirà.
24 febbraio 2011
Fonte: www.libero-news.it
Strumentalizzare un bambino.
Ascoltate le parole di questo tredicenne al raduno di liberta’ e giustizia contro Berlusconi.
Ai posteri l’ardua sentenza.
Renzi: l’antiberlusconismo danneggia l’opposizione
di CARLO BERTINI
Il sindaco di Firenze: non siamo in un’emergenza democratica

- Matteo Renzi, sindaco di Firenze
Comincia con una premessa, «ho fatto un fioretto e per sei mesi non parlo del Pd e del suo vertice». Continua giustificando lo scontento di quelli che protestano pacificamente perché non ce la fanno più. Ma poi, a differenza di quanto declamato all’assemblea nazionale da D’Alema e Franceschini, spiega che a suo avviso «non si può parlare di emergenza democratica per il caso Ruby, ma al massimo di emergenza sessuale».
Per lei gli scontri di Arcore sono un clamoroso regalo a Berlusconi. Condanna solo i tafferugli o anche la scelta di manifestare sotto casa del premier?
«Mi verrebbe da dire, “meno male che Giorgio c’è”, perché il Capo dello Stato, in questo momento di palude della vita politica, è un grande punto di riferimento. Separerei dunque il giudizio sugli esagitati che sono andati lì a cercare lo scontro, da quello su chi è andato lì a manifestare pacificamente con un po’ d’ironia. Politicamente però credo che non basti la protesta, un problema che va avanti da 17 anni. Rispetto la passione civile di molte persone andate lì ed ho fatto una bella discussione su facebook con diversi ragazzi…»
Che sul suo blog gliele hanno cantate. Ne hanno subito approfittato per rinfacciarle il famoso pranzo ad Arcore. O no?
«Non direi, la maggioranza invece è d’accordo con me, 614 persone mi hanno detto ok, una cosa che non mi succedeva da diverso tempo. Dei 340 commenti, la gran parte sono a favore, poi naturalmente c’è chi mi dice basta con queste polemiche, oppure “spiegaci tu se la politica diversa vuol dire andare a cena ad Arcore! Meglio andare in piazza”. Detto questo, credo che il punto sia uscire da questo clima di derby e rissa permanente. Non voglio fare tutte le volte il grillo parlante del Pd che dice “ci vorrebbe ben altro”, ma sono convinto che non sarà la piazza a mandar via Berlusconi. Fermo restando che in un paese civile il premier si difende in tribunale e non in tv».
Dunque lei non ritiene che il caso Ruby segni un degrado morale e che si debba reagire a questa emergenza democratica?
«Io credo che tutto si può dire, tranne che questa vicenda sia un’emergenza democratica. Fatico a capire cosa c’entri Ruby con la democrazia, anche se questo modo di fare è lontano anni luce dal mio modo di vivere che sono per definizione un “anti bunga-bunga”, accusato spesso di essere un bacchettone cattolico».
Quindi il Pd non deve sostenere in questa fase la mobilitazione e l’indignazione della società civile?
«Sono molto colpito, perché ho tanti amici e mia moglie che esprimono il disgusto in generale per la politica e in particolar modo per il governo, un sentimento aumentato in questo momento dal caso Ruby e dall’altro lato ho la convinzione che per sconfiggere Berlusconi de-fi-ni-ti-vamente non si deve cavalcare l’antiberlusconismo. Non ho i sondaggi, ma sono convinto che dopo gli scontri di Arcore, la popolarità del premier sia risalita di colpo. Rispetto profondamente chi ci invita a cavalcare l’antiberlusconismo, ma penso che può vincere solo una sinistra che esca dal muro contro muro. E credo che, distinguendo bene i violenti andati lì apposta, quindi senza fare d’ogni erba un fascio, se vuoi mandare a casa Berlusconi non ti aiutano gli scontri di piazza e non ti serve il ricorso alla magistratura».
Cosa dovrebbe fare quindi l’opposizione?
«Ora nel paese c’è rassegnazione, la sensazione di essersi impantanati sulle cose da fare. E quindi penso che il Pd e in generale la sinistra debbano ridare speranza e entusiasmo, non proporre Sante Alleanze che restituiscono una verginità a Berlusconi consentendogli di fare di nuovo la vittima. Tanto più considerando invece che in questo momento chi rischia di perdere le elezioni è proprio il centrodestra e dunque farei una campagna elettorale vera, dimostrando di essere alternativa sulle cose concrete. Quindi casomai vanno chieste le elezioni, senza però proporre Sante Alleanze che non funzionavano nemmeno nel Medioevo».
8 febbraio 2011
Fonte: www.lastampa.it
Berlusconi alza i toni e Santanché se ne va, la nuova strategia (blairiana) spiegata dallo spin doctor
di MARCO CACCIOTTO*

Marco Cacciotto
Negli ultimi giorni si è assistito ad un innalzamento dei toni dello scontro nelle trasmissioni televisive con ospiti politici, culminato con la telefonata del presidente del consiglio durante la trasmissione l’Infedele condotta da Gad Lerner. L’obiettivo evidente è quello di comunicare il proprio punto di vista, la propria interpretazione dei fatti dando una chiave di lettura delle rivelazioni quotidiane da parte di escort (vere o presunte) sui rapporti intrattenuti con Berlusconi.
Analizzando la presenza televisiva degli esponenti del Pdl sono interessanti due elementi: l’aggressività nei toni e la disciplina nel portare avanti determinate argomentazioni, che gli anglosassoni definiscono “stare sul messaggio”, vale a dire la ripetizione delle stesse parole chiave da parte di tutti gli esponenti di uno schieramento politico (definito anche “parlare con una sola voce”, concetto caro ad esempio agli spin doctor del Labour di Blair).
L’onorevole Daniela Santanchè che abbandona gli studi televisivi ha la funzione di rendere evidente l’impossibilità di partecipare a trasmissioni faziose dominate da giornalisti ed ospiti di centrosinistra e, allo stesso tempo, ottiene copertura nei telegiornali e sugli altri media. Il risultato è di rafforzare un meccanismo di comportamento confermato da recenti studi nel settore delle neuroscienze applicate alla politica: come afferma lo psicologo clinico Westen nel suo libro “La mente politica”, quando individui che hanno un’appartenenza politica si trovano di fronte ad informazioni che rappresentano una minaccia per le loro convinzioni tendono a rimuovere le contraddizioni e ad accogliere solamente gli elementi in grado di confermare il proprio punto di vista.
Per il marketing politico è un errore, infatti, cercare di parlare a tutti: bisogna, invece, selezionare attentamente gli elettori decisivi per ottenere la vittoria e individuare i messaggi giusti per convincerli o per rafforzarne le convinzioni. Per le neuroscienze più un messaggio è puramente razionale, meno è probabile che attivi i circuiti neurali che presiedono al comportamento di voto: per questo gli argomenti in grado di attirare l’attenzione sono quelli legati ad emozioni positive (come l’entusiasmo e la speranza) o negative come la paura, la rabbia, il disprezzo.
La gestione dei sentimenti positivi e negativi nei confronti di un esponente politico o di un partito è uno degli elementi più importanti di una strategia di comunicazione politica: un racconto coerente mette in connessione la proposta politica con i valori e la fiducia suscitata dal leader. Appelli alle emozioni e alla ragione, messaggi positivi, negativi e comparativi devono coesistere in una strategia che punta ad evidenziare i propri punti di forza e ad associare i partiti avversari a sentimenti negativi.
Per questo motivo il vero rischio per Berlusconi è che le recenti vicende intacchino in una parte dell’elettorato la sua immagine pubblica costruita in tanti anni (un effetto che richiede tempo per essere misurato in modo accurato) e che producano una smobilitazione tra gli elettori più “tiepidi” del centrodestra in grado di rendere difficile una nuova vittoria elettorale. Per questo motivo è fondamentale un’immediata offensiva mediatica che riaffermi alcuni punti decisivi della narrazione vincente alla base del brand Berlusconi (non a caso riaffermati sia da Gianfranco Rotondi sia da Paolo Romani nella trasmissione Ballarò andata in onda ieri), rafforzi le convinzioni degli elettori di centrodestra e produca un effetto di mobilitazione simile a quello di una campagna elettorale. Non bisogna dimenticare che nel nostro paese vi è storicamente una maggioranza di elettori moderati: la polarizzazione e l’alta partecipazione al voto favorisce quindi il centrodestra.
Non sappiamo ancora se la legislatura continuerà fino al suo termine naturale o avremo elezioni anticipate, ma la ricerca del consenso è un’attività permanente, che non ha mai fine: comincia il giorno dopo le elezioni e termina il giorno antecedente le nuove votazioni. La politica mediatizzata richiede la capacità di rispondere velocemente a eventuali attacchi o a notizie diffuse dai media: web, telefoni cellulari e notiziari 24 ore su 24 permettono di diffondere un messaggio a milioni di persone in pochi secondi. Messaggio che deve far parte di una narrazione coerente, con un forte impatto emotivo, per presentare al paese se stessi e ciò che si rappresenta.
26 gennaio 2011
Fonte: www.ilsole24ore.com
(Marco Cacciotto è consulente e analista politico, insegna marketing politico e public affairs presso la Facoltà di Scienze Politiche dell’Università degli Studi di Milano)

Da sempre sono appassionata di temi riguardanti l’economia e la politica ed attraverso questo blog spero di condividere idee ed opinioni con gli altri.
