Lucia Palmerini

parole in libertà … speak freely

Arsa viva come le streghe: Ecco chi sono le donne scese in piazza

di LUCIA PALMERINI

Scendere in piazza per le donne, arrogarsi il diritto di parlare al plurale, anche per chi non vorrebbe essere chiamata in causa, e arrabbiarsi contro chi la pensa diversamente, offendere una persona solo perchè ha un’opinione diversa.

Ma soprattutto scrivere commenti pieni di indignazione  senza neanche aver letto l’articolo in questione, ma giudicandolo solo dal contenuto generale, magari dal titolo o dalle prime 4 righe.

E cosa gravissima: non sapere di cosa si parla.

Ed allora vi faccio io delle domande…

Io non mi sono mai permessa di distinguermi, non mi reputo inferiore a nessuno, ma neanche superiore, credo che ogni donna abbia pari dignità ma vengo accusata di distinguere tra donne per-bene e donne per-male, prostitute e non, quando io sono stata la prima a scagliarmi contro questa divisione che è palese nel manifesto di Se non ora, quando;
Ma allora non avete letto il manifesto della manifestazione a cui aderite e partecipate???

Mi definiscono arrogante e prepotente solo per aver espresso una posizione diversa;
nessuna delle persone in piazza ha pensato che magari qualcuno la potesse pensare diversamente o che gli altri potrebbero non sbagliarsi?
forse eravate veramente in cerca o meglio a caccia di streghe???

Mi chiedono se non credo di veder danneggiata la mia dignità, ma già in vari articoli ho precisato che non la perdo per il comportamento di una terza persona, che sia anche il presidente del consiglio, che per il mio modesto ed inutile parere può fare del suo corpo quello che vuole, come ogni donna o uomo, nei limiti della legge.
Perchè fate domande o commentate senza aver letto prima l’articolo? Siete prevenute/i?

Mi accusano di tollerare comportamenti-limite che offendono il nostro Paese per pudore e senso del limite.
Ho letto bene? Un politico dovrebbe rinunciare a qualcosa che non è al di fuori della legge per pudore o senso del limite.
Ma non sono gli stessi termini usati nei paesi in cui vige la sharia?

Vengo accusata di giudicare Cristina Comencini per il nome che porta e non per il suo operato.
La comencini sarà anche molto brava, ma essendoci nel mondo del cinema ben 5 Comencini (il padre e 4 figlie) posso essere libera di porre l’interrogativo sulla loro effettiva superiorità? Possibile che non c’era nessuna/o con un cognome diverso più brava/o di loro?

E vorrebbero che considerassi la già-citata Comencini per le parole che ha esposto.
Nella mia breve vita di parole ne ho sentite tante e di fatti ne ho visti pochi, non siete scese/i in piazza per questo?

Vengo accusata di manipolare i lettori.
Io reputo i lettori, gli italiani intelligenti e non facilmente manipolabili da quello che scrivo io o da chiunque altro e vorrei che scomparisse questa solita presunzione di superiorità che pervade la maggior parte di chi si dichiara di sinistra e che pensa che chi vive sulla faccia della terra, ed in particolare nel bel-paese, non sappia ragionare con il suo cervello ma sia manipolabile.

Chiamami strega, chiamami poco di buono, anche mercenaria o prostituta se questo significa ragionare ed esprimere liberamente le proprie opinioni anche se scomode.

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I commenti che seguono alcuni di quelli pervenuti sul giornale per cui scrivo e ho deciso di raccoglierli per mostrarvi chi sono le persone che vogliono rappresentare me ed altre 30 milioni di donne.

Stefia1952

gentilissima signora Palmerini, una piccola curiosità. Quali sono i suoi hobbies? Uncinetto? maglia? La cucina? Il Bricolage? Attività sportive? Storia naturale? Lo studio delle zanzare e dei loro perniciosi effetti? Bagni a mare? il sesso? I classici greci? Trekking? Botanica? Qualsiasi essi siano le consiglierei di deicarci più tempo, perchè la scrittura ahimè……

Francesca Lazzeri

Credo proprio che l’articolo che ho letto sia decisamente superficiale, non hai approfondito la conoscenza ne delle donne che erano a Siena ne tantomeno sei andata a leggere niente relativamente ai Comitati di SNOQ.
Troppo facile darci delle moraliste, a noi interessa che questo Paese cambi e che i nostri figli non pensino di essere in un Reality televisivo.
Se ti interessa informati e partecipa a qualche incontro dei Comitati e forse il prossimo articolo ti viene meglio

Lea

“Amo il confronto ed il dialogo costruttivo e non ammetto l’arroganza, la presunzione, la prepotenza e l’ignoranza cercata e voluta”.
Come diceva la mi nonna, donna del popolo, delle buone intenzioni ne son pieni i fiumi!!!!!!! Se tu avessi messo in pratica la tua buona intenzione almeno in parte, avresti parlato con qualcuna delle donne che erano lì. Certo c’era qualche “radical chic” e qualche donna famosa, ma non erano certo la maggioranza, anzi, e soprattutto nessuna cercava eroine, ma eravamo in cerca di qualcosa che a te sfugge completamente, ma non te lo dirò. Spero solo che tu abbia la voglia di scoprirlo da sola.
Un ultima cosa, ho letto un tuo blog precedente…..a noi donne (tutte) non ce ne frega un bel nulla che un presidente del consiglio sia un maiale, basterebbe che si dimettesse e che non passasse l’idea che tutto si può fare, o peggio che sia normale farlo. Il nostro non è moralismo, ma è semplicemente vivere in un Paese nel quale è difficile educare i propri figli!

Silvia N

Ma che sta dicendo? Ha cognizione delle contraddizioni di cui si fa portavoce? Cosa ne sa lei di cosa pensavano le persone in piazza. Ma mi faccia il piacere! Si dedichi all’uncinetto forse è più portata. Saper scrivere va bene ma bisogna avere dei concetti da esprimere! Lei mi sembra che abbia ancora da imparare molto cara signorina…
E termino dicendole che da ora in avanti avrà solo la nostra indifferenza non merita più risposte nè considerazione.
Buona fortuna!

Lea

io nemmeno la perdo la mia dignità, ma il Paese sì. Vorrei essere Inglese, Tedesca o Neo Zelandese, dove chi ha incarichi pubblichi conosce la dignità e il rispetto, e prima ancora che gli venga chiesto dalla dignità offesa dei cittadini, si dimette scusandosi.
Se il presidente del consiglio si dimettesse e continuasse ad andare a cercare donnine in giro (sempre se non minorenni e nei limiti della legalità, cosa che la prostituzione non è) a me non importerebbe nulla ti assicuro. Lo stesso ragionamento lo feci a suo tempo per il povero Marrazzo, che non giudico per avere avuto storie con tansessuali, ma giudico il fatto che non abbia rispettato la dignità dei cittadini che rappresentava (elettori e non).
Poi posso assicurarti che per mia fortuna frequento donne e uomini con idee politiche diverse, tutte ma dico tutte sono d’accordo che chi rappresenta un Paese debba avere il senso del limite (oltre che della legalità) e che Berlusconi lo abbia passato da tempo.
Io penso che le persone che non capiscono questo stanno facendo un’opera di rimozione su se stesse, forse dettata dalla paura di aprire gli occhi, forse per la paura di essere accomunati ai “radical chic” della sinistra, a me piacerebbe che su una cosa del genere non vi fosse nemmeno da discutere, dovremmo essere tutti d’accordo. Penso a quel povero politico tedesco che è stato costretto a dimettersi per aver affittato un filmino e aver messo le spese in conto…….nessuno ha gridato allo scandalo, nessuno ha detto poverino, i tedeschi hanno detto lo faccia ma da cittadino comune, PUNTO E BASTA!
Hai scritto che hai viaggiato tanto, quando si parla con gli stranieri si capisce quale sia questo senso del limite delle istituzioni, che ormai in Italia è stato distrutto.

Rosi Guerino

Ohibò!! Sono perplessa da questa visione “alternativa” del movimento appena nato…mi sembra un tantino azzardato..Credo anche che lo si sia un pò travisato.Comunque complimenti per la fantasia! Sagittario.. J presume…. giusto? :D

Sandra Giuliani

Quanto male inutile fanno articoli del genere alle donne e agli uomini che cercano non di diventare eroi o eroine ma di essere cittadini e cittadine consapevoli dei loro diritti e dei loro doveri. Serve ancora questa demagogia da Letteratura d’Appendice? Il mondo è cambiato, signora: questa distinzione tra donne del popolo e le altre è veramente obsoleta. e tradisce una visione stantia delle cose pubbliche. Sono poche le donne che hanno fatto carriera, ma io sono fiera che ci siano e sminuire la forza del Cinema a firma di una donna ricordandone solo l’appartenenza familiare, è veramente misero: vada a vederli i film della Comencini, non hanno nulla di meno di tanti altri cineasti, maschi, figli di papà. Sono “giudizi” sommari che nuocciono alla crescita professionale delle donne. Perché le donne di oggi, di quel “popolo” che lei cita, fanno mestieri e professioni molto diverse e non rientrano più in categorie come quelle che lei rispolvera. E ogni cittadino o cittadina, di qualunque ceto o classe sociale, ha diritto ad agire in prima persona, a far sentire la propria voce. Non vale di più – o è più vera – un’azione di difesa del lavoro fatta da una persona disoccupata. E’ un modo distorto e ideologico di interpretare. Io non ho una faniglia “importante” alle spalle, non sono una “popolana”, sono una cittadina che cerca di sopravvivere con un lavoro autonomo, che ha tante problematiche che somigliano a quelle di un operaio o commerciante eppure a rigore dovrebbe essere un lavoro “di lusso” perché intellettuale. Etichette inutili: il mio ingegno ha bisogno di pane e di garanzie quanto il lavoro fatto con le mani. Le donne e gli uomini sono stanchi, esausti e per questo oggi si mobilitano e rispondono agli appelli. Non ci sono donne principesse e non ci sono donne streghe come non ci sono donne madonne e donne puttane. E qui nessuno e nessuna agisce con condanne morali ma anche nel caso delle prostitute, per riprendere la sua infelice battuta circa l’amicizia, difendere la dignità di una persona passa anche attraverso la dignità dei corpi, di tutte. Ci sono schiavitù più o meno velate che spesso sono nella mente e dopo nei corpi, grazie ai Modelli e agli Immaginari sociali e culturali. La libertà di scelta è un’altra cosa dal pietismo e dalla demagogia. Richiede rigore anche delle parole che si scelgono per dire le cose.

Silvia Noferi

Che cosa vorrà spiegarci la signora Palmerini? A me che sono figlia di un postino e di una casalinga, che non ho potuto frequentare l’Università ma sono stata mandata a fare le pulizie in ufficio? Cosa vuole spiegarmi signora Palmerini, a me che mi sono ritrovata in mezzo ad una strada a vent’anni dalla sera alla mattina? Cosa vuole insegnarmi cara signora, a me che ho allevato una splendida figlia tutta da sola, che ho un ottimo lavoro e studio la sera dopocena per laurearmi adesso che ho quasi cinquant’anni? Da chi mi devo difendere o chi mi deve rappresentare? Non è certo lei… mi permetta!
Silvia N.
SNOQ Firenze
18 luglio 2011

Cosiddettadonnadelpopolo

“la storia insegna che ogni principessa deve vedersela con una strega”. E sei tu la strega? Bugiarda o molto disattenta di sicuro; perché tutti i moralismi che racconti qui sono una pura manipolazione.

20 luglio 2011 Pubblicato da | Il dibattito sulle donne, Interni, Pari Opportunita', Scritti da Lucia Palmerini, Società | , , , , , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Il bisogno di moderne eroine

Lucia Palmerini

di LUCIA PALMERINI

E’ iniziata ieri e continua oggi a Siena la 2 giorni NO-Stop “Se Non Ora Quando?”. Il movimento nato lo scorso febbraio e culminato con la manifestazione del 13 febbraio, che in seguito alla “scoperta” del un giro di escort e accompagnatrici di Berlusconi, proponeva un modello di donna casto e pudico. Tralasciando le considerazioni sulla nascita ed il perdurare di questo movimento che trovate anche nel mio precedente articolo pubblicato dal Corriere della Sera, mi domando se realmente una protesta o manifestazione del genere possa essere credibile verificandone i contenuti e l’identità dei promotori.

Le eroine da che mondo è mondo sono figlie del popolo, della miseria, delle ingiustizie. Si immedesimano nei più deboli, hanno sete di giustizia e vogliono riscattarli dai soprusi ed aiutarli, difenderli dall’egoismo e dalla cattiveria dei più forti. Le eroine spesso sono state aiutate dall’incontro con un uomo potente, e hanno saputo far fruttare la loro intelligenza. Ma mai le eroine erano ricche signore, figlie di ricchi principi. Mentre le principesse, astute, maghe, abili incantatrici e consapevoli delle loro capacità, sono state sempre odiate, perchè ritenute colpevoli di sperperi ed ingiustizie.

I tempi sono cambiati, le eroine moderne sono principesse, che scendono dalla carrozza, danno la mano, salutano il bambino malato, accarezzano il cane randagio (sembra di vedere la dolcissima Kate Middleton) e poi tornano nei loro palazzi, controllano le entrate del conto, stringono affari e legami importanti. Le eroine moderne non sanno cosa siano i problemi che cercano di risolvere perchè non li hanno mai affrontati, non li hanno mai riguardate, mai lontanamente sfiorate. Eppure si impegnano e cercano una soluzione ed i sudditi assuefatti dal sogno sperano che questa volta sia diverso, che questa volta sia quella giusta, che finalmente la principessa è quella bianca, buona e giusta che li solleverà dai problemi o che semplicemente farà pensare loro a qualcosa di bello.

Le streghe tornano ad essere streghe, nere, cattive, da rinchiudere ed isolare. Portatrici di una speranza pericolosa, quella speranza che porta alla consapevolezza delle proprie capacità, che ci rende capaci di pensare che da sole, senza false e buone princepesse, possiamo farcela, possiamo essere padrone di noi stesse e del nostro mondo.

Così ecco che nasce una manifestazione contro il comportamento di chi il proprio corpo lo ha usato e continua ad usarlo. Contro chi cerca di emanciparsi con tutte le sue forze. Nasce una manifestazione per dividere il popolo, in questo caso le donne. I temi che andrebbero affrontati sono invece celati, tenuti nascosti, offuscati dallo scalpore del comportamento delle streghe cattive. Non basta una manifestazione, si torna in piazza, e le streghe sperano che questa volta ci si renda conto di cosa chiedere. Invece la realtà che ci circonda resta lontana, sormontata dalla dialettica e dalle parole. Così in una manifestazione di donne non si parla della legge stravolta ed appena approvata sulle quote rosa. Non si parla della scandalosa presa di posizione sulla pillola dei 5 giorni dopo, la cui prescrizione è autorizzata in tutto il mondo ma solo in Italia prevede uno scandaloso esame del sangue che ne impedisce l’uso.

Parole e dialettica nascondono anche l’identità dei promotori, ma non nomi e cognomi, bensì la loro storia, il loro percorso lavorativo, la loro carriera. Succede così che la portavoce della scarsa meritocrazia e delle ingiustizie subite dalle donne sia una certa Francesca Comencini, conosciuta più che per i suoi film in qualità di regista e sceneggiatrice, per essere la figlia del grande Luigi Comencini, che ha diretto nella sua carriera attori del calibro di Vittorio De Sica e Gina Lollobrigida e che è stato talmente bravo da riuscire ad inserire nel mondo del cinema tutte e 4 le figlie, non solo la nostra eroina Francesca, ma anche le altre tre: Cristina, Paola ed Eleonora.

Eroine moderne, che parlano di figli, di impossibilità di fare il lavoro che più ci piace, di difficoltà nel mondo del lavoro, di ingiustizie sociali, ma che nella loro vita non le hanno mai incontrate o dovute affrontare, o comunque non come la donna figlia di operai o di commercianti che deve guadagnarsi il pane senza poter contare su un padre importante o amicizie di alto-livello.

Le donne del popolo sono stanche, esauste, credono e sperano nella principessa che urla di essere venuta a salvarle. Ma la storia insegna che ogni principessa doveva vedersela con una strega. La immagino nell’ombra, seduta ad ascoltare con attenzione, per prepararsi all’azione e sferrare il suo attacco. Che sia anche solo quello di accettare una prostituta come amica e non condannarla.

10 Luglio 2011

Pubblicato anche su www.diebrucke.it

10 luglio 2011 Pubblicato da | Il dibattito sulle donne, Interni, Pari Opportunita', Politica, Scritti da Lucia Palmerini, Società | , , , , , , , , , , , , , , | 3 commenti

Le colpe dei vecchi come De Rita

di LUCIA PALMERINI

Nell’editoriale del Corriere della Sera del 22 gennaio, il giornalista nonché sociologo De Rita assolve i vecchi dalle colpe attribuitegli dalle nuove generazioni. L’articolo, che si stenta a credere possa essere pubblicato da un quotidiano come il Corriere della Sera, è un insieme di luoghi comuni, affermazioni indifendibili e platealmente smentite dalla realtà che ci circonda.

Per De Rita i vecchi che ancora lavorano, così come il monaco che pianta tiglio per i suoi successori, sono una fonte importantissima che mostra come “i vecchi hanno funzionato ed ancora funzionano”. Secondo la sua opinione tali vecchi “funzionano” perché sono accomunati da vocazione in quanto “hanno emotivamente scelto il proprio campo di impegno”, fedeltà poiché “hanno fatto solo un lavoro, senza troppo saltabeccare”, tenacia e continuità.

Ma De Rita si scorda che la società che tali vecchi hanno costruito e con la quale i giovani si trovano a dover fare i conti è contraddistinta da precarietà, flessibilità e raccomandazioni. Per dirla più semplicemente, la società non permette di scegliere un campo di impegno, non permette di svolgere un unico lavoro anzi obbliga a cambiarlo frequentemente e non prospetta certezze per il proprio futuro al di la di tenacia, grinta e forza di volontà messe in atto.

Le caratteristiche fondamentali per avere successo elencate da De Rita sarebbero servite negli Anni ’70-80 ma non certo nel nuovo millennio. Per un giovane trovare un’occupazione è difficilissimo a prescindere e diventa quasi impossibile trovarla nel ramo verso il quale ci si sente maggiormente portati. Parlare di fedeltà nei confronti di un lavoro che non prospetta nessuna certezza per il futuro è fuori luogo o comunque un pessimo scherzo. Con questo non credo che la flessibilità e la precarietà sia un male per la nostra società ma credo che il modo in cui viene usata sia il suicidio di ogni progetto per un qualunque giovane.

Le argomentazioni di De Rita decadono del tutto se aggiungiamo che giovani dediti al lavoro, fedeli, tenaci e  continui, per dirla con le sue stesse parole, vengono messi da parte da vecchi superiori per far spazio a raccomandati “infedeli, senza vocazione, discontinui ed incapaci”.

Nell’articolo De Rita parla di vecchi che non hanno partecipato a primarie, a talk-show, alla distruzione della cosa pubblica: ma mi domando allora secondo lui chi è il responsabile di Tangentopoli, della parentopoli presente nelle amministrazioni pubbliche, nelle università, negli ospedali, chi ha distrutto il sistema sanitario, chi ha appoggiato scellerate politiche di assunzione per consolidare il proprio potere fino a far collassare interi comuni ed enti.

Forse il signor De Rita, dall’alto dei suoi 79 anni, con il potere che detiene e da bravo cattolico quale è, sta cercando l’assoluzione per le colpe della sua generazione, non sia mai che le porte del Paradiso siano chiuse. Ma Dio perdona per molto meno senza bisogno di scrivere articoli di tal genere.

29 GENNAIO 2011

Fonte: www.diebrucke.it

29 gennaio 2011 Pubblicato da | Società | , , , , | Lascia un commento

Costruiamo nuove universita riservate ai bravi scienziati

di GIOVANNI ABRAMO

Il livello di competitività dei sistemi accademici nazionali dipende da diversi fattori, culturali e di contesto, in primis la tipologia di finanziamento e i sistemi incentivanti. Nel mondo anglosassone il perseguimento di un vantaggio competitivo ha portato all’affermarsi di top university capaci di attrarre, sviluppare e trattenere talenti nazionali e stranieri, tra il corpo docente e discente, ma anche capaci di attrarre finanziamenti pubblici e privati, donazioni e imprese nazionali e internazionali sul territorio, che beneficia quindi delle conseguenti ricadute economiche. La competizione ha generato università “di serie A, B e C”, che rilasciano titoli di valore diverso. Al contrario, l’assenza di competitività, unita a radicate prassi clientelari, ha prodotto in Italia gli effetti rivelati da uno studio bibliometrico della produzione scientifica universitaria. (1)
Nell’arco dei cinque anni (2004-2008) che saranno oggetto di valutazione da parte del Civr, risulta che 6.640 (16,8 per cento) dei 39.512 strutturati (ricercatori e professori di I e II fascia) nelle “scienze dure” non ha pubblicato alcun articolo scientifico nelle riviste censite da Web of Science (WoS). (2) Altri 3.070 accademici (7,8 per cento del totale), pur avendo pubblicato, non risultano mai citati. (3) Il che significa che 9.710 strutturati (pari al 24,6 per cento del totale) non hanno avuto alcun impatto sul progresso scientifico. La distribuzione della produzione scientifica segue una legge quasi paretiana: il 23 per cento degli accademici ha realizzato il 77 per cento degli avanzamenti scientifici complessivi. (4)

SE I MIGLIORI SI DISPERDONO

La forza relativa di un sistema di ricerca nazionale non è data solo dalla performance media, ma anche da come questa è distribuita tra le organizzazioni di ricerca. Nelle università di serie A dei sistemi competitivi (Harvard, Mit, Oxford, Cambridge, per esempio) ci aspettiamo alta performance media dei singoli ricercatori e bassa variabilità; nelle università di serie C bassa performance media e ancora bassa variabilità. Complessivamente, una variabilità di performance più alta tra università che all’interno delle stesse.
In Italia accade l’esatto contrario: la variazione di performance tra università è molto più bassa che all’interno delle singole università. Un’analisi per settore scientifico disciplinare ha mostrato che il coefficiente di variazione di performance interna per tutte le università è sempre superiore a quello tra università, ad eccezione di due unici casi su un totale di 918 combinazioni università-settore scientifico. In Italia, quindi, non ha molto senso parlare di università migliori di altre quanto, piuttosto, di scienziati o gruppi di ricerca migliori di altri, indipendentemente dalle università cui appartengono. I “top scientist” sono distribuiti a macchia di leopardo negli atenei, cosicché nessuno di questi raggiunge quella massa di eccellenza critica per competere a livello internazionale. Gli studenti italiani più capaci si distribuiscono anch’essi in maniera piuttosto uniforme tra gli atenei e ricevono una formazione che riflette l’ampia dispersione di qualità dei loro docenti. Questa realtà richiederebbe azioni diverse dagli attuali indirizzi intrapresi dal governo per indurre una maggiore efficienza produttiva nel sistema di ricerca pubblico.
L’allocazione di una quota del finanziamento ordinario alle università in funzione del merito risulterebbe efficiente solo se le università distribuissero a loro volta tali finanziamenti su base meritocratica. È velleitario però credere che il 77 per cento degli accademici accetti di rinunciare a una quota di fondi a favore del 23 per cento dei colleghi, ammesso che le università decidano in primo luogo di dotarsi di sistemi seri di valutazione interna della performance. Quand’anche poi ci sia un’allocazione efficiente a livello individuale, è altamente improbabile che una quota così esigua di finanziamenti in funzione del merito (3,9 per cento delle entrate totali delle università, nel 2009) possa indurre un significativo incremento dell’efficienza produttiva e comportamenti di selezione efficiente, tipici dei sistemi competitivi, che sostituiscano radicate prassi clientelari.

COME CREARE POCHE UNIVERSITÀ DI SERIE A

Il realismo porta a pensare che nessun governo in Italia sia disposto a tagliare chi non produce nella ricerca, ma si può almeno sperare in sistemi incentivanti che leghino le retribuzioni al merito. Lo stesso realismo induce a ritenere che nessun governo, ammesso che lo condivida, sia disposto ad affrontare il rischio della transizione dal sistema attuale a uno fortemente competitivo come quello americano, auspicato da alcuni studiosi. (5)
Si dovrebbe perciò favorire la nascita per gemmazione di nuove università, equamente distribuite sul territorio, verso le quali far migrare dalle attuali sedi, solo i “top scientist” del sistema di ricerca pubblico nazionale. (6) Con un investimento molto basso, relativo ai soli costi infrastrutturali, si potrebbero creare in breve tempo quelle top università che i sistemi competitivi hanno prodotto nell’arco di decenni in altri contesti nazionali, università in grado di competere a livello internazionale. Le top università così costituite sarebbero per natura fortemente immuni al virus del clientelismo e più inclini ad adottare strategie e pratiche virtuose, tipiche di chi opera in sistemi competitivi. La scelta di fondo è se continuare a puntare al miglioramento di 90 università di serie B pressoché uniformi o far emergere nel breve, attraverso una redistribuzione dei ricercatori pubblici, una dozzina di università di serie A, con effetti positivi non solo sull’economia, ma anche sulla mobilità sociale.

(1) www.disp.uniroma2.it/laboratoriortt.
(2) Aree disciplinari universitarie 1-9. Sono stati considerati solo i 184 settori scientifici (su 205 totali) in cui almeno il 50 per cento degli strutturati ha pubblicato, su riviste censite in WoS, almeno un articolo nel quinquennio.(3) Non si può escludere che possano essere citati in futuro, con una probabilità che decresce con l’età dell’articolo scientifico.
(4) Misurati attraverso il contributo alle citazioni complessive, standardizzate per settore disciplinare e, limitatamente alle scienze della vita, per posizione nella lista degli autori.
(5)Vedi, ad esempio, Perotti R., 2008, L’università truccata, Einaudi.
(6) L’individuazione dei top scientist nelle “scienze dure” è di immediata fattibilità con strumenti bibliometrici. Meno agevole, ma altrettanto fattibile, nelle altre aree disciplinari.

19 Ottobre 2010

Fonte: www.lavoce.info

20 ottobre 2010 Pubblicato da | Cultura, Scuola ed Universita' | , , , , | 1 commento

“Sette anni di odissea nelle nostre università Poi ho ritrovato la felicità a Oxford”

Nicola Gardini, docente di Letterature comparate e scrittore, è emigrato in Inghilterra per fuggire dai baroni degli atenei italiani.

di ANDREA VALDAMBRINI

Nicola Gardini

“C’è qualcosa di peggio che vedersi rubare la felicità? È quello che mi è successo mentre provavo a fare il mio lavoro di ricercatore”. Con lucidità e passione Nicola Gardini ritorna sull’odissea che lo ha portato dall’Università di Palermo fino a Oxford, dove dal 2007 è professore di Letterature comparate. “È lì che mi sono ripreso quello che mi era stato tolto”. Ispirandosi alla sua esperienza, l’anno scorso Gardini ha scritto I baroni. Come e perché sono fuggito dall’università italiana (Feltrinelli), un libro ricco di divagazioni saggistiche sulla letteratura e sul senso dell’insegnamento, in cui in prima persona racconta come abbia provato a fare il suo lavoro, scontrandosi con le beghe dipartimentali e la “politica”. Gardini ha deciso di denunciare le scorrettezze di cui è stato vittima anche per aiutare i tanti che sono nell’ombra, “assuefatti a tal punto al sistema – dice – che neppure si scandalizzano più”.

Negli atenei italiani le capacità personali sono spesso mortificate? È quello che è capitato anche a lei?

“Ho sperimentato questa cosa sulla mia pelle. Nel ’99, dopo avere ottenuto un dottorato alla New York University e un posto di ruolo per l’insegnamento del latino e del greco nei licei, decido di provare un concorso universitario in Italia. E lo vinco a Palermo, ma subito cominciano i guai: non sono per nulla accettato. Iniziano ad arrivarmi mail notturne che mi avvertono di compiti da svolgere la mattina dopo, vengo fatto scendere apposta da Milano per riunioni fantasma”.

Eppure lei aveva vinto un concorso…

“Sì, ma ci sono quei professori chiamati “baroni”, che pensano di poter gestire l’università come una loro proprietà. A un certo punto mi sono reso conto che avevo vinto il posto perché qualcuno aveva fatto uno sgarbo al direttore del dipartimento. Al concorso doveva passare la sua favorita, ma da Milano è intervenuto qualcuno di ben più potente, che ne I baroni chiamo Corona”.

E lei ha lottato dall’interno o è scappato?

“Ho continuo a fare il mio lavoro pur nelle difficoltà. Nel 2004 vinco un’idoneità come associato a Salerno. L’idoneità non è un posto, ma una sorta di titolo abilitante: di solito l’idoneato viene chiamato dallo stesso ateneo dove è già in servizio. Ma nel mio caso non succede: a Palermo continuano a non volermi. Accetto di tenere corsi presso un piccolo ateneo privato, che ha sede a Feltre. L’invito mi è fatto dallo stesso Corona che mi ha imposto a Palermo. E mi illudo che a Feltre spenderò la mia idoneità”.

Invece?

“Corona mette al mio posto l’amica di un suo amico. Io mi muovo verso soluzioni alternative. La nuova sede sembra Padova. Anche lì promesse, carezze. Ma alla fine, il bidone”.

È allora che fugge a Oxford?

“È stata una fortuna: quell’estate pubblicano un bando per un posto da italianista. Mando la domanda e meno di due mesi dopo vengo convocato per il colloquio e la lezione di prova. L’indomani mi offrono il posto. Qui sono rinato. Da poco ho pure scritto un altro libro, Rinascimento: non è il seguito della mia storia, ma di sicuro il primo frutto della felicità ritrovata”.

Dall’Italia che hanno detto?

“Ho ricevuto moltissime email di lettori che si riconoscevano nei miei racconti e mi ringraziavano. Ma qualche malevolo mi ha scritto: “Bravo Gardini, si fa presto a parlare dal suo esilio dorato”. Che posso dire? Io ho fatto di tutto per restare in Italia, sette anni lo dimostrano”.

E chi è rimasto nell’università italiana?

“I giovani dentro gli atenei a volte sono come narcotizzati: non vedono il marcio o fanno finta di non vederlo e quindi non protestano. Mi sono però accorto che raccontando la mia storia ho raccontato la storia di una collettività insoddisfatta e stanca di ingiustizie”.

13 luglio 2010

Fonte: www.ilfattoquotidiano.it

14 luglio 2010 Pubblicato da | Scuola ed Universita', Società | , , , , , , | Lascia un commento

   

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