«Lucia voleva solo vivere nella sua Calabria»
LA LETTERA
La mamma di Lucia, una giovane di Cosenza che si è tolta la vita lanciandosi nel vuoto dal balcone della sua abitazione, scrive al Quotidiano: «Voleva vivere nella sua Calabria: è una colpa da pagare a così caro prezzo». Lucia si era laureata in Ingegneria gestionale con il massimo dei voti ma aveva un lavoro di ripiego, poco retribuito. E aveva una bimba di appena due anni.GENTILE direttore, avevo deciso di scrivere questa lettera quando tutti sarebbero andati via, lasciandomi lì, da sola, ad aspettare dietro la porta della sala di rianimazione, dove mia figlia stava affrontando, tanto per usare una frase fatta che poi tanto fatta non è, la sua ultima battaglia. Non ne ho avuto il tempo… siamo stati avvertiti che l’aveva persa… o forse l’aveva vinta.
Ed ora eccomi qui. Non so cosa le scriverò, so solo il “perché”.
Non si può banalizzare e liquidare il suo gesto come un suicidio dettato dalla depressione, come ha scritto qualche giornale; merita rispetto e maggiore attenzione.
Si parla di imprenditori che ricorrono al gesto estremo, parliamo anche dei giovani: questi giovani che noi abbiamo generato, ma che non siamo in grado ora di accompagnare nel loro percorso di speranza. Mia figlia non è mai stata banale, ha vissuto il suo breve tempo alla ricerca di qualcosa che noi, NOI TUTTI, non sappiamo più offrire a chi, come lei, vive la condizione di giovane.
Lei sì, lei sì che si è sempre impegnata, fiduciosa nei nostri insegnamenti, sicura che il merito avrebbe pagato. Ha sempre dato senza mai chiedere… ecco… senza mai chiedere. E invece avrebbe dovuto farlo, avrebbe dovuto chiedere che i suoi diritti, conquistati con impegno e sacrifici, venissero onorati.
Laureata in Ingegneria gestionale, in condizioni molto difficili, con il massimo dei voti, 110/110, si è trovata a doversi accontentare di un lavoro che non era il suo, poco retribuito, si è trovata a doversi prendere cura della sua piccolina di appena due anni, affrontando tutte le difficoltà che già conosciamo noi donne… e noi donne del Sud. E’ bella come il sole, la sua intelligenza non è stata scalfita neppure dal volo liberatorio, ma era sola! Ci adorava tanto quanto noi, familiari e amici, tanti, adoriamo lei, ma era sola! Aveva un solo difetto: portare un cognome anonimo e credere nella meritocrazia. Ingenua lei, colpevoli noi che sapevamo che le cose non vanno esattamente così… E’ sempre stata onesta, non ha mai cercato compromessi, si è sempre messa in discussione, troppo, e ci ha dato sempre il massimo… o forse no, perché, ne sono certa, se non l’avessimo uccisa, TUTTI, ci avrebbe dato di più. Perché lei è così, ha dato, sempre, senza neanche volerlo, così, naturalmente, come respirare, bere, vivere. Perché lei è così!
Cosa vogliamo fare… liquidare il suo gesto così, in maniera banale? No, non è stato un gesto da imprigionare in un trafiletto in terza pagina. E’ il gesto che ogni giovane potrebbe fare, soprattutto se giovane del Sud, questo Sud divorato negli anni – quanti 150? – da lupi famelici, da burattini – burattinai, da gente mediocre e servile, da chi chiede “per favore” ciò che dovrebbe chiedere “per diritto”, da gente incapace di governarci, da gente che bada a far quadrare i bilanci, da gente che mette al potere quei servi che dicono sempre di sì e che legano a sé con le complicità del malaffare e dei facili e lauti guadagni. No, non poteva vivere in quest’Italia asservita, e non poteva neanche allontanarsene, voleva semplicemente vivere nella sua Calabria, dov’era amata dai suoi innumerevoli amici.
E’ una colpa da pagare a così caro prezzo? Se è così, giovani, andate via, andate via e abbandonate questa Terra, noi non vi vogliamo!… E voi , mamme, non consentite che questo mostruoso Leviatano divori i nostri figli. Lottiamo insieme a loro, nella legalità, per i loro diritti, e chiediamo a testa alta ciò che è loro dovuto!
La mamma di Lucia
Fonte: Il Quotidiano della Calabria
Cina: il prezzo del progresso

di LUCIA PALMERINI
Le immagini dei lavori dello skywalk cinese del monte Tianmen mi riportano agli Egizi, ai Romani, al passato.
Ammirando una piramide, un monumento, un obelisco, ma anche pensando semplicemente al Colosseo, mi capita di immaginare le migliaia di schiavi costretti a lavorare in condizioni disperate e pericolose.
Neri, bianchi, colorati, tutti accomunati dalla sfortuna di essere poveri. Altri tempi, altri governi, altre storie. Oggi in una civiltà moderna nessuno stato permetterebbe determinate condizioni e situazioni, anche se bisogna sottolineare che di lavoro ancora si muore.
Non la Cina. Nazione tanto potente quanto priva di diritti e regole. Nazione che si siede al tavolo dei più grandi e decide regole, agenda e futuro. Nazione presa a modello da economisti, storici, e nostalgici di un comunismo mai esistito e comunque sbagliato. Nazione che non vuol sentir parlare di diritti e giustizia.
Gli operai dello skywalk Walk of Faith sono moderni schiavi che invece di erigere una piramide, un tempio o un anfiteatro, costruiscono un’attrazione turistica. Si muovono come equilibristi su assi di legno, senza protezioni, senza cappello, perché d’altronde un cappello è inutile quando si cade da un precipizio a quasi 1500 metri d’altezza. L’opera consiste in un pavimento trasparente di 60 metri di lunghezza, un metro di larghezza circa, a strapiombo a 1430 metri.

Le immagini mi riportano ad anni lontani, mi ricordano gli operai Italiani sulla trave di un grattacielo a Manhattan. I morti, caduti accidentalmente a causa della stanchezza o dell’altezza, sono sconosciuti allora come oggi, sconosciuti prima dell’avvento di Cristo nell’Impero Romano, sconosciuti negli anni ’50 negli USA, sconosciuti oggi in Cina.
Il progresso ha un prezzo.
I fannulloni
di LUCIA PALMERINI
Accendere il computer, e trovare su uno dei tanti social nework la foto di un giovane ragazzo, età media 30 anni, faccia pulita, sguardo disilluso ed un cartello:
“Ho il phd,
Ho completato 3 postdocs
Ho pubblicato 6 papers
Voglio lavorare per mangiare”
Un phd (Doctor of Philosophy) corrisponde al nostro dottorato di ricerca, ci si accede solo dopo aver completato una laurea quadriennale (USA) o una laurea specialistica (Europa) o una laurea triennale più un master di primo livello (Europa); rappresenta il livello più alto al mondo di istruzione, l’ultimo gradino della “piramide dello studio”, raggiunto il quale si dovrebbe saltare nella piramide del lavoro. I 3 postdocs sono dei corsi che possiamo definirli di specializzazione che si affrontano successivamente e che possono essere considerati nella “piramide del lavoro”, possiamo definirli grossolanamente una specie di corso di formazione. I papers sono dei trattati o meglio “tesine” scientifiche su cui si fonda la ricerca, vengono pubblicate da professori, ricercatori, dottorandi e studenti e rapprensentano un indicatore di qualità degli atenei: maggiore è il loro numero maggiore è il prestigio di una università, sono quindi il motivo per cui le università italiane vengono classificate agli ultimi posti nel mondo.
Questo ragazzo forse rientra nei fannulloni di cui parlava Brunetta, ma rappresenta soprattutto il dramma dell’economia di oggi, ragazzi che nonostante i meriti scolastici e le loro qualità restano senza lavoro non solo in Italia ma anche all’estero, perchè a rimetterci sono sempre i giovani.
9 ottobre 2011
Lettera aperta ai giovani universitari: mollate lo studio e andate a lavorare
di GIAMPAOLO PANSA
Ricordati che possiamo sempre ritornare poveri! Di solito rispondo così ai ragazzi e alle ragazze che, per telefono o per lettera, mi chiedono di aiutarli a fare il giornalista. Prima gli domando che cosa fanno oggi. Loro mi spiegano che vanno all’università. Chiedo: in quale ateneo? Così scopro che esistono sedi universitarie che non ho mai sentito nominare. Con strani corsi di laurea. Tutti creati allo scopo di offrire uno stipendio a docenti spesso improvvisati. Quelli di giornalismo sono colleghi ancora in attività o in pensione, saranno anche bravi, però non ricordo un articolo scritto da loro.
A quel punto chiedo al ragazzo o alla ragazza: lo sai che in Italia i giornalisti sono troppi e molti editori stanno sfoltendo le redazioni, anche in testate importanti? No, non lo sanno. Allora domando: perché vuoi fare il giornalista? Risposta: perché mi piace scrivere, e al liceo avevo ottimi voti in italiano. Altra domanda: la tua famiglia è ricca? Risposta: per niente, anche se riesce a pagarmi l’università. Nuova domanda: perché non scegli un’altra professione, ad esempio l’infermiere, il paramedico, la badante?
Alla parola badante, sento che un brivido di orrore scuote la ragazza o il ragazzo: perché proprio la badante? Risposta: perché la società italiana invecchia e ci sarà sempre più bisogno che gli anziani vengano assistiti in casa. Saranno necessari infermieri, che oggi ci arrivano da centoquaranta paesi stranieri, e con loro fisioterapeuti, massaggiatori, addetti alla riabilitazione, governanti di case…
Avverto un altro brivido di orrore. A quel punto concludo la conversazione con una profezia: se non capisci come gira il mondo, preparati a diventare di nuovo povero. Come forse lo erano i tuoi nonni o i tuoi bisnonni. Sai qualcosa della loro vita? No, non sanno nulla. Io invece lo so. Perché non sono più di primo pelo. E di tre poveri conosco tutto. Erano i miei nonni paterni e mio padre.
Mio nonno Giovanni Eusebio Pansa era nato nel 1863 a Pezzana, nel Vercellese, un paese di duemila abitanti, sul confine orientale della pianura che guarda il fiume Sesia e la Lomellina. L’unità d’Italia, quella che si celebra oggi, risaliva a due anni prima, ma lui non ne era stato informato. Sapeva soltanto di essere un povero strapelato, uno dei tantissimi del suo paese natale. Un luogo sempre affogato nella nebbia. Un posto di risaie, cascinali isolati, pochi padroni e tanti contadini senza terra.
Di abbondante c’era soltanto la malaria. Ci dava dentro ogni mese dell’anno perché non veniva curata a dovere. Il chinino non era ancora gratuito e costava caro come il fuoco. Chi si ammalava, di solito andava al creatore. Per deperimento organico, ossia per la fame. Per le tumefazioni della milza. Per le cirrosi epatiche malariche.
I ragazzi cominciavano a lavorare molto presto, fra i 10 e gli 11 anni. I maschi venivano portati alla fiera di Vercelli, che si svolgeva il 2 febbraio alla ricorrenza della Madonna Siriola e il 1° agosto. Qui arrivavano i proprietari delle terre che affittavano i bambini per sei mesi. I primi a essere scelti erano “i fioroni”, gli alti di statura, poi i più piccoli. Diventavano i loro servi, quasi sempre addetti a fare “al vachè”, il ragazzo di stalla, comandato a guardare le mucche dall’alba al tramonto.
Questo fece mio nonno, sino ai 19 anni. Poi nel 1882 venne arruolato nel nuovo esercito dell’Italia unita. Stava nella fanteria, dove la ferma triennale era stata ridotta di un anno. Giovanni era analfabeta, ma in caserma i maestri militari gli insegnarono a leggere e a scrivere. Alla conclusione della ferma, il soldato doveva affrontare l’esame di scrittura e lettura. Se non ce la faceva, era obbligato a sciropparsi altri sei mesi di servizio militare. Se non superava neppure il secondo esame, altri sei mesi da soldato. Poi il Re lo mandava a casa comunque, con un calcio nel sedere.
Anche mia nonna Caterina Zaffiro, nata a Caresana nel 1869, siamo sempre nella pianura di Vercelli, era analfabeta e tale rimase sino alla morte, nel 1947. Lei e Giovanni si sposarono nell’agosto 1888, quando lui aveva 25 anni e lei appena 19. Unirono due miserie. Mangiavano pane e appetito. Oppure polenta e coltello. Però la polenta non sempre c’era. Per averla, bisognava rubarla. Ricordo di aver sentito mia nonna recitare, in dialetto, una filastrocca: «Polenta, polentata, è più buona se l’hai rubata».
Giovanni e Caterina misero al mondo sei figli. Ma non conosco se altri siano morti subito dopo la nascita. Mio padre Ernesto fu il quinto, nato il 6 ottobre 1898. Quell’anno, in Piemonte, i bambini che non superavano i primi dodici mesi di vita erano ancora diciassette su cento. Le madri erano denutrite. Il loro latte era povero. Ai neonati offrivano una poltiglia di pane grattato e farina. Oppure bocconi di polenta e di minestra già masticati dalla mamma. Anche mio padre venne nutrito così. E fu tanto fortunato da sopravvivere alle malattie intestinali, al rachitismo, al morbillo, alla scarlattina e alla difterite, tutte mortali tra i poveri.
Giovanni Eusebio, contadino senza terra, morì all’improvviso, mentre zappava il campo di un padrone. Era il 2 maggio 1902 e aveva appena 38 anni e mezzo. Una fine molto precoce, visto che allora l’età media dei maschi era di sessant’anni. E di solito smettevano di lavorare a 55, perché erano sfiniti dalla fatica.
Mia nonna Caterina, rimasta vedova a 33 anni, rifiutò di affidare i figli alla carità pubblica. E li allevò da sola, nella miseria più nera. Un giorno mi disse: «Ho fatto tanti mestieri, compresa la ladra. Tranne uno: la slandrona». Voleva dire la puttana.
Alla morte del padre, Ernesto, mio papà, aveva tre anni e mezzo. L’ultimo dei suoi fratelli, mio zio Francesco, un anno. Quanto fosse immensa la loro miseria, lo compresi molto tempo dopo. Il giorno che chiesi a Ernesto come si fosse trovato durante la prima guerra mondiale, da soldato del genio. Arruolato nel febbraio 1917, a 18 anni e quattro mesi. E mandato subito al fronte nella Terza Armata.
Gli domandai: «Sei stato bene sotto le armi?». Lui mi rispose: «Non bene: benissimo! L’esercito mi ha dato il primo cappotto della mia vita, non ne avevo mai avuto nessuno, mi difendevo dal freddo con una vecchia mantella. Poi un paio di scarponi nuovi, al posto delle scarpe di terza mano, sempre sfondate. Poi due pasti al giorno, e in uno c’era sempre un po’ di carne, mentre a casa la vedevamo soltanto a Natale. Ho assaggiato per la prima volta la cioccolata. Ho fumato la prima sigaretta. E ho conosciuto le donne nei bordelli della Terza Armata. Che per volere del Duca d’Aosta erano i migliori dell’intero esercito italiano».
Anche approdato a tempi più fortunati, Ernesto non dimenticò mai che cosa aveva passato. La sua lezione, rivolta a me, era sempre la stessa: «Ricordati che possiamo diventare di nuovo poveri. Studia, ma soprattutto datti da fare. Il piatto di minestra non te lo regala nessuno!».
10 marzo 2011
Fonte: www.libero-news.it
Ancora divise in piazza
di LUCIA PALMERINI
Di nuovo in piazza, ed ovviamente divise, incapaci di trovare un comune denominatore, incapaci di presentare una lista di richieste, incapaci di essere coese ed unite forse per l’innato “essere prima donna” che appartiene ad ognuna di noi.
Eppure preparare una lista di problemi che riguardano le donne è un’impresa a dir poco facilissima per la quale basterebbero pochi minuti, ma noi donne siamo “in altre faccende affaccendate”, tutte prese dal mostrare la propria superiorità rispetto all’altra, a ribadire che “io sono diversa”, a puntualizzare di non aver nulla a che vedere con le ragazze dell’Olgettina o che vanno a corteggiare a Uomini e donne, come sempre a sottolineare l’esistenza di persone per bene e persone per male, donne di classe e donne inferiori. Distinguerci dall’altra, la nemica che ci sta accanto è l’unico obiettivo di noi donne di oggi, non importa poi se veramente il percorso di vita che ci contraddistingue è coerente con quello che diciamo e che facciamo, ma l’importante è puntualizzare con le parole la diversità.
Oggi, per la festa della donna, le donne scendono in piazza divise in due cortei, il primo al grido “il corpo è mio e lo gestisco io”, il secondo a difendere la scelta di essere mamma, come se la prima posizione escludesse la seconda o viceversa; come se mettere al mondo un bambino non derivasse dalla libertà di disporre del proprio corpo, come se le donne che non volessero avere figli fossero aliene.
Eppure le posizioni sembrano inconciliabili secondo le organizzatrici, che invece di pensare al bene delle donne, a cosa sarebbe veramente giusto per noi e per il futuro, cercano di mettersi in mostra per apparire davanti ad una telecamera, per ottenere un’intervista, visibilità, importanza, sempre e solo sminuendo “l’altra” e mostrandosi diversa e migliore.
Noi donne abbiamo indubbiamente bisogno di far sentire la nostra voce, abbiamo bisogno di gridare, di urlare, di mostrare i nostri problemi, la frustrazione quotidiana di scelte imposte: rinunciare ad un bambino, rinunciare al lavoro, rinunciare alla vita cioè alle aspirazioni ed ai sogni che sono il motore di ogni esistenza, ma non riusciamo a farlo insieme. Devo purtroppo constatare che siamo diaboliche nel perseverare nell’errore, e non solo vittime e complici del perverso gioco che ci mette l’una contro l’altra come ho gia scritto nell’articolo sulla manifestazione del 13 febbraio scorso.
Per capire di cosa noi donne abbiamo bisogno basterebbe leggere i dati dell’Istat o dell’Eurostat:
- tra i laureati, le donne oltre ad essere la maggioranza (60% dei laureati) sono anche le più brave, ma occupano solo il 6% dei ruoli dirigenziali;
- le parlamentari italiane sono solo il 17%, a fronte della totale parità in Norvegia, Svezia ed Olanda e di una media europea del 23%;
- rispetto agli uomini, in media le donne guadagno il 20% in meno;
- un’italiana su due è casalinga o disoccupata, ovvero solo il 45% delle italiane lavora (ultimo posto in Europa) contro l’80% delle norvegesi e 72% delle inglesi;
- negli asili pubblici troviamo solo il 9% dei bambini;
- il lavoro domestico in Italia è svolto per l’80% dalle donne, mentre in Svezia è equamente distribuito tra le donne con il 55% e gli uomini con il 45%;
- il 96% delle violenze domestiche non viene denunciato.
Appare chiaro che sono necessarie politiche che favoriscano la partecipazione femminile, le quote rosa per ridimensionare le lobby e dare spazio a donne preparate che trovano sempre più spesso solide barriere sulla loro strada, infrastrutture per l’infanzia ed il potenziamento della legge sullo stalking.
Io non voglio diversificarmi, non credo di essere superiore, non accuso nessuna di non capire i problemi della società, ma semplicemente critico gli atteggiamenti di noi donne. Il mio desiderio è di poter scendere in piazza portando delle richieste concrete che vadino a beneficio di tutte e tutti e non per difendere l’orticello di casa.
8 marzo 2011
Fonte: www.diebrucke.it
Mamme italiane senza aiuti – Lavora soltanto una su due
Il Paese in coda all’Ue. In Olanda l’occupazione sale al secondo bimbo. In tutta la zona Euro l’occupazione femminile è scesa dello 0,6 per cento tra il 1999 e il 2009
Perfino nell’Europa del 2011, sembra che alla condizione di donna si accompagni un danno oggettivo, un’oggettiva difficoltà di vivere. Questo dicono i dati che l’Eurostat, l’istituto incaricato di tradurre in cifre la nostra vita, ha scodellato in vista dell’8 marzo, festa mondiale delle donne: in tutti i 27 Paesi dell’Unione Europea, il tasso di occupazione femminile diminuisce con l’aumentare del numero dei figli, mentre per gli uomini accade il contrario.
Il caso Italia
La famiglia con i suoi carichi è dunque un fattore penalizzante per il lavoro femminile, e questo lo si sapeva da sempre. Come si sapeva che la penalizzazione si allevia, quanto più la madre può contare su asili nido o altre strutture pubbliche di assistenza: meno asili a disposizione, meno madri in grado di conservare il loro impiego. Ma è il secondo dato, quello che più colpisce: i due Paesi, su tutti, in cui alle donne fra i 25 e i 54 anni con figli è più difficile lavorare, sono Malta e l’Italia. Per confermarlo, la statistica seziona impietosamente le diverse tipologie familiari. Ecco qualche esempio al volo: donne senza figli, media Ue 75,8 per cento di occupazione; Germania 81,8, Finlandia 83,2, e via via tutti gli altri Paesi; fanalini di coda l’Italia (63,9), e Malta (56,6). Madri con un figlio: media Ue 71, 3; Francia 78; Gran Bretagna 75, Grecia 61,3, Italia 59 e Malta 45,7. Madri con 2 figli: media Ue 69,2, Belgio 77,2, Francia 78, Slovenia 89, 1, Finlandia 83,3, e così via; ultime in fondo all’elenco: Italia 54,1, e Malta, 37,4. Panorama ribadito dalla colonna dedicata alle madri con 3 figli o più: media Ue 54,7, Belgio 61, 7, Olanda 71,3; e l’Italia? Un tuffo all’in giù: in questa categoria, risulta infatti occupato solo il 41,3% delle donne (ancora una volta, superate in peggio soltanto dalle maltesi: 29,6%).
Se poi si allarga la visione a tutta l’occupazione femminile, il quadro generale è altrettanto grigio: ovunque la donna lavora meno dell’uomo, e in tutta la zona Euro l’occupazione femminile è calata in media dello 0,6% dal 1999 al 2009, ma in Italia è calata ancor di più: -1,2%. Non solo. Esiste anche un’altra statistica, che prende in considerazione il cosiddetto tasso di inattività economica: persone che neppure cercano un’occupazione, gente al di fuori del mercato del lavoro. Nel 2009, nella Ue, erano in questa condizione 8,7 milioni di uomini e 23,4 milioni di donne, rispettivamente l’8,2% e il 22,1% del totale. Ma anche qui, grandi differenze: per le donne, il tasso di inattività era bloccato al 13% in Svezia o in Danimarca, ma balzava al 35,5% in Italia, e al 51,1% a Malta. Un altro piazzamento in coda all’Europa. Frutti avvelenati dei vecchi pregiudizi, «la donna deve pensare ai figli» e via dicendo? Non sembra: in Spagna, uno dei Paesi più tradizionalisti, si è dimezzato in 30 anni il numero di coloro che nei sondaggi ritengono giusta questa affermazione.
Più probabilmente, concordano gli esperti di Bruxelles, la crisi iniziata nel 2008 ha colpito di più le fasce più deboli: piove sul bagnato, insomma.
La tendenza
C’è anche qualche sorpresa, nella fotografia scattata dall’Eurostat: se è vero che la presenza dei figli tira ovunque verso il basso gli indici dell’occupazione femminile, in alcune nazioni – Olanda, Finlandia, Ungheria – la tendenza sembra invertirsi quando al primo figlio ne segue un secondo, o un terzo; l’ipotesi è che la giovane madre, dopo il primo anno di crisi, riesca a riassestarsi forse anche con l’aiuto di nonne o di zie, e superi poi il secondo parto molto più pronta ad affrontare gli stress del ritorno al lavoro. Ma vi sono anche nazioni, come il Belgio o la Slovenia – note per i buoni e numerosi asili nido – dove il tasso di occupazione femminile resta invariato anche con uno o due bambini in casa, e comincia a calare soltanto dopo il terzo figlio.
Quanto agli uomini con famiglia, il loro è un percorso esattamente contrario: più sono i figli a carico (almeno fino a due), più cresce il tasso di occupazione. Gli esperti non offrono in questo caso una spiegazione, si limitano ad allineare le cifre: uomo con un figlio, media Ue 87,4% (Italia 88%); uomo con due figli, media Ue 90,6 (Italia 91,1); uomo con tre o più figli, media Ue 85,4 (Italia 87,7). Ancora una volta l’Europa declinata al maschile sembra offrire una vita più facile, o meno faticosa.
7 marzo 2011
Fonte: www.corriere.it
Quote rosa a passo di lumaca
Il dibattito sulle quote rosa
di ALESSANDRA CASARICO e PAOLA PROFETA
Conviene avere più donne ai vertici delle imprese? È un beneficio per l’impresa e l’economia nel suo complesso o solo per la donna che arriva a fare il capo? La domanda è di grande attualità, nei giorni in cui sono arrivati al Senato gli emendamenti del governo alla proposta di legge Golfo-Mosca, che impone alle società quotate una percentuale di almeno il 30% del genere meno rappresentato nei Consigli d’amministrazione e nei collegi sindacali. Modifiche che accolgono le richieste di maggiore gradualità di Confindustria, Abi e Ania (si veda il Sole 24 Ore di ieri) e che quindi allungano (troppo) i tempi per il raggiungimento della quota del 30% (entro il 2021).
Uno degli argomenti portati a favore di una maggior rappresentanza femminile ai vertici delle aziende è la relazione positiva tra presenza femminile e performance, testimoniata anche da un recente studio McKinsey–Cerved. Se avere più donne ai vertici si associa con una miglior prestazione aziendale, allora ben vengano le quote di rappresentanza. Le stesse imprese avranno solo da guadagnarci e, con loro, tutta l’economia del nostro paese.
Nell’azienda le donne sono portatrici di uno stile diverso rispetto a quello maschile: l’attenzione alle persone, la capacità di gestire le relazioni con gli interlocutori, l’abilità nel prevenire e risolvere i conflitti, la disponibilità a condividere le decisioni, la minor propensione al rischio sono caratteristiche della leadership femminile che possono avere effetti positivi sulla performance. Inoltre in un contesto eterogeneo aumentano le possibilità di affrontare le scelte con prospettive più variegate, di avere a disposizione una platea di talenti più ampia e di rafforzare la rappresentanza di tutti gli azionisti. Questo può avere dei risvolti positivi anche per l’immagine dell’azienda. Un ambiente eterogeneo per genere sembra essere più fertile rispetto a uno in cui la diversità sia di età oppure di nazionalità.
Altri studi hanno misurato la relazione tra presenza di donne e successo aziendale. Su un panel di circa 2.500 aziende danesi nel periodo 1993-2001 Smith e altri (2005) hanno trovato una relazione positiva tra la presenza femminile e gli indicatori di successo, anche tenendo conto della dimensione e dell’età dell’azienda e del settore. Fattori che potrebbero influenzare la performance senza che abbiano nulla a che fare con la presenza femminile. È interessante notare che la relazione positiva svanisce se le donne fanno parte del Cda in virtù di vincoli familiari. Adams e Ferreira (2009) dimostrano che il più efficace monitoraggio che le donne sarebbero in grado di effettuare renderebbe positiva la loro presenza nei Cda soprattutto per le imprese con una governance peggiore. Gli studi esistenti suggeriscono anche alcuni caveat nel valutare l’impatto femminile. Se l’azione di un Cda è fortemente condizionata dalle dinamiche sociali del network in cui opera, poiché il network delle decisioni aziendali è tipicamente dominato da uomini, le donne potrebbero rinunciare alle proprie caratteristiche “naturali” di genere per sposarne altre più simili agli atteggiamenti degli uomini. Un risultato che sembra suggerire l’importanza di avere una massa critica di donne nei Cda per innescare l’impatto positivo sulla performance.
Occorre sottolineare che, sebbene gli studi esistenti suggeriscano una correlazione positiva tra donne e successo aziendale, la stima di un effetto causale è molto complessa. Non è facile isolare il contributo che le donne danno alle performance in modi considerati rigorosi dalla disciplina economica. Per questo sempre migliori dati e sempre migliori analisi sono necessari.
Le quote sono già presenti in molti paesi europei, con la Norvegia come pioniera. Nei paesi che le hanno introdotte, la percentuale di donne nei Cda è aumentata in modo significativo. Come ben sappiamo, le donne sono portatrici di talenti e competenze, in questo momento più che mai necessari al nostro paese per recuperare competitività e per accelerare la crescita economica.
24 febbraio 2011
Fonte: www.ilsole24ore
È sempre giusto insegnare a chi non vuole imparare?
Il dibattito sulla scuola
di IMARISIO MARCO

Marco Imarisio
La scritta è ancora al suo posto, su un muro di Brooklyn. «Dio non ha mai creato nulla di inutile, ma con le mosche e gli insegnanti ci è andato vicino». Il primo a notarla fu un insegnante piemontese, che la vide immortalata nella foto di una rivista. Quel motto ha avuto un certo successo tra i suoi colleghi. Perché rende alla perfezione lo stato d’ animo della categoria e la percezione diffusa del suo lavoro. Paola Mastrocola fa la professoressa in un liceo di Torino ed è una scrittrice apprezzata. La combinazione dei due elementi le ha permesso di scrivere «Togliamo il disturbo» (edizioni Guanda), un saggio bello e provocatorio sul povero stato della scuola italiana. Nel libro viene sancita la sconfitta degli insegnanti, ultimi resistenti aggrappati all’ idea che stare sui libri possa essere utile. «Oggi se parli di studio, sei subito vecchio. È una parola perdente a priori. Non studiare invece è bello, sa di nuovo, di fresco e di gioioso. È come andar per campi a fare una merenda». L’ amarezza è tanta. Mastrocola evita la tentazione del piagnisteo, ha una proposta da fare. Dare uno chance allo studio, scrive, significa lasciarlo a chi lo vuole davvero, insegnanti e soprattutto allievi. E quindi, una preparazione di base eccellente dagli 8 ai 14 anni, e poi liberi tutti di scegliere tre diverse opzioni. Una scuola per il lavoro, una per la comunicazione, e infine una scuola per lo studio. «Dovremmo ringraziarli, gli insegnanti italiani» dice Tullio De Mauro. «Insultati dal ceto politico e non solo da quello, subiscono le conseguenze di agenti esterni, ma quel che possono fare lo fanno». Almeno in questa sede, tutti d’ accordo nel rendere omaggio a una categoria vituperata. Da qui in poi, le strade però si separano. Marco Rossi Doria, il maestro di strada da anni impegnato nella formazione dei docenti trentini, apprezza lo sforzo ma è convinto che le ragioni per cui valga la pena insegnare risiedano altrove. «L’ apprendimento ormai è dappertutto, non possiamo far finta di ignorare questo. Oggi è saltata la socialità di primo livello, quando arrivano a scuola i ragazzi non hanno altre esperienze, mancano anche di un modello di educazione anteriore. Infine, lavagna e gessetto non servono più, non sono più uno strumento esclusivo dell’ insegnamento. I ragazzi hanno sempre più bisogno di una guida in questa giungla dei saperi, non di un avviamento al lavoro. Già nel 1968, al liceo Virgilio di Roma, quando sbagliavo la versione di latino il professore commentava che le mie erano braccia rubate all’ agricoltura. Tornando indietro non si va avanti». Domenico Chiesa è solo in parte d’ accordo con le tesi della sua collega Mastrocola. «Credo abbia ragione quando individua nello studio la possibilità di insegnare ai ragazzi cose che non avranno modo di conoscere una volta fuori dalle aule. Da Torquato Tasso ai confini dell’ Afghanistan, per fare un esempio». Ex presidente del Centro di iniziativa democratica degli insegnanti, autore con Cristina Trucco Zagrebelski de «La mia scuola» (Einaudi), libro che dava voce al malessere proveniente dall’ interno delle scuole, Chiesa non condivide però l’ idea di mettere i ragazzi davanti a una scelta, studiare o non studiare. «Un insegnante non deve mai porre la domanda “cosa farai dopo?” fino alla maggiore età. Quelli che vogliono studiare sono quasi sempre figli di persone con la casa piena di libri. Io credo che la possibilità vada garantita a tutti, anche a coloro che non la vogliono». A questo punto emerge netta una linea di confine. In molti blog tenuti da insegnanti, Mastrocola è individuata come alfiere di una visione conservatrice, nostalgica di un processo selettivo da opporre ai principi democratici che governerebbero la scuola attuale. Dopo il suo saggio su «La scuola degli italiani» (edizioni Il Mulino), il professor Adolfo Scotto di Luzio è consapevole di rientrare nel lato destro della tabella, insieme a Mastrocola. «C’ è un dato certo: il rifiuto di massa della scuola. Viviamo in una società iperscolarizzata, convinti che più i nostri ragazzi stanno in classe più questo faccia bene alla loro crescita. E così la scuola diventa un ipertrofico servizio educativo e non un luogo di formazione. Da un lato i ragazzi ne sono stufi, dall’ altro sono obbligati ad andarci, con conseguenze sotto gli occhi di tutti. Gli insegnanti pensano che questa disaffezione sia colpa della loro inadeguatezza. Invece sono chiamati ad assumersi responsabilità non loro. Da qui credo nasca la proposta di fare in modo che la scuola non diventi un processo scontato. Mettiamo i giovani davanti alla possibilità di non studiare, facciamogli assumere la responsabilità di una scelta». Sull’ aspetto ideologico, chiamiamolo così, Scotto di Luzio ribalta i termini della contesa. «In nome dell’ egualitarismo, la scuola democratica tende a riprodurre le disuguaglianze sociali: una istruzione pubblica così dequalificata assicura solo alla ricchezza economica la possibilità di accedere a una scuola migliore. Master, corsi di perfezionamento, cose che costano. Forse, è meglio dare una chance concreta a chi davvero vuole confrontarsi con qualcosa che non faccia parte delle occasioni quotidiane, come la storia o la letteratura». Da ultimo, ma non ultimo, Tullio De Mauro, ex ministro della Pubblica Istruzione, uno dei più stimati linguisti italiani. «La scuola deve rimanere di tutti. Non ci si orienta nel mondo attuale senza un grado adeguato di istruzione. Certo, in alcuni casi manca la qualità. Gli insegnanti dovrebbero essere messi nella condizione di fornirla. Ma per farlo ci vorrebbe uno sforzo della società civile e politica. Non mi pare che sia aria». Come si usa dire, il dibattito è aperto. In assenza di fatti, tocca accontentarsi delle parole.
21 febbraio 2011
Fonte: www.corriere.it
Un leader donna? Ci vorrebbe una Michelle italiana
Il Confronto sulle donne e la manifestazione del 13 Febbraio
di MARIA LUISA AGNESE

- Irene Tinagli
MILANO – Un leader donna, perché no? Salta il fosso e spariglia le carte il finiano Italo Bocchino che proprio con Il Corriere della Sera al termine della prima convention del Nuovo Polo a Perugia ha posto la questione: «Io penso a una donna, quarantenne». Per tornare a parlare all’elettorato femminile, per contrapporsi a una figura come Nicole Minetti». Seguono nomi e ipotesi di donne impegnate nel lavoro e «non a disposizione» Emma Marcegaglia, Irene Tinagli, Luisa Todini, Anna Maria Artoni. E così proprio nel momento più difficile per l’immagine femminile, all’improvviso la questione viene ribaltata e la donna ritorna valore da spendere anche politicamente.

- Emma Mercegaglia
ASSERTIVA O SEDUTTIVA? – Sì, ma quale donna? Quali sono i modi migliori per entrare nell’agone senza perdere i propri valori, per condurre il potere su binari che siano identitari ma che non mettano a rischio la scommessa? Meglio la donna severa e assertiva su modello delle grandi del passato protagoniste di scalate in solitaria e che alla fine venivano assimilate al potere maschile? O quella più morbida e disponibile, che non ha paura di usare le sue armi seduttive? Insomma donne con i pantaloni o con la gonna? Né uno né l’altro o meglio un po’ tutte e due, ma in modo inedito, risponde Irene Tinagli che, oltre a essere una delle «nominate», è economista e autrice di Talento da svendere, ora a Madrid dove insegna e ha un incarico con il governo per una Fondazione internazionale che promuove i giovani. «Da una parte in un mondo prevalentemente maschile bisogna presentarsi con una certa autorevolezza altrimenti non ti ascoltano. Ma tutto ciò non deve manifestarsi in modo brusco, perché una donna troppo autoritaria rischia di indisporre gli altri e di non riuscire a gestire il consenso».

- Luisa Todini
BACKGROUND – Questo non vuol dire però, avverte Tinagli, farsi rinchiudere nel recinto seduttivo. «Anzi penso che sia in politica che in azienda, e lo confermano le ultime ricerche in tutto il mondo, il grande valore femminile sia un altro, e cioè la gradevolezza, il sorriso, la capacità di dialogo, di dare voce e di saper ascoltare per trovare una sintesi: un tocco quasi materno molto utile nel mondo di oggi«. Ma tutto questo ancora non basta, se non poggia su un forte background: «Quante donne vediamo, scelte per la loro gradevolezza e che magari si impegnano anche, ma che se non hanno un background rischiano di rimanere in ruoli di secondo piano?». E allora chi prendere a modello: Hillary Clinton, Angela Merkel, o Ségolène Royal? «Michelle Obama è per me l’esempio più calzante, sintesi accoglienza autorevole: quando la sentivo parlare, in campagna elettorale, con quella sua capacità di calore e di dialogo, tostissima ma anche materna, mi dicevo ma perché non si candida lei? E in più, cosa che non guasta, capace di essere, anche nel modo di vestire, femminile ma non seduttiva». Proibita la seduzione, dunque? «No, ma bisogna sapere che chi si presenta in autoreggente lo fa non solo perché gli uomini la vogliono così, ma anche perché é insicura».
4 febbraio 2011
Fonte: www.corriere.it


Da sempre sono appassionata di temi riguardanti l’economia e la politica ed attraverso questo blog spero di condividere idee ed opinioni con gli altri.
