La favola sulle ribelli arabe (con lo sciopero del sesso)
di VALERIO CAPPELLI
CANNES – Le donne vanno a prendere l’acqua alla sorgente, arrampicandosi su un sentiero pieno di sassi in cima alla montagna, sudate, affaticate. Gli uomini si impigriscono al bar, loro sì molli bamboccioni; è così da sempre, in quella remota comunità rurale. Le loro mogli, dopo l’ennesimo aborto provocato da una caduta, decidono di fare lo sciopero del sesso. I figli dell’Islam non la prendono tanto bene, urla, botte, uno perfino usa violenza.
The Source di Radu Mihaileanu è l’ultimo film in concorso. Tema nobile, la condizione della donna nell’Islam, ma l’aria che tira è che il vento del deserto non entra nella rosa dei premi assegnati stasera. Si dice che The Artist, il film muto che ha convinto per la freschezza, francese per giunta, qualcosa prenderà, forse la Palma della giuria. A guidare il toto-premi, nella giuria di De Niro, sono Kaurismäki (Le Havre) e i fratelli Dardenne (Le Gamin au Vélo, Il ragazzo con la bicicletta). Restano in corsa i due favoriti della vigilia: The Tree of Life di Malick, benché finito un metro sotto le attese, e Bir Zamanlar Anadolu’da (C’era una volta in Anatolia) del turco Nuri Bilge Ceylan. Per gli attori si fanno i nomi dei protagonisti dei due vessilli italiani (che hanno una cosa in comune, la musica di Arvo Pärt nella colonna sonora): il rocker depresso Sean Penn in This must be the place di Paolo Sorrentino e il Papa incerto Michel Piccoli in Habemus Papam di Nanni Moretti, film indicato da Le Figaro come peggior sorpresa del festival. Per le attrici, Tilda Swinton in We need to talk about Kevin è in testa su Cécile de France (Dardenne).
Tornando alle Mille e una notte che scandiscono i prodromi dell’emancipazione femminile araba, Radu la definisce «una favola orientale». La vita non nasce senza acqua. E dunque l’acqua come metafora per interpretare quel buco di villaggio, che per il regista diventa il megafono delle giuste battaglie nel mondo di oggi, «così pieno di timori, dove tutto si muove velocemente ed è difficile tornare indietro, non c’è tempo, la gente ha paura di farsi le domande, vuole subito le risposte su Internet».
Nella guerra dei sessi, le vecchie danno consigli per mandare in bianco i mariti (peperoncino, oppure piazza tuo figlio tra voi due inventando che sta male). Mihaileanu (Train de vie e Le concert), l’ebreo romeno naturalizzato francese il cui padre fuggì da un lager nazista, ci ha abituato a seguire drammi con la levità del sorriso. Egli non vuole puntare il dito con esattezza sulla mappa geografica, ma basandosi su una vera storia di dieci anni fa in Turchia, ha girato tra asini e galline nel Marocco più sperduto, traendone un significato universale che rimanda sia ai recenti cortei di protesta del Nordafrica che alle migliori conquiste della Francia, libertà, eguaglianza, fraternità. E ricorda che il Corano «è pieno di amore, altro che le manipolazioni degli integralisti». Radu apre una parentesi sul vecchio del villaggio, l’attore Mohamed Majd («In Marocco è l’equivalente di Piccoli e Trintignant») per poi arrendersi volentieri alla sua armata femminile: Se Hiam Abbass (ricordate Il giardino di limoni?) è «tradizionalista, una donna amara per un mistero del suo passato», Leila Bekhti è la dolce pasionaria del gruppo, portatrice di un dramma vero nel mondo arabo, vittima di un amore giovanile, rischia di essere ripudiata, contesa da due uomini perbene, uno fa baluginare il coltello, l’altro trova le parole giuste, «ti amerà di più quando mi ucciderai?». Leila: «Questo film è una ode all’amore, all’altruismo, alla comprensione degli altri. Durante le riprese in Marocco ho conosciuto una giovane che ha 5 anni più di me e non ha mai letto un libro. La chiave della libertà è la conoscenza». Hafsia Herzi (Cous Cous) a Cannes fa la prostituta in L’Apollonde, mentre qui è una vergine che sogna un marito decente.
Il cast è un bazar eterogeneo di algerini, tunisini, marocchini, più il palestinese Saleh Bakri: «Avendo un passaporto israeliano, per me non è stata una passeggiata. Questo film parla delle cose in cui credo, libertà, parità dei diritti, resistenza. La rivoluzione è poter decidere del proprio destino». Il film è stato girato in una lingua a tutti sconosciuta, un dialetto del Marocco. Radu cercava credibilità «per mostrare la loro reale vita», e possibilità di documentarsi sul luogo con un lungo lavoro preparatorio. Molte verità, le parole che arrivano come proiettili, se Aristofane le affidava al coro greco, qui irrompono nel canto del gineceo marocchino, al suono di una lingua arcaica che possiede una sua musicalità.
22 maggio 2011
Fonte: www.corriere.it
Santanchè: per salvare Sakineh variamo una legge anti burqa
di MANILA ALFANO

Sakineh
«Sono indignata, è una vergogna. Una donna sta per essere lapidata e qui nessuno dice o fa niente. Ma che Paese è diventato il nostro? Dove sono tutti gli intellettuali, i fior fior di ben pensanti sempre pronti a scendere in campo?». Anche questa volta Daniela Santanchè, è in prima fila nella sua lotta contro la discriminazione verso le donne, «verso tutte le donne negate». «Sakineh deve essere salvata con il nostro aiuto, la nostra partecipazione, la nostra rabbia. Oltre a lei ci sono 25 donne che rischiano la lapidazione. I diritti delle donne sono i diritti umani, e fino a quando non lo avremo capito, delitti come questi continueranno ad accadere».
Daniela Santanchè guarda l’Iran e le viene in mente Brescia, Pordenone, Torino. Hiina, Sanaa, uccise dai genitori perché troppo occidentali; Hasna sfregiata dall’acido a 19 anni. «Ero l’unica al processo di Hiina a Brescia, sono stanca di fare battaglie per le donne da sola. Oggi voglio stanarli tutti, gli ipocriti, i buonisti a tutti i costi, quelli che tollerano la differenza, anche se questo significa chiudere gli occhi davanti alle discriminazioni nei confronti delle donne. Ma non solo, sono gli stessi che vogliono rendere l’Italia la pattumiera d’Europa, che criticano la politica del governo Sarkozy che ha rimandato a casa i rom dando loro aiuti economici e si sono alzati tutti in coro per gridare alla deportazione. Ma dove sono gli illuminati davanti alle torture che subiscono le donne musulmane nella civile Europa?».
Da Brescia all’Iran, che collegamento c’è?
«È la stessa origine, la mancanza di rispetto, la donna considerata un oggetto dell’uomo, che sia il padre o il marito. Comunque un padrone. Donne sole cui viene negato ogni diritto, anche quello di esistere. La lapidazione è figlia della cultura del burqa».
Cosa deve fare l’Italia?
«Insorgere. Raccogliere firme, stanare tutti quegli intellettuali che sono sempre pronti e scattanti a scendere in piazza quando si tratta di andare contro Berlusconi, che sono sempre pronti a indignarsi. Ma davanti a questi orrori tacciono. Dove sono ora gli intellettuali di Repubblica, perché non sento lo sdegno di Famiglia Cristiana?».

- Daniela Santanche’
Già dove sono?
«Per questo sono indignata. Non si vede nessuno in piazza. Un silenzio che sa di meschina assoluzione. Eppure quegli stessi intellettuali si sono mostrati uniti e compatti nella difesa di Polanski, un uomo che violentò una minorenne. Per lui sono tutti andati in soccorso».
E chi si aspettava di vedere nelle piazze?
«Tutte quelle femministe dalle rivendicazioni sessuali, gli islamici moderati».
Esiste l’islam moderato?
«Io ci credo, voglio crederci. Ma in casi come questo voglio anche vederli sulle barricate a combattere insieme a noi per i difendere i diritti delle donne, la parità tra i sessi».
E lei cosa propone?
«Io insisto che la priorità in Italia è vietare il velo integrale. Una legge che finalmente metta fine a questa violenza, perché siamo noi che dobbiamo renderci responsabili e liberare queste donne. Perché tutto inizia dal velo. Da oggi sul mio sito e su Facebook si raccolgono le firme. Mi aspetto grande partecipazione».
Il presidente francese Nicolas Sarkozy l’ha definita una condanna «medievale».
«Ma certo, Sarkozy ha perfettamente ragione. Non oso immaginare una condanna più crudele e meschina: interrata in una buca, con il capo coperto e presa a sassate fino alla morte. Una fine atroce. Noi non possiamo permettere di far entrare nel terzo millennio culture del primo. Altrimenti significa che le nostre stesse battaglie sono state vane. Un insulto per chi come me in questa lotta ha sempre creduto e continua a credere».
30 Agosto 2010
Fonte: Ilgiornale.it
Altre hostess da Gheddafi: “Le donne in Libia sono più rispettate”
di REDAZIONE DE “IL GIORNALE”
Roma - Nuovo incontro di Muammar Gheddafi con un gruppo di hostess italiane. Poco dopo mezzogiorno all’Accademia libica, a Roma, sono arrivati quattro pullman con a bordo duecento ragazze per assistere al seminario sull’Islam del leader libico. Al loro arrivo le ragazze non hanno parlato con i giornalisti. Nel gruppo anche alcune giovani con il velo che domenica si erano convertite all’Islam con un breve rito davanti al leader libico. Un’altra ragazza portava al collo una catenina con una medaglietta con l’immagine del Colonnello.

Gheddafi
“Donne più rispettate in Libia che in Occidente” “La donna è più rispettata in Libia che in Occidente e negli Usa”. È questo il messaggio più rilevante lanciato dal colonnello Gheddafi alle circa duecento ragazze italiane che l’hanno incontrato per oltre tre ore. Il leader libico ha parlato principalmente di religione e della condizione della donna in Libia. “È molto più libera di quanto si ritiene comunemente”, ha detto Elena, una delle hostess reclutate da un’agenzia specializzata per il meeting. A dimostrazione del fatto che la donna è più rispettata nel suo Paese Gheddafi ha chiamato in esempio la condizione del lavoro. Il colonnello ha spiegato che in Libia, a differenza che in Occidente, le donne possono lavorare nelle ferrovie ma non possono guidare il treno perché non si addice al loro fisico. “Bisogna credere nell’Islam perchè è l’ultima religione”, ha aggiunto il colonnello che oggi ha incontrato molte meno ragazze rispetto a ieri. Questo perché, spiegano dall’agenzia, il leader libico non voleva vedere ragazze sedute per terra in segno di rispetto. Alle ragazze come da consuetudine è stata regalata una copia del Corano e una del Libro Verde, il testo di riferimento del regime libico.
Una cena con molti invitati I vertici dell’industria e della finanza italiane, sempre più impegnate grazie alla riapertura dei mercati favoriti dal trattato di amicizia Italia-Libia parteciperanno questa sera alla cena offerta dal presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, in onore del leader libico. Tra gli oltre 800 invitati alla caserma dei carabinieri Salvo D’Acquisto, dove l’anniversario del trattato sarà celebrato anche con uno spettacolo equestre, figurano, oltre a una qualificata rappresentanza di governo, quella di Confindustria, guidata dal direttore generale, Giampaolo Galli, l’amministratore delegato Unicredit, Alessandro Profumo, il presidente e ad di Finmeccanica, Pierfrancesco Guarguaglini, gli amministratori delegati di Eni ed Enel, Paolo Scaroni e Fulvio Conti e i vertici di Impregilo.
I legami economici Dopo la firma dell’intesa che ha consentito di superare il contenzioso risalente al colonialismo italiano, i dossier economici che legano i due paesi si sono via via arricchiti di significato, dai soci di peso libici entrati nel capitale di piazza Cordusio, alle grandi infrastrutture come l’autostrada costiera, al sempre più ampio impegno petrolifero da parte dell’eni. E proprio di petrolio si parlerà, a livello di delegazioni miste, anche nel pomeriggio in occasione dell’inaugurazione della sede romana dell’accademia libica, dove è atteso il primo incontro, per la giornata di oggi, tra il cavaliere e il colonnello.

Le hostess pagate da Gheddafi con il Corano ricevuto alla conferenza
La protesta dei finiani “Vi immaginate Gheddafi che va a Parigi o a Berlino e organizza un incontro con 500 hostess per dir loro diventate musulmane? Noi no. E non a caso Gheddafi certe pagliacciate – è il termine giusto – le viene a fare a Roma, non a Parigi o a Berlino. Evviva la Realpolitik, ma sui libri di Kissinger non c’è scritto che bisogna concedere ai dittatori la passerella sul suolo patrio, in regime di liceità assoluta: Roma in questi giorni sembra un possedimento extraterritoriale libico”. Lo scrive il direttore di Generazione Italia, Gianmario Mariniello, sul sito dell’associazione finiana.
“L’Italia come Disneyland” “Se l’Italia è diventata la Disneyland di Gheddafi, il parco-giochi delle sue vanità senili, la ragione è purtroppo politica. Nelle passeggiate romane il rais libico non esibisce il suo temperamento eccentrico, ma la sua legittimazione, la sua amicizia con il premier, la sua paradossale centralità nella politica internazionale di un governo – quello berlusconiano – che è progressivamente passato dall’atlantismo all’agnosticismo, dalle suggestioni neo-con alla logica commerciale, per cui il cliente, se paga, ha sempre ragione. E visto che Gheddafi paga, le sue diventano anche le nostre ragioni e la sua politica la nostra”. E’ una parte del duro commento che appare su Ffwebmagazine, periodico online della Fondazione Farefuturo.
La Russa: l’ospite è sempre sacro “L’ospite è sempre sacro”. Ignazio La Russa risponde così, interpellato telefonicamente, sulle polemiche per la visita del leader libico e le sue parole sulla conversione all’Islam. “Me l’hanno insegnato da piccolo ed è ancora così, non c’è altro da commentare”, aggiunge il ministro della Difesa e coordinatore del Pdl.
30 Agosto 2010
Fonte: Ilgiornale.it
The Ground Zero Synagogue—Lebanon Becoming More American than America
di GHASSAN BRIDI
“There should be no mosque near Ground Zero in New York so long as there are no churches or synagogues in Saudi Arabia. The time for double standards that allow Islamists to behave aggressively toward us while they demand our weakness and submission is over.”— Newt Gingrich

Ghassan Bridi
Has Lebanon officially become more tolerant and progressive than the United States?
Let’s talk about Lebanon’s Ground Zero and you can decide for yourself.
One must first understand what “Ground Zero” means to most Lebanese.
In a country with about the same land mass as Los Angeles County which has been at war off and on for nearly four decades, “Ground Zero” for the Lebanese is arguably their entire country—and at the center of their Ground Zero is downtown Beirut, captured and occupied by the Israeli Defense Force in 1982 and which was almost entirely reduced to rubble from Muslim West Beirut to Christian East Beirut, and all points in between.
Once upon a time not too long ago, there was scarcely a building left standing or unscarred by shrapnel in all of Beirut. I know, because I was in Beirut in 1991, and witnessed first hand a city once described as “the Paris of the Middle East” reduced to ruins, pot marked with unexploded munitions and a haphazzard “network” of open sewers.
Miraculously, Beirut was rebuilt and reclaimed its prominence. It once again became the jewel of the Arab world, remarkably able to bridge the ancient mystique of the east with the modern allure of the west.
Upon the first completion of its ”rebuilding” process however–after 15 years and tens of billions of dollars spent on reconstructing Lebanon and its Ground Zero from rubble to splendor, Israel did what Israel does…
In July and August of 2006, Israel again followed through on its promise to “bomb Lebanon back into the Stone Age,” and in so doing displaced 1,000,000 Lebanese civilians (nearly a quarter of the country’s population), completely destroyed the country’s infrastructure (again), its only airport, at least 64 bridges, leveled entire buildings and neighborhoods to rubble (again), including the country’s largest milk factory, a food factory, two pharmaceutical plants, water treatment centers, power plants, grain silos, a Greek Orthodox Church, several mosques, and a handful of hospitals (in a country which only had a handful of hospitals to begin with).
Over 1,200 hundred Lebanese civilians were killed and over 5,000 wounded.
Israel routinely talks about “proportionality” when comparing their “terrorism deaths” to American 9/11 deaths. In order to shock the sensibilities of a gullible American public, they portray a figure “in American terms,” by multiplying their dead by a number which reflects their population in comparison to the American population.
Well, what’s good for the Israeli goose is good for the Lebanese gander. I will play their game: 1,200 dead Lebanese civilians are the “proportional equivalent” to 90,000 American dead when accounting for the two countries’ population differences. Therefore, according to Israeli goose math, that’s the equivalent of roughly thirty 9/11’s Israel exacted on Lebanon in July and August 2006 over the course of 34 days—nearly one 9/11 a day for an entire month without relent.
Incidentally, July and August of 2006 only tell a small part of the story when it comes to Israeli aggression against Lebanon. There have been decades of invasion, devastation, and occupation which predated 2006. Several thousands of Lebanese have been killed at the hands of the Israeli Defense Force. Tens of billions of dollars of damage have been levied on the Lebanese infrastructure and private and public property courtesy of the IDF over the course of decades.
“Ground Zero” for Lebanon is an ever expanding, never ending, open wound that never heals.
So what now Newt?
Should you expect the Lebanese to allow a synagogue to be built on their Ground Zero, in the aftermath of a 9/11 that occurred 5 years after ours and which, “proportionately” speaking, was 30 times the size of ours?
Well guess what you hateful, misguided, twit?
THEY DID.
In the process of re-building Beirut yet again, in 2008, renovations began and have now been completed on the Maghden Abraham Synagogue located in the middle of newly renovated downtown Beirut in an area known as the “Solidere” which has become the focal point and showcase of Lebanon’s rebirth.
This isn’t some hole in the wall, nondescript, “excuse me” synagogue hidden out of view so as to not “offend” Lebanese non-Jews—this is an elaborate, ornate, beautifully designed, cathedral-style house of worship built for a Lebanese Jewish population that totals less than 500 in a country of more than 4,000,000 (in stark contrast to the eight million American Muslims living in the United States).
And wait until you hear Hezbollah’s response to the building of this Ground Zero Synagogue.
(To those expecting a Newt Gingrich equivalent response, prepare to be woefully disappointed).
Courtesy of Hassan Nasrallah himself: “We respect Judaism, just as we respect Christianity. Our only problem is with Israel.”
Did you hear that Newt (and the rest of you idiots)?
An Arab democracy, with a Muslim Prime Minister and a Christian President, allowed the building of a synagogue, squarely in the center of their “Ground Zero” in the heart and pride of downtown Beirut which used to be a dumping ground for Israeli military ordinances.
An Arab democracy allowed this, without so much as a protest being made by its citizens, or allegations by politicians that this was sacrilege, or hateful commentary by the media that the Jewish faith was barbaric, or any of the other stupidity I have seen and heard plastered all over American television, talk radio, and internet-blogs regarding a certain “Ground Zero Mosque” and the Islamic faith.
Regardless of whether you perceive Israel to be justified in perpetrating the devastation it did on Lebanon is irrelevant. The purpose of this article is not to debate that. What cannot be debated, is that Israel (a Jewish State, flying a Jewish flag) unleashed hell on Lebanon for 34 straight days in July and August of 2006 (and for decades prior in its wars against Lebanon). Regardless of whether or not you feel Israel had a right to do that, you cannot deny that Lebanese civilians harbored, and continue to harbor, a very real resentment against the government of Israel—this Jewish state—for those actions and the devestation those actions caused.
Yet these very Lebanese, who are so quickly labeled as “blood thirsty terrorists” by Newt Gingrich and his army of xenophobic morons, were able to draw a distinction between the Jews “flying those planes” in July and August of 2006 working at the behest of the Israeli government, and the Jews whom are citizens of Lebanon who had no connection with those attacks.
Lebanon rebuilt that Ground Zero Synagogue for its Jews.
Not for Israel. Not for the world’s Jewry. Not as a monument to mark a “Jewish victory” over Lebanon.
Lebanon rebuilt that Ground Zero Synagogue because its Jews lived in that neighborhood and they had every right to build a house of worship in a place they called home.
For crying out loud, Hassan Nassrallah and Hezbollah can even draw the distinction between a Lebanese Jew and an Israeli soldier who happens to be a Jew. So how is it that Americans can’t distinguish between American Muslims who were victims of 9/11 and Saudi Muslims who were the perpetrators of 9/11?
Thank you Mr. Gingrich for allowing Hassan Nasrallah and Hezbollah to outclass you and the Republican Party (and you Democrats aren’t too far behind–yes Harry Reid, I’m talking to you). When the former Republican Speaker of the House and the current Democratic Senate Majority Leader start sounding less tolerant and less reasonable than a “terrorist,” we need to start sounding the alarm bells.
What a sad state of affairs for America.
23 Agosto 2010
Fonte/Source: ZeroPartyPolitics.com
Da sempre sono appassionata di temi riguardanti l’economia e la politica ed attraverso questo blog spero di condividere idee ed opinioni con gli altri.
