Francia, la guerra come spot
di GABRIELE BATTAGLIA
Bombardare in Libia per vendere il caccia multiruolo “Rafale” in India. In gioco, la più grande commessa militare dei prossimi anni
Perché si fanno le guerre? Per le risorse naturali, per posizionarsi strategicamente ma non solo: la guerra è un grande spot pubblicitarioper l’industria bellica.
L’esempio più recente viene dalla Francia di Sarkozy, il Paese più interventista della coalizione anti-libica. Il 19 marzo scorso, alle 17.45, l’aeronautica transalpina ha sparato il primo colpo contro le difese di Gheddafi: un caccia Rafale, prodotto dalla Dassault Aviation, ha bombardato e distrutto una postazione contraerea. Un’operazione anomala, fatta d’anticipo, in barba alla stessa coalizione internazionale di cui Parigi fa parte.
“Il Rafale è partito in maniera insensata, – commenta Francesco Vignarca di Altreconomia/Rete Disarmo – perché in qualsiasi azione dell’aeronautica moderna, prima intercetti le contraeree, poi le neutralizzi sia danneggiando i radar con soluzioni software sia con un’azione militare, poi le bombardi e infine attacchi. Altrimenti rischi che i tuoi caccia vadano allo sbaraglio.
Invece la Francia ha agito così perché voleva metterlo in mostra, il Rafale, cioè l’unico aereo multiruolo che per ora è stato venduto solo nel Paese in cui è costruito. Stanno cercando di piazzarlo e la Libia è stato la vetrina ad hoc.”
L’ipotesi è più che plausibile. Per capirlo bisogna fare un salto in India. Delhi ha ormai da mesi lanciato una gara per la fornitura di ben 126 caccia, necessari per ammodernare la propria flotta ormai vetusta. In tempi di tagli ai bilanci della Difesa un po’ ovunque, si tratta della commessa più importante degli anni a venire, dal valore di almeno 10 miliardi di dollari.
Ad aprile, giusto un mese dopo l’”esibizione” libica del Rafale, l’India ha ristretto la scelta a due aerei europei, il caccia francese e l’Eurofighter Typhoon, prodotto da un consorzio partecipato anche dall’Italia, con Finmeccanica.
“Non è un caso – aggiunge Vignarca – che il ministro della Difesa La Russa e il sottosegretario Crosetto si siano fatti vedere in tutti gli air show asiatici, sia in area araba sia in area indiana.”
Tuttavia il Rafale potrebbe essere ora in vantaggio perché “l’Eurofighter non è mai stato usato in combattimento come caccia multiruolo, la tipologia che ormai cercano tutti. L’aereo francese ha invece fatto vedere di essere davvero multiruolo: puoi modificare la sua configurazione da intercettore, caccia d’assalto, di neutralizzazione e così via”.
La torta indiana è dunque ormai una competizione Francia-resto d’Europa, fatto che ha mandato su tutte le furie gli Usa, che non sono riusciti a “piazzare” i propri prodotti Boeing (F-18 Super Hornet) e Lockheed Martin (F-35).
D’altra parte, Washington ha poco da lamentarsi. In Giappone è infatti attualmente in corso un’altra gara per la fornitura di 40 caccia: un affare da 4 miliardi di dollari. Qui, gli unici due concorrenti sembrano proprio essere Lockheed e Boeing. La prima sarebbe avvantaggiata perché l’F-35 è molto più stealth (un aereo invisibile ai radar) dell’F-18, ma il caccia della Boeing è già pronto, quello della Lockheed no (la fase di sviluppo è stata recentemente prolungata fino al 2016). Visto che i giapponesi hanno fretta di decidere entro fine anno (18 dei loro F-2s sono stati danneggiati dal terremoto e dallo tsunami di marzo), la gara è del tutto aperta.
Sta di fatto che, guarda caso, la Dassault si è subito chiamata fuori da questa disfida tutta statunitense, dichiarando di non voler far la parte del “concorrente civetta“, nelle parole del suo portavoce, Stephane Fort.
Sorge quindi un sospetto: nel mercato delle armi più sofisticate, vige la legge della concorrenza o una logica della spartizione tra aziende dei Paesi politicamente (e militarmente) più forti?
“È un mercato assolutamente ‘politico’ e la spartizione a tavolino è realistica – spiega Vignarca -. In India c’erano in gioco diversi modelli: Rafale, Eurofighter, F16 e F18 Usa, Gripen svedesi e Mig35 russi. Il gioco è stato ristretto ai due concorrenti europei più forti.”
Sullo fondo, il fatto che gli indiani non sono ancora in grado di costruire un aereo del genere. Come da tradizione, comprano e coproducono con la Russia, stanno cercando di fare un upgrade del Sukoi ma sono ancora in ritardo.
Nel riarmo, sia India sia Giappone guardano del resto a storici avversari – Pakistan e Corea del Nord – ma pensano di fatto alla Cina, che ha di recente lanciato il suo primo stealth e la sua prima portaerei. Tecnologia indefinibile, probabilmente vecchia, ma in divenire: dopo gli statunitensi, i cinesi sono quelli che spendono di più per la Difesa.
Ora torniamo in Libia e vediamo come è andato l’utilizzo “frettoloso” del Rafale in quel 19 marzo 2011.
“L’aereo aveva soprattutto il compito di bombardare e intercettare eventuali caccia libici – spiega Vignarca – ma ha compiuto la missione di bombardamento prima che altri aerei Usa o britannici neutralizzassero come da compiti le contraeree di Gheddafi. Non ci vuole uno stratega militare per dire che prima neutralizzi la contraerea e solo dopo mandi in cielo i tuoi aerei d’assalto per bombardare, così non corri rischi.
È stata poi ampiamente pubblicizzata la storia dell’abbattimento di un caccia libico. In realtà il Rafale non ha abbattuto in combattimento quel vecchio aereo di fabbricazione jugoslava: l’ha intercettato, si è messo in coda, l’ha obbligato ad atterrare e poi l’ha bombardato. È stata un’esibizione di tutte le funzioni possibili del caccia multiruolo: ha dimostrato di essere capace di tutto. È come se io volessi vendere un Suv e facessi vedere che va su strada, fuori strada, consuma poco, e così via. Uno spot.”
La guerra come vetrina, dunque. Un motivo in più per farla
Fonte: www.peacereporter.net
Obama come Bush???
di LUCIA PALMERINI
Insorgono i sostenitori di Obama quando il loro adorato presidente, nonche premio Nobel per la Pace viene paragonato a Bush; eppure le parole che usa Obama per la Libya sono le stesse usate da Bush in occasione dell’intervento in Iraq esattemente 8 anni prima.
MARCH 19, 2011
OBAMA: ‘Today we are part of a broad coalition. We are answering the calls of a threatened people. And we are acting in the interests of the United States and the world’…
MARCH 19, 2003
BUSH: ‘American and coalition forces are in the early stages of military operations to disarm Iraq, to free its people and to defend th…e world from grave danger’…
Romania, Iraq, Kosovo… Libia: nelle fosse comuni si seppellisce la verità
di MARCO SANTOPADRE
Di che paese si parla nelle citazioni tratte da due importanti quotidiani italiani?
“…Ieri sono arrivate altre conferme delle manifestazioni che sabato e domenica hanno sconvolto le città di * e * che sarebbero state represse nel sangue dalla polizia con l’appoggio dell’esercito” (Corriere della sera **/**/****) e ancora “…Fonti dell’opposizione interna parlano di scontri violentissimi e di 300 morti…” (La Repubblica).
Semplice, risponderete voi. Della Libia! Negli ultimi giorni notizie di stragi, di bombardamenti aerei sui manifestanti e sui civili inermi, di possibile uso delle armi chimiche contro la popolazione che si oppone al regime di Gheddafi, di stragi di medici e di feriti negli ospedali, di colonne di migliaia di profughi in fuga dai combattimenti e dagli eccidi bombardano le opinioni pubbliche occidentali e, quindi, anche italiana.
Torniamo alle citazioni di cui sopra: non si riferiscono a quanto sta accadendo in Libia, bensì a quanto stava – secondo i media internazionali – accadendo a Timisoara e ad Arad ai tempi delle rivolte contro Ceaucescu, nel 1989. L’episodio che più impatto ebbe sull’opinione pubblica italiana e occidentale fu il ‘massacro di Timisoara’ del Natale del 1989. Per giorni si parlò di un vero e proprio eccidio costato la migliaia di civili inermi, passati per le armi dalle truci milizie del regime nella città romena, e le immagini di ‘migliaia’ di cadaveri sepolti in una ‘fossa comune’ fecero più volte il giro del mondo diventando il simbolo di quanto accadeva in uno dei paesi dell’Europa orientale che si stava liberando dall’odiato comunismo di stampo sovietico. Ad un certo punto comparve anche un filmato che mostrava i primi corpi riesumati con evidenti tracce di “torture spaventose”; i cadaveri avevano in comune un taglio malamente ricucito che andava dal collo all’inguine…
Il presunto eccidio del Natale del 1989 a Timisoara, ‘incontrovertibilmente vero’ in quanto raccontato dalle tv e dai giornali di tutto il mondo con ‘testimonianze particolareggiate’ ed immagini a profusione, in poche settimane venne smascherato e divenne una delle bufale più inquietanti nella storia del giornalismo. I cadaveri ritratti erano solo 13 ed erano morti di morte naturale. I segni delle torture erano in realtà conseguenza delle autopsie praticate da un medico legale. Niente stragi, niente fosse comuni. Il 24 gennaio del 1990 una tv tedesca e la France Press denunciarono la messa in scena: “Tre medici di Timisoara hanno affermato che i corpi di persone decedute in modo naturale sono stati prelevati dall’istituto medico legale e dall’ospedale per essere esposti alle telecamere come vittime della Securitate”.
Ma l’industria internazionale delle bufale non si diede per vinta, avendo sperimentato la facilità con cui qualche agenzia di stampa e qualche fotoreporter possono di punto in bianco, in assenza di prove e di conferme incrociate, creare un caso e mobilitare le opinioni pubbliche. E quindi fornire ai governi e agli Stati Maggiori di Washington e dell’Unione Europea il là per potersi imbarcare in bombardamenti umanitari, invasioni preventive, occupazioni democratiche. Paradossalmente la censura, la verve propagandistica parca di notizie e il dilettantismo tipici dei media del paese preso di mira dalla ‘disinformatia’ contribuiscono a concedere credibilità alle esagerazioni e alle invenzioni prodotte con maestria professionale dall’industria internazionale della menzogna.
Scrive Federico Povoleri in un pezzo dedicato ai meccanismi della disinformazione:“Le cose da considerare in questa storia sono allo stesso tempo importanti e quasi incredibili: 1) La capacità di raggiungere in pieno un obiettivo di disinformazione a livello internazionale 2) L’accettazione acritica da parte dell’opinione pubblica di notizie che mancavano di fonti certe e attendibili 3) L’incredibile capacità di penetrazione della notizia che crebbe a dismisura attraverso leggende e false notizie di supporto 4) La dimostrazione di quanto un’informazione manipolata possa trasformare o addirittura costruire la realtà.”
Il modello, sperimentato con successo in Romania, venne infatti utilizzato di nuovo, ed in grande stile, per altri quadranti del globo dove la sete di petrolio e di territori da conquistare imponevano sanzioni prima e interventi militari poi.
Vi ricordate le armi di distruzione di massa di Saddam Hussein, con i giornali che svelavano una compravendita di materiale radioattivo con un piccolo e sconosciuto paese africano mai avvenuta? Giornalisti affermati affermavano che nel Kuwait occupato i soldati iracheni al servizio di Saddam Hussein uccidevano i neonati nelle incubatrici…
Prima ancora la fabbriche delle menzogne aveva funzionato egregiamente per giustificare i bombardamenti sulla Serbia e l’invasione della provincia del Kosovo. Si cominciarono a descrivere con dovizia di particolari le esecuzioni sommarie, le colonne di profughi bombardati dai caccia (questo avveniva davvero, solo che i caccia erano quelli della NATO decollati dalle basi militari italiane…), gli stupri di massa contro le donne kosovare, i villaggi distrutti. Siccome le opinioni pubbliche si dimostravano ancora troppo tiepide nei confronti di un intervento militare di terra, si cominciò a parlare di milioni di profughi in pericolo di vita, di eccidi indiscriminati, di pulizia etnica. A invasione conclusa le squadre forensi della FBI e della Polizia spagnola, inviate in Kosovo a caccia delle fosse comuni dove sarebbero stati sepolti decine di migliaia di civili kosovari, non ne trovarono, ma si imbatterono nei campi di prigionia e nelle sale della tortura allestite dai ‘liberatori’ dell’UCK, riconvertitisi nel frattempo nei nuovi padroni della provincia sottratta a Belgrado. (Vi consigliamo la lettura dell’articolo ‘La bufala delle fosse comuni in Kosovo. Assordante silenzio degli invasori ‘umanitari’ del Kosovo’ di John Pilger).
A quanto pare le smentite e le prove della manipolazione delle opinioni pubbliche da parte dell’industria della guerra non sono servite a molto. Oggi, di fronte a ciò che accade a Tripoli, il meccanismo all’opera è sempre lo stesso e le opinioni pubbliche – soprattutto quelle più sensibili alle tematiche umanitarie e orientate a ‘sinistra’ – sembrano accettare le varie ‘informazioni’ riportate dai media senza porsi particolari domande sulla loro veridicità. Che la maggior parte di queste siano precedute dal ‘sembra che…’, ‘si dice che…’, testimoni che vogliono rimanere anonimi affermano che…’ poco importa. Il meccanismo emotivo prende il sopravvento e rende alle cancellerie occidentali molto facile giustificare operazioni militari presentate come finalizzate a proteggere le popolazioni mentre in realtà mirano ad intervenire in territori dalle quali gli interessi dell’imperialismo erano stati esclusi od in parte limitati.
Paradossalmente sono spesso ingenue (o a volte prezzolate) Ong e associazioni di massa a pressare i governi affinché intervengano il prima possibile con sanzioni o interventi militari contro i regimi responsabili degli eccidi.
Nel caso della Libia milizie armate fino ai denti e ben organizzate vengono descritte come ‘manifestanti inermi’; non ci sono colonne di centinaia di migliaia di profughi che tentano di fuggire verso i paesi confinanti eppure la notizia continua a rimbalzare sui media italiani ed esteri; le cifre dei morti – che evidentemente comprende anche quelli di parte governativa – crescono iperbolicamente senza che se ne abbia nessuna conferma, e per giustificare che le strade non sono lastricate di cadaveri come detto nei giorni scorsi da alcuni ‘testimoni oculari’ via facebook o via twitter alcuni quotidiani hanno affermato oggi che i mercenari avrebbero scaricato i morti nel deserto gettandoli dagli aerei… Ma le prime crepe nel meccanismo della produzione di massa delle bufale di guerra cominciano ad aprirsi. E non solo sui media alternativi o più critici nei confronti del meccanismo dominante.
Oggi Il Manifesto riporta questa notizia: “Su nostra sollecitazione si è avuta la smentita ufficiale della Corte Penale Internazionale che il signor Sayed Al Shanuka o El-Hadi Shallouf non figurano né come impiegati né come responsabili di organi della Corte Penale Internazionale. Si tratta di un gravissimo episodio di disinformazione poiché da tali individui era stata fatta arrivare tramite la Tv Al Arabiya la notizia di 10 mila morti e di 50 mila feriti”. La denuncia, incredibilmente, arriva da alcuni esponenti del Partito Radicale, in prima fila nel chiedere un intervento deciso dell’Europa contro Gheddafi… Possibile che nessuno a Rainews 24, che ha dato per due giorni in tutti i suoi notiziari questa cifra sulla vittime, si sia preoccupato di verificarne la veridicità? Possibilissimo…
Anche sui tanto sbandierati bombardamenti aerei sui civili nei quartieri di Tripoli e Bengasi, più volte smentiti dagli italiani arrivati in Italia dalla Libia in questi giorni e da numerosi testimoni – questa volta forniti di nome e cognome – qualche dubbio ce lo ha anche il corrispondente de La Repubblica. Inoltre sul quotidiano in edicola oggi scrive l’inviato a Tripoli Salvatore Nigro : “Un libico (…) guardando le foto delle fosse in cui sono state sepolte alcune delle vittime dice: “Non è una fossa comune, è uno dei cimiteri di Tripoli vicino al mare, si vedono anche le sepolture più vecchie sullo sfondo”. Ma ormai è chiaro: nella guerra contro Gheddafi ci sono delle notizie diffuse senza controllo, rilanciate e trasformate in fatti veri”…
Dicendo questo non vogliamo assolutamente negare la gravità di quello che sta accadendo a Tripoli: in Libia sono in atto cruenti combattimenti tra due fazioni delle classi dirigenti all’interno di un sistema tribale che la rivoluzione di Gheddafi, degradatasi da anni in dittatura personale e famigliare, non è riuscita a scalzare. Come accade spesso nelle zone di guerra i civili sono i primi a fare le spese della violenza. Il problema è non lavorare, come si dice in questi casi, per il ‘re di Prussia’, avallando un intervento militare e neocoloniale contro il popolo libico – mascherato da operazione umanitaria -che rappresenta esattamente il contrario rispetto a quelle aspirazioni alla libertà, alla democrazia e alla giustizia sociale che stanno animando le rivolte dei popoli e dei lavoratori in tutto il Maghreb e nella penisola arabica.
25 febbraio 2011
Fonte: www.radiocittaperta.it
Guerre nel mondo
di LUCIA PALMERINI
CONFLICTS IN THE WORLD THAT DO NOT HAVE US-UN-NATO-FRANCE-BRITAIN ATTENTION BECAUSE THERE IS NO OIL, OR BECAUSE THEY ALREADY CONTROL IT.
MIDDLE-EAST
1. Iraq 140.000 deads from 2003 (+4.000)
2. Israele-Palestina 7.100 deads from 2000 (+100)
3. Turchia (Kurdistan) 45.000 deads from 1984
4. Yemen (Sciiti) 16.000 deads from 2004
5. Yemen (Tribali) 300 deads from 2010
6. Yemen (Secessionisti) 200 deads from 2009
ASIA
7. Afghanistan 61.000 deads from 2001 (+10.000)
8. Pakistan (Pashtunistan) 31.000 deads from 2004 (+5.000)
9. Pakistan (Balucistan) 1.800 deads from 2004 (+350)
10. India (Kashmir) 68.000 deads from 1989 (+400)
11. India (Assam) 52.000 deads from 1979 (+300)
12. India (Naxaliti) 13.000 deads from 1980 (+1.200)
13. Birmania (Karen) 30.000 deads from 1988
14. Thailandia-Cambogia 20 deads from 2008
15. Thailandia (Pattani) 4.200 deads from 2004 (+700)
16. Filippine (Npa) 41.000 deads from 1969 (+350)
17. Filippine (Mindanao) 71.000 deads from 1984
18. Coree 200 deads from1953 (+50)
AFRICA
19. Somalia 10.500 deads from 2006 (+3.000)
20. Etiopia (Ogaden) 4.000 deads from 1994
21. R.D.Congo (Kivu) 6.000 deads from2004
22. Uganda 100.000 deads from 1987
23. Sudan (Darfur) 300.000 deads from 2003
24. Sudan (Sud) 400 deads from2011
25. Rep.Centrafricana 2.000deads from 2003
26. Ciad 2.000 deads from 2005
27. Nigeria (Delta) 15.000 deads from 1994
28. Algeria 200.000 deads from 1992
EUROPA
29. Russia (Nord Caucaso) 50 mila deads from 1999 (+1.000)
LATIN AMERICA
30. Colombia 300.250 deads from 1964
31. Messico (Narcos) 32.000 deads from 2006 (+12.500)
(in brackets the latest news, so you have to add the 2 amounts to have the correct one)
L’Italia ha già perso la sua guerra di Libia
di DANIELE SCALEA
Dopo aver celebrato in sordina il Centocinquantenario dell’Unità, il Governo italiano ha scelto d’aggiungere ai festeggiamenti uno strascico molto particolare: una guerra in Libia. Un conflitto che sa tanto di amarcord: la Libia la conquistò Giolitti nel 1911, la “pacificò” Mussolini nel primo dopoguerra, e fu il principale fronte italiano durante la Seconda Guerra Mondiale. Questa volta, però, le motivazioni sono molto diverse.
Sgombriamo subito il campo da ogni dubbio: solo uno sprovveduto potrebbe pensare che l’imminente attacco di alcuni paesi della NATO alla Libia sia davvero motivato da preoccupazioni “umanitarie”. Gheddafi, certo, è un dittatore inclemente coi suoi avversari. Ma non è più feroce di molti suoi omologhi dei paesi arabi, alcuni già scalzati dal potere (Ben Alì e Mubarak), altri ancora in sella ed anzi intenti a soffiare sul fuoco della guerra (gli autocrati della Penisola Arabica).
L’asserzione dell’ex vice-ambasciatore libico all’ONU, passato coi ribelli, secondo cui sarebbe in atto un «genocidio», rappresenta un’evidente boutade. È possibile ed anzi probabile che Gheddafi abbia represso le prime manifestazioni contro di lui (come fatto da tutti gli altri governanti arabi), ma l’idea che abbia impiegato bombardamenti aerei (!) per disperdere cortei pacifici è tanto incredibile che quasi sarebbe superflua la smentita dei militari russi (che hanno monitorato gli eventi dai loro satelliti-spia).
Non è stato necessario molto tempo perché dalle proteste pacifiche si passasse all’insurrezione armata, ed a quel punto è divenuto impossibile parlare di “repressione delle manifestazioni”. Anche se i giornalisti occidentali, ancora per alcuni giorni, hanno continuato a chiamare “manifestanti pacifici” gli uomini che stavano prendendo il controllo di città ed intere regioni, e che loro stessi mostravano armati di fucili, artiglieria e carri armati (consegnati da reparti dell’Esercito che hanno defezionato e forse anche da patroni esterni). Da allora Gheddafi ha sicuramente fatto ricorso ad aerei contro i ribelli, ma i pur numerosi giornalisti embedded nelle fila della rivolta non sono riusciti a documentare attacchi sui civili. La stessa storia delle “fosse comuni”, che si pretendeva suffragata da un’unica foto che mostrava quattro o cinque tombe aperte su un riconoscibile cimitero di Tripoli, è stata presto accantonata per la sua scarsa credibilità.
La guerra civile tra i ribelli ed il governo di Tripoli, che prosegue – a quanto ne sappiamo – ben poco feroce, giacché i morti giornalieri si contano sulle dita di una o al massimo due mani, stava volgendo rapidamente a conclusione. Il problema è che a vincere era, agli occhi d’alcuni paesi atlantici, la “parte sbagliata”. La storia – in Krajina, in Kosovo, persino in Iràq – ci ha insegnato che, generalmente, gl’interventi militari esterni fanno più vittime di quelle provocate dai veri o presunti “massacri” che si vorrebbero fermare. In Krajina, ad esempio, i bombardamenti “umanitari” della NATO permisero ai Croati d’espellere un quarto di milione di serbi: una delle più riuscite operazioni di “pulizia etnica” mai praticate in Europa, almeno negli ultimi decenni.
Le motivazioni reali dell’intervento, dunque, sono strategiche e geopolitiche: l’umanitarismo è puro pretesto. In questo sito si può leggere molto sulle reali motivazioni della Francia, degli USA e della Gran Bretagna (vedasi, ad esempio: Intervista a Jacques Borde; Libia: Golpe e Geopolitica di A. Lattanzio; La crisi libica e i suoi sciacalli di S.A. Puttini). Motivazioni, del resto, facilmente immaginabili. Qui ci sofferemo invece sulle scelte prese dal Governo italiano.
Cominciamo dall’inizio. Prima dell’esplodere dell’insurrezione, l’Italia ha un rapporto privilegiato con la Libia. Il nostro paese è innanzi tutto il maggiore socio d’affari della Jamahiriya: primo acquirente delle sue esportazioni e primo fornitore delle sue importazioni. La Libia vende all’Italia quasi il 40% delle sue esportazioni (il secondo maggior acquirente, la Germania, raccoglie il 10%) e riceve dalla nostra nazione il 18,9% delle sue importazioni totali (il secondo maggiore venditore, la Cina, fornisce poco più del 10%). La dipendenza commerciale della Libia dall’Italia è forte, dunque, ma è probabile che il rapporto abbia maggiore valenza strategica per noi che per Tripoli. La Libia possiede infatti le maggiori riserve petrolifere di tutto il continente africano (per giunta petrolio d’ottima qualità), è geograficamente prossimo al nostro paese e dunque si profila naturalmente come fornitore principale, o tra i principali, di risorse energetiche all’Italia. La nostra compagnia statale ENI estrae in Libia il 15% della sua produzione petrolifera totale; tramite il gasdotto Greenstream nel 2010 sono giunti in Italia 9,4 miliardi di metri cubi di gas libico. I contratti dell’ENI in Libia sono validi ancora per 30-40 anni e, malgrado l’atteggiamento italiano che analizzeremo a breve, Tripoli li ha confermati il 17 marzo per bocca del ministro Shukri Ghanem. Attualmente la Libia concede ad imprese italiane tutti gli appalti relativi alla costruzione d’infrastrutture, garantendo così miliardi di commesse che si ripercuotono positivamente sull’occupazione nel nostro paese. Infine la Libia, che grazie alle esportazioni energetiche è un paese relativamente ricco (ha il più elevato reddito pro capite dell’Africa), investe in Italia gran parte dei suoi “petrodollari”: attualmente ha partecipazioni in ENI, FIAT, Unicredit, Finmeccanica ed altre imprese ancora. Un apporto fondamentale di capitali in una congiuntura caratterizzata da carenza di liquidità, dopo la crisi finanziaria del 2008.
Tutto ciò fa della Libia un caso più unico che raro, dal nostro punto di vista, tra i produttori di petrolio nel Mediterraneo e Vicino Oriente. Quasi tutti, infatti, hanno rapporti economici privilegiati con gli USA e con le compagnie energetiche anglosassoni, francesi o asiatiche.
La relazione italo-libica è stata suggellata nel 2009 dal Trattato di Amicizia, Partenariato e Cooperazione, siglato a nome nostro dal presidente Silvio Berlusconi ma derivante da trattative condotte già sotto i governi precedenti, anche di Centro-Sinistra. Tale trattato, oltre a rafforzare la cooperazione in una lunga serie di ambiti, impegnava le parti ad alcuni obblighi reciproci. Tra essi possiamo citare: il rispetto reciproco della «uguaglianza sovrana, nonché tutti i diritti ad essa inerenti compreso, in particolare, il diritto alla libertà ed all’indipendenza politica» ed il diritto di ciascuna parte a «scegliere e sviluppare liberamente il proprio sistema politico, sociale, economico e culturale» (art. 2); l’impegno a «non ricorrere alla minaccia o all’impiego della forza contro l’integrità territoriale o l’indipendenza politica dell’altra Parte» (art. 3); l’astensione da «qualsiasi forma di ingerenza diretta o indiretta negli affari interni o esterni che rientrino nella giurisdizione dell’altra Parte» (art. 4.1); la rassicurazione dell’Italia che «non userà, né permetterà l’uso dei propri territori in qualsiasi atto ostile contro la Libia» e viceversa (art. 4.2); l’impegno a dirimere pacificamente le controversie che dovessero sorgere tra i due paesi (art. 5).
L’Italia è dunque arrivata all’esplodere della crisi libica come alleata di Tripoli, legata alla Libia dalle clausole – poste nero su bianco – di un trattato, stipulato non cent’anni fa ma nel 2009, e non da un governo passato ma da quello ancora in carica.
L’atteggiamento italiano, nel corso delle ultime settimane, è stato incerto ed imbarazzante. Inizialmente Berlusconi dichiarava di non voler “disturbare” il colonnello Gheddafi (19 febbraio), mentre il suo ministro Frattini agitava lo spettro di un “emirato islamico a Bengasi” (21 febbraio). Ben presto, però, l’insurrezione sembrava travolgere le autorità della Jamahiriya e l’atteggiamento italiano mutava: Frattini inaugurava la corsa al rialzo delle presunte vittime dello scontro, annunciando 1000 morti (23 febbraio) mentre Human Rights Watch ancora ne conteggiava poche centinaia; il ministro della Difesa La Russa (non si sa in base a quali competenze specifiche) annunciava la sospensione del Trattato di Amicizia italo-libica, sospensione per giunta illegale (27 febbraio). Gheddafi riesce però a ribaltare la situazione e parte alla riconquista del territorio caduto in mano agl’insorti. Man mano che le truppe libiche avanzano, il bellicismo in Italia sembra spegnersi: il ministro Maroni arriva ad invitare gli USA a «darsi una calmata» (6 marzo). Ma la risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU del 17 marzo, che dà il via libera agli attacchi atlantisti sulla Libia, provoca una brusca virata della diplomazia italiana: il nostro governo mette subito a disposizione basi militari ed aerei per bombardare l’ormai ex “amico” e “partner”.
È fin troppo evidente come il Governo italiano abbia, in questa vicenda, manifestato un atteggiamento poco chiaro e molto indeciso; semmai, s’è palesata una spiccata propensione ad ondeggiare a seconda degli eventi, cercando di volta in volta di schierarsi col probabile vincitore. Come già in altre occasioni recenti di politica estera, il Capo del Governo è parso assente, lasciando che suoi ministri dettassero o quanto meno comunicassero alla nazione la linea dell’Italia. L’ambivalenza ha scontentato sia il governo libico, che s’aspettava una posizione amichevole da parte di Roma, sia i ribelli cirenaici, che hanno ricevuto sostegno concreto dalla Francia e dalla Gran Bretagna ma non certo dall’Italia. Infine, il Trattato di Amicizia, siglato appena due anni fa, è stato stracciato e Berlusconi si prepara, seppur sotto l’égida dell’ONU, a scendere in guerra contro la Libia.
Qualsiasi sarà l’esito dello scontro, l’Italia ha già perduto la sua campagna di Libia. I nostri governanti, memori della peggiore specialità nazionale, hanno celebrato il Centocinquantenario dell’Unità con un plateale voltafaccia ai danni della Libia: una riedizione tragicomica del dramma dell’8 settembre 1943. Questa volta non sarà l’Italia stessa, ma l’ex “amica” Libia, ad essere consegnata ad una guerra civile lunga e dolorosa, che senza ingerenze esterne si sarebbe conclusa entro pochi giorni.
Ma non si sta perdendo solo la faccia e l’onore. Le forniture petrolifere e le commesse, comunque finirà lo scontro, molto probabilmente passeranno dalle mani italiane a quelle d’altri paesi: se non tutte, in buona parte. Se vincerà Gheddafi finiranno ai Cinesi o agl’Indiani; se vinceranno gl’insorti ai Francesi ed ai Britannici; in caso di stallo e guerra civile permanente in Libia resterà poco da raccogliere. Se non ondate d’immigrati ed influssi destabilizzanti per tutta la regione.
19 marzo 2011
Fonte: www.eurasia-rivista.org
Daniele Scalea è redattore di “Eurasia” e segretario scientifico dell’IsAG, è autore de La sfida totale (Roma 2010). È co-autore, assieme a Pietro Longo, d’un libro sulle rivolte arabe di prossima uscita.
Repressione in Bahrain
di TONINO
La straordinaria esperienza di mobilitazione democratica del Bahrain è stata schiacciata nel sangue con l’intervento delle forze armate saudite.
Vivo qui in Bahrain e sono stato testimone di un risveglio di coscienza politica e sociale avanzatissimo. Dopo i primi scontri e le prime violenze la vecchia leadership sciita è stata scavalcata ed esautorata da una nuova generazione di protagonisti: i giovani e le donne. Hanno saputo prendere in mano l’organizzazione della lotta politica, con metodi assolutamente pacifici e di massa, un’organizzazione capillare ed obiettivi e parole d’ordine assolutamente chiari e trasparenti: libertà e democrazia.
I giornalisti come Michele Giorgio e l’inviato di Repubblica hanno potuto constatare la situazione e ne hanno dato conto con servizi puntuali e rigorosi.
Bene, a questo punto chiedo che i democratici si facciano carico di una mobilitazione almeno pari a quella portata avanti nei confronti degli insorti libici, che non erano né pacifici né disarmati, che non avevano piattaforme politiche così trasparenti, che erano sponsorizzati dai servizi segreti di mezzo mondo e da quello stesso Consiglio del Golfo che ha mandato i carri armati qui in Bahrain.
Chiedo che si faccia pressione perchè l’Unione Europea prenda posizione in modo altrettanto deciso contro i governi bahrenita e saudita, che la Corte Penale Internazionale agisca con la stessa prontezza dimostrata per la Libia, che la pletora agenzie e organizzazioni preposte alla difesa dei diritti umani dia un’occhiata anche da queste parti.
Chiedo che le grandi firme e i padrini nobili della sinistra si spendano anche per questa causa, forse più difficile, perchè non devono schierarsi contro un “dittatore pazzo”, ma contro uno dei nodi più potenti e oscuri del potere occidentale sul petrolio: le monarchie del golfo.
Il Bahrain è un piccolo paese, ma, con il sostegno e la solidarietà dell’opinione pubblica progressista (se esiste e qualunque cosa voglia dire), poteva mettere in crisi, con la sola forza del pacifismo e della mobilitazione di massa, un potere senza alcuna legittimità e alcun appoggio popolare, che si regge su un’oppressione medievale (Arabia Saudita), sulla schiavitù di massa (Emirati), sulla corruzione di rendite petrolifere immense (tutti). Non si è voluta cogliere questa opportunità, preferendo correre dietro a mobilitazioni più rassicuranti (Tunisia ed Egitto, dove il popolo si mobilitava, ma comunque dietro rimaneva, rassicurante e a garanzia degli interessi occidentali, l’esercito; oppure Libia, dove si poteva comunque dare addosso aggratis al mostro di turno).
Adesso abbiamo una occupazione militare con i carri armati per le strade. Abbiamo le forze speciali che tutte le notti rastrellano con metodi nazisti villaggi e quartieri entrando nelle case e sequestrando gli oppositori, la cui sorte resta ignota.
Che vogliamo fare? Ce la facciamo a stracciarci qualche veste anche per l’opposizione bahrenita?
20 Marzo 2011
Fonte: Nota facebook
L’economia non è bella, né giusta, né piacevole
di PAUL KRUGMAN

Paul Krugman
Tutte le volte che faccio presente che la Seconda guerra mondiale pose fine alla Grande Depressione ricevo un sacco di lettere e messaggi nei quali mi si accusa di essere un guerrafondaio. Consentitemi di affermare una cosa: l’economia non è un’operetta morale. Non è una storia a lieto fine, nella quale la virtù è premiata e il vizio è castigato. L’economia di mercato è un sistema che persegue scopi organizzativi – il più delle volte si rivela un sistema abbastanza buono, ma non sempre -, e in ogni caso non è improntato ad alcun contenuto morale.
Non necessariamente i ricchi meritano la ricchezza che possiedono, e di sicuro i poveri non si meritano la loro condizione di indigenza. Nondimeno, noi accettiamo le notevoli sperequazioni di questo sistema in quanto i sistemi privi di qualsivoglia tipo di disuguaglianza non funzionano. (Prima che qualcuno apra bocca – “Aha! Krugman ammette la verità della supply-side economics, la politica dell’offerta!!” -, sto dicendo solo che esistono alcuni limiti oggettivi).
Quando oltretutto ci troviamo in difficoltà, con un’economia in piena depressione nella quale è difficile creare una domanda adeguata e ottenere la piena occupazione – soprattutto perché i tassi di interesse a breve termine sono più alti rispetto al limite inferiore zero –, la natura essenzialmente amorale dell’economia diventa ancor più evidente.
Come ho avuto modo di ribadire più volte, si tratta di una situazione nella quale la virtù si trasforma in vizio e la prudenza si tramuta in follia; per risolverla, è necessario dunque che qualcuno spenda di più, anche se spendere in effetti non è particolarmente saggio.
Quando le nazioni si ritrovano alle prese con questo dilemma, tendono a prevalere le teorie convenzionali, quantunque non dovrebbero.
In particolare, pare che non si riesca mai ad approvare una spesa pubblica che sia dell’entità necessaria. Questo è il motivo che indusse l’economista britannico John Maynard Keynes negli anni Trenta a proporre in modo spiritoso di seppellire nelle miniere di carbone bottiglie piene di soldi contanti, così che la gente potesse disseppellirle. Dal momento che qualsiasi proposta volta a incentivare la spesa pubblica per cose che avrebbero potuto essere utili era sistematicamente respinta in considerazione di un eccesso di cautela e di efficienza (vi suona familiare?), Keynes propose quindi di spendere in modo del tutto insulso.
Ciò che alla fine tornò utile fare negli anni Trenta (spendere per la guerra) si rivelò di fatto distruttivo, una sorta di scherzo crudele giocato dagli déi dell’economia. Sarebbe stato di gran lunga meglio se la Depressione si fosse conclusa spendendo per cose utili – come strade e ferrovie, scuole e parchi – , però non si raggiunse mai il consenso politico necessario a procedere a una spesa adeguatamente grande. Il mondo ebbe bisogno di Hitler e di Hiroito.
E che dire dell’affermazione comune secondo la quale gli Stati Uniti all’indomani della Depressione poterono prosperare soltanto perché i loro concorrenti erano rovinati a causa della guerra? È del tutto errata. In primis, sia prima sia immediatamente dopo la guerra i commerci erano un elemento del tutto secondario nell’economia americana: le importazioni e le esportazioni costituivano una percentuale di gran lunga inferiore rispetto a oggi del prodotto interno lordo. Per alcuni anni, alla fine degli anni Quaranta, in effetti ci fu un aumento dei commerci, dovuto in parte agli effetti del Piano Marshall che permise alle economie allo sfascio di comperare maggiormente dagli Stati Uniti – potremmo affermare che fu una sorta di stimolo fiscale – , ma si trattò in ogni caso di un fenomeno assolutamente passeggero.
Se è vero che la guerra aveva messo in ginocchio buona parte dei nostri concorrenti di oltreoceano, è altresì vero che aveva messo in gravi difficoltà anche buona parte dei nostri stessi clienti, giacché in sostanza si trattava in linea di massima delle medesime persone. In genere, la devastazione è sempre un male per gli affari.
Traduzione di Anna Bissanti
19 Novembre 2010
Fonte: www.ilsole24ore.com


Da sempre sono appassionata di temi riguardanti l’economia e la politica ed attraverso questo blog spero di condividere idee ed opinioni con gli altri.
