Lucia Palmerini

parole in libertà … speak freely

Eco, il vecchio trombone: “Cav come hitler”

di FILIPPO FACCI

Questa non è un’esercitazione, ripetiamo, non è un’esercitazione, c’è una rivoluzione culturale in corso e non ve me siete accorti: siete così presi da voi stessi e dalle vostre scaramucce – la crisi, le rate della macchina, trecentomila libici incazzati che premono dal Mediterraneo – da non aver neppure percepito quale straordinaria concatenazione si sia dipanata negli scorsi giorni, e cioè: 1) la manifestazione del Palasharp; 2) la manifestazione femminile «Se non ora, quando?»; 3) la manifestazione canora di Sanremo con vittoria significativa di Roberto Vecchioni; 4) altre manifestazioni di maturazione civile in ordine sparso, tipo: la frase in cui Rosy Bindi spiega che Berlusconi è già stato condannato dagli italiani, il sobrio corsivo di Massimo Fini sul «Fatto Quotidiano» in cui invita la popolazione a ribellarsi come gli africani, il distensivo paragone operato da Umberto Eco a Gerusalemme, ieri, in cui ha paragonato Berlusconi a Hitler. Da dove cominciamo?

CANZONI DI LOTTA
Da Sanremo, of course. Perché voi magari pensate che abbia vinto una canzonetta come un’altra: e invece «C’è qualcosa, nel successo strappato a Sanremo dalla canzone di Vecchioni», ha scritto Barbara Spinelli sulla prima pagina di «Repubblica», «che ci consente di vedere con una certa chiarezza lo stato d’animo di tanti italiani: qualcosa che rivela una stanchezza diffusa nei confronti del regime che Berlusconi ha instaurato 17 anni fa». Non ve ne siete accorti? Sono tutti «episodi come inanellati in una collana: le manifestazioni che hanno difeso la dignità delle donne; la potenza che emana dalle recite di Benigni; il televoto che s’è riversato su una canzone non anodina, come non anodine erano le canzoni di Biermann nella Germania Est».  È così, è così: ciò che non può il voto, forse, può il televoto. Ma poi: non l’avete letta l’intervista del «Riformista» alla moglie di Vecchioni, Daria Colombo, già santificata da Gad Lerner all’Infedele? E allora siete indietro, non avete capito che «dopo il Palasharp, la vittoria di Roberto è un altro segnale della riscossa di quell’Italia che vuole voltare pagina e lasciarsi alle spalle i danni del berlusconismo», non l’avete compreso «l’operazione culturale», Voi guardavate Belen. Daria Colombo non è mica la prima scema che passa, è una fondatrice dei Girotondi, un’amica di «Nanni», una che ha capito – febbraio 2011 – che «Bersani deve andare dalla De Filippi», così come l’hanno capito, parole sue, «Filippo Rossi di Farefuturo», persino «Al Bano». Non che la mannaia del regime non abbia cercato di calare sulla rivoluzione culturale di Roberto: «gli avevano chiesto di cambiare alcune parti del testo, “Chi ha vent’anni e se ne sta a morire / in un deserto come in un porcile», ed è un chiaro riferimento al Bunga Bunga, un passaggio sofisticato e celato in «una canzone bellissima con un testo bellissimo». Parentesi: non badate ai collaborazionisti alla Luca Sofri,  direttore del quotidiano online «Il Post» e autore, l’altro ieri, di critiche immotivate: «Io penso che la canzone di Vecchioni fosse molto brutta: imbarazzantemente didascalica nel testo, trombona, banale di una banalità pigra e povera, esempio tra i peggiori di un repertorio infantile noi-puri-contro-i-potenti-cattivi, imbarazzantemente paternalistica e demagogica. E penso che abbia guadagnato consensi esattamente per queste pigre ragioni: facile, demagogica, buona per pensare che il mondo fa schifo per colpa di certi cattivi e autoconsolarsi, utile a ricordare a una vecchia generazione i suoi vecchi tempi e a rifilare a una nuova generazione qualche slogan di quelli facili che da giovani ci piacciono tanto». E ancora: «Gino Castaldo su «Repubblica» ha sostenuto che grazie alla canzone vincitrice a Sanremo è tornata la buona musica, rendiamoci conto. Gad Lerner ha avuto simili toni… Altri hanno reagito allo stesso modo, succubi di una cultura che da una parte contestano e dall’altra desiderano li accolga». Come a dire che Sanremo non si è spostata di una virgola, ma è certa sinistra a esserci entrata con tutte le scarpe: come quando dissero che la vittoria di Vladimir Luxuria all’Isola dei Famosi fosse una vittoria per i diritti dei gay.
Critiche ingenerose, queste: roba che non potrà fermare la rivoluzione culturale né quella giudiziaria, tanto che Rosy Bindi l’altro ieri l’ha detto: «Per quanto Berlusconi farà di tutto per non presentarsi a giudizio, ormai è il giudizio del popolo italiano che lo ha dichiarato colpevole».  Chiusa lì, siamo al giudizio immediatissimo, al processo brevissimo, anzi, c’è già stato, esattamente come già disse – si perdoni la citazione – il procuratore Francesco Saverio Borrelli il 17 novembre 1993: «In questo specifico universo che va sotto il nome di Mani pulite, le conseguenze politiche possono essere tratte prima ancora di attendere la verifica dibattimentale… Il grande processo pubblico è già avvenuto». Chi se ne frega dei processi, non capite la rivoluzione? Che fareste, voi, attendereste la Cassazione per condannare Hitler? L’ha detto bello chiaro Umberto Eco ieri a Gerusalemme, dove partecipava a una fiera. Gli avevano chiesto: «Berlusconi è paragonabile a Gheddafi e Mubarak?»; e lui: «No, il paragone, intellettualmente parlando, potrebbe essere fatto con Hitler: anche lui giunse al potere con libere elezioni».

A CACCIA DI GIOVANI
Parole sante, e non dite che tutti coloro che vincono le elezioni allora sono come Hitler, non cavillate, cercate di rapportarvi al momento storico: perché non vi ribellate, piuttosto? Anzi, «perché non ci ribelliamo?» come ha titolato «Il Fatto» di martedì, per la penna di Massimo Fini? I buoni motivi per farlo, Fini, li ha snocciolati con pazienza, e allora che problema c’è? Che aspetta, anche lui? La risposta è terribile: «Io bazzico bar frequentati da impiegati, da piccoli manager, da lavoratori del terziario e un’antica piscina meneghina, la Canottieri Milano, dove si sono rifugiati, come in uno zoo per animali in estinzione, i cittadini di una Milano che fu, gente anziana. Tutti schiumano rabbia impotente». Eccolo il solo e autentico problema che sovrasta la rivoluzione culturale: Massimo Fini è anziano, i suoi amici pure, Umberto Eco anche, Roberto Vecchioni non è più un giovanotto, Barbara Spinelli non è più una signorina, Rosy Bindi lasciamo perdere: e la rivoluzione non è un pranzo di gala. Servirebbero le giovani energie di questa neo-generazione di bamboccioni bastardi, ma si fanno tremendamente i cazzi loro. Ma finirà, oh se finirà.

24 febbraio 2011

Fonte: www.libero-news.it

25 febbraio 2011 Pubblicato da | Politica, Società | , , , , , | Lascia un commento

Le colpe dei vecchi come De Rita

di LUCIA PALMERINI

Nell’editoriale del Corriere della Sera del 22 gennaio, il giornalista nonché sociologo De Rita assolve i vecchi dalle colpe attribuitegli dalle nuove generazioni. L’articolo, che si stenta a credere possa essere pubblicato da un quotidiano come il Corriere della Sera, è un insieme di luoghi comuni, affermazioni indifendibili e platealmente smentite dalla realtà che ci circonda.

Per De Rita i vecchi che ancora lavorano, così come il monaco che pianta tiglio per i suoi successori, sono una fonte importantissima che mostra come “i vecchi hanno funzionato ed ancora funzionano”. Secondo la sua opinione tali vecchi “funzionano” perché sono accomunati da vocazione in quanto “hanno emotivamente scelto il proprio campo di impegno”, fedeltà poiché “hanno fatto solo un lavoro, senza troppo saltabeccare”, tenacia e continuità.

Ma De Rita si scorda che la società che tali vecchi hanno costruito e con la quale i giovani si trovano a dover fare i conti è contraddistinta da precarietà, flessibilità e raccomandazioni. Per dirla più semplicemente, la società non permette di scegliere un campo di impegno, non permette di svolgere un unico lavoro anzi obbliga a cambiarlo frequentemente e non prospetta certezze per il proprio futuro al di la di tenacia, grinta e forza di volontà messe in atto.

Le caratteristiche fondamentali per avere successo elencate da De Rita sarebbero servite negli Anni ’70-80 ma non certo nel nuovo millennio. Per un giovane trovare un’occupazione è difficilissimo a prescindere e diventa quasi impossibile trovarla nel ramo verso il quale ci si sente maggiormente portati. Parlare di fedeltà nei confronti di un lavoro che non prospetta nessuna certezza per il futuro è fuori luogo o comunque un pessimo scherzo. Con questo non credo che la flessibilità e la precarietà sia un male per la nostra società ma credo che il modo in cui viene usata sia il suicidio di ogni progetto per un qualunque giovane.

Le argomentazioni di De Rita decadono del tutto se aggiungiamo che giovani dediti al lavoro, fedeli, tenaci e  continui, per dirla con le sue stesse parole, vengono messi da parte da vecchi superiori per far spazio a raccomandati “infedeli, senza vocazione, discontinui ed incapaci”.

Nell’articolo De Rita parla di vecchi che non hanno partecipato a primarie, a talk-show, alla distruzione della cosa pubblica: ma mi domando allora secondo lui chi è il responsabile di Tangentopoli, della parentopoli presente nelle amministrazioni pubbliche, nelle università, negli ospedali, chi ha distrutto il sistema sanitario, chi ha appoggiato scellerate politiche di assunzione per consolidare il proprio potere fino a far collassare interi comuni ed enti.

Forse il signor De Rita, dall’alto dei suoi 79 anni, con il potere che detiene e da bravo cattolico quale è, sta cercando l’assoluzione per le colpe della sua generazione, non sia mai che le porte del Paradiso siano chiuse. Ma Dio perdona per molto meno senza bisogno di scrivere articoli di tal genere.

29 GENNAIO 2011

Fonte: www.diebrucke.it

29 gennaio 2011 Pubblicato da | Società | , , , , | Lascia un commento

Un malinteso giovanilismo

di GIUSEPPE DE RITA

Le colpe che i vecchi non hanno

Giuseppe De Rita

Nelle ultime settimane si è accentuata la già alta e preoccupata attenzione sul futuro dei nostri giovani, anche con un inizio di istruttoria di colpevolezza. Così sono stati additati via via come colpevoli i vecchi che non lasciano il campo; i quaranta-cinquantenni che non hanno saputo gestire lo sviluppo attuale e futuro; le famiglie che, fra calore materno ed ausilio nonnesco, non rendono autonomi i loro figli e nipoti; la sovrastante offerta di beni e servizi che rende i giovani incapaci di desiderare alcunché; la stessa società, che non riesce a dar senso collettivo alle vite individuali; ed anche gli stessi giovani, poco propensi a rischiare avventure e responsabilità personalizzate.

Tanti colpevoli, nessun vero colpevole, verrebbe da dire. È utile invece un esame di coscienza che eviti il rimpallo circolare delle responsabilità e dei vittimismi e metta a fuoco quali meccanismi e processi culturali e sociali ognuna delle categorie citate mette in campo.

Cominciamo dai vecchi, la categoria che ha trascorso tutta la vita in questa società e che quindi più profondamente la conosce e ne interpreta i movimenti. Le accuse sono note: diffondono un’immagine quasi visiva dell’invecchiamento; esprimono con evidenza la rinuncia a progettare il futuro; espandono crescenti macchie di egoismo individuale e di gruppo; instillano germi di scetticismo e di cinismo; si rintanano in finora inusuali modi del vivere quotidiano (la residenza in piccoli borghi tranquilli o la breve passeggiatina con la badante). Vecchi e produttori del vecchio? In verità, se penso ai tanti amici coetanei che ancora lavorano oltre i 70 anni avverto in essi la determinazione a far sì che il loro vissuto possa avere un senso nel futuro di altri. C’è il vecchio monaco che continua a piantare filari di tigli perché chi seguirà possa goderne l’ombra e l’odore (metafora di più profondi filari di fede e di speranza); c’è il vecchio direttore di giornale che continua a credere in un messaggio patriottico anche rudimentale; c’è il vecchio presidente di grande banca che continua a riproporre il nesso fra etica, responsabilità, efficienza aziendale; ci sono la vecchia attrice e il vecchio attore (in questo periodo a Roma) che continuano a proporre una ironia ed una comicità lontane dalla guazza parolacciara oggi di moda; c’è il vecchio dirigente Rai che continua a trasmettere cultura contadina; c’è il vecchio giornalista televisivo che scrive un libro su Casanova (e ne discute con un vecchio regista) per dimostrare che il libertinismo è cosa più seria di quanto voglia far oggi credere uno scadente giornalismo gossip; c’è il vecchio ricercatore sociale che continua a proporre alla nostra società momenti ed occasioni di autocoscienza collettiva; c’è anche il presidente della Repubblica che continua a delineare e proporre gli assi di giusta progressione del sistema.

In tante decisive componenti della nostra vita associata, i vecchi allora funzionano. E non in termini di puro potere mandarino. Chi abbia infatti decifrato i personaggi sopra anonimamente citati avrà colto che in essi ci sono alcune componenti comuni, di profondo significato per i giovani che «si affacciano alla vita»: una componente di vocazione (hanno emotivamente scelto il proprio campo di impegno); una componente di fedeltà all’oggetto (hanno fatto solo un lavoro, senza troppo saltabeccare); una componente di tenacia, quasi di testardaggine nell’andare sempre nella stessa direzione; una componente di serena continuità («continuano » è il termine volutamente sopra ripetuto).

Si ricordino i giovani che senza queste quattro componenti non si fanno passi in avanti: nella classe dirigente, nel lavoro manuale, nella stessa uscita dal precariato e dall’incertezza. Ma i vecchi non hanno avuto solo virtù, ma anche fortuna, multipla e sfacciata; visto che sono riusciti a scampare a tutta la retorica del nuovo e della discontinuità che ha imperato per anni in Italia; non hanno dovuto partecipare a competizioni elettorali e meno ancora alle cosiddette primarie; non hanno perso tempo nei meccanismi di rilevazione e valutazione «del merito» scolastico e universitario (anche nelle lotterie dei concorsi); non sono stati parte (attiva o passiva) del demenziale spoil-system che ha distrutto ogni processo di continuativa evoluzione della macchina pubblica; non hanno ceduto alla tentazione di farsi rottamatori; non hanno per affermarsi dovuto o voluto partecipare a qualsivoglia talk show televisivo. Hanno respirato libertà rispetto alla cultura regnante del periodo. In conclusione la categoria non sembra aver colpe gravi verso le giovani generazioni; ma avendo nel tempo constatato quanto male abbiano fatto le malintese e «moderne» opzioni di nuovismo, discontinuità e giovanilismo, ai vecchi va il rimprovero e forse la condanna di non averle contrastate.

22 Gennaio 2011

Fonte: www.corriere.it

22 gennaio 2011 Pubblicato da | Società | , , , | 1 commento

La voglia (tormentata) di crescere in Italia

di ALESSIA RASTELLI

I giovani, il lavoro le scelte

Storie di chi vuole «segnare una differenza» e cambiare «almeno il pezzo di mondo attorno a sé»

MILANO - «La cosa importante per me è segnare sempre una differenza» disse lei. «Insomma, cambiare qualcosa, capisci?». Sono le prime parole di Emma Morley in Un giorno, romanzo-viaggio dalla giovinezza all’età adulta firmato dal britannico David Nicholls. In Italia il libro è diventato negli ultimi mesi un bestseller. Ma per noi, i cosiddetti «giovani» — chi scrive è nata nel 1982 —, immaginare nel nostro Paese una crescita personale o cambiamenti collettivi non è altrettanto scontato.

BLOCCATI – Già emarginati dalla politica — under 35 solo il 5,6% dei parlamentari eletti nell’ultima legislatura — anche nel lavoro i ragazzi sperimentano una realtà asfittica e bloccata. Tre su dieci sono disoccupati, secondo le stime Istat relative allo scorso novembre. Oltre 2,5 milioni i precari nel terzo trimestre del 2010. Scarsa la mobilità sociale: «Luogo di nascita e caratteristiche dei genitori continuano a pesare molto più delle qualità personali» ha denunciato il governatore della Banca d’Italia Mario Draghi. E anche chi ha ricevuto in sorte le possibilità (e le capacità) di una formazione di alto livello, e al momento lavora, rischia di sentirsi frustrato e percepito più come un problema che una risorsa. «Vai all’estero», si sente ripetere di frequente. Meritocrazia, rapidità di carriera, stipendi più alti, incarichi adeguati alla propria preparazione, flessibilità piuttosto che precarietà, le principali attrattive.

Liliana Grassi

RESTARE - Eppure non tutte le menti brillanti se ne vanno (o possono andarsene). E restano anche loro qui, a fare i conti con un’immobilità che può minacciare persino la vita privata e la circolazione delle idee. «Una realtà “piatta” come la nostra fa franare tutti i soggetti presenti e in particolare la loro capacità e il loro vigore» avverte il Rapporto Censis sulla situazione sociale del Paese 2010. «Non veniamo trattati come adulti, non ci chiamano “uomini” e “donne” ma “ragazzi”. E chi è più originale rischia di essere additato come strano o pazzo» osserva Liliana Grassi, 29 anni, spezzina, laurea in Lettere e dottorato alla Normale di Pisa, ora in cerca di una collocazione universitaria. All’estero però non vorrebbe andare: «Dall’Italia ho ricevuto molto, soprattutto per la mia formazione. Mi piacerebbe contribuire a renderla un Paese migliore». Come lei, molti altri «cervelli» che hanno deciso di restare. Convinti nella maggior parte dei casi che spetti alla politica intervenire sulle emergenze — come il mercato del lavoro, per l’appunto —, individuano tuttavia nella creatività, nello spirito imprenditoriale, nella solidarietà sociale e nella necessità di fare rete, alcune strategie da cui ripartire.

Andrea Rizzi

CAMBIAMENTO – Andrea Rizzi, 31 anni, di Follonica, fisico al Politecnico federale di Zurigo, impegnato a Ginevra in uno degli esperimenti dell’acceleratore del Cern, rientrerà in Italia grazie al programma per giovani ricercatori «Rita Levi Montalcini», finanziato dal ministero dell’Istruzione. «Tornare può voler dire una carriera più lenta e incerta ma credo ne valga la pena». Per la qualità della vita e delle relazioni umane. Ma anche per cercare di «aggiustare» il Paese: «In un generale clima di omologazione, la creatività e l’arte di arrangiarsi tipiche degli italiani possono diventare un punto di forza. È importante però nutrirle moralmente e culturalmente perché non degenerino in esercizio della furbizia. Sarebbe anche importante, per la nostra generazione, tornare a indignarsi per le ingiustizie in ogni loro forma, smettere di considerarle inevitabili».

Silvia Giuliani e Alessandro Pradelli

INIZIATIVA – Puntare sulla cultura la scommessa, in maniera diversa, di Alessandro Pradelli, 26 anni, torinese, e di Silvia Giuliani, 30, maceratese. Il primo, ingegnere, ha coniugato imprenditoria e narrativa nell’iniziativa editoriale «Progetto Letterario Alga». «Insieme con altri cinque giovani, sono riuscito a vendere libri a tre euro — racconta —. Un modo per incentivare la lettura e promuovere lo spirito critico che spesso manca nel Paese». Silvia, invece, insegna latino e greco in un istituto paritario di ispirazione francescana, nel fiorentino. Nonostante la laurea e il dottorato con il massimo dei voti, ha trovato sbarrate le porte dell’accademia e della scuola pubblica. Ma proprio nell’attuale realtà in cui lavora è riuscita a scoprire «il valore del produrre e trasmettere autentica conoscenza». «In Italia esistono molte realtà associative simili al mio istituto e credo che possano giocare un ruolo importante nella formazione delle nuove generazioni», osserva.

Fabio Oliva

«RETE» - Promuovere questa capacità di associarsi anche tra i giovani è, d’altra parte, una delle strade intraprese dai ragazzi italiani più impegnati nel cambiamento. Ne è un esempio Rena, Rete per l’eccellenza nazionale, gruppo indipendente e no-partisan nato con l’obiettivo di rendere l’Italia «un Paese aperto, responsabile, trasparente ed equilibrato». «Per riuscirci — spiega Fabio Oliva, uno dei fondatori, funzionario Onu di 32 anni che lavora a Torino — cerchiamo di unire le nostre competenze e metterle al servizio di specifici progetti». Free as the web e (In)formiamoci!, alcune delle iniziative in corso: volta a promuovere la libertà di Internet la prima, destinata ai ragazzi delle superiori la seconda. «Incontriamo gli studenti — spiega Fabio — per mettere a disposizione le nostre esperienze, per incoraggiarli a rischiare e a realizzarsi». A «essere coraggiosi, osare, lasciare il segno», come insiste Emma Morley nel primo capitolo di Un giorno, intitolato Il futuro. «Non proprio per cambiare il mondo. Ma almeno il piccolo pezzo intorno a sé».

14 gennaio 2011

Fonte: www.corriere.it

16 gennaio 2011 Pubblicato da | Cultura, Scuola ed Universita', Società | , , , , , | Lascia un commento

Ecco gli italiani dai piedi leggeri

di FRANCO LA CECIA

C’è una nuova classe, apparentemente invisibile, che si sta formando da circa vent’anni, una classe che non fa parte della borghesia italiana, che non rientra nell’esercito di precari, né in quello dei raccomandati per famiglia, politica, censo e appartenenza. È una strana compagine di quarantenni, trentenni, ventenni che ha abbandonato l’Italia appena finiti gli studi, o addirittura durante gli studi, fulminata sulla via dell’Erasmus dalla scoperta che la vita all’estero, in Europa, poteva essere tre volte più interessante, facile, appassionante che in Italia. Non si tratta di emigrati nel vero senso della parola e nemmeno di una fuga di cervelli, ma di italiani, ragazzi e ragazze, uomini e donne che stanno all’estero in Europa «come se fossero in Italia».

Hanno scoperto che le complicazioni burocratiche, il clima fatiscente e ricattatorio dell’università italiana, lo strangolamento delle potenzialità giovanili è una malattia solo italiana e semplicemente, rapidamente si sono messi in salvo con un’ora di aereo, chi a Barcellona, chi a Berlino, chi a Parigi, chi ad Amsterdam e altri in Polonia, Portogallo, a Londra, e perfino a Riga e Vilnius.
Io che sono più anziano di loro, ho scoperto a un certo punto che era stupido vivere in una città cara e inefficiente come Milano e che Parigi offriva molto di più con un costo della vita molto inferiore e un’apertura al mondo impossibile a Milano. Quando mi chiedevano dieci anni fa perché stessi a Parigi rispondevo: «È l’unica città italiana che funziona». E non era una battuta, davvero per me Parigi era quello che l’Italia poteva essere se non fosse stata governata negli ultimi cinquant’anni da una classe dirigente che faceva e fa di tutto per restare indietro rispetto all’Europa e al mondo.
La mia era una protesta contro le regole ridicole di una società, quella italiana, che umiliava il merito e ignorava la globalizzazione con un disprezzo verso la cultura, gli intellettuali, i ricercatori. Ricordo ancora l’incredibile piacere di essere chiamato da agenzie sconosciute, da datori di lavoro mai visti, da centri di ricerca i cui direttori non mi avevano mai invitato a cena, ma avevano letto le mie ricerche. Che felicità essere giudicato dal proprio fare e non dalla propria rete di compiacenti alleati!

Quella che mi sembrava una scelta individuale era già invece la scelta di migliaia di architetti, esperti di comunicazione, curators d’arte, videoartisti, fotografi, psicologi, antropologi, registi, artisti, musicisti, danzatori e danzatrici. Il mio amico Emiliano Armani, piacentino, stava da quindici anni a Barcellona. Vi era andato a cercare una formazione in Italia impossibile, quella nello studio del grande Miralles che ti prendeva in stage, ma ti pagava anche. Incredibile per un giovane architetto che era abituato ad essere sfruttato dagli studi milanesi o a volte dover pagare per lavorare in un’agenzia di una grande firma. Emiliano sta ancora a Barcellona, la situazione è cambiata, un po’ più difficile, oggi con la crisi, ma non ha la più vaga intenzione di tornare in Lombardia.
È lui però a dirmi che in realtà ha scoperto di essere italiano proprio a Barcellona. Perché, dice, gli italiani in Italia sono individualisti e non fanno quasi mai gioco di squadra, è solo all’estero che scoprono di avere qualcosa di particolare che li distingue dagli altri, un’italianità che gli “altri”, gli “stranieri” riconoscono subito e che è considerata una qualità e non solo un tic nervoso. E ribadisce che Barcellona per lui è una città italiana, nel senso che lui ci si muove pensando di restare italiano, di non perdere i contatti con l’Italia. Ma è da Barcellona che può agire con una libertà e una creatività che in patria sarebbe solo punita come impertinenza giovanile e incapacità di rispettare faccendieri, speculatori, malavitosi e politici ignoranti.

Michele Ferrà è un siciliano che si è trasferito a Berlino per impiantare una casa di produzione di video e film. Berlino gli dà la tranquillità, l’efficienza, la convenienza – qui la vita costa quattro volte meno che in Italia – e una rete mondiale di contatti. Michele rimane siculo e palermitano fino in fondo, ma non tornerebbe mai a Palermo, città a cui non perdona il carattere nero, spaventosamente squallido e corrotto, la voragine della connivenza mafiosa e l’incapacità di sperare e di fare. Eppure lui non diventerà berlinese, né americano – paese in cui va spesso – né thailandese, paese in cui gira i suoi film.
Matteo Pasquinelli è un ricercatore nel campo dei mass-media e dei cultural studies. Ha fondato Rekombinant, è una delle persone più informate e preparate sul mondo del web, della trasformazione post-globale, delle mutazioni del neo-capitalismo. Pensate che gli abbiano mai offerto nulla in Italia? Pensate che l’Università di Bologna gli abbia spalancato le porte dei laboratori? Ma nemmeno per sogno. Allora sono dieci anni che vive sostenuto da istituzioni britanniche, olandesi, tedesche e che continua a inventare analisi della situazione reale, a scrivere sulle riviste specializzate, ad aprire siti. Lui non diventerà olandese, né tedesco perché è indelebilmente uno spinozista romagnolo, epicureo riminese, nelle sue valigie stipa, a ogni ritorno, farina di castagne dell’Appennino e sangiovese.

Quando andiamo a spasso in una delle sue città europee alla ricerca di un ristorante che non ci faccia troppo sentire la nostalgia a me della caponata e a lui della piadina, ho l’impressione che qualcosa di differente sta accadendo a una parte d’Italia. Queste persone e molte, moltissime altre sono l’Europa, senza bisogno di troppi discorsi e teorie, e hanno capito qualcosa che i teorici dell’Europa non hanno mai capito: che l’euro e l’Europa sono la possibilità di restare italiani, greci, spagnoli, francesi senza essere umiliati dalle stupide politiche nazionali dei rispettivi paesi. Essere europei significa mantenere una propria identità senza doverla confondere con un’appartenenza a una classe dirigente che in patria blocca i processi d’apertura e trasformazione.
Ovviamente questo è il quadro positivo, profondamente innovatore di questa compagine di nuovi europei, sono quello che George Steiner chiama “luftmenschafte”, uomini dai piedi leggeri, una definizione sprezzante con cui i nazisti appellavano gli ebrei e tutti i cosmopoliti. La parte tragica sta nel fatto che questo è il risultato di un’espulsione: per l’Italia si tratta della liquidazione di una potenziale classe dirigente di professionisti, pensatori, ricercatori, imprenditori. E questa è davvero una tragedia: ognuno dei miei amici italiani in Europa condivide amari ricordi di strade bloccate, di rifiuti, di offerte di lavoro ricattatorie, di posti universitari in cambio di una beota fedeltà alla noia accademica.
Allora stare in Europa è diventata anzitutto una forma di cura, un dirsi: ma no, ma no, il mondo non può essere così meschino, c’è merito, speranza, possibilità di trovare persone con cui costruire assonanze e con cui inventare, sperimentare, creare senza il peso di coloro che hanno sempre fatto sì che il mondo dovesse sembrare solo un circolo chiuso e vizioso.

1 agosto 2010

Fonte: www.ilsole24ore.com

20 settembre 2010 Pubblicato da | Cultura, Società | , , , , , , , , | Lascia un commento

I giovani italiani i più penalizzati: basse retribuzioni e carriera incerta

Il caso ricercatori: guadagnano la metà di francesi e tedeschi

di LUCA CIFONI

ROMA (19 aprile) – Che l’Italia non fosse un Paese per giovani, c’erano già vari motivi di sospettarlo. Ma una semplice occhiata alle cifre brutalmente concrete delle buste paga non potrà che rafforzare questa convinzione. Le nuove generazioni del nostro Paese, i cui confini anagrafici arrivano inevitabilmente fino alla trentina inoltrata, appaiono doppiamente penalizzate dal cedolino dello stipendio. Da una parte, in confronto agli altri Paesi sviluppati, la forza lavoro qualificata accusa agli inizi della carriera uno scarto retributivo maggiore nei confronti dei colleghi più anziani. Dall’altra, i salari di ingresso sono oggi in termini reali più bassi di quelli delle generazioni precedente, in un contesto di scarsa mobilità sociale in cui il posizionamento anche economico dei figli riflette spesso quello dei padri.

Le retribuzioni sono in generale una materia da trattare con cautela, soprattutto quando si fanno comparazioni internazionali. Il livello complessivo dei redditi da noi è più basso di quello di altri Paesi, per tutte le fasce di età; ma con l’aiuto di una pubblicazione dell’Ocse, Education at a glance, possiamo valutare la situazione retributiva dei giovani laureati, in Italia e all’estero, in rapporto a quella della totalità dei lavoratori con lo stesso titolo di studio. In questo modo il confronto specifico sui giovani non è viziato dalle disparità complessive.

Dunque da noi un laureato tra i 25 e 34 anni arriva a stento all’80 per cento della retribuzione media dei laureati (di tutte le età); la media Ocse è del 90 per cento, valore intorno al quale si collocano Francia e Germania, mentre gli Stati Uniti sono al 93, la Spagna al 95 e la Gran Bretagna al 96. Insomma quel 20 per cento in meno, per il solo fatto di essere in una fase ancora iniziale della carriera lavorativa, segnala che la progressione per anzianità ha comunque un forte peso rispetto alle valutazioni meritocratiche.

Si può fare poi un confronto specifico su una categoria particolare di lavoratori qualificati, ossia i ricercatori (sia nel settore pubblico che in quello privato). In questo caso i dati vengono dalla Commissione europea e sono espressi in euro a parità di potere d’acquisto: le cifre cioè sono corrette per tener conto del diverso costo della vita nei vari Paesi e rendere quindi il confronto più omogeneo.

Bene, il ricercatore italiano con un’esperienza lavorativa compresa tra 0 e 4 anni guadagna circa 12.500 euro l’anno contro i 30.500 del collega francese ed i circa 24.000 di quello tedesco (prescindiamo per semplicità dalle differenze che pure esistono tra uomini e donne). In Spagna si arriva comunque vicino ai 17.000: per trovare compensi più bassi bisogna guardare ai Paesi dell’Est. Distanze notevolissime, che però si accorciano con il progredire della carriera. I ricercatori con più di 15 anni di esperienza hanno in media in Italia una retribuzione annua intorno ai 49.000 euro, leggermente superiore a quella degli spagnoli e pari a circa due terzi di quella di francesi e tedeschi (rispettivamente 73.000 e 77.000 euro). Lo scarto c’è ancora ma è minore di quello accusato a inizio carriera: con Francia e Germania, come abbiamo visto, il rapporto era di uno a due, o a due e mezzo. Ancora una volta, essere giovani da noi non paga.

C’è però un altro modo di guardare la questione. La recessione iniziata quasi due anni fa, e che dal punto di vista degli effetti sull’occupazione non si è ancora esaurita, ha colpito i giovani in modo particolare. Ma anche quando le cose andavano bene, il mercato del lavoro non era molto generoso con loro, in termini retributivi. Nel 2007 uno studio di due ricercatori della Banca d’Italia, Alfonso Rosolia e Roberto Torrini, esaminava il livello reale dei salari di ingresso italiani confrontandolo con quello dei primi anni Novanta: la riduzione appariva sensibile (tra l’8 e l’11 per cento) e soprattutto «non controbilanciata da una carriera e quindi da una crescita delle retribuzioni più rapida». Conclusione: «La perdita di reddito in termini reali nel confronto con le generazioni precedenti risulta in larga parte permanente».

Un altro studioso della Banca d’Italia, Sauro Mocetti, ha analizzato i redditi sotto il profilo della mobilità intergenerazionale: cioè per capire in che modo quelli dei figli fossero legati a quelli dei padri. Il risultato ancora una volta è poco incoraggiante: i genitori che guadagnano di più hanno una buona probabilità di “trasmettere” questo status ai figli, mentre per chi proviene da famiglie a basso reddito è particolarmente difficile risalire la china.

19 Aprile 2010

Fonte: www.ilmessaggero.it

20 aprile 2010 Pubblicato da | Cultura, Politica, Scuola ed Universita' | , , , , , | Lascia un commento

   

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