Lucia Palmerini

parole in libertà … speak freely

Ucciso Hassan Fantastic, giornalista somalo

di LUCIA PALMERINI

Hassan Osman Abdi, per tutti conosciuto come Hassan il Fantastico, è stato ucciso mentre rientrava nella sua abitazione da degli uomini armati. Sconosciuto alla maggior parte di noi, Hassan era assai noto e seguito nel suo paese; giornalista direttore di Radio Shabelle, un’emittente libera ed indipendente di Mogadiscio, critica verso i poteri forti, che da sempre denunciava le dilaganti corruzione ed ingiustizie presenti nel paese.

Hassan non aveva neanche 30 anni, li avrebbe compiuti il 1 luglio, ma era già direttore di una radio tanto importante quanto scomoda, 5 reporter sono stati uccisi negli ultimi anni e si tratta inoltre del terzo direttore assassinato: Bashir Nur Gedi venne eliminato nel 2007 e Mukhtar Mohamed Hirabe nel 2009.

Hassan è morto per il suo paese, per un ideale, per un sogno che continuerà a vivere con chi resta. Non possono ammazzare tutti coloro che sognano la giustizia.

29 gennaio 2012 Pubblicato da | Esteri, Politica, Scritti da Lucia Palmerini | , , , , , , , , , , , , , , | 1 commento

Restiamo umani

di VITTORIO ARRIGONI

Vittorio Arrigoni

Il dentifricio, lo spazzolino, le lamette e la mia schiuma da barba. I vestiti che indosso, lo sciroppo per curarmi una brutta tosse che mi affligge da settimane, le sigarette comprate per Ahmed, il tabacco per il mio arghile. Il mio telefono cellulare, Il computer portatile su cui batto ebefrenico per tramandare una testimonianza dell’inferno circostante. Tutto il necessario per una vita umile e dignitosa a Gaza, proviene dall’Egitto, ed è arrivato sugli scaffali dei negozi del centro passando attraverso i tunnel. Gli stessi tunnel che caccia F16 israeliani hanno continuato a bombardare massicciamente nelle ultime 12 ore, coinvolgendo nelle distruzioni le migliaia di case di Rafah vicini al confine. Un paio di mesi fa mi sono fatto sistemare tre denti malconci, alla fine dell’intervento ricordo che ho chiesto al mio dentista palestinese dove si procurava tutto il materiale odontotecnico, anestetico, siringhe, corone in ceramica e ferri del mestiere, sornione, il dentista mi aveva fatto un cenno con le mani: da sotto terra. Non vi è alcun dubbio che attraverso i cunicoli sotto Rafah passavano anche esplosivo e armi, le stesse che la resistenza sta impiegando oggi per cercare di arginare le temibile avanzata dei mortiferi blindati israeliani, ma è poca cosa rispetto alle tonnellate di beni di consumo che confluivano in una Gaza ridotta alla fame da un criminale assedio. Su internet è facile reperire foto che documentano come anche il bestiame passava per i tunnel al confine con l’Egitto. Capre e bovini addormentati e imbragati venivano fatti calare in un pozzo egiziano per riemergere da quest’altra parte e rifornivano di latte, formaggi e carne. Anche i principali ospedali della Striscia si approvvigionavano clandestinamente al confine. I tunnel erano l’unica risorsa che ha consentito alla popolazione palestinese di sopravvivere all’assedio; un assedio che qui, ben prima dei bombardamenti, causava un tasso di disoccupazione del 60%, e costringeva l’80% delle famiglie a vivere di aiuti umanitari. I nostri compagni dell’ISM a Rafah ci descrivono l’ennesimo esodo a cui stanno assistendo. Carovane di disperati che su carretti trainati da muli o sopra mezzi di fortuna stanno lasciando le loro case dinnanzi all’Egitto. Copione già visto, i giorni precedenti erano piovuti dal cielo volantini che intimavano l’evacuazione, Israele mantiene sempre le sue minacce, ora stanno piovendo bombe. Gli sfollati di oggi passeranno la notte da parenti, amici e conoscenti a Gaza. Nessuno si fida più ad andare ad affollare le scuole delle Nazioni Unite, dopo il massacro di ieri a Jabalia. Moltissimi però non si sono mossi, non hanno alcuno posto dove riparare. Passeranno la notte pregando un Dio che li scampi alla morte, dato che nessun uomo pare interessarsi alle loro esistenze. A ora sono 768 i morti palestinesi, 3129 i feriti, 219 i bambini ammazzati. Il computo delle vittime civile israeliane, fortunatamente, è fermo a quota 4. A Zaytoun, quartiere a Est di Gaza city, le ambulanze delle Croce Rossa hanno potuto accorrere sul luogo di una strage solo dopo diverse ore, dietro coordinamento dei vertici militari israeliani. Quando sono arrivati, hanno raccolto 17 cadaveri, e 10 ferititutti appartenenti alla famiglia Al Samoui. Una esecuzione perfetta, nei corpicini dei bambini morti, è possibile notare non schegge di esplosivo, ma fori di proiettile. Le ultime due notti negli ospedali di Gaza city sono state più tranquille del solito, abbiamo soccorso decine di feriti e non centinaia. Evidentemente dopo la strage della scuola di Al Fakhura l’esercito israeliano ha sfondato il budget quotidiano di morti civili da offrire in pasto ad un governo assetato di sangue in vista delle imminenti elezioni. Abbiamo sentore che già da stanotte torneranno a riempire fino a scoppieranno gli obitori. A sirene spiegate continuiamo a scortare negli ospedali donne gravide che partoriscono prematuramente. Come se la natura , la conservazione della specie induca queste madri coraggio ad anticipare la messa al mondo di nuove vite per sopperire al crescente numero di morti. Il primo vagito di questi neonati, quando sopravvivono, sovrasta per un attimo il boato delle bombe. Leila, compagna dell’ISM, ha chiesto ai figli dei nostri vicini di casa di scrivere dei pensieri sull’immane tragedia che stiamo vivendo. Questi alcuni stralci dei loro termini, gli orrori della guerra osservati da uno sguardo puro e innocente, quello dei bambini di Gaza: Da Suzanne, 15 anni:“La vita a Gaza è molto difficile. In realtà non si può descrivere tutto. Non possiamo dormire, non possiamo andare a scuola o studiare. Proviamo molte emozioni, a volte abbiamo paura e ci preoccupiamo perché gli aerei e le navi colpiscono 24 ore su 24. A volte ci annoiamo perché durante il giorno non c’è elettricità, e la notte ce l’abbiamo solo per circa quattro ore, e quando c’è, guardiamo il notiziario in TV. E vediamo bambini e donne feriti o morti. Così viviamo l’assedio e la guerra.” Da Fatma, 13 anni: “E’ stata la settimana più difficile della mia vita. Il primo giorno eravamo a scuola, a dare l’esame del primo trimestre, poi sono iniziate le esplosioni e molti studenti sono stati uccisi o feriti, e gli altri sicuramente hanno perso un parente o vicino. Non c’è elettricità, cibo o pane. Che possiamo fare – sono gli israeliani! Tutti nel mondo festeggiano il nuovo anno, anche noi lo festeggiamo ma in modo diverso.” Da Sara, 11 anni : “Gaza vive in un assedio, come in una grande prigione: niente acqua, niente elettricità. La gente ha paura e non dorme la notte, e ogni giorno nuove persone vengono uccise. Fino ad ora, più di 700 sono state uccise e più di 3000 ferite. E gli studenti davano gli esami del primo trimestre, così Israele ha colpito le scuole, il Ministero dell’educazione, e molti ministeri. Ogni giorno la gente chiede quando finirà, e aspettano altre navi di attivisti come Vittorio e Leila.” Da Darween, 8 anni “Sono un bambino palestinese e non lascerò il mio paese così avrò molti vantaggi perché non lascerò il mio paese e sento il rumore di razzi così non lascerò il mio paese!.” Meriam ha quattro anni. I suoi fratellini le hanno chiesto: “Cosa provi quando senti I razzi?” E lei ha detto: “Ho paura!”, e subito è corsa a nascondersi dietro le gambe del papà. Gaza è tristemente avvolta nell’oscurità da dieci giorni, solo negli ospedali ci è concesso ricaricare computer e cellulari, e guardare la televisione con i dottori e i paramedici in attesa di una chiamata di soccorso. Ascoltiamo i boati in lontananza, dopo qualche minuto le reti satellitare arabe riferiscono esattamente dove è avvenuta l’esplosione. Spesso ci riguardiamo sullo schermo trarre fuori dalle macerie corpi, come se non bastasse averli visti in diretta. Ieri sera col telecomando ho scanalato sono una televisione israeliana. Davano un festival di musica tradizionale, con tanto di soubrette in vestiti succinti e fuochi artificiali finali. Siamo tornati al nostro orrore, non sullo schermo, ma sulle ambulanze. Israele ha tutti i diritti di ridere e cantare anche mentre massacra il suo vicino di casa. I palestinesi chiedono solo di morire di una morte diversa, che so, di vecchiaia. Restiamo umani.

15 aprile 2011 Pubblicato da | Esteri, Politica | , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

“Saviano ha copiato Gomorra”

di GIAN MARCO CHIOCCI

Roberto Saviano

Lui è Roberto Saviano. L’altro si chiama Simone Di Meo. Il primo ha sbancato con Gomorra, il secondo è rimasto un free lance dopo l’esperienza a Cronache di Napoli. Saviano è diventato una star, Di Meo è rimasto un giornalista di nera. In apparenza hanno in comune solo una cosa: la camorra. In realtà uno (Di Meo) accusa l’altro (Saviano) d’averlo turlupinato, fingendosi amico e copiando i suoi articoli sui clan senza nemmeno degnarsi di una citazione a pie’ di pagina. Per questo il cronista ha prima riempito di richieste di rettifiche la casa editrice di Gomorra (Mondadori) eppoi è passato alle vie di fatto citando per danni l’autore del best seller: 500mila euro.
Di Meo ha già imputato a Saviano, sulle pagine del «Roma», di aver preso pezzi di suoi articoli sulla faida di Secondigliano e sul clan Di Lauro, di averli riportati pari pari nel libro (oppure di averli riassunti e rielaborati) omettendo di citare la fonte. In più lo accusa di aver appreso direttamente da lui notizie poi confluite nel libro (indiscrezioni giudiziarie, atti investigativi e processuali) come fossero farina del suo sacco. Persone vicine a Saviano precisano che non esiste alcun plagio e che per il libro lo scrittore ha attinto da fonti pubbliche, desumibili anche da giornali, e da fonti compulsate direttamente. La casa editrice, nello scambio epistolare con i legali di Di Meo, ha ripetutamente negato «ogni indebita appropriazione da parte di Saviano» limitandosi ad accettare «la circostanza concretatasi in un’omissione della fonte in occasione di una riproduzione testuale di un articolo».

Nella causa intentata contro Saviano, Di Meo osserva nero su bianco: «Non ci sono parole per esprimere la grande sorpresa avuta nel leggere il contenuto del libro: tutto ciò che avevo scritto per il giornale circa determinati argomenti, tutto ciò che avevo raccontato confidenzialmente, in totale buona fede ed in modo del tutto ignaro dai reali propositi del giovane free lance (quale era all’epoca Saviano, ndr)» a Saviano «era stato lievemente manipolato e, in alcuni casi, trasposto integralmente senza citare la fonte, per dar vita a un libro che da molti veniva salutato come un lavoro inedito». Svariati passaggi del libro, a detta di Di Meo e di altri cronisti napoletani citati, «sembravano essere il risultato di un evidente rimaneggiamento di articoli di cronaca nera di altrui paternità che senza difficoltà Saviano amava attribuirsi (…) sostenendo di essere stato presente a eventi o circostanze che giammai lo hanno visto presente», come nella prima uscita processuale del boss Paolo Di Lauro.

Simone Di Meo

In particolare negli atti depositati al processo di Napoli, Di Meo cita un passaggio di un suo articolo del 17 dicembre 2005 riguardante il boss Raffaele Amato, riportato pari pari nel libro da Saviano: «… quando venne arrestato in un hotel a Casandrino insieme a un altro luogotenente del clan e a un grosso trafficante albanese che si faceva aiutare per concludere gli affari di un interprete, il nipote di un ministro di Tirana». Nel libro si parla del boss che «godeva di un credito illimitato presso i trafficanti internazionali» mentre nell’articolo si scriveva sempre del boss e del «credito illimitato di cui godeva presso i cartelli internazionali». Oppure. «Il clan di Lauro – si legge nell’edizione 2006 di Gomorra – è sempre stato un’impresa perfettamente organizzata, il boss lo ha strutturato con un disegno d’azienda multilevel». Un articolo sul clan del 2005 lo ricalca così: «La struttura organizzativa del clan di Lauro sembra copiata dai management dei guru dell’economia americani: è l’applicazione del principio multilevel». E ancora. A proposito del rinvenimento del corpo di Giulio Ruggiero subito dopo l’arresto del boss Cosimo Di Lauro, si leggeva nell’articolo di Cronache: «Poi la macabra esecuzione della decapitazione, eseguita con un flex, la sega elettrica utilizzata dai tagliatori e tornitori per tranciare anche il ferro. Non un colpo netto, ma una lenta operazione da macellai». Invece Gomorra: «Non il colpo netto dell’accetta ma col flex: la sega circolare dentellata usata dai fabbri per limare le saldature». E via discorrendo. Frasi più o meno simili, forse copiate o forse no. Passaggi interi in cui, dopo più solleciti, «la fonte viene finalmente citata all’undicesima ristampa» allorché si affronta il capitolo dei «quattro punti» del patto di sangue tra gli Spagnoli e i Di Lauro. Questo ed altro c’è nel processo sul presunto plagio di Saviano. Per saperne di più l’appuntamento è alla prossima udienza, 7 luglio, ore 9, tribunale di Napoli.

18 marzo 2009

Fonte: www.ilgiornale.it

17 marzo 2011 Pubblicato da | Interni, Politica, Società | , , , , , , , , | Lascia un commento

Caduto in volo, ha ripreso a volare

di Nicola Mente

Giancarlo Siani

Spesso accade che le passioni più vere siano talmente vere da tenerle nascoste ai più, quasi si avesse paura di rovinarle e di togliere loro quel velo di sottile “intimità”. Una delle mie passioni più vere ha un nome e un cognome: Giancarlo Siani.
Giancarlo era un ragazzo napoletano di 26 anni. La sua più grande aspirazione era quella di diventare giornalista, una professione che qui in Italia si trasforma spesso in altre cose.

Viviamo in un Paese dove – purtroppo – vige la cultura della conservazione del posto; il “Paese dei dinosauri”, per dirla alla Marco Tullio Giordana. E gli effetti di questa drammatica cultura, o sottocultura, sono quotidianamente sotto i nostri occhi. A cominciare dalle realtà dei piccoli comuni, fino ad arrivare ai grandi centri del potere.

Giancarlo faceva l’aspirante giornalista precario, il mio stesso mestiere – o non mestiere.

Posso assicurare che per intraprendere questa strada devi essere mosso da una sorta di “vocazione”, perché è difficile vedere che mentre i tuoi amici si sistemano, prendono casa, tu sei a seguire una partita di calcio in periferia, o un consiglio comunale, piuttosto che intervistare assessori o cercare notizie – mangiando le briciole. A costo di alzarti all’alba di una qualsiasi domenica mattina con le caccole negli occhi, piuttosto che viaggiare con massimo budget di venti euro in tasca. Si insegue un sogno, ci si arma di volontà, ci si arrangia, si vive alla giornata.

Giancarlo era qualcosa in più. Lui si spingeva oltre, dove solo la passione e un’integrità morale fuori dal comune possono portarti.

Certo, posso dire che Siani era più fortunato di noi, esclusivamente per il fatto che la sua era l’epoca del garofano rosso, dell’Italia quinta potenza mondiale, dell’economia in ripresa e dell’amaro Ramazzotti. Era l’Italia del post anni ’70, del post Bologna, dove le inquietudini e i disordini del decennio precedente si erano visti trasformare in new wave, Milano da bere, paninari, sfitinzie, metallari. Erano forse anni in cui era più semplice trovare impiego, c’era meno saturazione del mercato, un grande castello con basi di cartapesta che ha permesso a Giancarlo di arrivare a collaborare – seppur “precariamente” – per Il Mattino, il giornale della sua città, Napoli.

Una città che negli anni ’80 – come oggi, d’altronde – vive dei problemi cronici, soprattutto in alcune zone. Una delle città più belle d’Italia, stretta allora nella morsa di una camorra ancora feroce e sanguinaria, e non ancora “istituzionalizzata” come oggi.
Oggi i camorristi sono arrivati in alto, allora cominciavano la scalata verso i vertici della politica come un rullo compressore.

Giancarlo era una piccola formica operosa, un ragazzo curioso cresciuto nella “Napoli giusta” – la Napoli costretta a convivere con realtà disastrate, senza però subirne conseguenze più del lecito.
Aveva cominciato a scrivere gratis per l’Osservatorio sulla camorra, voleva contribuire a rendere la sua città un posto migliore: le sue “armi” erano un taccuino, una penna e una Citroen Mehari, macchina da spiaggia, adatta ad un ragazzo di 26 anni che rimane pur sempre un giovane pieno di vita, di speranze. Un ragazzo che andava ai concerti di Vasco, o a fare le gite al mare durante i weekend, che allenava una squadra di pallavolo, che usciva con gli amici a farsi qualche birra.
Uno come tanti, insomma.

Non presentava libri, non aveva scorte e non aveva la benché minima visibilità: un free-lance da qualche migliaio di lire a pezzo. Un giovanotto che, senza paura, si calava nella realtà di Torre Annunziata, roccaforte del clan Gionta, per osservare e per raccontare, quasi con paradossale spensieratezza, con occhio vispo e attento. Osservava e scriveva, scriveva. E legnava con la penna – eccome se legnava. Come se brandisse una mazza da baseball. Indagava, scopriva, raccontava.
In un anno un ragazzo poco più che ventenne ha fatto tremare i boss camorristi che controllavano una porzione sempre più importante di città e si “scannavano” tra clan, impegnati nella sanguinaria guerra per il potere sul traffico di droga, sul contrabbando, sul mercato ittico e su quello degli abiti firmati.
Giancarlo intanto continuava a girare, chiedeva, si intrufolava, cercava di capire quali fossero i meccanismi di quel mondo nel mondo, di quella piovra gigantesca che entrava in ogni luogo e in ogni stanza.
E non sembrava curarsi neanche del fatto che in redazione venissero assunti parenti di politici democristiani, mentre lui restava sempre al palo.

Già, l’integrità morale. L’integrità morale non esiste in questo Paese, in nessun campo. I giovani, quando assunti, vengono visti quasi esclusivamente come risorse da spremere, mentre i dinosauri restano fissi e incollati con l’attak alle poltrone: la cosiddetta Repubblica degli stagisti.
In Italia c’è olezzo di acqua stagnante, puzza di muffa, in tutto. Nel potere conservatore e anche nelle lotte di piazza, effimere e quasi “pubblicitarie”, che non fanno più male a nessuno. Un Presidente del Consiglio quasi ottantenne, che ha in mano tutto. Una maggioranza razzista e xenofoba. Un’opposizione inesistente e riciclata, una sinistra rattrappita e legata ancora a ideali vecchi di trent’anni, senza capire che il comunismo è stato un totale fallimento.
Mostri del giornalismo ultrasessantenni, viscidi e politicizzati, politiche editoriali e palinsesti televisivi che sembrano dimenticarsi della professionalità, leccando le scarpe al potere di turno o, peggio ancora, al padrone Primo Ministro.
Giunte provinciali e comunali inquinate dalla sete di denaro, colluse con chi una volta era l’anti-Stato, mentre ora sembra essere lo Stato stesso.

Giancarlo era puro, cristallino. Desiderava soltanto fare questo mestiere nel miglior modo possibile, e avrebbe fatto qualsiasi cosa per riuscire a “diventare” – è assurdo lo so, ma è così – un giornalista. Non si aspettava certamente di morire, anche perché prima di lui nessun giornalista era mai stato ucciso.
Il 23 settembre 1985, invece, Giancarlo fu freddato da tre killer a volto coperto, quattro giorni dopo il suo ventiseiesimo compleanno. Stava tornando a casa dopo aver tentato invano di recuperare dei biglietti per un concerto di Vasco. Da poco aveva scoperto giri ben più alti e ben più lontani da Torre Annunziata; piani troppo alti per un precario da quattro soldi mosso dalla devozione per l’informazione: intrecci tra camorra, politica, giochi di voti, alleanze di malaffare.
Solo dopo anni si venne a sapere che Giancarlo stava preparando un dossier di “roba scottante”, un dossier mai ritrovato.

Roberto Saviano, paladino dei nostri tempi, ha vinto con Gomorra il premio Giancarlo Siani.
Ed è per questo che ringrazio Marco Risi, il quale dopo 24 anni ha deciso di rendere onore ad uno degli eroi più veri che l’Italia abbia mai avuto (Fortapàsc, film del 2009), un eroe silenzioso, un giovanissimo martire accantonato nel dimenticatoio da un Paese dove l’arte più nobile è quella di resettare e appiattire i neuroni di tutti coloro che vi vivono.

La mia domanda – che vorrei non fosse solo mia – è : “a che prezzo?”.

Approfondimenti: http://www.giancarlosiani.it/

Approfondimento di La storia siamo noi: http://www.lastoriasiamonoi.rai.it/puntata.aspx?id=390

26 luglio 2009

Fonte: www.diebrucke.it

23 settembre 2010 Pubblicato da | Interni, Politica | , , , , , | Lascia un commento

   

Iscriviti

Get every new post delivered to your Inbox.

Join 56 other followers