Lucia Palmerini

parole in libertà … speak freely

Che volenteroso Sarkò: paga pure le armi ai ribelli

di ANDREA MORIGI

 

Andrea Morigi

Era già partita all’inizio di marzo la “guerra umanitaria” di Nicolas Sarkozy contro Muammar Gheddafi. L’inizio delle ostilità si può datare con l’arrivo a Bengasi di un carico di cannoni da 105 millimetri e di batterie antiaeree, camuffato da aiuti umanitari alla popolazione civile. Mittente, il governo francese, che fa accompagnare la spedizione da propri istruttori militari, i quali, non appena toccano terra, iniziano l’addestramento degli insorti.
Non ne fanno mistero, a Parigi. Anche se il settimanale Le Canard enchaîné, che ne dà conto nell’edizione del 16 marzo, nasconde la notizia in una pagina interna. Sotto un titolo che punta tutto sul dissidio fra il presidente della Repubblica, i vertici militari e il ministero degli Esteri, però, il giornalista Claude Angeli informa della consegna del materiale bellico, avvenuta già «da una decina di giorni», da parte del «servizio azione della Dgse», cioè l’intelligence francese.
Dunque, tutto il dispiegamento di arsenale e personale militare si svolge precedentemente alla risoluzione 1973, adottata dal consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite il 17 marzo, in cui si chiede «un immediato cessate il fuoco» e si autorizza la comunità internazionale a istituire una no-fly zone in Libia e a utilizzare tutti i mezzi necessari per proteggere i civili.
Non stupisce più che il ministro dell’Interno Claude Guéant nei giorni scorsi abbia definito «una crociata» l’azione svolta da Sarkozy in seno all’Onu. Ora dice di essere stato frainteso, che non intendeva bandire la crociata dell’Occidente contro l’Oriente.
Eppure lo ha capito anche Jean-Marie Le Pen: «Accuso il governo francese di aver preparato questa guerra, di averla premeditata», ha dichiarato ieri l’ex presidente del Front National.
Ci stanno ben attenti a Parigi, a rispettare la risoluzione dell’Onu che esclude ogni «forza d’occupazione» e soprattutto a non eccitare gli animi dei musulmani con cui stanno giocando alla guerra santa. Lo sanno perfettamente che l’occupazione del suolo islamico da parte degli infedeli è considerata un sacrilegio, un’onta da lavare col sangue. Le insorgenze in Iraq e in Afghanistan qualcosa hanno insegnato. Perciò ora, insieme alle aviazioni e alle marine militari statunitensi e britanniche bombardano dal cielo e dal mare, ma ufficialmente non mettono piede sul terreno, anche se non si possono escludere incursioni clandestine da parte di commandos, sabotaggi, qualche provocazione. Sarebbe uno spreco rinchiudere la Legione Straniera in caserma, del resto.
Tanto più che, come ha rivelato ieri Libero, l’ex braccio destro del colonnello libico, Nouri Mesmari, in cambio dell’asilo politico, ha messo a disposizione della Francia, già da ottobre, tutte le informazioni necessarie per entrare in azione.
Non è una coincidenza che gli Stati maggiori di Parigi e Londra avessero predisposto da settimane gli scenari d’intervento in Libia. Avevano già scelto anche il nome in codice dell’operazione, South Mistral. Ora la chiamano Harmattan in francese ed Ellamy in inglese, con una variante americana, Odissey Dawn, ma la sostanza è la stessa.
Ed è anche la stessa ipocrisia con la quale i francesi sostengono di agire per portare soccorso alle popolazioni civili. Dimenticano che, quando sono armati, i civili diventano militari. Sono arruolati nella resistenza, che notoriamente non è formata da donne, bambini, vecchi e malati indifesi.
Che i rifornimenti di mortai, mitragliatrici, batterie antiaeree, carri armati e anche qualche velivolo, siano dono della Repubblica francese o provengano dai magazzini dell’esercito libico, in fondo non fa molta differenza. E pare che non ci sia soltanto lo zampino di Parigi, ma anche quello di Londra e del Cairo post-Mubarak.
All’inizio di marzo, un drappello formato da due agenti dell’MI6 e sei incursori delle Sas britanniche avevano già tentato di entrare in contatto con i capi della rivolta di Bengasi. Appena scesi dall’elicottero che li aveva trasportati nella zona di missione, però, gli otto guerrieri erano stati bloccati dai guardiani di una fattoria e consegnati alla resistenza. Interrogati, non avevano svelato nulla ed erano stati poi recuperati e riportati a casa con la fregata HMS Cumberland. Il ministro della Difesa britannico aveva dovuto ammettere che erano sul posto già da tre settimane, ufficialmente per assistere piloti, nel caso in cui fossero stati abbattuti. Ecco perché quello di venerdì 18 marzo non è stato affatto un attacco a sorpresa. Intendevano colpire. E avevano già dispiegato sul campo i loro uomini, come avevano fatto, dopo la caduta di Ben Alì e di Hosni Mubarak, anche i governi di Tunisi e del Cairo, consentendo rispettivamente l’ingresso in Libia di combattenti volontari e di almeno un centinaio di appartenenti alle forze speciali dell’Unità 777 egiziana, inviati per fornire armamenti e appoggio tattico. Quando Gheddafi accusa le potenze straniere di volerlo rovesciare, sa di che cosa, e soprattutto di chi, sta parlando.

24 Marzo 2011

Fonte: www.libero-news.it

24 marzo 2011 Pubblicato da | Esteri, Politica | , , , , , , , , , , , , | 1 commento

Libya: Another War, Another Pack of Lies

di TONY CARTALUCCI

The corporate-financiers are dangerously flirting with their entire official narrative collapsing, as their progressive, Peace-Prize wearing puppet President Obama and the “radical reformer” David Cameron lead yet another war based on an Iraq-style pack of lies.

After weeks of peddling a litany of verifiable lies, the West has forgone any attempt to justify or veil their actions in legitimacy and has decided to go ahead with a UN rubber-stamped “no-fly zone.” Far from having anything to do with preventing Qaddafi’s planes from flying, the no-fly zone has translated into full-scale missile and aerial bombardments across Libya aimed at turning the tide for freshly rearmed Western-backed rebels.

The pack of lies.

Indeed, the same London Telegraph now dashing across their headlines “Britain and America have rained missiles on Libya as Col Muammar Gaddafi defied the world and continued to attack civilians,” told us in the early stages of the US-backed Libyan unrest that Qaddafi had fled to Venezuela, citing “credible Western intelligence sources.”

Of course, evidence that Qaddafi has been “attacking civilians” has not yet been produced in any shape form or way with US Department of Defense’s Robert Gates and Admiral Mullen in fact, both confirming “We’ve seen no confirmation whatsoever.” Additionally, BBC made an apparently little read footnote that their reports were impossible to verify.

BBC states in their article “The difficulty of reporting from inside Libya:” “The BBC and other news organisations are relying on those on the ground to tell us what’s happening. Their phone accounts – often accompanied by the sound or gunfire and mortars – are vivid. However, inevitably, it means we cannot independently verify the accounts coming out of Libya. That’s why we don’t present such accounts as “fact” – they are “claims” or “allegations”.”

Apparently “claims” and “allegations” are all the UN needed to rubber stamp yet another globalist war of conquest as they continue to sew together their one world government.

The Russian government went as far as bringing forth evidence that suggests such air strikes never even took place. As for the globalist-run media’s claims that Qaddafi fled to Venezuela, of course, Colonel Qaddafi is still obviously in Libya.

Even the globalist International Institute for Strategic Studies (IISS) made note in their 1 hour and 20 minute military briefing, that Libya’s Qaddafi was most likely going through extraordinary measures to avoid excessive civilian loses, so as to not play into the West’s desire for military intervention.

When the globalist policy wonks speak frankly, outside the short-attention

span of the general public, they talk of Qaddafi’s professional forces taking

special care to avoid civilian casualties knowing full well it will fuel calls for

Western intervention. (@16:26)

Now, the typical ploy of accusing besieged nations of using “human shields” is already being oafishly employed by the likes of the Independent in their article “Libya: The UN strikes back.” The very title itself is misleading, as the UN was merely a tool used to justify and authorize an otherwise unacceptable war the US and UK populations would have categorically refused to enter. The ability for the US to circumvent its constitution (Article I, Section 8, Clause 11) along with the will of the American people points the finger of “illegitimacy” toward the West at least as much as it is being pointed at Libya’s Qaddafi.

What can be confirmed?

What we can confirm, is that the entire Libyan rebel movement has been backed by the US and UK for nearly 3o years. We can confirm that the initial calls for a Libyan “Day of Rage” came not from the streets of Benghazi, but from the London based National Conference for Libyan Opposition (NCLO). We can confirm that NCLO leader Ibrahim Sahad was literally sitting in front of the White House giving an interview to the Western media in the opening stages of the Libyan unrest, parroting verbatim the West’s desire to militarily intervene with a no-fly zone.

Libyan opposition NFSL/NCLO leader Ibrahim Sahad, parroting the globalist calls for intervention in Libya, sits in front of the White House in Washington D.C.

We can also confirm that confessed terrorists like Noman Benotman, who had previously consorted with both the MI6 and Osama Bin Laden, are now offering their full support for the armed rebels in Libya. Ironically, Benotman’s support for armed militant rebels, including released Libyan Islamic Fighting Group (LIFG) members, manifests itself through the “Quilliam Foundation,” which was founded in part to disband and disavow armed militancy.

It is quite clear that the globalists had decided part of their US State Department sponsored “Arab Spring” would include removing Libya’s Qaddafi from power. No reality on the ground will prevent the globalists from achieving this goal, including the necessity to send troops on the ground if the current bombing and missile campaign fails to tip the balance in the Libyan rebels’ favor. The corporate owned media has descended to a new level of unprecedented, shameless propaganda to hammer their misshapen agenda into an ill-fitting reality.

Remember Fukushima

The globalist “international community” and mandate has never been more clearly illegitimate, squandered, and abused than it is now. While Japan suffers the worst catastrophe in its history, a catastrophe that includes the largest recorded earthquake in human history, a devastating tsunami and multiple nuclear meltdowns, the West pursues with the entirety of its resources, energy, and influence a war of profit and expansion in Libya – under the poorly dressed guise of “humanitarian concerns.” As it has been pointed out, such concerns are unverified and entirely based on what the BBC itself calls “allegations” and “claims.” Meanwhile, an irrefutable, unprecedented humanitarian disaster unfolds in northeastern Japan.

As if meddling in a foreign nation’s affairs based on a pack of lies isn’t bad enough, doing so when resources are desperately needed amidst a real disaster amounts to the zenith of criminal negligence. The West once again proves they are the greatest purveyors of crimes against humanity, through simultaneous action in Libya, and inaction in Japan.

Such irresponsible leadership, with such self-serving priorities that clearly leave the vast majority of humanity out in the cold does not deserve our respect, our obedience, or our support. Identify the corporate-financier oligarchs that make up this malicious self-appointed “global consensus” and put them out of business via a full-spectrum boycott and by replacing them permanently on a local level. While millions suffer in Japan and millions are in danger in Libya today, failing to strip these tyrants of their unwarranted influence will inevitably ensure the suffering and danger comes to you.

Naming Names: Corporate-Financier Oligarchs to Boycott & Replace

CFR Corporate Membership
Chatham House Major Corporate Membership
Chatham House Standard Corporate Membership
International Crisis Group Supporters
Movements.org Supporters

For more information on alternative economics, getting self-sufficient and moving on without the parasitic, incompetent, globalist oligarchs:

The Lost Key to Real Revolution
Boycott the Globalists
Alternative Economics
Self-Sufficiency

Tony Cartalucci is the writer and editor at Land Destroyer

20 Marzo 2011

Fonte: www.prisonplanet.com

21 marzo 2011 Pubblicato da | Energia, Esteri, Politica | , , , , , , , | Lascia un commento

L’Italia ha già perso la sua guerra di Libia

di DANIELE SCALEA

Dopo aver celebrato in sordina il Centocinquantenario dell’Unità, il Governo italiano ha scelto d’aggiungere ai festeggiamenti uno strascico molto particolare: una guerra in Libia. Un conflitto che sa tanto di amarcord: la Libia la conquistò Giolitti nel 1911, la “pacificò” Mussolini nel primo dopoguerra, e fu il principale fronte italiano durante la Seconda Guerra Mondiale. Questa volta, però, le motivazioni sono molto diverse.

Sgombriamo subito il campo da ogni dubbio: solo uno sprovveduto potrebbe pensare che l’imminente attacco di alcuni paesi della NATO alla Libia sia davvero motivato da preoccupazioni “umanitarie”. Gheddafi, certo, è un dittatore inclemente coi suoi avversari. Ma non è più feroce di molti suoi omologhi dei paesi arabi, alcuni già scalzati dal potere (Ben Alì e Mubarak), altri ancora in sella ed anzi intenti a soffiare sul fuoco della guerra (gli autocrati della Penisola Arabica).

L’asserzione dell’ex vice-ambasciatore libico all’ONU, passato coi ribelli, secondo cui sarebbe in atto un «genocidio», rappresenta un’evidente boutade. È possibile ed anzi probabile che Gheddafi abbia represso le prime manifestazioni contro di lui (come fatto da tutti gli altri governanti arabi), ma l’idea che abbia impiegato bombardamenti aerei (!) per disperdere cortei pacifici è tanto incredibile che quasi sarebbe superflua la smentita dei militari russi (che hanno monitorato gli eventi dai loro satelliti-spia).

Non è stato necessario molto tempo perché dalle proteste pacifiche si passasse all’insurrezione armata, ed a quel punto è divenuto impossibile parlare di “repressione delle manifestazioni”. Anche se i giornalisti occidentali, ancora per alcuni giorni, hanno continuato a chiamare “manifestanti pacifici” gli uomini che stavano prendendo il controllo di città ed intere regioni, e che loro stessi mostravano armati di fucili, artiglieria e carri armati (consegnati da reparti dell’Esercito che hanno defezionato e forse anche da patroni esterni). Da allora Gheddafi ha sicuramente fatto ricorso ad aerei contro i ribelli, ma i pur numerosi giornalisti embedded nelle fila della rivolta non sono riusciti a documentare attacchi sui civili. La stessa storia delle “fosse comuni”, che si pretendeva suffragata da un’unica foto che mostrava quattro o cinque tombe aperte su un riconoscibile cimitero di Tripoli, è stata presto accantonata per la sua scarsa credibilità.

La guerra civile tra i ribelli ed il governo di Tripoli, che prosegue – a quanto ne sappiamo – ben poco feroce, giacché i morti giornalieri si contano sulle dita di una o al massimo due mani, stava volgendo rapidamente a conclusione. Il problema è che a vincere era, agli occhi d’alcuni paesi atlantici, la “parte sbagliata”. La storia – in Krajina, in Kosovo, persino in Iràq – ci ha insegnato che, generalmente, gl’interventi militari esterni fanno più vittime di quelle provocate dai veri o presunti “massacri” che si vorrebbero fermare. In Krajina, ad esempio, i bombardamenti “umanitari” della NATO permisero ai Croati d’espellere un quarto di milione di serbi: una delle più riuscite operazioni di “pulizia etnica” mai praticate in Europa, almeno negli ultimi decenni.

Le motivazioni reali dell’intervento, dunque, sono strategiche e geopolitiche: l’umanitarismo è puro pretesto. In questo sito si può leggere molto sulle reali motivazioni della Francia, degli USA e della Gran Bretagna (vedasi, ad esempio: Intervista a Jacques Borde; Libia: Golpe e Geopolitica di A. Lattanzio; La crisi libica e i suoi sciacalli di S.A. Puttini). Motivazioni, del resto, facilmente immaginabili. Qui ci sofferemo invece sulle scelte prese dal Governo italiano.

Cominciamo dall’inizio. Prima dell’esplodere dell’insurrezione, l’Italia ha un rapporto privilegiato con la Libia. Il nostro paese è innanzi tutto il maggiore socio d’affari della Jamahiriya: primo acquirente delle sue esportazioni e primo fornitore delle sue importazioni. La Libia vende all’Italia quasi il 40% delle sue esportazioni (il secondo maggior acquirente, la Germania, raccoglie il 10%) e riceve dalla nostra nazione il 18,9% delle sue importazioni totali (il secondo maggiore venditore, la Cina, fornisce poco più del 10%). La dipendenza commerciale della Libia dall’Italia è forte, dunque, ma è probabile che il rapporto abbia maggiore valenza strategica per noi che per Tripoli. La Libia possiede infatti le maggiori riserve petrolifere di tutto il continente africano (per giunta petrolio d’ottima qualità), è geograficamente prossimo al nostro paese e dunque si profila naturalmente come fornitore principale, o tra i principali, di risorse energetiche all’Italia. La nostra compagnia statale ENI estrae in Libia il 15% della sua produzione petrolifera totale; tramite il gasdotto Greenstream nel 2010 sono giunti in Italia 9,4 miliardi di metri cubi di gas libico. I contratti dell’ENI in Libia sono validi ancora per 30-40 anni e, malgrado l’atteggiamento italiano che analizzeremo a breve, Tripoli li ha confermati il 17 marzo per bocca del ministro Shukri Ghanem. Attualmente la Libia concede ad imprese italiane tutti gli appalti relativi alla costruzione d’infrastrutture, garantendo così miliardi di commesse che si ripercuotono positivamente sull’occupazione nel nostro paese. Infine la Libia, che grazie alle esportazioni energetiche è un paese relativamente ricco (ha il più elevato reddito pro capite dell’Africa), investe in Italia gran parte dei suoi “petrodollari”: attualmente ha partecipazioni in ENI, FIAT, Unicredit, Finmeccanica ed altre imprese ancora. Un apporto fondamentale di capitali in una congiuntura caratterizzata da carenza di liquidità, dopo la crisi finanziaria del 2008.

Tutto ciò fa della Libia un caso più unico che raro, dal nostro punto di vista, tra i produttori di petrolio nel Mediterraneo e Vicino Oriente. Quasi tutti, infatti, hanno rapporti economici privilegiati con gli USA e con le compagnie energetiche anglosassoni, francesi o asiatiche.

La relazione italo-libica è stata suggellata nel 2009 dal Trattato di Amicizia, Partenariato e Cooperazione, siglato a nome nostro dal presidente Silvio Berlusconi ma derivante da trattative condotte già sotto i governi precedenti, anche di Centro-Sinistra. Tale trattato, oltre a rafforzare la cooperazione in una lunga serie di ambiti, impegnava le parti ad alcuni obblighi reciproci. Tra essi possiamo citare: il rispetto reciproco della «uguaglianza sovrana, nonché tutti i diritti ad essa inerenti compreso, in particolare, il diritto alla libertà ed all’indipendenza politica» ed il diritto di ciascuna parte a «scegliere e sviluppare liberamente il proprio sistema politico, sociale, economico e culturale» (art. 2); l’impegno a «non ricorrere alla minaccia o all’impiego della forza contro l’integrità territoriale o l’indipendenza politica dell’altra Parte» (art. 3); l’astensione da «qualsiasi forma di ingerenza diretta o indiretta negli affari interni o esterni che rientrino nella giurisdizione dell’altra Parte» (art. 4.1); la rassicurazione dell’Italia che «non userà, né permetterà l’uso dei propri territori in qualsiasi atto ostile contro la Libia» e viceversa (art. 4.2); l’impegno a dirimere pacificamente le controversie che dovessero sorgere tra i due paesi (art. 5).

L’Italia è dunque arrivata all’esplodere della crisi libica come alleata di Tripoli, legata alla Libia dalle clausole – poste nero su bianco – di un trattato, stipulato non cent’anni fa ma nel 2009, e non da un governo passato ma da quello ancora in carica.

L’atteggiamento italiano, nel corso delle ultime settimane, è stato incerto ed imbarazzante. Inizialmente Berlusconi dichiarava di non voler “disturbare” il colonnello Gheddafi (19 febbraio), mentre il suo ministro Frattini agitava lo spettro di un “emirato islamico a Bengasi” (21 febbraio). Ben presto, però, l’insurrezione sembrava travolgere le autorità della Jamahiriya e l’atteggiamento italiano mutava: Frattini inaugurava la corsa al rialzo delle presunte vittime dello scontro, annunciando 1000 morti (23 febbraio) mentre Human Rights Watch ancora ne conteggiava poche centinaia; il ministro della Difesa La Russa (non si sa in base a quali competenze specifiche) annunciava la sospensione del Trattato di Amicizia italo-libica, sospensione per giunta illegale (27 febbraio). Gheddafi riesce però a ribaltare la situazione e parte alla riconquista del territorio caduto in mano agl’insorti. Man mano che le truppe libiche avanzano, il bellicismo in Italia sembra spegnersi: il ministro Maroni arriva ad invitare gli USA a «darsi una calmata» (6 marzo). Ma la risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU del 17 marzo, che dà il via libera agli attacchi atlantisti sulla Libia, provoca una brusca virata della diplomazia italiana: il nostro governo mette subito a disposizione basi militari ed aerei per bombardare l’ormai ex “amico” e “partner”.

È fin troppo evidente come il Governo italiano abbia, in questa vicenda, manifestato un atteggiamento poco chiaro e molto indeciso; semmai, s’è palesata una spiccata propensione ad ondeggiare a seconda degli eventi, cercando di volta in volta di schierarsi col probabile vincitore. Come già in altre occasioni recenti di politica estera, il Capo del Governo è parso assente, lasciando che suoi ministri dettassero o quanto meno comunicassero alla nazione la linea dell’Italia. L’ambivalenza ha scontentato sia il governo libico, che s’aspettava una posizione amichevole da parte di Roma, sia i ribelli cirenaici, che hanno ricevuto sostegno concreto dalla Francia e dalla Gran Bretagna ma non certo dall’Italia. Infine, il Trattato di Amicizia, siglato appena due anni fa, è stato stracciato e Berlusconi si prepara, seppur sotto l’égida dell’ONU, a scendere in guerra contro la Libia.

Qualsiasi sarà l’esito dello scontro, l’Italia ha già perduto la sua campagna di Libia. I nostri governanti, memori della peggiore specialità nazionale, hanno celebrato il Centocinquantenario dell’Unità con un plateale voltafaccia ai danni della Libia: una riedizione tragicomica del dramma dell’8 settembre 1943. Questa volta non sarà l’Italia stessa, ma l’ex “amica” Libia, ad essere consegnata ad una guerra civile lunga e dolorosa, che senza ingerenze esterne si sarebbe conclusa entro pochi giorni.

Ma non si sta perdendo solo la faccia e l’onore. Le forniture petrolifere e le commesse, comunque finirà lo scontro, molto probabilmente passeranno dalle mani italiane a quelle d’altri paesi: se non tutte, in buona parte. Se vincerà Gheddafi finiranno ai Cinesi o agl’Indiani; se vinceranno gl’insorti ai Francesi ed ai Britannici; in caso di stallo e guerra civile permanente in Libia resterà poco da raccogliere. Se non ondate d’immigrati ed influssi destabilizzanti per tutta la regione.

19 marzo 2011

Fonte: www.eurasia-rivista.org

Daniele Scalea è redattore di “Eurasia” e segretario scientifico dell’IsAG, è autore de La sfida totale (Roma 2010). È co-autore, assieme a Pietro Longo, d’un libro sulle rivolte arabe di prossima uscita.

20 marzo 2011 Pubblicato da | Esteri, Interni, Politica | , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Del Boca: “L’unico con le idee chiare è Gheddafi”

di ROBERTO SANTORO

Angelo Del Boca

Lo storico Angelo Del Boca con i suoi libri ha raccontato gli aspetti più feroci del colonialismo italiano e oggi, meglio di altri, conosce qual è la situazione a Tripoli e dintorni. Gheddafi continua a resistere e, nonostante abbia poche chance di rovesciare la situazione, si sta dimostrando un avversario temibile.

Professor Del Boca, il consiglio dei ministri ha approvato la missione italiana per far fronte alla emergenza umanitaria in Libia e Tunisia. «Nel caso tunisino mi sembra una decisione positiva, abbiamo visto immagini terribili dai campi profughi in territorio tunisino. Ma bisogna far presto. Sulla Libia ci andrei più cauto, la situazione è costantemente in movimento».

Sembrava che le tribù sulle montagne intorno a Tripoli fossero pronte a «calare» sulla capitale e invece… «Le mie fonti sulle montagne dicono che le tribù non hanno ancora armi a sufficienza».

Gheddafi non è finito anche se lo davano per spacciato. «In giro vedo molta velleità, soprattutto da parte occidentale. Paradossalmente, l’unico con le idee chiare mi sembra proprio il Colonnello».

Lo hanno dipinto come un matto ma non lo è «È tutto meno che folle. Ogni sua mossa è ragionata. Ieri ha attaccato l’Italia di Berlusconi, domani toccherà agli Stati Uniti o a qualcun altro. Ogni sua mossa è ben pensata».

Come la riconquista di Brega? «La Sirtica è decisiva per riprendersi i pozzi petroliferi. Per questo Gheddafi ha usato anche l’aviazione militare».

La situazione sul terreno potrebbe rovesciarsi? «Gheddafi è riuscito a cambiare due ministri, è ancora in sella con i suoi figli, e si sta riprendendo. Ma ormai la Cirenaica è persa e credo che non sarà facile contenere anche la Sirtica».

Nei giorni scorsi abbiamo visto sventolare alcune bandiere della monarchia. «L’ho detto dal primo giorno. La Senussia è stata sempre fortissima in Cirenaica. Quelle bandiere testimoniano di una nostalgia per il periodo dell’Indipendenza, quando nel ’51 gli inglesi misero al potere Re Idris. Oggi i nipoti di Idris, che vivono in Svizzera, si sono fatti avanti».

Le sembra uno scenario verosimile? «Il ricordo della monarchia c’è ma è improbabile che ritorni».

Resta l’ipotesi dell’intervento americano. «Tutto è possibile ma è molto meglio usare la prudenza. A meno che Gheddafi non usi la violenza contro i civili. Tutto sommato, per adesso il Colonnello ha ordinato delle operazioni militari utili a riprendere il controllo dei pozzi petroliferi, non ha lanciato missili contro i suoi nemici…come fece contro Lampedusa…».

Non le sembra che il presidente Obama sia troppo incerto? «Anche lui fa bene ad essere prudente. Il segretario di stato Clinton ha detto chiaramente che gli americani non vogliono un’altra Somalia. Gli Usa stanno vivendo una serie di problemi interni, di natura economica e politica, e questo influenza anche le loro decisioni in politica estera».

Gli Usa si trovano di fronte un avversario molto diverso da Mubarak o Ben Alì «Gheddafi è un osso duro. Un militare capace. Forse oggi, a 69 anni suonati, è un po’ frusto, ma come ho già detto dai discorsi che fa non è per niente inconsapevole. Pesa bene le parole e sta seguendo una strategia».

Possiamo salvare qualcosa del personaggio Gheddafi? «Quando fece il colpo di stato nel ’69 era un bellissimo ragazzo di 27 anni, un capitano pieno di talento e capacità. Riuscì a prendere il potere senza spargimenti di sangue e in un solo anno cacciò via le basi militari inglesi e quel che restava dei colonizzatori italiani. Da un coacervo di 130 tribù ha creato uno stato unitario. Gheddafi, in un certo senso, ha “fatto” la Libia».

4 marzo 2011

Fonte: www.iltempo.it

5 marzo 2011 Pubblicato da | Esteri | , , , , , | 1 commento

Angelo Del Boca: «Rivolta in Libia figlia di antichi rancori»

di LUIGI NERVO

La rivolta in Libia sembra essere arrivata alle fasi conclusive, con Gheddafi asserragliato nel suo bunker protetto da miliziani e mercenari mentre intorno alla Capitale i rivoltosi conquistano città e si apprestano a sferrare l’attacco finale. Abbiamo parlato della situazione in Libia con uno dei massimi esperti in materia, il professor Angelo Del Boca, ex giornalista e docente universitario che ha pubblicato molti libri sul Paese africano e sugli italiani che si trovavano in quelle terre.

Dopo Tunisia e Egitto la rivolta araba si è spostata in altri paesi. E ora anche in Libia. Era prevedibile che accadesse?

Direi di no, soprattutto per quanto riguarda la Libia. Anche per me, che conosco bene il Paese, è stata un po’ una sorpresa perché ha un reddito pro capite di 15-18 mila euro l’anno, che è esattamente il triplo degli altri paesi vicini. Poi in Libia i generi di prima necessità sono tutti contingentati, sono tutti calmierati e a prezzi talmente bassi da essere disponibili per tutti. C’è un reddito medio alto, infatti non abbiamo mai visto un libico chiedere l’elemosina in Europa. Abbiamo visto tunisini, algerini, marocchini, ma libici mai, perché si sta bene. Mi ha molto sorpreso che ci sia stata una contaminazione dai due paesi vicini. E, guarda caso, non è cominciato in Tripolitania, ma in Cirenaica. Che poi venisse dalla Cirenaica era previsto, perché c’è ancora la forte influenza della Senussia, come testimoniano gli striscioni che ho visto nelle foto con scritto “Viva la Senussia”. O le bandiere della Senussia, cioè dell’ultimo Re. E poi gli striscioni con scritto “Viva Omar al-Mukhtar”, che è il loro personaggio principale. È lo stesso personaggio di cui si vantava anche Gheddafi, infatti quando è arrivato all’aeroporto di Roma aveva la sua fotografia di quando lo portano ad impiccare. Però non me lo aspettavo.

Gheddafi ha detto che lui è diverso dagli altri presidenti, è un “leader della rivoluzione”.

Sì, questo è anche vero. Lui ha fatto una rivoluzione che non ha fatto né Ben Ali, autore di un colpo di stato dal mattino alla sera e della cacciata di Bourguiba, né Mubarak che, alla morte di Sadat, ha preso il potere. Ma le cose che dice non sono mica sbagliate. Anche quando dice “Io non posso dimettermi perché non ho un incarico”: questo è vero. Lui è la guida. Era tenente-colonnello ed è rimasto tenente-colonnello. Poteva diventare generale, maresciallo, tutto. Si è accontentato di questa indicazione: “Io sono la guida della rivoluzione”.

Questo gli ha dato una forza in più? Nel senso: mentre gli altri presidenti sono caduti subito, lui è ancora in piedi.

Certo. Lui è ancora in piedi. È ancora lì a difendere questa sua rivoluzione e il Libro Verde. Tra l’altro, quando l’ho incontrato nel 1996, proprio su questo Libro Verde gli ho fatto una domanda un po’ insidiosa. Gli ho chiesto: “Che successo ha avuto il Libro Verde nel suo Paese? Ho visto che l’avete stampato in milioni di copie, in tutti i paesi del mondo, ma qui in Libia che successo ha avuto?”. E lui, senza un attimo di esitazione, ha detto: “È stato un fallimento. La Libia è ancora un paese nero, non è un paese verde”. Quindi tutto sommato ha ammesso che questo Libro Verde è stato un fallimento.

Lei ha conosciuto Gheddafi. Che tipo di persona è?

Ho avuto un’impressione molto positiva. Quest’uomo mi ha rilasciato l’intervista alla presenza del ministro dell’Informazione, che era una donna, e del traduttore. Lui parlava in arabo e io in italiano. La durata prevista era di un’ora, ma alla fine sono stato con lui due ore e un quarto perché si è messo, lui stesso, a fare le domande. E debbo dire che faceva domande assolutamente pertinenti. Un uomo che calibrava bene le sue risposte. E poi ho capito che sa anche l’italiano perché, per due o tre volte, ha bloccato il traduttore per dire: “No guarda, Del Boca ha detto così”: aveva perfettamente capito che l’altro aveva un po’ addolcito la risposta. Io ho avuto un’impressione notevolissima. Lo tenevo d’occhio. E analizzavo i suoi vestiti, perché mi interessava poi descriverli, descrivere la sua faccia, i suoi sentimenti. E poi, alla fine, quando mi ha accompagnato sulla porta della tenda, mi ha detto in inglese: “La ringrazio molto per quello che ha fatto per noi, perché lei ha scritto la nostra storia. Noi non abbiamo storici, è stato lei a scrivere la nostra storia”. Avevo scritto due volumi sugli italiani in Libia. Una cosa che io non sapevo è che lui se li faceva mandare dal traduttore, capitolo per capitolo, togliendo quello che non gli piaceva. È stata un’esperienza straordinaria innanzitutto per l’ambiente. Mi ha fatto vedere la casa che era stata bombardata dagli americani, quella che si vede nel film. Mi ha fatto vedere la culla con i pezzi di soffitto dove è morta la figlia adottiva. E poi, soprattutto, questa intervista lunghissima.

E sul piano politico che presidente è stato?

Sul piano politico debbo dire che lui ha preso in mano un Paese e ha cercato di farne una nazione. Ci è anche riuscito, in un certo senso, perché una delle operazioni che ha fatto negli anni della sua presenza in Libia è stata quella di cacciare americani e inglesi che avevano delle basi militari. Poi è riuscito a cacciare gli ultimi ventimila italiani ancora presenti. E quindi si è liberato da tutti i segni del colonialismo. E questo l’ha fatto lui, non re Idris. È vero che poi in 40 anni non è riuscito ad abolire i clan. Saltano fuori tutti adesso. In questi giorni, mi telefonava il mio amico Anwer Fekini, il nipote del capo della rivolta del 1911-1931, per dirmi che la sua tribù, i Rogeban, si è mossa e insieme agli Zintan, gli Orfella e i Tahruna, le tribù della montagna, stanno per attaccare Tripoli.

E i numeri del massacro?

Non credo assolutamente alla cifra fornita da El Arabiya di diecimila morti e cinquantamila feriti. Per cinquantamila feriti non basterebbero tutti gli ospedali della Libia e dell’Italia. E poi, diecimila morti? Abbiamo visto le fosse, però io dico che al massimo si può parlare di mille morti, forse. Come sempre c’è questa esagerazione e come sempre è più evidente in Tripolitania. In Cirenaica avevamo i morti quasi sicuri, si parlava di 288, poi 315. Le cifre erano abbastanza recepibili. Ma quello dei cinquantamila feriti è un dato che mi colpisce più dei morti.

Quali sono i motivi di questa rivolta in Libia?

In Cirenaica c’era un risentimento più vecchio. Non è soltanto la contaminazione Egitto-Tunisia. Ricordiamo i due fatti precedenti: la rivolta del 1996 a Bengasi, che ha obbligato Gheddafi a mandare Esercito, Marina e Aviazione e a occupare le carceri di sovversivi e poi la rivolta per i disegni di quel cretino di ministro italiano (Calderoli, ndr). Lì c’è sempre stato un forte risentimento verso il potere centrale: loro si ritenevano un po’ dimenticati da Tripoli e quindi era quello il luogo dove covava la rivolta.

Ma poi la rivolta si è spostata rapidamente arrivando alle porte di Tripoli.

Sì, in una settimana è arrivata anche a Tripoli. C’è il 30% di disoccupazione. È vero che loro hanno un reddito pro capite molto alto. È vero che hanno i prezzi bassi calmierati dei prodotti di prima necessità. Però, quando uno non ha un posto di lavoro… lo vediamo in Italia dove non c’è il coraggio di fare le rivolte. Ma sarebbero da fare anche qui.

A proposito di Italia: Gheddafi ha detto che “ha seppellito il grande martire”, ci sono rapporti economici, Berlusconi e Gheddafi sono amici. Quali sono i rapporti attuali tra i due Paesi?

Fino a ieri erano rapporti stupendi. Abbiamo fatto un trattato molto azzardato. Il Trattato di cooperazione e amicizia ha uno sfondo quasi esclusivamente economico-commerciale, ma ben poco di politico. Subito dopo ho detto che hanno meditato poco. Bisognava almeno dire che l’interlocutore non è a un livello europeo, non rispetta i diritti umani. Queste cose andavano dette in un preambolo, cosa che invece non è avvenuta perché ci interessava soltanto impiantare là le nostre ditte e certamente fare anche dei proventi, perché loro partecipano anche in Italia. Quindi, il rapporto era ideale. Anzi, troppo ideale. Io l’avevo criticato proprio per quel motivo. E ora alcuni esponenti dell’opposizione chiedono addirittura che venga annullato. Annullare un trattato di cooperazione e amicizia è mica roba da poco. Poi con chi lo annulliamo? Il vecchio governo che è ancora in piedi. Un nuovo governo non esiste. Chi sono i nostri interlocutori? È questo che io dicevo a Fekini: “Hai qualche nome da dirmi? Voi dite che non volete assolutamente alcun compromesso con il vecchio clan di Gheddafi. Chi volete?”. Mi ha detto: “Vogliamo gente nuova, di una nuova Libia”. E allora gli ho detto: “Perché non ti metti tu?”. E lui: “No, io posso dare consigli come avvocato, posso aiutarli, ma non mi interessa fare la vita politica”. E ci credo, è miliardario.

Allargando lo sguardo, Gheddafi ha chiamato a raccolta gli arabi contro il “Satana americano”. L’Iran ha fatto passare le navi attraverso il Canale di Suez per testare la situazione. Cosa potrebbe succedere nel contesto internazionale?

Non credo che succederà nulla di grave e di colossale. Perché l’Onu cosa può fare? Non può fare niente. Può attuare delle sanzioni, come ha fato tanti anni fa. Erano appena finite le sanzioni. Può rifarle, ma secondo me fra tre o quattro anni non ci sarà più Gheddafi. Quindi sanzioni a chi? Al popolo libico che ha già sofferto? Non credo, sarebbe ridicolo. Quindi, secondo me, nessun intervento in questo momento ha una validità. Nessuno. Perché l’unico organismo che può prendere una decisione è l’Onu che può fare delle sanzioni se Gheddafi resta al governo. Ma io ho seri dubbi anche perché ho notizie precise di come stanno le cose e non credo che lui riesca a resistere.

25 febbraio 2011

Fonte: www.nuovasocieta.it

5 marzo 2011 Pubblicato da | Esteri | , , , , | Lascia un commento

Altre hostess da Gheddafi: “Le donne in Libia sono più rispettate”

di REDAZIONE DE “IL GIORNALE”

Roma - Nuovo incontro di Muammar Gheddafi con un gruppo di hostess italiane. Poco dopo mezzogiorno all’Accademia libica, a Roma, sono arrivati quattro pullman con a bordo duecento ragazze per assistere al seminario sull’Islam del leader libico. Al loro arrivo le ragazze non hanno parlato con i giornalisti. Nel gruppo anche alcune giovani con il velo che domenica si erano convertite all’Islam con un breve rito davanti al leader libico. Un’altra ragazza portava al collo una catenina con una medaglietta con l’immagine del Colonnello.

Gheddafi

“Donne più rispettate in Libia che in Occidente” “La donna è più rispettata in Libia che in Occidente e negli Usa”. È questo il messaggio più rilevante lanciato dal colonnello Gheddafi alle circa duecento ragazze italiane che l’hanno incontrato per oltre tre ore. Il leader libico ha parlato principalmente di religione e della condizione della donna in Libia. “È molto più libera di quanto si ritiene comunemente”, ha detto Elena, una delle hostess reclutate da un’agenzia specializzata per il meeting. A dimostrazione del fatto che la donna è più rispettata nel suo Paese Gheddafi ha chiamato in esempio la condizione del lavoro. Il colonnello ha spiegato che in Libia, a differenza che in Occidente, le donne possono lavorare nelle ferrovie ma non possono guidare il treno perché non si addice al loro fisico. “Bisogna credere nell’Islam perchè è l’ultima religione”, ha aggiunto il colonnello che oggi ha incontrato molte meno ragazze rispetto a ieri. Questo perché, spiegano dall’agenzia, il leader libico non voleva vedere ragazze sedute per terra in segno di rispetto. Alle ragazze come da consuetudine è stata regalata una copia del Corano e una del Libro Verde, il testo di riferimento del regime libico.

Una cena con molti invitati I vertici dell’industria e della finanza italiane, sempre più impegnate grazie alla riapertura dei mercati favoriti dal trattato di amicizia Italia-Libia parteciperanno questa sera alla cena offerta dal presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, in onore del leader libico. Tra gli oltre 800 invitati alla caserma dei carabinieri Salvo D’Acquisto, dove l’anniversario del trattato sarà celebrato anche con uno spettacolo equestre, figurano, oltre a una qualificata rappresentanza di governo, quella di Confindustria, guidata dal direttore generale, Giampaolo Galli, l’amministratore delegato Unicredit, Alessandro Profumo, il presidente e ad di Finmeccanica, Pierfrancesco Guarguaglini, gli amministratori delegati di Eni ed Enel, Paolo Scaroni e Fulvio Conti e i vertici di Impregilo.

I legami economici Dopo la firma dell’intesa che ha consentito di superare il contenzioso risalente al colonialismo italiano, i dossier economici che legano i due paesi si sono via via arricchiti di significato, dai soci di peso libici entrati nel capitale di piazza Cordusio, alle grandi infrastrutture come l’autostrada costiera, al sempre più ampio impegno petrolifero da parte dell’eni. E proprio di petrolio si parlerà, a livello di delegazioni miste, anche nel pomeriggio in occasione dell’inaugurazione della sede romana dell’accademia libica, dove è atteso il primo incontro, per la giornata di oggi, tra il cavaliere e il colonnello.

Le hostess pagate da Gheddafi con il Corano ricevuto alla conferenza

La protesta dei finiani “Vi immaginate Gheddafi che va a Parigi o a Berlino e organizza un incontro con 500 hostess per dir loro diventate musulmane? Noi no. E non a caso Gheddafi certe pagliacciate – è il termine giusto – le viene a fare a Roma, non a Parigi o a Berlino. Evviva la Realpolitik, ma sui libri di Kissinger non c’è scritto che bisogna concedere ai dittatori la passerella sul suolo patrio, in regime di liceità assoluta: Roma in questi giorni sembra un possedimento extraterritoriale libico”. Lo scrive il direttore di Generazione Italia, Gianmario Mariniello, sul sito dell’associazione finiana.

“L’Italia come Disneyland” “Se l’Italia è diventata la Disneyland di Gheddafi, il parco-giochi delle sue vanità senili, la ragione è purtroppo politica. Nelle passeggiate romane il rais libico non esibisce il suo temperamento eccentrico, ma la sua legittimazione, la sua amicizia con il premier, la sua paradossale centralità nella politica internazionale di un governo – quello berlusconiano – che è progressivamente passato dall’atlantismo all’agnosticismo, dalle suggestioni neo-con alla logica commerciale, per cui il cliente, se paga, ha sempre ragione. E visto che Gheddafi paga, le sue diventano anche le nostre ragioni e la sua politica la nostra”. E’ una parte del duro commento che appare su Ffwebmagazine, periodico online della Fondazione Farefuturo.

La Russa: l’ospite è sempre sacro “L’ospite è sempre sacro”. Ignazio La Russa risponde così, interpellato telefonicamente, sulle polemiche per la visita del leader libico e le sue parole sulla conversione all’Islam. “Me l’hanno insegnato da piccolo ed è ancora così, non c’è altro da commentare”, aggiunge il ministro della Difesa e coordinatore del Pdl.

30 Agosto 2010

Fonte: Ilgiornale.it

30 agosto 2010 Pubblicato da | Pari Opportunita', Politica | , , , , , | Lascia un commento

   

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