L’Italia ha già perso la sua guerra di Libia
di DANIELE SCALEA
Dopo aver celebrato in sordina il Centocinquantenario dell’Unità, il Governo italiano ha scelto d’aggiungere ai festeggiamenti uno strascico molto particolare: una guerra in Libia. Un conflitto che sa tanto di amarcord: la Libia la conquistò Giolitti nel 1911, la “pacificò” Mussolini nel primo dopoguerra, e fu il principale fronte italiano durante la Seconda Guerra Mondiale. Questa volta, però, le motivazioni sono molto diverse.
Sgombriamo subito il campo da ogni dubbio: solo uno sprovveduto potrebbe pensare che l’imminente attacco di alcuni paesi della NATO alla Libia sia davvero motivato da preoccupazioni “umanitarie”. Gheddafi, certo, è un dittatore inclemente coi suoi avversari. Ma non è più feroce di molti suoi omologhi dei paesi arabi, alcuni già scalzati dal potere (Ben Alì e Mubarak), altri ancora in sella ed anzi intenti a soffiare sul fuoco della guerra (gli autocrati della Penisola Arabica).
L’asserzione dell’ex vice-ambasciatore libico all’ONU, passato coi ribelli, secondo cui sarebbe in atto un «genocidio», rappresenta un’evidente boutade. È possibile ed anzi probabile che Gheddafi abbia represso le prime manifestazioni contro di lui (come fatto da tutti gli altri governanti arabi), ma l’idea che abbia impiegato bombardamenti aerei (!) per disperdere cortei pacifici è tanto incredibile che quasi sarebbe superflua la smentita dei militari russi (che hanno monitorato gli eventi dai loro satelliti-spia).
Non è stato necessario molto tempo perché dalle proteste pacifiche si passasse all’insurrezione armata, ed a quel punto è divenuto impossibile parlare di “repressione delle manifestazioni”. Anche se i giornalisti occidentali, ancora per alcuni giorni, hanno continuato a chiamare “manifestanti pacifici” gli uomini che stavano prendendo il controllo di città ed intere regioni, e che loro stessi mostravano armati di fucili, artiglieria e carri armati (consegnati da reparti dell’Esercito che hanno defezionato e forse anche da patroni esterni). Da allora Gheddafi ha sicuramente fatto ricorso ad aerei contro i ribelli, ma i pur numerosi giornalisti embedded nelle fila della rivolta non sono riusciti a documentare attacchi sui civili. La stessa storia delle “fosse comuni”, che si pretendeva suffragata da un’unica foto che mostrava quattro o cinque tombe aperte su un riconoscibile cimitero di Tripoli, è stata presto accantonata per la sua scarsa credibilità.
La guerra civile tra i ribelli ed il governo di Tripoli, che prosegue – a quanto ne sappiamo – ben poco feroce, giacché i morti giornalieri si contano sulle dita di una o al massimo due mani, stava volgendo rapidamente a conclusione. Il problema è che a vincere era, agli occhi d’alcuni paesi atlantici, la “parte sbagliata”. La storia – in Krajina, in Kosovo, persino in Iràq – ci ha insegnato che, generalmente, gl’interventi militari esterni fanno più vittime di quelle provocate dai veri o presunti “massacri” che si vorrebbero fermare. In Krajina, ad esempio, i bombardamenti “umanitari” della NATO permisero ai Croati d’espellere un quarto di milione di serbi: una delle più riuscite operazioni di “pulizia etnica” mai praticate in Europa, almeno negli ultimi decenni.
Le motivazioni reali dell’intervento, dunque, sono strategiche e geopolitiche: l’umanitarismo è puro pretesto. In questo sito si può leggere molto sulle reali motivazioni della Francia, degli USA e della Gran Bretagna (vedasi, ad esempio: Intervista a Jacques Borde; Libia: Golpe e Geopolitica di A. Lattanzio; La crisi libica e i suoi sciacalli di S.A. Puttini). Motivazioni, del resto, facilmente immaginabili. Qui ci sofferemo invece sulle scelte prese dal Governo italiano.
Cominciamo dall’inizio. Prima dell’esplodere dell’insurrezione, l’Italia ha un rapporto privilegiato con la Libia. Il nostro paese è innanzi tutto il maggiore socio d’affari della Jamahiriya: primo acquirente delle sue esportazioni e primo fornitore delle sue importazioni. La Libia vende all’Italia quasi il 40% delle sue esportazioni (il secondo maggior acquirente, la Germania, raccoglie il 10%) e riceve dalla nostra nazione il 18,9% delle sue importazioni totali (il secondo maggiore venditore, la Cina, fornisce poco più del 10%). La dipendenza commerciale della Libia dall’Italia è forte, dunque, ma è probabile che il rapporto abbia maggiore valenza strategica per noi che per Tripoli. La Libia possiede infatti le maggiori riserve petrolifere di tutto il continente africano (per giunta petrolio d’ottima qualità), è geograficamente prossimo al nostro paese e dunque si profila naturalmente come fornitore principale, o tra i principali, di risorse energetiche all’Italia. La nostra compagnia statale ENI estrae in Libia il 15% della sua produzione petrolifera totale; tramite il gasdotto Greenstream nel 2010 sono giunti in Italia 9,4 miliardi di metri cubi di gas libico. I contratti dell’ENI in Libia sono validi ancora per 30-40 anni e, malgrado l’atteggiamento italiano che analizzeremo a breve, Tripoli li ha confermati il 17 marzo per bocca del ministro Shukri Ghanem. Attualmente la Libia concede ad imprese italiane tutti gli appalti relativi alla costruzione d’infrastrutture, garantendo così miliardi di commesse che si ripercuotono positivamente sull’occupazione nel nostro paese. Infine la Libia, che grazie alle esportazioni energetiche è un paese relativamente ricco (ha il più elevato reddito pro capite dell’Africa), investe in Italia gran parte dei suoi “petrodollari”: attualmente ha partecipazioni in ENI, FIAT, Unicredit, Finmeccanica ed altre imprese ancora. Un apporto fondamentale di capitali in una congiuntura caratterizzata da carenza di liquidità, dopo la crisi finanziaria del 2008.
Tutto ciò fa della Libia un caso più unico che raro, dal nostro punto di vista, tra i produttori di petrolio nel Mediterraneo e Vicino Oriente. Quasi tutti, infatti, hanno rapporti economici privilegiati con gli USA e con le compagnie energetiche anglosassoni, francesi o asiatiche.
La relazione italo-libica è stata suggellata nel 2009 dal Trattato di Amicizia, Partenariato e Cooperazione, siglato a nome nostro dal presidente Silvio Berlusconi ma derivante da trattative condotte già sotto i governi precedenti, anche di Centro-Sinistra. Tale trattato, oltre a rafforzare la cooperazione in una lunga serie di ambiti, impegnava le parti ad alcuni obblighi reciproci. Tra essi possiamo citare: il rispetto reciproco della «uguaglianza sovrana, nonché tutti i diritti ad essa inerenti compreso, in particolare, il diritto alla libertà ed all’indipendenza politica» ed il diritto di ciascuna parte a «scegliere e sviluppare liberamente il proprio sistema politico, sociale, economico e culturale» (art. 2); l’impegno a «non ricorrere alla minaccia o all’impiego della forza contro l’integrità territoriale o l’indipendenza politica dell’altra Parte» (art. 3); l’astensione da «qualsiasi forma di ingerenza diretta o indiretta negli affari interni o esterni che rientrino nella giurisdizione dell’altra Parte» (art. 4.1); la rassicurazione dell’Italia che «non userà, né permetterà l’uso dei propri territori in qualsiasi atto ostile contro la Libia» e viceversa (art. 4.2); l’impegno a dirimere pacificamente le controversie che dovessero sorgere tra i due paesi (art. 5).
L’Italia è dunque arrivata all’esplodere della crisi libica come alleata di Tripoli, legata alla Libia dalle clausole – poste nero su bianco – di un trattato, stipulato non cent’anni fa ma nel 2009, e non da un governo passato ma da quello ancora in carica.
L’atteggiamento italiano, nel corso delle ultime settimane, è stato incerto ed imbarazzante. Inizialmente Berlusconi dichiarava di non voler “disturbare” il colonnello Gheddafi (19 febbraio), mentre il suo ministro Frattini agitava lo spettro di un “emirato islamico a Bengasi” (21 febbraio). Ben presto, però, l’insurrezione sembrava travolgere le autorità della Jamahiriya e l’atteggiamento italiano mutava: Frattini inaugurava la corsa al rialzo delle presunte vittime dello scontro, annunciando 1000 morti (23 febbraio) mentre Human Rights Watch ancora ne conteggiava poche centinaia; il ministro della Difesa La Russa (non si sa in base a quali competenze specifiche) annunciava la sospensione del Trattato di Amicizia italo-libica, sospensione per giunta illegale (27 febbraio). Gheddafi riesce però a ribaltare la situazione e parte alla riconquista del territorio caduto in mano agl’insorti. Man mano che le truppe libiche avanzano, il bellicismo in Italia sembra spegnersi: il ministro Maroni arriva ad invitare gli USA a «darsi una calmata» (6 marzo). Ma la risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU del 17 marzo, che dà il via libera agli attacchi atlantisti sulla Libia, provoca una brusca virata della diplomazia italiana: il nostro governo mette subito a disposizione basi militari ed aerei per bombardare l’ormai ex “amico” e “partner”.
È fin troppo evidente come il Governo italiano abbia, in questa vicenda, manifestato un atteggiamento poco chiaro e molto indeciso; semmai, s’è palesata una spiccata propensione ad ondeggiare a seconda degli eventi, cercando di volta in volta di schierarsi col probabile vincitore. Come già in altre occasioni recenti di politica estera, il Capo del Governo è parso assente, lasciando che suoi ministri dettassero o quanto meno comunicassero alla nazione la linea dell’Italia. L’ambivalenza ha scontentato sia il governo libico, che s’aspettava una posizione amichevole da parte di Roma, sia i ribelli cirenaici, che hanno ricevuto sostegno concreto dalla Francia e dalla Gran Bretagna ma non certo dall’Italia. Infine, il Trattato di Amicizia, siglato appena due anni fa, è stato stracciato e Berlusconi si prepara, seppur sotto l’égida dell’ONU, a scendere in guerra contro la Libia.
Qualsiasi sarà l’esito dello scontro, l’Italia ha già perduto la sua campagna di Libia. I nostri governanti, memori della peggiore specialità nazionale, hanno celebrato il Centocinquantenario dell’Unità con un plateale voltafaccia ai danni della Libia: una riedizione tragicomica del dramma dell’8 settembre 1943. Questa volta non sarà l’Italia stessa, ma l’ex “amica” Libia, ad essere consegnata ad una guerra civile lunga e dolorosa, che senza ingerenze esterne si sarebbe conclusa entro pochi giorni.
Ma non si sta perdendo solo la faccia e l’onore. Le forniture petrolifere e le commesse, comunque finirà lo scontro, molto probabilmente passeranno dalle mani italiane a quelle d’altri paesi: se non tutte, in buona parte. Se vincerà Gheddafi finiranno ai Cinesi o agl’Indiani; se vinceranno gl’insorti ai Francesi ed ai Britannici; in caso di stallo e guerra civile permanente in Libia resterà poco da raccogliere. Se non ondate d’immigrati ed influssi destabilizzanti per tutta la regione.
19 marzo 2011
Fonte: www.eurasia-rivista.org
Daniele Scalea è redattore di “Eurasia” e segretario scientifico dell’IsAG, è autore de La sfida totale (Roma 2010). È co-autore, assieme a Pietro Longo, d’un libro sulle rivolte arabe di prossima uscita.
Del Boca: “L’unico con le idee chiare è Gheddafi”
di ROBERTO SANTORO

- Angelo Del Boca
Lo storico Angelo Del Boca con i suoi libri ha raccontato gli aspetti più feroci del colonialismo italiano e oggi, meglio di altri, conosce qual è la situazione a Tripoli e dintorni. Gheddafi continua a resistere e, nonostante abbia poche chance di rovesciare la situazione, si sta dimostrando un avversario temibile.
Professor Del Boca, il consiglio dei ministri ha approvato la missione italiana per far fronte alla emergenza umanitaria in Libia e Tunisia. «Nel caso tunisino mi sembra una decisione positiva, abbiamo visto immagini terribili dai campi profughi in territorio tunisino. Ma bisogna far presto. Sulla Libia ci andrei più cauto, la situazione è costantemente in movimento».
Sembrava che le tribù sulle montagne intorno a Tripoli fossero pronte a «calare» sulla capitale e invece… «Le mie fonti sulle montagne dicono che le tribù non hanno ancora armi a sufficienza».
Gheddafi non è finito anche se lo davano per spacciato. «In giro vedo molta velleità, soprattutto da parte occidentale. Paradossalmente, l’unico con le idee chiare mi sembra proprio il Colonnello».
Lo hanno dipinto come un matto ma non lo è «È tutto meno che folle. Ogni sua mossa è ragionata. Ieri ha attaccato l’Italia di Berlusconi, domani toccherà agli Stati Uniti o a qualcun altro. Ogni sua mossa è ben pensata».
Come la riconquista di Brega? «La Sirtica è decisiva per riprendersi i pozzi petroliferi. Per questo Gheddafi ha usato anche l’aviazione militare».
La situazione sul terreno potrebbe rovesciarsi? «Gheddafi è riuscito a cambiare due ministri, è ancora in sella con i suoi figli, e si sta riprendendo. Ma ormai la Cirenaica è persa e credo che non sarà facile contenere anche la Sirtica».
Nei giorni scorsi abbiamo visto sventolare alcune bandiere della monarchia. «L’ho detto dal primo giorno. La Senussia è stata sempre fortissima in Cirenaica. Quelle bandiere testimoniano di una nostalgia per il periodo dell’Indipendenza, quando nel ’51 gli inglesi misero al potere Re Idris. Oggi i nipoti di Idris, che vivono in Svizzera, si sono fatti avanti».
Le sembra uno scenario verosimile? «Il ricordo della monarchia c’è ma è improbabile che ritorni».
Resta l’ipotesi dell’intervento americano. «Tutto è possibile ma è molto meglio usare la prudenza. A meno che Gheddafi non usi la violenza contro i civili. Tutto sommato, per adesso il Colonnello ha ordinato delle operazioni militari utili a riprendere il controllo dei pozzi petroliferi, non ha lanciato missili contro i suoi nemici…come fece contro Lampedusa…».
Non le sembra che il presidente Obama sia troppo incerto? «Anche lui fa bene ad essere prudente. Il segretario di stato Clinton ha detto chiaramente che gli americani non vogliono un’altra Somalia. Gli Usa stanno vivendo una serie di problemi interni, di natura economica e politica, e questo influenza anche le loro decisioni in politica estera».
Gli Usa si trovano di fronte un avversario molto diverso da Mubarak o Ben Alì «Gheddafi è un osso duro. Un militare capace. Forse oggi, a 69 anni suonati, è un po’ frusto, ma come ho già detto dai discorsi che fa non è per niente inconsapevole. Pesa bene le parole e sta seguendo una strategia».
Possiamo salvare qualcosa del personaggio Gheddafi? «Quando fece il colpo di stato nel ’69 era un bellissimo ragazzo di 27 anni, un capitano pieno di talento e capacità. Riuscì a prendere il potere senza spargimenti di sangue e in un solo anno cacciò via le basi militari inglesi e quel che restava dei colonizzatori italiani. Da un coacervo di 130 tribù ha creato uno stato unitario. Gheddafi, in un certo senso, ha “fatto” la Libia».
4 marzo 2011
Fonte: www.iltempo.it
Angelo Del Boca: «Rivolta in Libia figlia di antichi rancori»
di LUIGI NERVO
La rivolta in Libia sembra essere arrivata alle fasi conclusive, con Gheddafi asserragliato nel suo bunker protetto da miliziani e mercenari mentre intorno alla Capitale i rivoltosi conquistano città e si apprestano a sferrare l’attacco finale. Abbiamo parlato della situazione in Libia con uno dei massimi esperti in materia, il professor Angelo Del Boca, ex giornalista e docente universitario che ha pubblicato molti libri sul Paese africano e sugli italiani che si trovavano in quelle terre.
Dopo Tunisia e Egitto la rivolta araba si è spostata in altri paesi. E ora anche in Libia. Era prevedibile che accadesse?
Direi di no, soprattutto per quanto riguarda la Libia. Anche per me, che conosco bene il Paese, è stata un po’ una sorpresa perché ha un reddito pro capite di 15-18 mila euro l’anno, che è esattamente il triplo degli altri paesi vicini. Poi in Libia i generi di prima necessità sono tutti contingentati, sono tutti calmierati e a prezzi talmente bassi da essere disponibili per tutti. C’è un reddito medio alto, infatti non abbiamo mai visto un libico chiedere l’elemosina in Europa. Abbiamo visto tunisini, algerini, marocchini, ma libici mai, perché si sta bene. Mi ha molto sorpreso che ci sia stata una contaminazione dai due paesi vicini. E, guarda caso, non è cominciato in Tripolitania, ma in Cirenaica. Che poi venisse dalla Cirenaica era previsto, perché c’è ancora la forte influenza della Senussia, come testimoniano gli striscioni che ho visto nelle foto con scritto “Viva la Senussia”. O le bandiere della Senussia, cioè dell’ultimo Re. E poi gli striscioni con scritto “Viva Omar al-Mukhtar”, che è il loro personaggio principale. È lo stesso personaggio di cui si vantava anche Gheddafi, infatti quando è arrivato all’aeroporto di Roma aveva la sua fotografia di quando lo portano ad impiccare. Però non me lo aspettavo.
Gheddafi ha detto che lui è diverso dagli altri presidenti, è un “leader della rivoluzione”.
Sì, questo è anche vero. Lui ha fatto una rivoluzione che non ha fatto né Ben Ali, autore di un colpo di stato dal mattino alla sera e della cacciata di Bourguiba, né Mubarak che, alla morte di Sadat, ha preso il potere. Ma le cose che dice non sono mica sbagliate. Anche quando dice “Io non posso dimettermi perché non ho un incarico”: questo è vero. Lui è la guida. Era tenente-colonnello ed è rimasto tenente-colonnello. Poteva diventare generale, maresciallo, tutto. Si è accontentato di questa indicazione: “Io sono la guida della rivoluzione”.
Questo gli ha dato una forza in più? Nel senso: mentre gli altri presidenti sono caduti subito, lui è ancora in piedi.
Certo. Lui è ancora in piedi. È ancora lì a difendere questa sua rivoluzione e il Libro Verde. Tra l’altro, quando l’ho incontrato nel 1996, proprio su questo Libro Verde gli ho fatto una domanda un po’ insidiosa. Gli ho chiesto: “Che successo ha avuto il Libro Verde nel suo Paese? Ho visto che l’avete stampato in milioni di copie, in tutti i paesi del mondo, ma qui in Libia che successo ha avuto?”. E lui, senza un attimo di esitazione, ha detto: “È stato un fallimento. La Libia è ancora un paese nero, non è un paese verde”. Quindi tutto sommato ha ammesso che questo Libro Verde è stato un fallimento.
Lei ha conosciuto Gheddafi. Che tipo di persona è?
Ho avuto un’impressione molto positiva. Quest’uomo mi ha rilasciato l’intervista alla presenza del ministro dell’Informazione, che era una donna, e del traduttore. Lui parlava in arabo e io in italiano. La durata prevista era di un’ora, ma alla fine sono stato con lui due ore e un quarto perché si è messo, lui stesso, a fare le domande. E debbo dire che faceva domande assolutamente pertinenti. Un uomo che calibrava bene le sue risposte. E poi ho capito che sa anche l’italiano perché, per due o tre volte, ha bloccato il traduttore per dire: “No guarda, Del Boca ha detto così”: aveva perfettamente capito che l’altro aveva un po’ addolcito la risposta. Io ho avuto un’impressione notevolissima. Lo tenevo d’occhio. E analizzavo i suoi vestiti, perché mi interessava poi descriverli, descrivere la sua faccia, i suoi sentimenti. E poi, alla fine, quando mi ha accompagnato sulla porta della tenda, mi ha detto in inglese: “La ringrazio molto per quello che ha fatto per noi, perché lei ha scritto la nostra storia. Noi non abbiamo storici, è stato lei a scrivere la nostra storia”. Avevo scritto due volumi sugli italiani in Libia. Una cosa che io non sapevo è che lui se li faceva mandare dal traduttore, capitolo per capitolo, togliendo quello che non gli piaceva. È stata un’esperienza straordinaria innanzitutto per l’ambiente. Mi ha fatto vedere la casa che era stata bombardata dagli americani, quella che si vede nel film. Mi ha fatto vedere la culla con i pezzi di soffitto dove è morta la figlia adottiva. E poi, soprattutto, questa intervista lunghissima.
E sul piano politico che presidente è stato?
Sul piano politico debbo dire che lui ha preso in mano un Paese e ha cercato di farne una nazione. Ci è anche riuscito, in un certo senso, perché una delle operazioni che ha fatto negli anni della sua presenza in Libia è stata quella di cacciare americani e inglesi che avevano delle basi militari. Poi è riuscito a cacciare gli ultimi ventimila italiani ancora presenti. E quindi si è liberato da tutti i segni del colonialismo. E questo l’ha fatto lui, non re Idris. È vero che poi in 40 anni non è riuscito ad abolire i clan. Saltano fuori tutti adesso. In questi giorni, mi telefonava il mio amico Anwer Fekini, il nipote del capo della rivolta del 1911-1931, per dirmi che la sua tribù, i Rogeban, si è mossa e insieme agli Zintan, gli Orfella e i Tahruna, le tribù della montagna, stanno per attaccare Tripoli.
E i numeri del massacro?
Non credo assolutamente alla cifra fornita da El Arabiya di diecimila morti e cinquantamila feriti. Per cinquantamila feriti non basterebbero tutti gli ospedali della Libia e dell’Italia. E poi, diecimila morti? Abbiamo visto le fosse, però io dico che al massimo si può parlare di mille morti, forse. Come sempre c’è questa esagerazione e come sempre è più evidente in Tripolitania. In Cirenaica avevamo i morti quasi sicuri, si parlava di 288, poi 315. Le cifre erano abbastanza recepibili. Ma quello dei cinquantamila feriti è un dato che mi colpisce più dei morti.
Quali sono i motivi di questa rivolta in Libia?
In Cirenaica c’era un risentimento più vecchio. Non è soltanto la contaminazione Egitto-Tunisia. Ricordiamo i due fatti precedenti: la rivolta del 1996 a Bengasi, che ha obbligato Gheddafi a mandare Esercito, Marina e Aviazione e a occupare le carceri di sovversivi e poi la rivolta per i disegni di quel cretino di ministro italiano (Calderoli, ndr). Lì c’è sempre stato un forte risentimento verso il potere centrale: loro si ritenevano un po’ dimenticati da Tripoli e quindi era quello il luogo dove covava la rivolta.
Ma poi la rivolta si è spostata rapidamente arrivando alle porte di Tripoli.
Sì, in una settimana è arrivata anche a Tripoli. C’è il 30% di disoccupazione. È vero che loro hanno un reddito pro capite molto alto. È vero che hanno i prezzi bassi calmierati dei prodotti di prima necessità. Però, quando uno non ha un posto di lavoro… lo vediamo in Italia dove non c’è il coraggio di fare le rivolte. Ma sarebbero da fare anche qui.
A proposito di Italia: Gheddafi ha detto che “ha seppellito il grande martire”, ci sono rapporti economici, Berlusconi e Gheddafi sono amici. Quali sono i rapporti attuali tra i due Paesi?
Fino a ieri erano rapporti stupendi. Abbiamo fatto un trattato molto azzardato. Il Trattato di cooperazione e amicizia ha uno sfondo quasi esclusivamente economico-commerciale, ma ben poco di politico. Subito dopo ho detto che hanno meditato poco. Bisognava almeno dire che l’interlocutore non è a un livello europeo, non rispetta i diritti umani. Queste cose andavano dette in un preambolo, cosa che invece non è avvenuta perché ci interessava soltanto impiantare là le nostre ditte e certamente fare anche dei proventi, perché loro partecipano anche in Italia. Quindi, il rapporto era ideale. Anzi, troppo ideale. Io l’avevo criticato proprio per quel motivo. E ora alcuni esponenti dell’opposizione chiedono addirittura che venga annullato. Annullare un trattato di cooperazione e amicizia è mica roba da poco. Poi con chi lo annulliamo? Il vecchio governo che è ancora in piedi. Un nuovo governo non esiste. Chi sono i nostri interlocutori? È questo che io dicevo a Fekini: “Hai qualche nome da dirmi? Voi dite che non volete assolutamente alcun compromesso con il vecchio clan di Gheddafi. Chi volete?”. Mi ha detto: “Vogliamo gente nuova, di una nuova Libia”. E allora gli ho detto: “Perché non ti metti tu?”. E lui: “No, io posso dare consigli come avvocato, posso aiutarli, ma non mi interessa fare la vita politica”. E ci credo, è miliardario.
Allargando lo sguardo, Gheddafi ha chiamato a raccolta gli arabi contro il “Satana americano”. L’Iran ha fatto passare le navi attraverso il Canale di Suez per testare la situazione. Cosa potrebbe succedere nel contesto internazionale?
Non credo che succederà nulla di grave e di colossale. Perché l’Onu cosa può fare? Non può fare niente. Può attuare delle sanzioni, come ha fato tanti anni fa. Erano appena finite le sanzioni. Può rifarle, ma secondo me fra tre o quattro anni non ci sarà più Gheddafi. Quindi sanzioni a chi? Al popolo libico che ha già sofferto? Non credo, sarebbe ridicolo. Quindi, secondo me, nessun intervento in questo momento ha una validità. Nessuno. Perché l’unico organismo che può prendere una decisione è l’Onu che può fare delle sanzioni se Gheddafi resta al governo. Ma io ho seri dubbi anche perché ho notizie precise di come stanno le cose e non credo che lui riesca a resistere.
25 febbraio 2011
Fonte: www.nuovasocieta.it
Altre hostess da Gheddafi: “Le donne in Libia sono più rispettate”
di REDAZIONE DE “IL GIORNALE”
Roma - Nuovo incontro di Muammar Gheddafi con un gruppo di hostess italiane. Poco dopo mezzogiorno all’Accademia libica, a Roma, sono arrivati quattro pullman con a bordo duecento ragazze per assistere al seminario sull’Islam del leader libico. Al loro arrivo le ragazze non hanno parlato con i giornalisti. Nel gruppo anche alcune giovani con il velo che domenica si erano convertite all’Islam con un breve rito davanti al leader libico. Un’altra ragazza portava al collo una catenina con una medaglietta con l’immagine del Colonnello.

Gheddafi
“Donne più rispettate in Libia che in Occidente” “La donna è più rispettata in Libia che in Occidente e negli Usa”. È questo il messaggio più rilevante lanciato dal colonnello Gheddafi alle circa duecento ragazze italiane che l’hanno incontrato per oltre tre ore. Il leader libico ha parlato principalmente di religione e della condizione della donna in Libia. “È molto più libera di quanto si ritiene comunemente”, ha detto Elena, una delle hostess reclutate da un’agenzia specializzata per il meeting. A dimostrazione del fatto che la donna è più rispettata nel suo Paese Gheddafi ha chiamato in esempio la condizione del lavoro. Il colonnello ha spiegato che in Libia, a differenza che in Occidente, le donne possono lavorare nelle ferrovie ma non possono guidare il treno perché non si addice al loro fisico. “Bisogna credere nell’Islam perchè è l’ultima religione”, ha aggiunto il colonnello che oggi ha incontrato molte meno ragazze rispetto a ieri. Questo perché, spiegano dall’agenzia, il leader libico non voleva vedere ragazze sedute per terra in segno di rispetto. Alle ragazze come da consuetudine è stata regalata una copia del Corano e una del Libro Verde, il testo di riferimento del regime libico.
Una cena con molti invitati I vertici dell’industria e della finanza italiane, sempre più impegnate grazie alla riapertura dei mercati favoriti dal trattato di amicizia Italia-Libia parteciperanno questa sera alla cena offerta dal presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, in onore del leader libico. Tra gli oltre 800 invitati alla caserma dei carabinieri Salvo D’Acquisto, dove l’anniversario del trattato sarà celebrato anche con uno spettacolo equestre, figurano, oltre a una qualificata rappresentanza di governo, quella di Confindustria, guidata dal direttore generale, Giampaolo Galli, l’amministratore delegato Unicredit, Alessandro Profumo, il presidente e ad di Finmeccanica, Pierfrancesco Guarguaglini, gli amministratori delegati di Eni ed Enel, Paolo Scaroni e Fulvio Conti e i vertici di Impregilo.
I legami economici Dopo la firma dell’intesa che ha consentito di superare il contenzioso risalente al colonialismo italiano, i dossier economici che legano i due paesi si sono via via arricchiti di significato, dai soci di peso libici entrati nel capitale di piazza Cordusio, alle grandi infrastrutture come l’autostrada costiera, al sempre più ampio impegno petrolifero da parte dell’eni. E proprio di petrolio si parlerà, a livello di delegazioni miste, anche nel pomeriggio in occasione dell’inaugurazione della sede romana dell’accademia libica, dove è atteso il primo incontro, per la giornata di oggi, tra il cavaliere e il colonnello.

Le hostess pagate da Gheddafi con il Corano ricevuto alla conferenza
La protesta dei finiani “Vi immaginate Gheddafi che va a Parigi o a Berlino e organizza un incontro con 500 hostess per dir loro diventate musulmane? Noi no. E non a caso Gheddafi certe pagliacciate – è il termine giusto – le viene a fare a Roma, non a Parigi o a Berlino. Evviva la Realpolitik, ma sui libri di Kissinger non c’è scritto che bisogna concedere ai dittatori la passerella sul suolo patrio, in regime di liceità assoluta: Roma in questi giorni sembra un possedimento extraterritoriale libico”. Lo scrive il direttore di Generazione Italia, Gianmario Mariniello, sul sito dell’associazione finiana.
“L’Italia come Disneyland” “Se l’Italia è diventata la Disneyland di Gheddafi, il parco-giochi delle sue vanità senili, la ragione è purtroppo politica. Nelle passeggiate romane il rais libico non esibisce il suo temperamento eccentrico, ma la sua legittimazione, la sua amicizia con il premier, la sua paradossale centralità nella politica internazionale di un governo – quello berlusconiano – che è progressivamente passato dall’atlantismo all’agnosticismo, dalle suggestioni neo-con alla logica commerciale, per cui il cliente, se paga, ha sempre ragione. E visto che Gheddafi paga, le sue diventano anche le nostre ragioni e la sua politica la nostra”. E’ una parte del duro commento che appare su Ffwebmagazine, periodico online della Fondazione Farefuturo.
La Russa: l’ospite è sempre sacro “L’ospite è sempre sacro”. Ignazio La Russa risponde così, interpellato telefonicamente, sulle polemiche per la visita del leader libico e le sue parole sulla conversione all’Islam. “Me l’hanno insegnato da piccolo ed è ancora così, non c’è altro da commentare”, aggiunge il ministro della Difesa e coordinatore del Pdl.
30 Agosto 2010
Fonte: Ilgiornale.it

Da sempre sono appassionata di temi riguardanti l’economia e la politica ed attraverso questo blog spero di condividere idee ed opinioni con gli altri.
