Quando Rino Gaetano cantava di Ruby, Wilma e altre “stelle”
di NICOLA MENTE
Sfogliare il proprio diario personale significa ricordare eventi lieti e affrontare ricordi tristi. Qualche volta si sfoglia da sinistra verso destra, si creano domande sul proprio percorso, si interroga la dote del tempo che scorre. Altre volte si decide di saltare da una pagina all’altra, non appena si ripresenta qualche collegamento. Altre volte si guarda al passato rimpiangendo appuntamenti mancati e improvvise dipartite. Come quella di Rino Gaetano, cantastorie geniale e sempre rimasto legato a quel concetto di alienazione e di reale stato brado, il cosiddetto “fuori dagli schemi”, espressione sempre troppo abusata e soprattutto imprecisa, come spesso imprecisa è la definizione dei livelli e delle dimensioni di questi schemi stessi.
Un uomo dall’esistenza squarciante e mai piatta, come un sussulto. Un simpatico menestrello da esibire senza approfondire più di tanto.
Sanremo, 26 gennaio 1978. Cominciamo da qui. Da una serata mondana, da una serata da Festival. Un’Italia in preda al tormento e alla rabbia vede questo ragazzo magro e colorato, con tanto di cilindro e ukulele, presentare alla kermesse dei fiori Gianna, un pezzo destinato ad entrare nella colonna sonora di questo squarcio di storia italiana. Senza però esser totalmente compreso, nella totalità della sua opera. Un’opera “rivelatrice”. Una filosofia che comunicava attraverso il surrealismo, quella di Gaetano, che armeggiava con disinvoltura l’apparenza ingannatrice di melodie orecchiabili e filastrocche nonsense, per assestare colpi ben indirizzati.
Roma, 15 luglio 1978. Trasmissione radiofonica Il quadernetto romano, conduce Enzo Siciliano, futuro presidente RAI. Ospite è proprio Rino Gaetano, che su richiesta del conduttore tenta di spiegare chi sia la protagonista della canzone che lo ha portato al podio sanremese. «Gianna è una ragazza quindicenne che si pone un grave problema. Dice: che faccio? Mi politicizzo subito, oppure aspetto di diventare prima donna e poi lo faccio? Questa dura lotta non si risolve assolutamente, perché fa tutt’e due insieme. Però senza annientare l’una o l’altra parte, come spesso si fa». Il messaggio è particolare, e nell’occasione Siciliano liquida la questione con l’atteggiamento di chi sembra cogliere al volo la questione, ma senza dedicare tempo al dibattito e ad un’eventuale ulteriore analisi del pensiero espresso. Un pensiero abbastanza “spinoso” e piuttosto chiaro.
Quella è l’estate di Nuntereggae più, tormentone dal testo dissacrante che allieta (almeno così pare) l’estate di un paese sventrato da gravi problemi e da pericolose tensioni. Pochi mesi prima era stato rinvenuto il corpo del presidente Dc Aldo Moro, mentre l’instabilità e la rabbia divampavano a ogni livello della società. Sono gli anni di piombo, anni intrisi di sangue e offuscati dalla nebbia. In Nuntereggae più Gaetano nomina Capocotta, una località balneare sul litorale romano. Una località non qualunque. Quella spiaggia 25 anni prima è teatro di uno degli scandali più scabrosi che investono il mondo politico italiano nel secondo dopoguerra.
Torvajanica, 11 aprile 1953. Una ragazza ventunenne (dunque appena maggiorenne, per le leggi in vigore all’epoca), Wilma Montesi, viene trovata morta in riva al mare. La Montesi è una giovane e bella ragazza romana, di umili origini, con qualche aspirazione ad entrare nel mondo del cinema e dello spettacolo. Quello fu un caso che, dopo un iniziale tentativo di conclusione (con l’ipotesi del suicidio della giovane) affrettata, montò a livello nazionale in occasione delle elezioni politiche, le prime regolate dalla contestatissima “legge truffa” De Gasperi-Scelba (siamo alle solite: poster hoc, propter hoc?), e si rivelò un autentico scandalo per il mondo delle istituzioni: vennero infatti ricostruite, grazie a riaperture di fascicoli e deposizioni di presunti testimoni, situazioni sinistre, nelle quali venivano dipinte feste private a base di sesso e droga. Feste con partecipanti illustri, legati al mondo finanziario e soprattutto a quello politico. Feste avvenute in località Capocotta, appunto. Si parlò di ambienti vicini alla Democrazia cristiana, lo scandalo giunse fino alla Presidenza del Consiglio e ciò recò non poco turbamento.
Lo stesso Aldo Moro, nel memoriale consegnato alle Br prima di essere ucciso, proprio nella primavera di quel 1978, scriveva: «prescindendo dalla prima e più semplice fase della sua vita politica caratterizzata, come è generalmente riconosciuto da dinamismo realizzatore, il nome di Fanfani emerge, essendo allora ministro dell’Interno, in occasione del caso Montesi, il quale sulla base di un’ondata purificatrice che non avrebbe dovuto guardare in faccia a nessuno, coinvolse sulla base di alibi indizi, poi contestati dalla magistratura di Venezia, il senatore Piccioni, una delle persone più stimate della Dc, il quale dové lasciare il posto di ministro, per quella che si dimostrò poi di essere una leggerezza… L’onorevole Fanfani salì rapidamente i gradini della sua carriera politica e finì per assommare in sé in poco tempo tre cariche di grande rilievo quali la segreteria del partito, cui era pervenuto in successione di De Gasperi, la Presidenza del Consiglio e il ministero degli Esteri».
Ma torniamo a Gianna. Nella fiction su Gaetano uscita nel 2007 (prodotta da Rai Fiction e realizzata da Claudia Mori per la Ciao ragazzi), si spiega come quella canzone sia “priva di significato”. Conclusione strana ed affrettata, oltre che falsa. Una canzone che il significato ce l’ha, eccome. Eppure è strano che, dal momento in cui si decide di comporre una biografia dell’autore, si saltino numerosi elementi importanti e si travisi la realtà. Una fiction molto contestata quella, sia dalla sorella del cantautore che dalla fidanzata Amelia Conte, per aver travisato la figura di Rino, passato per un arido alcolizzato fino a sfiorare il patologico. Una biografia tendente alla calunnia, dalla quale Rino non esce bene e soprattutto non esce nel lato più “autentico”.
Logico è che con la chiave di lettura fornita da quella breve introduzione dello stesso Gaetano, il testo assuma contorni diversi e significati meno sibillini di quel che apparentemente sembrerebbe. Gianna non cercava suo marito (il Pigmalione), Gianna difendeva il suo salario dall’inflazione. Gianna non crede alle canzonette o agli Ufo (come fanno le sue coetanee), Gianna aveva un fiuto eccezionale per il tartufo (tubero prezioso ed estatico). E poi? E poi la notte, dove “la festa è finita, evviva la vita /La gente si sveste e comincia un mondo /un mondo diverso, ma fatto di sesso /e chi vivrà vedrà”. Fino alla conclusione: “Ma dove vai, vieni qua, ma che fai? /Dove vai, con chi ce l’hai?/ Butta là, vieni qua/ chi la prende e a chi la dà!/Dove sei, dove stai? /Fatti sempre i fatti tuoi!Di chi sei, ma che vuoi?/Il dottore non c’e’ mai!Non c’e’ mai! Non c’e’ mai!/Tu non prendi se non dai”!
Il pensiero corre attraverso trentadue anni. Milano, 27 maggio 2010. Il caso Ruby, la telefonata di Silvio Berlusconi in questura, l’apertura dell’inchiesta. Luci nuovamente puntate su feste, presunte orge, giovani appena maggiorenni (o non ancora), spettacolo (senza morti eccellenti, almeno fin ora). Scandalo in versione moderna di un cliché tipico ma tirato fuori ad arte in base a discrezioni ancora tutte da capire. Un filo che rimane intatto (seppur sotterrato) dopo cinquantotto anni e che riemerge al momento opportuno, in chiave moderna. Una luce sinistra su qualcosa che l’elettorato d’opposizione utilizza per indicare Berlusconi come vaso di Pandora e genesi del degrado, come l’introduttore di mondi perversi legati allo spettacolo. Qualcosa che invece si riconduce ai più fitti misteri dell’Italia repubblicana. Il sesso, la perversione e la politica. I mass media, la comunicazione. Un legame che Rino aveva colto e intuito, che aveva tentato di “passare” a suo modo. Un’intuizione geniale mai valorizzata e approfondita, neanche di fronte ad una biografia. Ruby come Wilma, Wilma come Gianna, Gianna come Ruby. Legate da un triplice filo. Politicizzarsi, o diventare prima donna? Continuare a sfogliare il diario, o andare avanti, senza curarsi più di tanto del passato? Quando si tornerà a leggere e a capire le pagine ingiallite, prima di scriverne nuove?
10 aprile 2011
Fonte: www.diebrucke.it
Non tutti quelli che vagano sono senza meta, soprattutto quelli che cercano la verità
“Cara Betty, sono venuta al Wellesley perchè volevo fare la differenza, ma cambiare per gli altri è mentire a se stessi.”
La mia professoressa Katherine Watson vive secondo le proprie convinzioni e non accetta compromessi neanche per il college. Dedico questo mio ultimo articolo ad una donna straordinaria che ci è stata di esempio ed ha convinto tutte noi a vedere il mondo attraverso nuovi occhi. Quando leggerete questo mio scritto lei si sarà gia imbarcata per l’Europa dove so che troverà nuove barriere da abbattere e nuove idee con cui rimpiazzarle.
Ho sentito dire che ha gettato la spugna per essersene andata, una girovaga senza meta,
ma non tutti quelli che vagano sono senza meta,
soprattutto non coloro che cercano la verità
oltre la tradizione, oltre la definizione, oltre l’apparenza.
I ruoli per i quali siete nate
Bellissima scena del film Mona Lisa Smile con l’interpretazione unica di Julia Roberts.
Ancora divise in piazza
di LUCIA PALMERINI
Di nuovo in piazza, ed ovviamente divise, incapaci di trovare un comune denominatore, incapaci di presentare una lista di richieste, incapaci di essere coese ed unite forse per l’innato “essere prima donna” che appartiene ad ognuna di noi.
Eppure preparare una lista di problemi che riguardano le donne è un’impresa a dir poco facilissima per la quale basterebbero pochi minuti, ma noi donne siamo “in altre faccende affaccendate”, tutte prese dal mostrare la propria superiorità rispetto all’altra, a ribadire che “io sono diversa”, a puntualizzare di non aver nulla a che vedere con le ragazze dell’Olgettina o che vanno a corteggiare a Uomini e donne, come sempre a sottolineare l’esistenza di persone per bene e persone per male, donne di classe e donne inferiori. Distinguerci dall’altra, la nemica che ci sta accanto è l’unico obiettivo di noi donne di oggi, non importa poi se veramente il percorso di vita che ci contraddistingue è coerente con quello che diciamo e che facciamo, ma l’importante è puntualizzare con le parole la diversità.
Oggi, per la festa della donna, le donne scendono in piazza divise in due cortei, il primo al grido “il corpo è mio e lo gestisco io”, il secondo a difendere la scelta di essere mamma, come se la prima posizione escludesse la seconda o viceversa; come se mettere al mondo un bambino non derivasse dalla libertà di disporre del proprio corpo, come se le donne che non volessero avere figli fossero aliene.
Eppure le posizioni sembrano inconciliabili secondo le organizzatrici, che invece di pensare al bene delle donne, a cosa sarebbe veramente giusto per noi e per il futuro, cercano di mettersi in mostra per apparire davanti ad una telecamera, per ottenere un’intervista, visibilità, importanza, sempre e solo sminuendo “l’altra” e mostrandosi diversa e migliore.
Noi donne abbiamo indubbiamente bisogno di far sentire la nostra voce, abbiamo bisogno di gridare, di urlare, di mostrare i nostri problemi, la frustrazione quotidiana di scelte imposte: rinunciare ad un bambino, rinunciare al lavoro, rinunciare alla vita cioè alle aspirazioni ed ai sogni che sono il motore di ogni esistenza, ma non riusciamo a farlo insieme. Devo purtroppo constatare che siamo diaboliche nel perseverare nell’errore, e non solo vittime e complici del perverso gioco che ci mette l’una contro l’altra come ho gia scritto nell’articolo sulla manifestazione del 13 febbraio scorso.
Per capire di cosa noi donne abbiamo bisogno basterebbe leggere i dati dell’Istat o dell’Eurostat:
- tra i laureati, le donne oltre ad essere la maggioranza (60% dei laureati) sono anche le più brave, ma occupano solo il 6% dei ruoli dirigenziali;
- le parlamentari italiane sono solo il 17%, a fronte della totale parità in Norvegia, Svezia ed Olanda e di una media europea del 23%;
- rispetto agli uomini, in media le donne guadagno il 20% in meno;
- un’italiana su due è casalinga o disoccupata, ovvero solo il 45% delle italiane lavora (ultimo posto in Europa) contro l’80% delle norvegesi e 72% delle inglesi;
- negli asili pubblici troviamo solo il 9% dei bambini;
- il lavoro domestico in Italia è svolto per l’80% dalle donne, mentre in Svezia è equamente distribuito tra le donne con il 55% e gli uomini con il 45%;
- il 96% delle violenze domestiche non viene denunciato.
Appare chiaro che sono necessarie politiche che favoriscano la partecipazione femminile, le quote rosa per ridimensionare le lobby e dare spazio a donne preparate che trovano sempre più spesso solide barriere sulla loro strada, infrastrutture per l’infanzia ed il potenziamento della legge sullo stalking.
Io non voglio diversificarmi, non credo di essere superiore, non accuso nessuna di non capire i problemi della società, ma semplicemente critico gli atteggiamenti di noi donne. Il mio desiderio è di poter scendere in piazza portando delle richieste concrete che vadino a beneficio di tutte e tutti e non per difendere l’orticello di casa.
8 marzo 2011
Fonte: www.diebrucke.it
Perché le quote rosa
di LUCIA PALMERINI
Il 23 febbraio scorso è stato definitivamente smantellato il ddl sulle quote rosa promosso da Lella Golfo (PDL) ed Alessia Mosca (PD). In pochi erano a conoscenza di questo disegno di legge e sarebbe interessante sapere quanti tra coloro che hanno partecipato alla manifestazione Se non ora quando? del 13 febbraio.
Le cosiddette quote sono uno strumento utilizzato per garantire la rappresentatività delle minoranze e combattere eventuali discriminazioni e razzismi. Negli Stati Uniti, ad esempio, esistono quote per le minoranze religiose ed etniche addirittura nelle procedure di selezione delle università e di assunzione per un qualunque lavoro; il Brasile, seguendo l’esempio degli Stati Uniti, dal 2000 sta attuando una politica delle quote per studenti universitari di colore. Seguendo lo stesso criterio, le quote di genere - comunemente conosciute come quote rosa – fissano una percentuale minima da rispettare per entrambi i sessi all’interno di liste elettorali, consigli di amministrazione, luoghi di lavoro, università ed altro
Al di fuori dei confini italiani, cinquanta paesi hanno introdotto quote di genere negli statuti dei partiti e trenta di questi le hanno addirittura inserite nelle elezioni nazionali; altrettanti sono i paesi che hanno introdotto quote di genere in vari settori, come nell’assunzione di dipendenti, nei consigli di amministrazione e nelle università.
Per quanto riguarda la presenza femminile in politica, Norvegia e Svezia introdussero le quote rosa negli anni ’80, quando le donne occupavano il 20% dei posti nel Parlamento (in Italia le donne sono il 17%, contro una media europea del 23%), arrivando oggi a raggiungere la totale parità tra i sessi. I paesi che hanno seguito l’esempio scandinavo, come Costa Rica, Sudafrica e Slovenia hanno visto il numero delle donne elette duplicarsi in un’unica elezione, mentre la Spagna che già aveva una forte rappresentanza femminile pari al 36%, nel 2007 ha approvato una legge che la porta al 40%.
Gli stessi paesi scandinavi sono stati pionieri nell’introdurre quote di genere nei consigli di amministrazione e nel mondo del lavoro. Solo nel luglio 2010 anche gli Stati Uniti hanno imboccato la stessa strada, con la riforma della finanza, grazie alla quale le autorità federali potranno costringere le società finanziarie ad assumere donne, pena la non-validità dei contratti stipulati. La Spagna invece raggiungerà il 40% nel 2015 e la Francia nel 2017. A favore delle quote rosa vi sono anche gli studi scientifici che mostrano una correlazione positiva tra la presenza delle donne ed il successo aziendale.
In Italia invece le quote rosa sono tabù: si stenta ad introdurle e si accampano motivazioni legate alla presunta dignità delle donne, termine sempre più impropriamente usato negli ultimi tempi. Da ultimo, il disegno di legge Golfo-Mosca affossato il 23 febbraio, nell’assoluta indifferenza delle associazioni che erano scese in piazza solo 10 giorni prima in nome delle donne e dei loro diritti.
Il ddl prevedeva una quota di genere pari al 30% negli organi di amministrazione e controllo delle società quotate in borsa e di società statali e partecipate pubbliche. Ma il disegno di legge è stato stravolto accogliendo la richiesta di gradualità di Confindustria, Abi e Ania. Il testo originale approvato alla Camera avrebbe permesso di raggiungere la parità in 3 anni, riguardando il primo rinnovo dell’organo di amministrazione dopo sei mesi dall’approvazione della legge. Invece con gli emendamenti del governo, alla minoranza di genere viene riservato un decimo dei posti al primo rinnovo, un quinto al secondo ed il 30% al terzo rinnovo, impiegando 9 anni, quindi il 2021 se consideriamo i rinnovi del 2012. Inoltre, invece della decadenza del Cda in caso di non-rispetto della legge, è prevista una sanzione pecuniaria che rende ancora più blanda ed irrealizzabile una effettiva parità.
Il disegno di legge Golfo-Mosca avrebbe garantito la realizzazione del processo meritocratico che dovrebbe portare ai vertici delle aziende i più bravi; le donne sono infatti il 60% dei laureati ed il 30% dei partecipanti ai master Mba e le aziende che sono cresciute maggiormente negli ultimi 3 anni sono guidate principalmente da donne.
Se quindi le donne non sono presenti nei Cda significa che manca una selezione meritocratica e che le donne sono effettivamente discriminate. Un disegno di legge sulle quote rosa avrebbe potuto eliminare le barriere che impediscono alle donne di ambire a posti dirigenziali e avrebbe garantito l’utilizzo di ulteriori conoscenze che sono necessarie per la crescita economica dell’intero paese.
Ma l’ingresso di una donna significherebbe l’uscita di un uomo e nessuno è disposto a lasciare la poltrona: questa volta la cavalleria non c’entra.
3 marzo 2011
Fonte: www.diebrucke.it
Le femministe divise: l’8 marzo cortei separati Non vogliono le finiane
di VITTORIO MACIOCE

- Vittorio Macioce
La forza delle donne è che non saranno mai uno stereotipo. Il potere, la pubblicità, la tv, gli intellettuali, i latin lover, i poeti, i preti, le mamme, le rivoluzioni, le comari del paesino, femministe, i figli, i padri e tutti i maschi ci provano da una vita a definirle con una maschera. È rassicurante. È più facile. Ti affidi a questa maschera e la segui. Devi essere come lei. È lo stesso destino di Barbie. Barbie cassiera, Barbie olimpica, amazzone, rockstar, Barbie ambasciatrice dell’Unicef e candidata alle presidenziali Usa, Barbie modella, poliziotta o ballerina. Angelica o sciupafamiglie, sposa, seduttrice, androgina o puttana. Donne con le gonne, come le voleva Vecchioni, o calviniste, azioniste oppure in carriera. Ma per fortuna la donna non è Barbie, non è una bambola. Lei, la donna individuo, singola e irripetibile, tenterà di ribellarsi alla maschera: più dell’uomo. E questo capita anche quando a ingabbiarti nel ruolo sono donne come te. Quelle, per esempio, del comitato «Se non ora, quando».
Le donne indignate per il Rubygate stanno per tornare in piazza. Il bis del 13 febbraio è scontato. L’otto marzo è l’occasione la seconda manifestazione «anti cav». Il rosa anche questa volta è solo una scusa. Ieri mattina la conferenza stampa. Il luogo non è scelto a caso. La sede della stampa estera serve a far sapere al mondo che Berlusconi è un bieco maschilista. Solo che non tutto va liscio. L’idea di dividere il mondo in donne e veline ha già creato molti mugugni. Chi sono queste signore di buona famiglia che giudicano il bene e il male? Questa forzatura culturale non piace a chi ci vede solo una maschera politica e neppure alle femministe militanti, che nel vestitino da brava ragazza ci si trovano davvero male. A loro questa melassa rosa fa venire il mal di stomaco. Il risultato è che l’otto marzo ci saranno due manifestazioni, quella di Flavia Perina, Francesca Izzo e Elisabetta Eddis e una street parade femminista che partirà in Santa Maria in Trastevere. Eva contro Eva.
La conferenza stampa ha svelato il contrasto. I toni non erano amichevoli. Cinzia Paolillo, redattrice di Zeroviolenzadonne, ha contestato la dittatura del comitato: «È un’impostazione che esclude. Tutta giocata sull’immagine materna della donna che noi non condividiamo». La direttrice del Secolo sbotta: «Ma perché siete così incazzate voi?». La risposta arriva subito. Le femministe, che rivendicano questo titolo, non condividono che l’appello sia rivolto solo alle cittadine italiane: «Che cosa facciamo con le migranti e le straniere. Non sono donne loro?». Ma soprattutto rifiutano la maschera: «Nel senso comune degli italiani le donne sono spesso considerate come sante o puttane. Il comitato sembra suggerire che o sono mamme, come la mamma Rosa di Berlusconi, o sono papi-girls, come quelle dell’Olgettina. Ma le donne non sono così. Queste gabbie ci stanno strette».
Il problema è che gli interessi sono diversi. Flavia Perina e Giulia Bongiorno scendono in piazza per difendere la loro carriera politica. Si sono sentite scavalcate e messe da parte. Temono che il velinismo le cacci dal palazzo. Come dice la Perina: «Noi ci battiamo contro l’idea che la selezione della rappresentazione femminile avvenga col metodo Mora». Il suo leader Fini parla di «metodo Minetti». È l’orgoglio del professionismo politico. I voti non si contano ma si pesano.
La stessa Flavia Perina racconta che una sera, durante un’accesa discussione con «compagne», si è trovata lei, di destra, a difendere Nilde Jotti. «Secondo loro aveva pure lei il suo papi a darle una mano. Ho dovuto ricordare che approdò in Parlamento da ex staffetta partigiana e non da ballerina di Macario». Ecco, qui, c’è il punto che a molte donne, femministe e non, davvero non piace: ma dove sta scritto, in democrazia, che le ballerine non possono andare in Parlamento?
1 marzo 2011
Fonte: www.ilgiornale.it
Quote rosa a passo di lumaca
Il dibattito sulle quote rosa
di ALESSANDRA CASARICO e PAOLA PROFETA
Conviene avere più donne ai vertici delle imprese? È un beneficio per l’impresa e l’economia nel suo complesso o solo per la donna che arriva a fare il capo? La domanda è di grande attualità, nei giorni in cui sono arrivati al Senato gli emendamenti del governo alla proposta di legge Golfo-Mosca, che impone alle società quotate una percentuale di almeno il 30% del genere meno rappresentato nei Consigli d’amministrazione e nei collegi sindacali. Modifiche che accolgono le richieste di maggiore gradualità di Confindustria, Abi e Ania (si veda il Sole 24 Ore di ieri) e che quindi allungano (troppo) i tempi per il raggiungimento della quota del 30% (entro il 2021).
Uno degli argomenti portati a favore di una maggior rappresentanza femminile ai vertici delle aziende è la relazione positiva tra presenza femminile e performance, testimoniata anche da un recente studio McKinsey–Cerved. Se avere più donne ai vertici si associa con una miglior prestazione aziendale, allora ben vengano le quote di rappresentanza. Le stesse imprese avranno solo da guadagnarci e, con loro, tutta l’economia del nostro paese.
Nell’azienda le donne sono portatrici di uno stile diverso rispetto a quello maschile: l’attenzione alle persone, la capacità di gestire le relazioni con gli interlocutori, l’abilità nel prevenire e risolvere i conflitti, la disponibilità a condividere le decisioni, la minor propensione al rischio sono caratteristiche della leadership femminile che possono avere effetti positivi sulla performance. Inoltre in un contesto eterogeneo aumentano le possibilità di affrontare le scelte con prospettive più variegate, di avere a disposizione una platea di talenti più ampia e di rafforzare la rappresentanza di tutti gli azionisti. Questo può avere dei risvolti positivi anche per l’immagine dell’azienda. Un ambiente eterogeneo per genere sembra essere più fertile rispetto a uno in cui la diversità sia di età oppure di nazionalità.
Altri studi hanno misurato la relazione tra presenza di donne e successo aziendale. Su un panel di circa 2.500 aziende danesi nel periodo 1993-2001 Smith e altri (2005) hanno trovato una relazione positiva tra la presenza femminile e gli indicatori di successo, anche tenendo conto della dimensione e dell’età dell’azienda e del settore. Fattori che potrebbero influenzare la performance senza che abbiano nulla a che fare con la presenza femminile. È interessante notare che la relazione positiva svanisce se le donne fanno parte del Cda in virtù di vincoli familiari. Adams e Ferreira (2009) dimostrano che il più efficace monitoraggio che le donne sarebbero in grado di effettuare renderebbe positiva la loro presenza nei Cda soprattutto per le imprese con una governance peggiore. Gli studi esistenti suggeriscono anche alcuni caveat nel valutare l’impatto femminile. Se l’azione di un Cda è fortemente condizionata dalle dinamiche sociali del network in cui opera, poiché il network delle decisioni aziendali è tipicamente dominato da uomini, le donne potrebbero rinunciare alle proprie caratteristiche “naturali” di genere per sposarne altre più simili agli atteggiamenti degli uomini. Un risultato che sembra suggerire l’importanza di avere una massa critica di donne nei Cda per innescare l’impatto positivo sulla performance.
Occorre sottolineare che, sebbene gli studi esistenti suggeriscano una correlazione positiva tra donne e successo aziendale, la stima di un effetto causale è molto complessa. Non è facile isolare il contributo che le donne danno alle performance in modi considerati rigorosi dalla disciplina economica. Per questo sempre migliori dati e sempre migliori analisi sono necessari.
Le quote sono già presenti in molti paesi europei, con la Norvegia come pioniera. Nei paesi che le hanno introdotte, la percentuale di donne nei Cda è aumentata in modo significativo. Come ben sappiamo, le donne sono portatrici di talenti e competenze, in questo momento più che mai necessari al nostro paese per recuperare competitività e per accelerare la crescita economica.
24 febbraio 2011
Fonte: www.ilsole24ore
Non vado in piazza: ecco perché
Il Confronto sulle donne e la manifestazione del 13 Febbraio
di LUCIA PALMERINI
Oggi domenica 13 febbraio resterò a casa a leggere un libro o andrò a fare una passeggiata al mare od in centro, ma sicuramente non scenderò in piazza e non permetterò a nessuno di strumentalizzarmi. Non solo non aderisco alla manifestazione, ma la condanno e aborro l’idea che un tema importantissimo come l’emancipazione femminile possa essere strumentalizzato dal partito di opposizione di turno, in questo caso centro e sinistra.
Se fossi un uomo mi accuserebbero di essere maschilista e sessista, ma sono una donna, emancipata, istruita, con un lavoro normalissimo, e la decisione di non aderire alla protesta è stata da me analizzata ed approfondita in ogni aspetto. Dapprima pensavo che la manifestazione indetta “per le donne“ riguardasse la segregazione e discriminazione femminile che è oramai scientificamente provata, così come l’esistenza della corruzione e dell’uso improprio delle raccomandazioni. Basti ricordare che le donne nel Parlamento italiano sono il 17%, contro una media europea del 23% e contro la totale parità in Norvegia ed Olanda. Ma invece di scendere in piazza per chiedere politiche paritarie, di sostegno alle donne che lavorano, e di miglioramento delle infrastrutture dell’infanzia, si scende in piazza per chiedere le dimissioni di Berlusconi.
Andiamo per ordine. Innanzitutto nel manifesto dell’appello alla mobilitazione si fa riferimento alle italiane: sono escluse le immigrate e gli uomini, come se i comportamenti lesivi della dignità delle donne riguardasse solo una parte della nazione e non tutti. E, cosa gravissima, si fa riferimento a due tipi di donne, le buone e dignitose, ovvero coloro che “lavorano fuori o dentro casa, che si sacrificano, che si occupano di figli, mariti e genitori anziani”, e le altre, le cattive, che lasciano i figli nelle mani di imprudenti babysitter, i genitori abbandonati a badanti senza scrupoli, i mariti alle prese con fornelli e lavatrici, o che legittimamente sono manager del loro corpo e del loro aspetto.
Continua il manifesto asserendo che le buone “hanno considerazione e rispetto di sé, della libertà e della dignità femminile ottenute con il contributo di tante generazioni di donne che hanno costruito la nazione democratica”, alla quale invece non pare abbiano contribuito le cattive, che verranno giudicate e pagheranno i loro errori passando il resto della loro esistenza espiando i loro gravi peccati.
Il manifesto prosegue dicendo che ciò che “non è più tollerabile, è la ripetuta, indecente, ostentata rappresentazione delle donne come nudo oggetto di scambio sessuale, offerta da giornali, televisioni, pubblicità”. Mi domando, perché non è più tollerabile? Perché fino a ieri era lecito e tollerabile trovare una donna seminuda in un programma televisivo o in una pubblicità ed oggi non lo è più? O meglio, perché se fino a ieri il corpo seminudo di una donna era tollerato, oggi non può più esserlo? Cosa è cambiato? Come hanno fatto a scoprire l’esistenza di “una cultura diffusa che propone alle giovani generazioni di raggiungere mete scintillanti e facili guadagni offrendo bellezza e intelligenza al potente di turno, disposto a sua volta a scambiarle con risorse e ruoli pubblici”? Come hanno fatto a scoprire tali atteggiamenti? Chi ha spiato o tradito le cattive?
Ovviamente le buone non possono tollerare tali atteggiamenti che “inquinano la convivenza sociale e l’immagine in cui dovrebbe rispecchiarsi la coscienza civile, etica e religiosa della nazione”. Avete letto benissimo, in uno Stato laico, si parla di coscienza religiosa della nazione dalla quale non si può prescindere. Quale sia la religione alla quale si ispirino non è dato sapere, ma forse la povera Giovanna D’Arco avrà presto qualcuno a farle compagnia.
Ma eccoci a Berlusconi, colpevole di essersi accompagnato alle cattive, ovvero giovani e belle donzelle leicemente rimborsate per il tempo che hanno lui dedicato. Secondo le indignate, ovvero le buone, tale “modello di relazione tra donne e uomini, che egli ha ostentato (di solito si ostenta in un luogo pubblico davanti al pubblico non in una casa privata), incide profondamente negli stili di vita e nella cultura nazionale, legittimando comportamenti lesivi della dignità delle donne e delle istituzioni”. Quindi il problema non sono la segregazione e la discriminazione femminile, o la mancanza di donne in parlamento o di politiche dedicate alla situazione delle donne in Italia, ma l’abitudine lecita di Berlusconi di trascorrere il suo tempo privato in una casa di sua proprietà con giovani e belle donne: cattive, ovviamente.
Non solo, le paladine della dignità delle donne – le buone di cui sopra – minacciano in perfetto stile leniniano chi non aderirà alla loro grande rivolta di dover “rispondere delle proprie azioni, assumendosene la pesante responsabilità, anche di fronte alla comunità internazionale”.
Visto che tale avvertimento mi riguarda poiché non scenderò assolutamente in piazza, vorrei sapere di quale responsabilità si tratta, quale sarebbe il mio peccato e se il mio petto verrà marchiato a fuoco così come quello della protagonista della lettera scarlatta.
Buone contro cattive quindi, in un perverso scontro architettato dalle donne stesse per far dimettere l’attuale Presidente del Consiglio.
Io non ci sto. Io non mi faccio strumentalizzare, non mi schiero contro chi utilizza la sua vita diversamente da me e soprattutto non condanno o giudico chi si comporta in maniera diversa; e mi fa orrore, impressione, terrore sapere e constatare che delle donne condannino dei comportamenti e mostrino invece quali debbano essere quelli da tenere. Mi fa schifo sapere che per Irene Tinagli, possibile futura candidata primo ministro per il PD, una donna debba essere “femminile ma non seduttiva, perché chi si presenta in autoreggente lo fa non solo perché gli uomini la vogliono così, ma anche perché é insicura”.
Mi fa schifo perché realizzo che le battaglie delle donne per essere giudicate in base all’operato e non all’aspetto sono finite nel gabinetto di un qualunque bagno. Mi fa schifo perché sono convinta che una donna od un uomo debbano essere liberi di fare quello che vogliono con il loro corpo, liberi di prostituirsi, andare a letto con un trans o con chiunque. Mi fa schifo perché sento che nel mio bel Paese si parla sempre di più di comportamenti morali e giusti avvicinandoci ad un modello di Stato che ha eguali solo laddove vige la Sharia.
13 febbario 2011
Fonte: www.diebrucke.it
Pubblicato anche dal Corriere della Sera
http://www.corriere.it/cronache/11_febbraio_13/lettera_no_piazza_lucia_palmerini_a1634c58-379c-11e0-b09a-4e8b24b9a7d0.shtml
Dignità? Una battaglia che non è la mia
Il Confronto sulle donne e la manifestazione del 13 Febbraio
di ANNALENA BENINI

- Annalena Benini
Caro direttore,
oggi ci sarà anche il sole e sarà una manifestazione bellissima, colorata, piena di facce meravigliose e di indignazione appassionata. Ma non sarà la mia manifestazione (molte mie amiche ci vanno, per allegria e indomabile femminismo, e saranno tutte dietro lo striscione delle prostitute, con l’ombrellino rosso e qualche strana maglietta, per salvarsi dalla pericolosissima distinzione fra ragazze per bene e ragazze per male). Non lo sarà perché non ho una dignità ferita da curare o da mostrare nella sua purezza, non lo sarà perché la figura peggiore, in questa storia, la fanno gli uomini, anche se sono bravissimi a fingere di non esserci, o a dire frasi con aspirazioni femministe ma abbastanza patetiche.
La femminista e storica del movimento delle donne Anna Bravo ha scritto una illuminante lettera agli uomini, sul manifesto di ieri: «Vorrei almeno sapere cosa avete in mente quando, oggi, parlate di donne. Per esempio, io non riesco a vedere una differenza qualitativa fra il dire “le nostre mogli, le nostre compagne, le nostre amiche, le nostre figlie (…) che conosciamo e rispettiamo”, e il dire: “tutte puttane, tranne mia mamma e mia sorella”».
Ecco, avessi letto o ascoltato (ma non nelle chiacchiere fra amici e mariti, che sono sempre molto sincere ma mai pubblicabili) una riflessione vitale degli uomini sulle relazioni maschi/femmine, senza il pietoso tentativo di scaricarci addosso qualche colpa da lavare fingendo di difenderci, mi sarei entusiasmata, avrei pensato che gli anni Cinquanta sono davvero finiti, ma non è successo, quindi parlo solo per me. Io non mi sento offesa in quanto donna dalle ragazze di Arcore, non credo che quel che faccio e di cui sono fiera (lavorare, stare con i miei figli, essere innamorata, andare al cinema, all’asilo, a fare la spesa, sentirmi stremata a volte), venga oltraggiato o sciupato perché ci sono ragazze che scambiano sesso con denaro o favori con i potenti e, come si avverte dalle conversazioni telefoniche spiate, ne sono parecchio consapevoli.
Non è divertente, non è bello, non è affatto un buon esempio, non è il tipo di donna che vorrei essere e non è la figlia che vorrei crescere, ma è libertà, è letteratura, è soggettività ed è vita. Negli appelli ho letto cose che d’istinto, da figlia delle femministe di allora, ho sentito vecchie e tristi. «Le altre donne», «Se non ora, quando?» (quando lessi il libro di Primo Levi, credo vent’anni fa, ammirai la potenza di quella reazione, e oggi rivendico lo scandaloso diritto di ridere di una manifestazione anti Berlusconi che si intitola come la lotta dei partigiani ebrei russi e polacchi contro il nazismo).
Anche «la maggior parte delle donne italiane non sono in fila per il bunga bunga» non mi piace: è così evidente, e allora? Devo mettermi una sciarpa bianca in segno di lutto per far vedere che non sono una prostituta e che sono scandalizzata che esistano le prostitute e le olgettine e le ragazze con i labbroni a canotto? Non ci riesco, e forse mi annoio anche. Ma conosco il dibattito di questi giorni, ho intervistato io stessa per il Foglio molte signore mai banali sul tema, e so che quando ci sono di mezzo le donne le cose cambiano sempre, si muovono, si evolvono. So e spero che le ragazze oggi in piazza non cadranno nello sbaglio: donne contro donne, puttane e spose, per bene e per male, con dignità e senza dignità. Sarebbe una miseria troppo grande per una donna, sarebbe un grigiore rancoroso che non è femminile (su Facebook ci si cambia la foto del profilo per sentirsi più dignitose, ma io non mi sento meno dignitosa di Maria Montessori o di Virgina Woolf, davvero: penso che le nostre vere facce possano bastare).
Quella di oggi sarà quindi una manifestazione contro il presidente del Consiglio, per chiederne le dimissioni. Molte femministe, che trent’anni fa si erano giurate di non fare mai più politica usando a pretesto le donne, adesso sono arrabbiate, sentono che la strumentalizzazione è pronta. Usare le bellissime facce delle donne per cacciare Silvio Berlusconi. Nemmeno questo è esaltante, in effetti: vorrei che Silvio Berlusconi venisse sconfitto da un’alternativa potente, da qualcosa di entusiasmante, da un progetto in cui credere (nel momento in cui accadrà, Berlusconi scomparirà in un attimo, perché non sarà più nei nostri pensieri), ma non dal giudizio morale sulle notti (per me, patetiche) con il Sanbitter e la mentina. Vorrei che ci convincessimo, tutte, ma in particolare quelle molto più giovani di me, che il mondo è nostro e lo vogliamo tutto. E ce lo possiamo prendere.
13 febbraio 2011
Fonte: www.corriere.it
Giusto esserci (senza il timore di venire usate)
Il Confronto sulle donne e la manifestazione del 13 Febbraio
di BIANCA BECCALLI

Bianca Beccalli
Caro direttore,
è giusto manifestare oggi in piazza rispondendo all’appello «Se non ora, quando?». È giusta questa protesta e, comunque, chi la porta avanti e a chi giova?
Io, che risponderò andando in piazza, sono lieta che la discussione e le polemiche si siano sviluppate: la piazza è un’agorà solo simbolica, solo una parte della Polis, un piccolo spazio entro gli ampi confini della democrazia, e così lo sono gli interventi che questo giornale ha incoraggiato. Ma abitare questo spazio serve per attivare la democrazia, e questo è già un successo dell’iniziativa, approvata o disapprovata che sia.
Vedo due argomenti principali contro la partecipazione e nessuno dei due mi convince. Vi è il timore che la protesta sia strumentalizzata da chi non ha mostrato una vocazione per questa causa, ma coglie l’occasione per altri scopi. È un timore espresso da una parte del movimento delle donne, la parte più gelosa della propria autonomia rispetto al gioco politico nazionale. È un timore che non trovo fondato e basta un riferimento alla lunga storia dell’impegno pubblico delle donne per rendersi conto che donne e movimenti delle donne si sono intrecciati spesso con movimenti politici più generali: la marcia di Versailles fu una marcia di donne che protestavano per il pane e fu importante per spingere il Re a tornare a Parigi, un passaggio cruciale nella storia della Rivoluzione francese. Per venire più vicini a noi si ricordi il movimento di «Pane, pace e libertà» alla fine della Seconda guerra mondiale, che aveva coinvolto in particolare le donne. O il femminismo americano degli anni 60 e 70, strettamente intrecciato al movimento per i diritti civili.
In tutti questi casi e in altri ancora è vero che partiti o movimenti politici diversi si sono avvalsi della spinta che proveniva dalla protesta femminile, ma che male c’è se la politica non contraddice ma asseconda quella spinta? Il femminismo è stato una componente importante nella lotta per ottenere diritti civili come il divorzio o l’aborto, anche se poi questi sono stati definiti tramite l’intervento dei partiti e entro logiche tradizionali diverse dalle pratiche del femminismo.
Vi è anche il timore che l’autonomia femminile venga messa in discussione da un ritorno di moralismo giudicante su pratiche e comportamenti relativi all’uso del corpo delle donne. La proprietà del proprio corpo è come un habeas corpus femminile che è stato importante nella storia del femminismo dagli anni 70 in poi. In questa storia la rivendicazione dell’autonomia femminile non era in contrasto con la critica alla mercificazione del corpo delle donne. Anzi, la mercificazione, la «donna oggetto» erano viste come tipiche lesioni dell’autonomia: le femministe d’antan bruciavano i reggiseni, attaccavano i negozi di biancheria intima, non si depilavano. «Né puttane, né madonne, siamo donne» era il loro motto. Combattere la mercificazione non è moralismo bacchettone, è una rivendicazione di dignità, che può essere condivisa o rifiutata: se alcune o molte si trovano bene in un contesto mercificato, e sostanzialmente imposto dagli uomini, sarà loro libera scelta usare il corpo e la seduzione tradizionale.
Quel che mi colpisce, e mi convince ad andare alla manifestazione, è che una vera scelta tra uso del corpo e uso della testa oggi è resa molto difficile dalla struttura delle opportunità che si offrono alle donne. Anche in un futuro ideale ci saranno ragazze carine che aspirano a un benessere immediato e che sceglieranno l’uso del corpo e della seduzione, piuttosto che il lavoro duro e l’ingresso in carriere difficili. Ma oggi, spesso, la scelta non c’è o è molto limitata. Le giovani donne di oggi hanno risultati migliori dei maschi nella scuola e nell’università, anche in percorsi una volta solo maschili, e poi non sono assunte sulla base del merito o non fanno carriera nel settore privato. Non parliamo poi della politica: a parte i casi aberranti riportati dalle cronache recenti del nostro Paese – più una mortificazione dei diritti di rappresentanza dei cittadini che dei diritti delle donne a veder valorizzati i loro meriti politici, e non l’aspetto fisico – la politica di oggi è il regno dell’arbitrio, delle cooptazioni non giustificate o giustificate da motivi personali, dell’intreccio tra pubblico e privato.
È perché trovo i timori di più sopra poco fondati e sento invece forte l’ingiustizia per un uso così scarso e distorto delle capacità femminili, che mi sembra giusto scendere in piazza.
13 febbraio 2011
Fonte: www.corriere.it

Da sempre sono appassionata di temi riguardanti l’economia e la politica ed attraverso questo blog spero di condividere idee ed opinioni con gli altri.
