Ora facciamo gli europei
di LUCIA PALMERINI
”Abbiamo fatto l’Italia: ora dobbiamo fare gli Italiani” affermava ironicamente Massimo D’Azeglio riferendosi alla forzata unificazione dell’Italia e ricevendo aspre critiche da Cavour e dai mazziniani. Sarebbe interessante sapere cosa avrebbe detto a proposito dell’attuale Unione Europea.
Sulla carta l’Unione Europea è il risultato di un lungo cammino storico, che parte dall’impero romano – che racchiudeva quasi completamente i confini europei odierni -, ha il suo primo prototipo con la Giovine Europa di Mazzini del 1834, con l’intento di affermare l’unione ed il rispetto tra i popoli europei, e si concretizza, con la CE, dopo le guerre mondiali, fino ad arrivare ad essere quella di oggi in seguito a 50 anni di veloci cambiamenti. L’Unione Europea ha l’obiettivo di garantire una zona di libero mercato tra gli stati membri attraverso l’istituzione di un moneta unica e di un’unione doganale con il Trattato di Shengen ed attraverso politiche comuni in materia di agricoltura, commercio, ambiente, pesca e difesa. Ma quando si tratta di concretizzare e mettere sul piatto decisioni importanti l’UE diventa timida, insicura, e si frammenta con richieste egoistiche dei singoli stati.
Capita così che politiche importanti in materia di sicurezza nucleare non esistano, oppure che la creazione di bond europei per aiutare paesi come Portogallo, Irlanda e Grecia, caduti in disgrazia economica, venga osteggiata da chi, come la Germania, problemi economici non ne ha: sempre secondo il principio cardine dell’egoismo, unico comune denominatore di questa Unione.
Lo stesso accade sul tema dell’immigrazione con la bocciatura da parte del Consiglio UE della richiesta dell’Italia di attivare la procedura 55 del 2001, che prevede la protezione dei profughi dal Nord Africa ripartita tra gli stati membri. Germania, Francia e Spagna hanno fortemente premuto per arrivare a tale decisione, quasi a ribadire che l’Unione Europea tutto è fuorché un’unione di stati che prendono decisioni per aiutarsi e garantire un libero mercato.
Consapevoli del nostro antico europeismo (basti pensare al Manifesto di Ventotene del 1940) può darsi che siamo noi italiani a sbagliare atteggiamento, forse fin troppo europeisti e sicuramente più europeisti di qualunque altro stato: non a caso l’Eurobarometro indica tra gli euro-scettici Inglesi, Ungheresi e Lettoni. Inoltre bisogna ricordare che l’Italia è tra le fondatrici dell’UE e vi ha sempre partecipato costruttivamente e a volte anche troppo altruisticamente, piegando il capo in nome del bene comunitario e ricevendo in cambio la messa al bando della paranza e dei forni a legna per la pizza, la possibilità di usare aromatizzanti nella produzione di olio, o di grassi vegetali in quella del cioccolato, l’uso del termine vino per commercializzare liquori a base di frutta diversa dall’uva, il divieto di produrre vino Tokaj, l’assegnazione insufficiente di quote latte, il formaggio prodotto senza latte, l’uso di OGM in agricoltura, la possibilità di mescolare miele e zucchero fino al 50% e via discorrendo.
In virtù di ciò, verrebbe da chiedersi se la posizione europeista dell’Italia non debba essere rivista. Tralasciando se sia giusto o sbagliato ricorrere ai permessi di soggiorno temporanei, mi domando a cosa serva infatti un’Unione Europea lassista ed egoista che non prende provvedimenti importanti sui temi di prima necessità che riguardano un paese in difficoltà. Perché se l’Europa serve solo per avere basi militari comuni e per dichiarare guerra congiuntamente quando a volere la guerra sono solo in due, allora se ne può fare sinceramente a meno. E se si considera che la situazione attuale della migrazione è dovuta a scelte affrettate di due Stati Europei, che hanno destabilizzato due continenti interi senza assumersene la responsabilità, la bocciatura della richiesta dell’Italia diventa ancor più triste e deludente. Un’Europa in continuo movimento, ancora incompleta, con ulteriori allargamenti all’orizzonte e soprattutto incapace di prendere decisioni comuni è del tutto inutile.
Per quanto riguarda gli italiani, Massimo D’Azeglio converrebbe con me nell’affermare che gli italiani dopo 150 anni ancora hanno fin troppa strada da fare. Triste e deludente è infatti l’atteggiamento dell’opposizione italiana, che invece di compattarsi accanto ad una richiesta sensata ed intelligente del nostro governo non fa altro che legittimare l’insana decisione del Consiglio UE.
Pur di non ammettere che Maroni, Berlusconi e tutto il Governo hanno pienamente ragione nel gridare all’egoismo e all’inutilità di una confederazione così come è in essere oggi, sprecano parole in dichiarazioni inutili, sterili e soprattutto evitabili. Come al solito l’opposizione di turno ha come unico obiettivo quello di contraddire il Governo o chi governa.
Le parole di Oriana Fallaci di dieci anni fa sembrano scritte oggi:
«Quanto all’ammirevole capacità di unirsi, alla compattezza quasi marziale con cui gli americani affrontano disgrazie e nemico, be’: devo ammettere che lì per lì ha stupito anche me… Ah, se l’Italia imparasse questa lezione! È un paese così diviso, l’Italia. Così fazioso, così avvelenato dalle sue meschinerie tribali! Si odiano anche all’interno dei partiti, in Italia. Non riescono a stare insieme neanche quando hanno lo stesso emblema, lo stesso distintivo. Gelosi, biliosi, vanitosi, piccini, non pensano che ai propri interessi personali. Non si preoccupano che per la proprio carrieruccia, la propria gloriuccia, la propria popolarità di periferia e da periferia. Pei propri interessi personali si fanno i dispetti, si tradiscono. Si accusano, si sputtanano…»
Ebbene devo constatare amaramente che forse riusciremo prima a fare gli Europei che non gli Italiani.
12 aprile 2011
Fonte: www.diebrucke.it
Mamme italiane senza aiuti – Lavora soltanto una su due
Il Paese in coda all’Ue. In Olanda l’occupazione sale al secondo bimbo. In tutta la zona Euro l’occupazione femminile è scesa dello 0,6 per cento tra il 1999 e il 2009
Perfino nell’Europa del 2011, sembra che alla condizione di donna si accompagni un danno oggettivo, un’oggettiva difficoltà di vivere. Questo dicono i dati che l’Eurostat, l’istituto incaricato di tradurre in cifre la nostra vita, ha scodellato in vista dell’8 marzo, festa mondiale delle donne: in tutti i 27 Paesi dell’Unione Europea, il tasso di occupazione femminile diminuisce con l’aumentare del numero dei figli, mentre per gli uomini accade il contrario.
Il caso Italia
La famiglia con i suoi carichi è dunque un fattore penalizzante per il lavoro femminile, e questo lo si sapeva da sempre. Come si sapeva che la penalizzazione si allevia, quanto più la madre può contare su asili nido o altre strutture pubbliche di assistenza: meno asili a disposizione, meno madri in grado di conservare il loro impiego. Ma è il secondo dato, quello che più colpisce: i due Paesi, su tutti, in cui alle donne fra i 25 e i 54 anni con figli è più difficile lavorare, sono Malta e l’Italia. Per confermarlo, la statistica seziona impietosamente le diverse tipologie familiari. Ecco qualche esempio al volo: donne senza figli, media Ue 75,8 per cento di occupazione; Germania 81,8, Finlandia 83,2, e via via tutti gli altri Paesi; fanalini di coda l’Italia (63,9), e Malta (56,6). Madri con un figlio: media Ue 71, 3; Francia 78; Gran Bretagna 75, Grecia 61,3, Italia 59 e Malta 45,7. Madri con 2 figli: media Ue 69,2, Belgio 77,2, Francia 78, Slovenia 89, 1, Finlandia 83,3, e così via; ultime in fondo all’elenco: Italia 54,1, e Malta, 37,4. Panorama ribadito dalla colonna dedicata alle madri con 3 figli o più: media Ue 54,7, Belgio 61, 7, Olanda 71,3; e l’Italia? Un tuffo all’in giù: in questa categoria, risulta infatti occupato solo il 41,3% delle donne (ancora una volta, superate in peggio soltanto dalle maltesi: 29,6%).
Se poi si allarga la visione a tutta l’occupazione femminile, il quadro generale è altrettanto grigio: ovunque la donna lavora meno dell’uomo, e in tutta la zona Euro l’occupazione femminile è calata in media dello 0,6% dal 1999 al 2009, ma in Italia è calata ancor di più: -1,2%. Non solo. Esiste anche un’altra statistica, che prende in considerazione il cosiddetto tasso di inattività economica: persone che neppure cercano un’occupazione, gente al di fuori del mercato del lavoro. Nel 2009, nella Ue, erano in questa condizione 8,7 milioni di uomini e 23,4 milioni di donne, rispettivamente l’8,2% e il 22,1% del totale. Ma anche qui, grandi differenze: per le donne, il tasso di inattività era bloccato al 13% in Svezia o in Danimarca, ma balzava al 35,5% in Italia, e al 51,1% a Malta. Un altro piazzamento in coda all’Europa. Frutti avvelenati dei vecchi pregiudizi, «la donna deve pensare ai figli» e via dicendo? Non sembra: in Spagna, uno dei Paesi più tradizionalisti, si è dimezzato in 30 anni il numero di coloro che nei sondaggi ritengono giusta questa affermazione.
Più probabilmente, concordano gli esperti di Bruxelles, la crisi iniziata nel 2008 ha colpito di più le fasce più deboli: piove sul bagnato, insomma.
La tendenza
C’è anche qualche sorpresa, nella fotografia scattata dall’Eurostat: se è vero che la presenza dei figli tira ovunque verso il basso gli indici dell’occupazione femminile, in alcune nazioni – Olanda, Finlandia, Ungheria – la tendenza sembra invertirsi quando al primo figlio ne segue un secondo, o un terzo; l’ipotesi è che la giovane madre, dopo il primo anno di crisi, riesca a riassestarsi forse anche con l’aiuto di nonne o di zie, e superi poi il secondo parto molto più pronta ad affrontare gli stress del ritorno al lavoro. Ma vi sono anche nazioni, come il Belgio o la Slovenia – note per i buoni e numerosi asili nido – dove il tasso di occupazione femminile resta invariato anche con uno o due bambini in casa, e comincia a calare soltanto dopo il terzo figlio.
Quanto agli uomini con famiglia, il loro è un percorso esattamente contrario: più sono i figli a carico (almeno fino a due), più cresce il tasso di occupazione. Gli esperti non offrono in questo caso una spiegazione, si limitano ad allineare le cifre: uomo con un figlio, media Ue 87,4% (Italia 88%); uomo con due figli, media Ue 90,6 (Italia 91,1); uomo con tre o più figli, media Ue 85,4 (Italia 87,7). Ancora una volta l’Europa declinata al maschile sembra offrire una vita più facile, o meno faticosa.
7 marzo 2011
Fonte: www.corriere.it
Ecco gli italiani dai piedi leggeri
di FRANCO LA CECIA
C’è una nuova classe, apparentemente invisibile, che si sta formando da circa vent’anni, una classe che non fa parte della borghesia italiana, che non rientra nell’esercito di precari, né in quello dei raccomandati per famiglia, politica, censo e appartenenza. È una strana compagine di quarantenni, trentenni, ventenni che ha abbandonato l’Italia appena finiti gli studi, o addirittura durante gli studi, fulminata sulla via dell’Erasmus dalla scoperta che la vita all’estero, in Europa, poteva essere tre volte più interessante, facile, appassionante che in Italia. Non si tratta di emigrati nel vero senso della parola e nemmeno di una fuga di cervelli, ma di italiani, ragazzi e ragazze, uomini e donne che stanno all’estero in Europa «come se fossero in Italia».
Hanno scoperto che le complicazioni burocratiche, il clima fatiscente e ricattatorio dell’università italiana, lo strangolamento delle potenzialità giovanili è una malattia solo italiana e semplicemente, rapidamente si sono messi in salvo con un’ora di aereo, chi a Barcellona, chi a Berlino, chi a Parigi, chi ad Amsterdam e altri in Polonia, Portogallo, a Londra, e perfino a Riga e Vilnius.
Io che sono più anziano di loro, ho scoperto a un certo punto che era stupido vivere in una città cara e inefficiente come Milano e che Parigi offriva molto di più con un costo della vita molto inferiore e un’apertura al mondo impossibile a Milano. Quando mi chiedevano dieci anni fa perché stessi a Parigi rispondevo: «È l’unica città italiana che funziona». E non era una battuta, davvero per me Parigi era quello che l’Italia poteva essere se non fosse stata governata negli ultimi cinquant’anni da una classe dirigente che faceva e fa di tutto per restare indietro rispetto all’Europa e al mondo.
La mia era una protesta contro le regole ridicole di una società, quella italiana, che umiliava il merito e ignorava la globalizzazione con un disprezzo verso la cultura, gli intellettuali, i ricercatori. Ricordo ancora l’incredibile piacere di essere chiamato da agenzie sconosciute, da datori di lavoro mai visti, da centri di ricerca i cui direttori non mi avevano mai invitato a cena, ma avevano letto le mie ricerche. Che felicità essere giudicato dal proprio fare e non dalla propria rete di compiacenti alleati!
Quella che mi sembrava una scelta individuale era già invece la scelta di migliaia di architetti, esperti di comunicazione, curators d’arte, videoartisti, fotografi, psicologi, antropologi, registi, artisti, musicisti, danzatori e danzatrici. Il mio amico Emiliano Armani, piacentino, stava da quindici anni a Barcellona. Vi era andato a cercare una formazione in Italia impossibile, quella nello studio del grande Miralles che ti prendeva in stage, ma ti pagava anche. Incredibile per un giovane architetto che era abituato ad essere sfruttato dagli studi milanesi o a volte dover pagare per lavorare in un’agenzia di una grande firma. Emiliano sta ancora a Barcellona, la situazione è cambiata, un po’ più difficile, oggi con la crisi, ma non ha la più vaga intenzione di tornare in Lombardia.
È lui però a dirmi che in realtà ha scoperto di essere italiano proprio a Barcellona. Perché, dice, gli italiani in Italia sono individualisti e non fanno quasi mai gioco di squadra, è solo all’estero che scoprono di avere qualcosa di particolare che li distingue dagli altri, un’italianità che gli “altri”, gli “stranieri” riconoscono subito e che è considerata una qualità e non solo un tic nervoso. E ribadisce che Barcellona per lui è una città italiana, nel senso che lui ci si muove pensando di restare italiano, di non perdere i contatti con l’Italia. Ma è da Barcellona che può agire con una libertà e una creatività che in patria sarebbe solo punita come impertinenza giovanile e incapacità di rispettare faccendieri, speculatori, malavitosi e politici ignoranti.
Michele Ferrà è un siciliano che si è trasferito a Berlino per impiantare una casa di produzione di video e film. Berlino gli dà la tranquillità, l’efficienza, la convenienza – qui la vita costa quattro volte meno che in Italia – e una rete mondiale di contatti. Michele rimane siculo e palermitano fino in fondo, ma non tornerebbe mai a Palermo, città a cui non perdona il carattere nero, spaventosamente squallido e corrotto, la voragine della connivenza mafiosa e l’incapacità di sperare e di fare. Eppure lui non diventerà berlinese, né americano – paese in cui va spesso – né thailandese, paese in cui gira i suoi film.
Matteo Pasquinelli è un ricercatore nel campo dei mass-media e dei cultural studies. Ha fondato Rekombinant, è una delle persone più informate e preparate sul mondo del web, della trasformazione post-globale, delle mutazioni del neo-capitalismo. Pensate che gli abbiano mai offerto nulla in Italia? Pensate che l’Università di Bologna gli abbia spalancato le porte dei laboratori? Ma nemmeno per sogno. Allora sono dieci anni che vive sostenuto da istituzioni britanniche, olandesi, tedesche e che continua a inventare analisi della situazione reale, a scrivere sulle riviste specializzate, ad aprire siti. Lui non diventerà olandese, né tedesco perché è indelebilmente uno spinozista romagnolo, epicureo riminese, nelle sue valigie stipa, a ogni ritorno, farina di castagne dell’Appennino e sangiovese.
Quando andiamo a spasso in una delle sue città europee alla ricerca di un ristorante che non ci faccia troppo sentire la nostalgia a me della caponata e a lui della piadina, ho l’impressione che qualcosa di differente sta accadendo a una parte d’Italia. Queste persone e molte, moltissime altre sono l’Europa, senza bisogno di troppi discorsi e teorie, e hanno capito qualcosa che i teorici dell’Europa non hanno mai capito: che l’euro e l’Europa sono la possibilità di restare italiani, greci, spagnoli, francesi senza essere umiliati dalle stupide politiche nazionali dei rispettivi paesi. Essere europei significa mantenere una propria identità senza doverla confondere con un’appartenenza a una classe dirigente che in patria blocca i processi d’apertura e trasformazione.
Ovviamente questo è il quadro positivo, profondamente innovatore di questa compagine di nuovi europei, sono quello che George Steiner chiama “luftmenschafte”, uomini dai piedi leggeri, una definizione sprezzante con cui i nazisti appellavano gli ebrei e tutti i cosmopoliti. La parte tragica sta nel fatto che questo è il risultato di un’espulsione: per l’Italia si tratta della liquidazione di una potenziale classe dirigente di professionisti, pensatori, ricercatori, imprenditori. E questa è davvero una tragedia: ognuno dei miei amici italiani in Europa condivide amari ricordi di strade bloccate, di rifiuti, di offerte di lavoro ricattatorie, di posti universitari in cambio di una beota fedeltà alla noia accademica.
Allora stare in Europa è diventata anzitutto una forma di cura, un dirsi: ma no, ma no, il mondo non può essere così meschino, c’è merito, speranza, possibilità di trovare persone con cui costruire assonanze e con cui inventare, sperimentare, creare senza il peso di coloro che hanno sempre fatto sì che il mondo dovesse sembrare solo un circolo chiuso e vizioso.
1 agosto 2010
Fonte: www.ilsole24ore.com
I giovani italiani i più penalizzati: basse retribuzioni e carriera incerta
Il caso ricercatori: guadagnano la metà di francesi e tedeschi
di LUCA CIFONI
ROMA (19 aprile) – Che l’Italia non fosse un Paese per giovani, c’erano già vari motivi di sospettarlo. Ma una semplice occhiata alle cifre brutalmente concrete delle buste paga non potrà che rafforzare questa convinzione. Le nuove generazioni del nostro Paese, i cui confini anagrafici arrivano inevitabilmente fino alla trentina inoltrata, appaiono doppiamente penalizzate dal cedolino dello stipendio. Da una parte, in confronto agli altri Paesi sviluppati, la forza lavoro qualificata accusa agli inizi della carriera uno scarto retributivo maggiore nei confronti dei colleghi più anziani. Dall’altra, i salari di ingresso sono oggi in termini reali più bassi di quelli delle generazioni precedente, in un contesto di scarsa mobilità sociale in cui il posizionamento anche economico dei figli riflette spesso quello dei padri.
Le retribuzioni sono in generale una materia da trattare con cautela, soprattutto quando si fanno comparazioni internazionali. Il livello complessivo dei redditi da noi è più basso di quello di altri Paesi, per tutte le fasce di età; ma con l’aiuto di una pubblicazione dell’Ocse, Education at a glance, possiamo valutare la situazione retributiva dei giovani laureati, in Italia e all’estero, in rapporto a quella della totalità dei lavoratori con lo stesso titolo di studio. In questo modo il confronto specifico sui giovani non è viziato dalle disparità complessive.
Dunque da noi un laureato tra i 25 e 34 anni arriva a stento all’80 per cento della retribuzione media dei laureati (di tutte le età); la media Ocse è del 90 per cento, valore intorno al quale si collocano Francia e Germania, mentre gli Stati Uniti sono al 93, la Spagna al 95 e la Gran Bretagna al 96. Insomma quel 20 per cento in meno, per il solo fatto di essere in una fase ancora iniziale della carriera lavorativa, segnala che la progressione per anzianità ha comunque un forte peso rispetto alle valutazioni meritocratiche.
Si può fare poi un confronto specifico su una categoria particolare di lavoratori qualificati, ossia i ricercatori (sia nel settore pubblico che in quello privato). In questo caso i dati vengono dalla Commissione europea e sono espressi in euro a parità di potere d’acquisto: le cifre cioè sono corrette per tener conto del diverso costo della vita nei vari Paesi e rendere quindi il confronto più omogeneo.
Bene, il ricercatore italiano con un’esperienza lavorativa compresa tra 0 e 4 anni guadagna circa 12.500 euro l’anno contro i 30.500 del collega francese ed i circa 24.000 di quello tedesco (prescindiamo per semplicità dalle differenze che pure esistono tra uomini e donne). In Spagna si arriva comunque vicino ai 17.000: per trovare compensi più bassi bisogna guardare ai Paesi dell’Est. Distanze notevolissime, che però si accorciano con il progredire della carriera. I ricercatori con più di 15 anni di esperienza hanno in media in Italia una retribuzione annua intorno ai 49.000 euro, leggermente superiore a quella degli spagnoli e pari a circa due terzi di quella di francesi e tedeschi (rispettivamente 73.000 e 77.000 euro). Lo scarto c’è ancora ma è minore di quello accusato a inizio carriera: con Francia e Germania, come abbiamo visto, il rapporto era di uno a due, o a due e mezzo. Ancora una volta, essere giovani da noi non paga.
C’è però un altro modo di guardare la questione. La recessione iniziata quasi due anni fa, e che dal punto di vista degli effetti sull’occupazione non si è ancora esaurita, ha colpito i giovani in modo particolare. Ma anche quando le cose andavano bene, il mercato del lavoro non era molto generoso con loro, in termini retributivi. Nel 2007 uno studio di due ricercatori della Banca d’Italia, Alfonso Rosolia e Roberto Torrini, esaminava il livello reale dei salari di ingresso italiani confrontandolo con quello dei primi anni Novanta: la riduzione appariva sensibile (tra l’8 e l’11 per cento) e soprattutto «non controbilanciata da una carriera e quindi da una crescita delle retribuzioni più rapida». Conclusione: «La perdita di reddito in termini reali nel confronto con le generazioni precedenti risulta in larga parte permanente».
Un altro studioso della Banca d’Italia, Sauro Mocetti, ha analizzato i redditi sotto il profilo della mobilità intergenerazionale: cioè per capire in che modo quelli dei figli fossero legati a quelli dei padri. Il risultato ancora una volta è poco incoraggiante: i genitori che guadagnano di più hanno una buona probabilità di “trasmettere” questo status ai figli, mentre per chi proviene da famiglie a basso reddito è particolarmente difficile risalire la china.
19 Aprile 2010
Fonte: www.ilmessaggero.it
Da sempre sono appassionata di temi riguardanti l’economia e la politica ed attraverso questo blog spero di condividere idee ed opinioni con gli altri.
