Lucia Palmerini

parole in libertà … speak freely

“Ho lavorato una vita nel nucleare vi spiego perché voterò sì al referendum”

Oltre due decenni di esperienza nel settore, visitando una sessantina di reattori in tre continenti, con la convinzione che le precauzioni prese negli impianti rendessero impossibile una catastrofe. Poi Three Miles Island, Chernobyl, Fukushima: tre disastri in meno di 30 anni…

di ALBERTO BAROCAS

Dopo essere stato allibito per l’incoscienza delle dichiarazioni di uno scienziato, il professor Battaglia (la pubblicazione di una sua opera scientifica con la prefazione di Silvio Berlusconi parla da sé), su un tema così importante per la sorte dell’umanità, mi sento costretto ad intervenire avendo dedicato tutta la mia vita professionale alla ricerca e sviluppo del nucleare ed essendo stato per lungo tempo “abbastanza” a favore dell’energia nucleare.

Dopo una laurea in Radiochimica presso l’Università di Roma e successivo Corso di Perfezionamento in Fisica e Chimica Nucleare, ho lavorato presso i laboratori di ricerca del plutonio di Fontenay-aux-Roses (Francia) nelle ricerche e tecniche del plutonio per l’impianto di riprocessamento del combustibile nucleare di La Hague. Ritornato in Italia ho partecipato, nei laboratori di ricerca della Casaccia (CNEN, ora ENEA), alla messa a punto degli impianti di separazione del plutonio di Saluggia e successivamente allo studio dei siti nucleari in vista della costruzione di centrali di energia nucleare. Dal 1982 sono stato distaccato dal CNEN presso l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA) di Vienna dove mi sono occupato prevalentemente di salvaguardie nucleari, in particolare per i reattori nucleari di potenza e di ricerca nel mondo. Per 22 anni ho avuto la possibilità di visitare ed ispezionare una sessantina di reattori in tre continenti, in particolare in Giappone ed in particolare proprio Fukushima.

Durante l’intera attività ero giunto alla conclusione che le precauzioni utilizzate negli impianti nucleari fossero tali da rendere praticamente impossibile un grosso incidente nucleare. Proprio  il Giappone si presentava ai miei occhi come il modello per eccellenza di organizzazione, di perfezione, di attenzione al più piccolo dettaglio: l’energia nucleare o doveva essere realizzata così o non doveva esistere. Ed invece… Three Miles Island, Chernobyl, Fukushima… tre catastrofi in meno di 30 anni.

Oggi sono completamente convinto che i rischi dell’energia nucleari siano tali da consigliarne l’utilizzo solo se non ci fossero sulla Terra altre fonti di energia o dopo una guerra nucleare. Voterò quindi SI al referendum per le seguenti ragioni:

a) la progettazione di una centrale nucleare avviene sulla base di dati statistici puri, cioè su una probabilità estremamente bassa di un grosso incidente, anziché basarsi sul fatto che un incidente anche imprevedibile possa avvenire (per esempio: chi avrebbe mai potuto calcolare statisticamente che otto montanari dell’Afghanistan si potessero impadronire contemporaneamente di quattro jet di linea facendoli convergere sulle Torri di New York, sul Pentagono e sulla Casa Bianca? Chi potrebbe calcolare statisticamente la possibilità dell’impatto di un meteorite?) e quindi progettando nello stesso tempo le soluzioni e le difese: naturalmente questo però aumenterebbe enormemente i costi ed allora bisogna ricordarsi che l’energia nucleare è un’industria come tutte le altre, cioè che vuole fare profitti;

b) gli effetti di un grosso incidente non sono come gli altri: terremoti, inondazioni, incendi fanno un certo numero di vittime e danni incalcolabili, ma tutto questo ha un termine. L’energia nucleare no: gli effetti si propagano per decenni se non secoli, con un disastro anche economico per il Paese colpito. I discendenti delle bombe di Hiroshima e Nagasaki ancora subiscono danni. Altrimenti perché il deterrente di una guerra nucleare funziona talmente? Anche i bombardamenti “classici” causano morti molto elevate, ma non portano a danni simili per generazioni…

c) il blocco dell’energia nucleare in Italia del 1987 ha avuto il torto di fermare di botto non solo le quattro centrali in funzione (Trino Vercellese, Caorso, Latina, Garigliano) e la costruzione di Montalto con spese immani per un pazzesco riadattamento dell’impianto nucleare ad una centrale di tipo classico, ma altresì ogni tipo di ricerca nucleare, anche di eventuali impianti innovativi, creando un pericolo, dato l’impauperamento di una cultura “nucleare”: non esistevano più corsi di scienze nucleari, né tecnici, né possibilità di tecnologie di difesa da eventuali incidenti in altre nazioni. E questo non è richiesto dalla rinuncia all’uso di centrali atomiche: la ricerca e lo sviluppo del nucleare dovrebbe poter continuare;

d) la presenza di impianti di produzione di energia nucleare porta ad una militarizzazione delle zone in questione: non c’è trasparenza, ogni dato viene negato all’opinione pubblica. Anche agli ispettori dell’AIEA viene proibito di comunicare con la stampa. Lo dimostra anche quello che è successo a Fukushima: il gestore ha tenuto nascosto per lungo tempo la gravità dell’accaduto. E in un territorio come il Giappone, sottoposto non solo a terremoti ma a tsunami, il costo di una maggiore precauzione per gli impianti di raffreddamento è stato tenuto il più basso possibile senza tenere conto dei rischi solamente per fare più profitto!

e) in tutto il mondo non è stato mai risolto il problema dello smaltimento delle scorie mucleari. Nell’immenso deposito scavato in una montagna di Yucca Mountain in USA si sono dovuti fermare i lavori, il maggiore deposito in miniere di sale della Germania si è dimostrato contaminato con pericoli per le falde acquifere, ecc. Il combustibile nucleare delle nostre centrali fermate è in gran parte ancora lì dopo 25 anni. D’altra parte un Paese come il nostro che non riesce a risolvere il problema dei rifiuti può dare garanzie sui rifiuti nucleari?

f) l’Italia è un paese sismico, dove l’ospedale e la casa dello studente dell’Aquila sono crollate perché al posto del cemento è stata usata sabbia. Può dare garanzie sugli impianti nucleari? E la presenza di criminalità organizzata a livelli preoccupanti può liberarci da particolari preoccupazioni nella scelta e costruzione di centrali atomiche?

g) ultima osservazione: anche se molti minimizzano gli effetti delle radiazioni nucleari, una cosa si può dire con certezza: gli effetti delle radiazioni a bassi livelli ma per tempi estremamente lunghi sugli esseri viventi non sono stati mai chiariti. Non deve essere solo il fumo a preoccupare l’opinione pubblica!

Per tutte queste ragioni penso che in Italia l’uso dell’energia nucleare non sia raccomandabile, perlomeno in questa fase della nostra storia, ed invece un miscuglio di diverse fonti di energia (eolica, solare, idrica, gas, geotermica) potrà sopperire ai nostri bisogni, accompagnato da una maggiore ricerca scientifica ed un diverso modello di vita con maggiore eliminazione degli sprechi. Io voto sì.

10 Giugno 2011

Fonte: www.repubblica.it

11 giugno 2011 Pubblicato da | Ambiente, Energia, Il dibattito sul nucleare, Politica, Sanita' e Salute, Società | , , , , | Lascia un commento

Scatole di sabbia e centrali nucleari

di FABRIZIA CICCONE

Credo che in Italia la questione – e non solo quella delle centrali nucleari – sia uscita fuori dal suo abito politico e che andrebbe piuttosto indagata sotto altri punti di vista. In questa sede vorrei provare sì ad affrontarla, ma analizzandola attraverso un concetto tipicamente sociologico: quello degli status symbol.
Semplificando potremmo parlare di manie di grandezza o di complessi d’inferiorità, che a mio avviso sono un po’ la stessa cosa. La logica è più o meno questa: «lui ce l’ha, ed io dimostro che posso averla anch’io». Un po’ come Mussolini quando tentò di accaparrarsi il suo “posto al sole” per farsi grande agli occhi della Germania e del mondo.
La grandiosa impresa africana si rivelò la conquista d’una scatola di sabbia, almeno all’epoca.

Le centrali nucleari in Italia, come anni fa lo furono le terre colonizzate, sono meri status symbol. Se si cercasse di affrontare un discorso razionale, emergerebbero tutti quegli argomenti a sfavore delle suddette centrali, dei quali si discute da anni e di cui tutti siamo a conoscenza: i tempi e l’amministrazione, lo smaltimento delle scorie, i rischi di incidenti e (non ultimi) i costi.
Dovremmo anche adattare questi problemi a quello che è il nostro Paese, calcolandone la situazione economica e territoriale, nonché la capacità d’amministrazione.

Per quanto riguarda la situazione economica, basti pensare che il problema finanziario ha dato del filo da torcere anche a Barack Obama, che l’anno scorso, dopo essersi ritrovato ad appoggiare il nucleare, ha dovuto fare i conti con dei costi esorbitanti e con la reticenza degli esperti che prevedevano il ripetersi dell’esperienza del 1980, quando i costi per la costruzione di alcuni reattori erano cresciuti talmente tanto da far abbandonare i lavori a metà (come riportato in un articolo del New York Times).

Poi, se è vero che la fissione nucleare evita l’emissione di gas serra, è anche vero che non si è mai trovata una soluzione definitiva per lo smaltimento delle scorie, tutt’ora stoccate nel sottosuolo.
Concentrandoci sempre in modo particolare sulla realtà italiana, i problemi tuttavia non sarebbero solo questi. I depositi geologici dovrebbero avere particolari conformazioni, in particolare dovrebbero garantire stabilità nel tempo (qui fonti e approfondimenti), tant’è che la maggior parte delle altre nazioni preferisce ovviamente situarli in zone desertiche, lontane dai centri abitati (è l’esempio dell’America), oppure all’estero.
Qui ci sarebbe da sottolineare non solo la particolare geografia italiana, ma anche il crescente dissenso per il nucleare delle altre nazioni, sempre più in dubbio verso le stesse centrali e sempre più recalcitranti nell’accumulare scorie nel proprio territorio. Inoltre sarebbe inutile far notare che se il territorio italiano risulta privo di zone isolate o desertiche per la collocazione di queste fosse, avrebbe invece un grande potenziale nello sfruttamento di energie alternative, in primis quella fotovoltaica, ed è stato classificato fra i quattro paesi a maggior rischio sismico (fonte).

Passando alla capacità d’amministrazione, non solo verrebbe da chiedersi quali saranno qualità ed efficienza dell’amministrazione del nucleare, ma anche e soprattutto chi sarà il soggetto amministratore. Il rischio è che anche la gestione dei rifiuti nucleari possa finire nelle mani della criminalità organizzata, come già accaduto per i rifiuti ordinari.

Se calcoliamo che i paesi con il maggior numero di reattori sono l’America, la Francia e il Giappone, è facile cadere nella tentazione di vedere il nucleare non tanto come una fonte di energia, ma piuttosto come una prerogativa essenziale per poter essere classificati a pieno titolo nella cerchia dei paesi economicamente e tecnologicamente più avanzati.

Come detto all’inizio, vorrei tornare ad una prospettiva – per così dire – “sociologica”. Date queste premesse, e sottolineando questo momento storico, un momento in cui tutti si stanno ponendo dubbi ed alcuni paesi si dichiarano pronti a fare dei passi indietro… quella italiana sarà mica ancora la sindrome da scatola di sabbia?

31 marzo 2011

Fonte: www.diebrucke.it

1 aprile 2011 Pubblicato da | Ambiente, Energia, Il dibattito sul nucleare | , , , , , , , , | Lascia un commento

«Più presto la Germania uscirà dal nucleare meglio sarà»

di REDAZIONE ONLINE CORRIERE

FRANCOFORTE – «Più presto la Germania uscirà dal nucleare meglio sarà». Lo ha detto la cancelliera Angela Merkel, a Francoforte. La Germania è l’unica tra le maggiori nazioni del mondo ad essere determinata ad abbandonare l’energia nucleare per i rischi correlati a questa tecnologia. La maggiore economia europea sta stanziando miliardi di euro per usare le fonti rinnovabili in modo da soddisfare i suoi bisogni. Era programmato che la transizione avvenisse per gradi nei prossimi 25 anni, ma il disastro alla centrale di Fukushima ha accelerato il processo.

NUOVA ERA – Il cancelliere Angela Merkel ha detto che la «catastrofe di apocalittiche dimensioni» ha irrimediabilmente segnato l’inizio di una nuova era. La decisione di Berlino di spegnere temporaneamente 7 dei suoi 17 reattori per controlli di sicurezza fornisce un’idea di cosa cambierà per un Paese industrializzato quando, rinunciando al nucleare, si perde un quarto dell’energia a propria disposizione.

23 marzo 2011

Fonte: www.corriere.it

23 marzo 2011 Pubblicato da | Ambiente, Energia, Esteri, Il dibattito sul nucleare, Politica | , , , , | Lascia un commento

Libya: Another War, Another Pack of Lies

di TONY CARTALUCCI

The corporate-financiers are dangerously flirting with their entire official narrative collapsing, as their progressive, Peace-Prize wearing puppet President Obama and the “radical reformer” David Cameron lead yet another war based on an Iraq-style pack of lies.

After weeks of peddling a litany of verifiable lies, the West has forgone any attempt to justify or veil their actions in legitimacy and has decided to go ahead with a UN rubber-stamped “no-fly zone.” Far from having anything to do with preventing Qaddafi’s planes from flying, the no-fly zone has translated into full-scale missile and aerial bombardments across Libya aimed at turning the tide for freshly rearmed Western-backed rebels.

The pack of lies.

Indeed, the same London Telegraph now dashing across their headlines “Britain and America have rained missiles on Libya as Col Muammar Gaddafi defied the world and continued to attack civilians,” told us in the early stages of the US-backed Libyan unrest that Qaddafi had fled to Venezuela, citing “credible Western intelligence sources.”

Of course, evidence that Qaddafi has been “attacking civilians” has not yet been produced in any shape form or way with US Department of Defense’s Robert Gates and Admiral Mullen in fact, both confirming “We’ve seen no confirmation whatsoever.” Additionally, BBC made an apparently little read footnote that their reports were impossible to verify.

BBC states in their article “The difficulty of reporting from inside Libya:” “The BBC and other news organisations are relying on those on the ground to tell us what’s happening. Their phone accounts – often accompanied by the sound or gunfire and mortars – are vivid. However, inevitably, it means we cannot independently verify the accounts coming out of Libya. That’s why we don’t present such accounts as “fact” – they are “claims” or “allegations”.”

Apparently “claims” and “allegations” are all the UN needed to rubber stamp yet another globalist war of conquest as they continue to sew together their one world government.

The Russian government went as far as bringing forth evidence that suggests such air strikes never even took place. As for the globalist-run media’s claims that Qaddafi fled to Venezuela, of course, Colonel Qaddafi is still obviously in Libya.

Even the globalist International Institute for Strategic Studies (IISS) made note in their 1 hour and 20 minute military briefing, that Libya’s Qaddafi was most likely going through extraordinary measures to avoid excessive civilian loses, so as to not play into the West’s desire for military intervention.

When the globalist policy wonks speak frankly, outside the short-attention

span of the general public, they talk of Qaddafi’s professional forces taking

special care to avoid civilian casualties knowing full well it will fuel calls for

Western intervention. (@16:26)

Now, the typical ploy of accusing besieged nations of using “human shields” is already being oafishly employed by the likes of the Independent in their article “Libya: The UN strikes back.” The very title itself is misleading, as the UN was merely a tool used to justify and authorize an otherwise unacceptable war the US and UK populations would have categorically refused to enter. The ability for the US to circumvent its constitution (Article I, Section 8, Clause 11) along with the will of the American people points the finger of “illegitimacy” toward the West at least as much as it is being pointed at Libya’s Qaddafi.

What can be confirmed?

What we can confirm, is that the entire Libyan rebel movement has been backed by the US and UK for nearly 3o years. We can confirm that the initial calls for a Libyan “Day of Rage” came not from the streets of Benghazi, but from the London based National Conference for Libyan Opposition (NCLO). We can confirm that NCLO leader Ibrahim Sahad was literally sitting in front of the White House giving an interview to the Western media in the opening stages of the Libyan unrest, parroting verbatim the West’s desire to militarily intervene with a no-fly zone.

Libyan opposition NFSL/NCLO leader Ibrahim Sahad, parroting the globalist calls for intervention in Libya, sits in front of the White House in Washington D.C.

We can also confirm that confessed terrorists like Noman Benotman, who had previously consorted with both the MI6 and Osama Bin Laden, are now offering their full support for the armed rebels in Libya. Ironically, Benotman’s support for armed militant rebels, including released Libyan Islamic Fighting Group (LIFG) members, manifests itself through the “Quilliam Foundation,” which was founded in part to disband and disavow armed militancy.

It is quite clear that the globalists had decided part of their US State Department sponsored “Arab Spring” would include removing Libya’s Qaddafi from power. No reality on the ground will prevent the globalists from achieving this goal, including the necessity to send troops on the ground if the current bombing and missile campaign fails to tip the balance in the Libyan rebels’ favor. The corporate owned media has descended to a new level of unprecedented, shameless propaganda to hammer their misshapen agenda into an ill-fitting reality.

Remember Fukushima

The globalist “international community” and mandate has never been more clearly illegitimate, squandered, and abused than it is now. While Japan suffers the worst catastrophe in its history, a catastrophe that includes the largest recorded earthquake in human history, a devastating tsunami and multiple nuclear meltdowns, the West pursues with the entirety of its resources, energy, and influence a war of profit and expansion in Libya – under the poorly dressed guise of “humanitarian concerns.” As it has been pointed out, such concerns are unverified and entirely based on what the BBC itself calls “allegations” and “claims.” Meanwhile, an irrefutable, unprecedented humanitarian disaster unfolds in northeastern Japan.

As if meddling in a foreign nation’s affairs based on a pack of lies isn’t bad enough, doing so when resources are desperately needed amidst a real disaster amounts to the zenith of criminal negligence. The West once again proves they are the greatest purveyors of crimes against humanity, through simultaneous action in Libya, and inaction in Japan.

Such irresponsible leadership, with such self-serving priorities that clearly leave the vast majority of humanity out in the cold does not deserve our respect, our obedience, or our support. Identify the corporate-financier oligarchs that make up this malicious self-appointed “global consensus” and put them out of business via a full-spectrum boycott and by replacing them permanently on a local level. While millions suffer in Japan and millions are in danger in Libya today, failing to strip these tyrants of their unwarranted influence will inevitably ensure the suffering and danger comes to you.

Naming Names: Corporate-Financier Oligarchs to Boycott & Replace

CFR Corporate Membership
Chatham House Major Corporate Membership
Chatham House Standard Corporate Membership
International Crisis Group Supporters
Movements.org Supporters

For more information on alternative economics, getting self-sufficient and moving on without the parasitic, incompetent, globalist oligarchs:

The Lost Key to Real Revolution
Boycott the Globalists
Alternative Economics
Self-Sufficiency

Tony Cartalucci is the writer and editor at Land Destroyer

20 Marzo 2011

Fonte: www.prisonplanet.com

21 marzo 2011 Pubblicato da | Energia, Esteri, Politica | , , , , , , , | Lascia un commento

L’Italia ha già perso la sua guerra di Libia

di DANIELE SCALEA

Dopo aver celebrato in sordina il Centocinquantenario dell’Unità, il Governo italiano ha scelto d’aggiungere ai festeggiamenti uno strascico molto particolare: una guerra in Libia. Un conflitto che sa tanto di amarcord: la Libia la conquistò Giolitti nel 1911, la “pacificò” Mussolini nel primo dopoguerra, e fu il principale fronte italiano durante la Seconda Guerra Mondiale. Questa volta, però, le motivazioni sono molto diverse.

Sgombriamo subito il campo da ogni dubbio: solo uno sprovveduto potrebbe pensare che l’imminente attacco di alcuni paesi della NATO alla Libia sia davvero motivato da preoccupazioni “umanitarie”. Gheddafi, certo, è un dittatore inclemente coi suoi avversari. Ma non è più feroce di molti suoi omologhi dei paesi arabi, alcuni già scalzati dal potere (Ben Alì e Mubarak), altri ancora in sella ed anzi intenti a soffiare sul fuoco della guerra (gli autocrati della Penisola Arabica).

L’asserzione dell’ex vice-ambasciatore libico all’ONU, passato coi ribelli, secondo cui sarebbe in atto un «genocidio», rappresenta un’evidente boutade. È possibile ed anzi probabile che Gheddafi abbia represso le prime manifestazioni contro di lui (come fatto da tutti gli altri governanti arabi), ma l’idea che abbia impiegato bombardamenti aerei (!) per disperdere cortei pacifici è tanto incredibile che quasi sarebbe superflua la smentita dei militari russi (che hanno monitorato gli eventi dai loro satelliti-spia).

Non è stato necessario molto tempo perché dalle proteste pacifiche si passasse all’insurrezione armata, ed a quel punto è divenuto impossibile parlare di “repressione delle manifestazioni”. Anche se i giornalisti occidentali, ancora per alcuni giorni, hanno continuato a chiamare “manifestanti pacifici” gli uomini che stavano prendendo il controllo di città ed intere regioni, e che loro stessi mostravano armati di fucili, artiglieria e carri armati (consegnati da reparti dell’Esercito che hanno defezionato e forse anche da patroni esterni). Da allora Gheddafi ha sicuramente fatto ricorso ad aerei contro i ribelli, ma i pur numerosi giornalisti embedded nelle fila della rivolta non sono riusciti a documentare attacchi sui civili. La stessa storia delle “fosse comuni”, che si pretendeva suffragata da un’unica foto che mostrava quattro o cinque tombe aperte su un riconoscibile cimitero di Tripoli, è stata presto accantonata per la sua scarsa credibilità.

La guerra civile tra i ribelli ed il governo di Tripoli, che prosegue – a quanto ne sappiamo – ben poco feroce, giacché i morti giornalieri si contano sulle dita di una o al massimo due mani, stava volgendo rapidamente a conclusione. Il problema è che a vincere era, agli occhi d’alcuni paesi atlantici, la “parte sbagliata”. La storia – in Krajina, in Kosovo, persino in Iràq – ci ha insegnato che, generalmente, gl’interventi militari esterni fanno più vittime di quelle provocate dai veri o presunti “massacri” che si vorrebbero fermare. In Krajina, ad esempio, i bombardamenti “umanitari” della NATO permisero ai Croati d’espellere un quarto di milione di serbi: una delle più riuscite operazioni di “pulizia etnica” mai praticate in Europa, almeno negli ultimi decenni.

Le motivazioni reali dell’intervento, dunque, sono strategiche e geopolitiche: l’umanitarismo è puro pretesto. In questo sito si può leggere molto sulle reali motivazioni della Francia, degli USA e della Gran Bretagna (vedasi, ad esempio: Intervista a Jacques Borde; Libia: Golpe e Geopolitica di A. Lattanzio; La crisi libica e i suoi sciacalli di S.A. Puttini). Motivazioni, del resto, facilmente immaginabili. Qui ci sofferemo invece sulle scelte prese dal Governo italiano.

Cominciamo dall’inizio. Prima dell’esplodere dell’insurrezione, l’Italia ha un rapporto privilegiato con la Libia. Il nostro paese è innanzi tutto il maggiore socio d’affari della Jamahiriya: primo acquirente delle sue esportazioni e primo fornitore delle sue importazioni. La Libia vende all’Italia quasi il 40% delle sue esportazioni (il secondo maggior acquirente, la Germania, raccoglie il 10%) e riceve dalla nostra nazione il 18,9% delle sue importazioni totali (il secondo maggiore venditore, la Cina, fornisce poco più del 10%). La dipendenza commerciale della Libia dall’Italia è forte, dunque, ma è probabile che il rapporto abbia maggiore valenza strategica per noi che per Tripoli. La Libia possiede infatti le maggiori riserve petrolifere di tutto il continente africano (per giunta petrolio d’ottima qualità), è geograficamente prossimo al nostro paese e dunque si profila naturalmente come fornitore principale, o tra i principali, di risorse energetiche all’Italia. La nostra compagnia statale ENI estrae in Libia il 15% della sua produzione petrolifera totale; tramite il gasdotto Greenstream nel 2010 sono giunti in Italia 9,4 miliardi di metri cubi di gas libico. I contratti dell’ENI in Libia sono validi ancora per 30-40 anni e, malgrado l’atteggiamento italiano che analizzeremo a breve, Tripoli li ha confermati il 17 marzo per bocca del ministro Shukri Ghanem. Attualmente la Libia concede ad imprese italiane tutti gli appalti relativi alla costruzione d’infrastrutture, garantendo così miliardi di commesse che si ripercuotono positivamente sull’occupazione nel nostro paese. Infine la Libia, che grazie alle esportazioni energetiche è un paese relativamente ricco (ha il più elevato reddito pro capite dell’Africa), investe in Italia gran parte dei suoi “petrodollari”: attualmente ha partecipazioni in ENI, FIAT, Unicredit, Finmeccanica ed altre imprese ancora. Un apporto fondamentale di capitali in una congiuntura caratterizzata da carenza di liquidità, dopo la crisi finanziaria del 2008.

Tutto ciò fa della Libia un caso più unico che raro, dal nostro punto di vista, tra i produttori di petrolio nel Mediterraneo e Vicino Oriente. Quasi tutti, infatti, hanno rapporti economici privilegiati con gli USA e con le compagnie energetiche anglosassoni, francesi o asiatiche.

La relazione italo-libica è stata suggellata nel 2009 dal Trattato di Amicizia, Partenariato e Cooperazione, siglato a nome nostro dal presidente Silvio Berlusconi ma derivante da trattative condotte già sotto i governi precedenti, anche di Centro-Sinistra. Tale trattato, oltre a rafforzare la cooperazione in una lunga serie di ambiti, impegnava le parti ad alcuni obblighi reciproci. Tra essi possiamo citare: il rispetto reciproco della «uguaglianza sovrana, nonché tutti i diritti ad essa inerenti compreso, in particolare, il diritto alla libertà ed all’indipendenza politica» ed il diritto di ciascuna parte a «scegliere e sviluppare liberamente il proprio sistema politico, sociale, economico e culturale» (art. 2); l’impegno a «non ricorrere alla minaccia o all’impiego della forza contro l’integrità territoriale o l’indipendenza politica dell’altra Parte» (art. 3); l’astensione da «qualsiasi forma di ingerenza diretta o indiretta negli affari interni o esterni che rientrino nella giurisdizione dell’altra Parte» (art. 4.1); la rassicurazione dell’Italia che «non userà, né permetterà l’uso dei propri territori in qualsiasi atto ostile contro la Libia» e viceversa (art. 4.2); l’impegno a dirimere pacificamente le controversie che dovessero sorgere tra i due paesi (art. 5).

L’Italia è dunque arrivata all’esplodere della crisi libica come alleata di Tripoli, legata alla Libia dalle clausole – poste nero su bianco – di un trattato, stipulato non cent’anni fa ma nel 2009, e non da un governo passato ma da quello ancora in carica.

L’atteggiamento italiano, nel corso delle ultime settimane, è stato incerto ed imbarazzante. Inizialmente Berlusconi dichiarava di non voler “disturbare” il colonnello Gheddafi (19 febbraio), mentre il suo ministro Frattini agitava lo spettro di un “emirato islamico a Bengasi” (21 febbraio). Ben presto, però, l’insurrezione sembrava travolgere le autorità della Jamahiriya e l’atteggiamento italiano mutava: Frattini inaugurava la corsa al rialzo delle presunte vittime dello scontro, annunciando 1000 morti (23 febbraio) mentre Human Rights Watch ancora ne conteggiava poche centinaia; il ministro della Difesa La Russa (non si sa in base a quali competenze specifiche) annunciava la sospensione del Trattato di Amicizia italo-libica, sospensione per giunta illegale (27 febbraio). Gheddafi riesce però a ribaltare la situazione e parte alla riconquista del territorio caduto in mano agl’insorti. Man mano che le truppe libiche avanzano, il bellicismo in Italia sembra spegnersi: il ministro Maroni arriva ad invitare gli USA a «darsi una calmata» (6 marzo). Ma la risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU del 17 marzo, che dà il via libera agli attacchi atlantisti sulla Libia, provoca una brusca virata della diplomazia italiana: il nostro governo mette subito a disposizione basi militari ed aerei per bombardare l’ormai ex “amico” e “partner”.

È fin troppo evidente come il Governo italiano abbia, in questa vicenda, manifestato un atteggiamento poco chiaro e molto indeciso; semmai, s’è palesata una spiccata propensione ad ondeggiare a seconda degli eventi, cercando di volta in volta di schierarsi col probabile vincitore. Come già in altre occasioni recenti di politica estera, il Capo del Governo è parso assente, lasciando che suoi ministri dettassero o quanto meno comunicassero alla nazione la linea dell’Italia. L’ambivalenza ha scontentato sia il governo libico, che s’aspettava una posizione amichevole da parte di Roma, sia i ribelli cirenaici, che hanno ricevuto sostegno concreto dalla Francia e dalla Gran Bretagna ma non certo dall’Italia. Infine, il Trattato di Amicizia, siglato appena due anni fa, è stato stracciato e Berlusconi si prepara, seppur sotto l’égida dell’ONU, a scendere in guerra contro la Libia.

Qualsiasi sarà l’esito dello scontro, l’Italia ha già perduto la sua campagna di Libia. I nostri governanti, memori della peggiore specialità nazionale, hanno celebrato il Centocinquantenario dell’Unità con un plateale voltafaccia ai danni della Libia: una riedizione tragicomica del dramma dell’8 settembre 1943. Questa volta non sarà l’Italia stessa, ma l’ex “amica” Libia, ad essere consegnata ad una guerra civile lunga e dolorosa, che senza ingerenze esterne si sarebbe conclusa entro pochi giorni.

Ma non si sta perdendo solo la faccia e l’onore. Le forniture petrolifere e le commesse, comunque finirà lo scontro, molto probabilmente passeranno dalle mani italiane a quelle d’altri paesi: se non tutte, in buona parte. Se vincerà Gheddafi finiranno ai Cinesi o agl’Indiani; se vinceranno gl’insorti ai Francesi ed ai Britannici; in caso di stallo e guerra civile permanente in Libia resterà poco da raccogliere. Se non ondate d’immigrati ed influssi destabilizzanti per tutta la regione.

19 marzo 2011

Fonte: www.eurasia-rivista.org

Daniele Scalea è redattore di “Eurasia” e segretario scientifico dell’IsAG, è autore de La sfida totale (Roma 2010). È co-autore, assieme a Pietro Longo, d’un libro sulle rivolte arabe di prossima uscita.

20 marzo 2011 Pubblicato da | Esteri, Interni, Politica | , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Eolico: in Germania il più grande impianto off-shore del mondo

di REDAZIONE ONLINE del Corriere.it

IL DIBATTITO SUL NUCLEARE

Ma in Italia si bloccano le iniziative, anche per motivi non tecnici

Alpha Ventus è il più grande off-shore ed il più lontano dalla costa.

Secondo uno studio l’energia dal vento riduce non solo le emissioni di CO2, ma anche i prezzi dell’elettricità

I principali Stati europei stanno puntando sull’eolico per almeno quattro motivi: riduce le emissioni di CO2, è rinnovabile, non dipende dall’estero e, soprattutto, fa abbassare i prezzi dell’elettricità. Ma sembra che l’Italia vada nella direzione opposta. Sono di questi giorni, infatti, quattro notizie di segno diverso. È stato inaugurato martedì in Germania il più grande parco eolico off-shore al mondo, in grado di fornire energia a 50 mila abitazioni. Nello stesso giorno il rapporto Wind Energy and Electricity Prices afferma che l’energia prodotta dal vento riduce non solo le emissioni di anidride carbonica, ma anche i prezzi dell’elettricità. In Gran Bretagna è stato reso noto che i parchi eolici hanno superato la soglia dei mille MW di potenza installata e il Canada (grande produttore mondiale di petrolio e uranio) potrebbe arrivare a coprire il 20% di energia con il vento nel 2025. Questo mentre in Italia un deputato del Pdl rivolge al governo l’appello per bloccare il progetto di un impianto eolico nel golfo di Oristano e la procura della Repubblica di Cagliari, dopo quella di Roma, acquisisce gli atti riguardanti le domande per progetti sull’eolico in Sardegna.

GERMANIA – Alpha Ventus, questo il nome del parco eolico tedesco, ha conquistato alcuni primati mondiali. È il più grande off-shore e il più lontano dalla costa, 45 km a nord dell’isola di Borkum. L’inaugurazione si è svolta il 27 aprile su una piattaforma nel mare del Nord. Alpha Ventus è formato da dodici torri da 5 MW ciascuna, alte tra 148 e 155 metri, che appoggiano su basi di 700 tonnellate ancorate sul fondo marino a 30 metri di profondità. Per costruire Alpha Ventus sono stati impiegati 350 specialisti dei due colossi energetici E.on e Vattenfall, assistiti durante i lavori da 25 navi. Nel 2008 i tecnici hanno dovuto interrompere ripetutamente la costruzione a causa delle onde e del forte vento. Il rincaro del prezzo dell’acciaio ha invece fatto salire i costi a 250 milioni di euro, rispetto ai 190 milioni previsti. Il governo tedesco ha già autorizzato la costruzione di altri 24 parchi off-shore per un totale di 1.650 torri, 21 nel mare del Nord e tre nel Baltico. Ci sono progetti per altri 60 impianti in mare, anche perché sono numerose le proteste dei cittadini contro la costruzione di parchi eolici sulla terraferma per il rumore e il forte impatto ambientale. Contro i parchi eolici off-shore si schierano invece gli ambientalisti, che li ritengono un pericolo per gli uccelli migratori, soprattutto di notte, mentre sott’acqua gli ancoraggi minaccerebbero i cetacei.

GRAN BRETAGNA – I parchi eolici offshore del Regno Unito hanno superato la soglia dei mille MW di potenza installata grazie all’entrata in funzione in aprile degli impianti di Robin Rigg e di Gunfleet Sands. Lo riferisce l’associazione Renewable UK. «Nei primi tre mesi del 2010 gli investimenti privati dell’eolico off-shore hanno raggiunto i 500 milioni di sterline (circa 575 milioni di euro)», ha spiegato Maria McCaffery, direttore esecutivo di Renewable UK. I progetti off-shore presentati ammontano a una potenza complessiva di circa 40 mila MW, di cui 4 mila in costruzione o già approvati. «Stiamo ponendo le condizioni per sfruttare al massimo il potenziale delle nostre risorse eoliche, in modo da creare migliaia di posti di lavoro e produrre energia pulita e affidabile con i nostri mezzi», ha affermato Ed Miliband, ministro britannico dell’Energia e ambiente.

CANADA – Il Canada nel 2025 potrebbe arrivare a coprire il 20% della domanda elettrica grazie all’energia prodotta dal vento. Lo sostiene un rapporto realizzato dalla Confindustria canadese insieme all’Associazione canadese dell’energia eolica (Canwea). Gli investimenti necessari porterebbero un indotto di almeno 3 miliardi di dollari canadesi (2,25 miliardi di euro) solo per i servizi e la manutenzione degli impianti.

RIDUZIONE COSTI – Il rapporto Wind Energy and Electricity Prices, commissionato dall’Associaizone europea energia eolica (Ewea), analizzando il mercato dell’energia in Europa e in particolare in Germania, Belgio, Danimarca e Spagna, afferma che «una maggiore presenza dell’eolico riduce il prezzo dell’elettricità». Il risparmio varia fra 3 e 23 euro al MWh a seconda del contesto e della quantità di energia eolica prodotta. «È ben noto che l’energia eolica abbatte le emissioni di anidride carbonica. Ora abbiamo prove chiare che riduce anche il prezzo dell’elettricità per i consumatori», ha commenta il direttore esecutivo di Ewea, Christian Kjaer.

ITALIA – Ma in Italia, e in Sardegna in particolare, la resistenza all’eolico è forte anche a causa di procedure dubbie e personaggi dal passato discusso. Il deputato del Pdl Mauro Pili ha rivolto un appello al governo affinché blocchi il progetto dell’impianto eolico off-shore di Alba Rossa nel golfo di Oristano: 20 torri alte 180 metri su una superficie marina totale di 6,65 chilometri quadrati. Pili il 24 aprile ha presentato un’interrogazione urgente ai ministri competenti per chiedere lo stop alle autorizzazioni avviate dalla società Raddusa Energy di Bergamo. «La spregiudicatezza dei signori del vento non ha limite», scrive Pili. «Devono comprendere che la Sardegna non è una colonia» e, «se vi è unanime parere contrario» per «palese e conclamata violazione delle procedure e norme vigenti», «recedano dal malsano intento di portare avanti il progetto». Venerdì 23 aprile anche la procura della Repubblica di Cagliari, dopo quella di Roma, ha acquisito documenti relativi alla valutazione di impatto ambientale per un parco eolico in Sardegna presentato dalla società Vento Macchiareddu di Napoli. A Roma la procura indaga su episodi di presunta corruzione e al centro dell’inchiesta c’è il faccendiere Flavio Carboni. La giunta regionale sarda guidata da Ugo Cappellacci (Pdl) lo scorso anno ha bloccato le domande dei privati per parchi eolici e ha escluso la realizzazione di impianti off-shore.

28 Aprile 2010

Fonte: www.corriere.it

19 marzo 2011 Pubblicato da | Ambiente, Energia, Esteri, Il dibattito sul nucleare, Politica | , , , , , , , , , | Lascia un commento

Sito consigliato

di LUCIA PALMERINI

Un sito web interessante sui legami tra banche e nucleare.

www.nuclearbanks.org

 

19 marzo 2011 Pubblicato da | Ambiente, Politica, Scritti da Lucia Palmerini | , , , , , , | Lascia un commento

Perchè NO al nucleare

20 gennaio 2011 Pubblicato da | Ambiente, Sanita' e Salute | , , | 1 commento

Toscana fa da baluardo contro il ritorno al nucleare

Per dire ‘no’ al nucleare e’ nato un Coordinamento toscano, unico nel suo genere in Italia, che riunisce 16 associazioni regionali. La Toscana, spiegano i promotori, e’ la prima regione d’Italia in cui si consolida ”un coordinamento interassociativo che dice un ‘no’ chiaro alla scelta nuclearista del governo”. Tra le prime iniziative già adottate vi sono un decalogo di buoni motivi per opporsi al nucleare e il documento dal titolo ‘Le tante facce del nucleare’.

Si tratta di un movimento ”trasversale e interassociativo”, composto non solo da associazioni ambientaliste (tra cui Italia Nostra, Legambiente, Wwf), ma anche culturali e ricreative; hanno aderito l’Arci, Libera e l’associazione dei medici per l’ambiente.

Il Coordinamento (che ha anche attivato un sito web http://nonuketoscana.blogspot.com) definisce ”vecchia, diseducativa e antieconomica la scelta del nucleare” e lancia un allarme ”nei confronti dei propositi del governo”.

Il movimento sara’ presente alla mostra-convegno ‘Terra Futura’ alla Fortezza da Basso di Firenze, dove ci sara’ anche il Coordinamento nazionale. Tra i principali obiettivi futuri, una campagna di informazione rivolta in particolare ai giovani.

ECCO 10 BUONI MOTIVI PER OPPORSI AL NUCLEARE:


1) Nucleare e petrolio

Le centrali nucleari producono solo energia elettrica, che è meno di 1/5 dei consumi energetici di ogni paese. La scelta del nucleare non riduce la dipendenza dal petrolio: la Francia produce il 78 % dell’energia elettrica dal nucleare ma importa più petrolio di noi e ha i consumi di petrolio pro capite più alti d’Europa.

2) Il combustibile

Le riserve di uranio sono limitate: ai ritmi attuali si esaurirà in pochi decenni ma se verranno costruite nuove centrali la sua disponibilità durerà ancora meno ed il prezzo aumenterà esponenzialmente. Inoltre il mercato dell’uranio è dominato da una lobby molto ristretta: sette società controllano l’85% dei giacimenti mondiali e quattro società forniscono il 95% dei servizi di arricchimento. Inoltre l’Italia non possiede uranio e dipenderà completamente da altri paesi per il suo approvvigionamento.

3) I costi

Una valutazione realistica dei costi del nucleare deve tener conto non solo della costruzione delle centrali ma dell’intero ciclo di vita con particolare riguardo ai costi differiti dovuti al deposito delle scorie e allo smantellamento delle centrali di cui non si conosce ancora l’esatta incidenza. Considerati gli enormi costi di costruzione, le centrali nucleari non sono un affare per i privati a meno di ricevere ingenti sovvenzioni dallo stato, come conferma la recente decisione di Obama La costruzione del primo reattore EPR francese di nuova generazione in Finlandia (Olkiluoto) incontra grandissimi problemi, che hanno già causato rilevanti aumenti dei costi e dei tempi di costruzione. Nonostante ciò e senza che esista un’esperienza concreta del loro funzionamento (l’ente regolatore degli USA non lo ha neanche licenziato), l’ENEL vorrebbe ordinarne almeno 4!

4) Le emissioni di CO2

Il processo di fissione del combustibile nel reattore non produce emissioni di CO2, che sono invece presenti in tutte le altre fasi: dall’estrazione e lavorazione dell’uranio, all’arricchimento (l’impianto di Paducah, nel Kentucky, utilizza due centrali a carbone da 1000MW), alla costruzione della centrale (che richiede enormi quantità di cemento e acciaio) fino alle fasi di stoccaggio delle scorie e di demolizione della centrale. Alla fase di estrazione sono associate le maggiori emissioni di CO2: basta pensare che per ottenere 1 Kg di uranio da un giacimento che ha un grado di concentrazione dello 0, 1% (la media mondiale è dello 0,15%) occorre estrarre e lavorare 1 tonnellata di minerale. Un calcolo rigoroso porta a concludere che l’intero ciclo nucleare comporta oggi emissioni minori rispetto al termoelettrico, ma che aumenteranno vertiginosamente quando si dovrà estrarre l’uranio da giacimenti più poveri. Non bisogna inoltre dimenticare che, poiché i 439 reattori in funzione coprono meno del 6% del consumo di energia mondiale, se anche si costruissero centinaia di nuovi reattori si avrebbe un contributo minimo all’abbattimento della CO2, a fronte di investimenti di migliaia di miliardi nei pochi anni nei quali è richiesta la riduzione della CO2, evidentemente incompatibili con la situazione finanziaria mondiale.

5) Sicurezza e salute

Si accumulano studi scientifici che dimostrano aumenti di leucemie infantili ed altre malattie nelle popolazioni che vivono attorno alle centrali nucleari. Segno evidente che rilasci radioattivi si verificano nel normale funzionamento dei reattori, anche se ufficialmente vengono sottaciuti. Questi si aggiungono ai rilasci inevitabili nei frequenti incidenti (spesso minimizzati o negati dalle autorità), sommandosi ad altri inquinanti e danneggiando gravemente la salute della popolazione: le malattie tumorali sono in aumento, anche l’Organizzazione Mondiale della Sanità denuncia un preoccupante incremento nella diffusione dei tumori a livello mondiale. I reattori di terza generazione come l’EPR sono proposti come molto più sicuri, ma stanno emergendo inquietanti problemi di sicurezza, denunciati ufficialmente il 22 ottobre 2009 da tre Agenzie di Sicurezza europee, che hanno richiesto modifiche al sistema di controllo del reattore giudicandolo inadeguato a far fronte ad una situazione di emergenza. L’Autorità di Sicurezza Finlandese ha riscontrato ben 2.100 difformità nella costruzione del reattore EPR a Olkiluoto e ha bloccato i lavori.

6) Le scorie radioattive

Comprendono il combustibile esaurito e tutto ciò che è stato contaminato dalle radiazioni, cioè i materiali utilizzati per il funzionamento della centrale ed il reattore stesso, che a fine ciclo andrà smantellato. Nessun paese ha ancora trovato una soluzione sicura al problema delle scorie, che devono essere custodite per tempi che possono raggiungere le centinaia di migliaia di anni. Si sono sviluppati invece traffici illegali per lo smaltimento nei paesi del terzo mondo, con un criminale risparmio sui costi e conseguenze sanitarie ed ambientali facilmente prevedibili. I pur limitati programmi nucleari dell’Italia hanno lasciato in eredità quattro centrali da smantellare, grandi quantità di fusti con scorie radioattive, provvisoriamente collocati all’interno delle centrali o inviati all’estero, con rilevanti spese per la custodia e gli affitti. Questa situazione costituisce un rischio permanente per l’ambiente e la salute. Nell’interesse generale sarebbe logico risolvere questi problemi, prima di prendere in considerazione la realizzazione di nuove centrali.

7) Nucleare civile e militare

La tecnologia nucleare è intrinsecamente dual-use: non è possibile separare le applicazioni civili da quelle militari. Tutti i paesi che hanno realizzato la bomba sono passati attraverso la costruzione di reattori nucleari. La Francia ha un potente arsenale nucleare, che ha assorbito i costi dei programmi civili. La diffusione nel mondo di programmi nucleari aumenterà indubbiamente i rischi di proliferazione militare.

8) L’Italia ha bisogno delle centrali nucleari?

Non è vero che l’Italia è costretta ad importare energia elettrica dalla Francia: la potenza elettrica installata in Italia era nel 2008 di 98.625 MW, a fronte di un picco di domanda di 55.292 (il massimo storico era stato raggiunto nel 2007 con 56.822 MW), dando luogo alla maggiore eccedenza tra tutti i paesi europei. Ma il nostro sistema elettrico è diventato sempre più inefficiente con le privatizzazioni, e non verrebbe certamente migliorato dall’investimento in centrali elettronucleari. La Francia “svende” energia elettrica nelle ore di calo della domanda, perché il sistema nucleare è rigido e non si adatta alle variazioni di carico; in compenso, in momenti di picchi eccezionali di domanda è costretta ad importare energia elettrica, a caro prezzo, dai paesi confinanti.

9) Ridurremmo la dipendenza dal petrolio?

La dipendenza energetica italiana ha ben altre cause. Importiamo quasi tutto il petrolio, che viene utilizzato, con grandi sprechi, in usi in cui non è sostituibile dal nucleare: circa un terzo, per un sistema dei trasporti totalmente sbilanciato sul trasporto su gomma e privato, buona parte per il riscaldamento di edifici costruiti senza isolamento termico, e altre importanti quote per attività produttive energivore, che producono male e in modo inefficiente.

10) Trasparenza, efficienza, democrazia nei lavori

La costruzione di centrali nucleari muove quantità enormi di capitali, in gran parte pubblici, ed un loro corretto utilizzo prevedrebbe l’esistenza di un sistema economico e politico di gestione degli stessi assolutamente trasparente. Sappiamo bene che così non è e quanto sia frequente che intermediari senza scrupoli, (quando non addirittura la criminalità organizzata), si inseriscano nell’attribuzione degli appalti in maniera illecita. Infine, con l’entrata in vigore della Legge Sviluppo (luglio 2009), lo Stato potrà avvalersi dei poteri sostitutivi nei confronti delle Regioni in materia di energia (aspetto per cui molte Regioni hanno fatto ricorso), equiparando di fatto i siti scelti per le centrali alle aree militari d’interesse strategico. Con grave detrimento dei principi di partecipazione democratica nella condivisione delle localizzazioni.

Scarica il decalogo (in pdf) sui buoni motivi per dire ‘no’ al nucleare

COORDINAMENTO TOSCANO per il NO al NUCLEARE:

Ambiente e Lavoro Toscana
Amici della Terra – Toscana ONLUS
ARCI Toscana
Cittadinanzattiva Toscana
Fare Verde
Forum Ambientalista
Greenpeace
Italia Nostra Toscana
International Society of Doctors for the Environment
Legambiente Toscana
Libera Toscana
Medicina Democratica
Mondo Senza Guerre e Senza Violenze
Rete dei Comitati per la Difesa del Territorio
Terra!
WWF Toscana

Fonte: http://www.politicambiente.it/?p=7291

30 maggio 2010 Pubblicato da | Ambiente, Politica, Sanita' e Salute | , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

   

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