Lucia Palmerini

parole in libertà … speak freely

Non tutti quelli che vagano sono senza meta, soprattutto quelli che cercano la verità

“Cara Betty, sono venuta al Wellesley perchè volevo fare la differenza, ma cambiare per gli altri è mentire a se stessi.”

La mia professoressa Katherine Watson vive secondo le proprie convinzioni e non accetta compromessi neanche per il college. Dedico questo mio ultimo articolo ad una donna straordinaria che ci è stata di esempio ed ha convinto tutte noi a vedere il mondo attraverso nuovi occhi. Quando leggerete questo mio scritto lei si sarà gia imbarcata per l’Europa dove so che troverà nuove barriere da abbattere e nuove idee con cui rimpiazzarle.

Ho sentito dire che ha gettato la spugna per essersene andata, una girovaga senza meta,

ma non tutti quelli che vagano sono senza meta,

soprattutto non coloro che cercano la verità

oltre la tradizione, oltre la definizione, oltre l’apparenza.

9 aprile 2011 Pubblicato da | Cultura, Il dibattito sulle donne, Pari Opportunita', Scritti da Lucia Palmerini, Società | , , , , | Lascia un commento

I ruoli per i quali siete nate

Bellissima scena del film Mona Lisa Smile con l’interpretazione unica di Julia Roberts.

2 aprile 2011 Pubblicato da | Cultura, Il dibattito sulle donne, Pari Opportunita', Politica, Scuola ed Universita', Società | , , , , | Lascia un commento

Speriamo che sia femmina

di FABIO PIPINATO (fabio.pipinato@unimondo.org)

Anno Domini 2010. La politica è donna. Quasi ovunque. A proposito di preconcetti l’ultima, in ordine di tempo, è il Kyrgyzstan, stato dell’Asia centrale a maggioranza mussulmana che ha eletto Roza Otumbayeva a capo del nuovo governo. L’ex ministro degli Esteri, 59 anni, è stata protagonista della rivoluzione dei tulipani. Non è quindi più sola Pratibha Patil eletta a capo della più grande democrazia mondiale e presidente dell’India dal 2007 con la benedizione della “nostra” Sonia Gandhi. E ciò fa ben sperare dopo la morte della due volte premier del Pakistan Benazir Bhutto, uccisa in un attentato nel 2005.

L’Asia non solo, quindi, il Paese ove più donne come Sakineh o ventimila sue simili all’anno vengono uccise da tribunali pressappochisti o da maschi violenti tra le mura domestiche.

In America Latina non c’è due senza tre. Oltre a Laura Chinchilla, prima donna Capo di Stato in Costa Rica e Cristina Kirchner presidente dell’Argentina s’appresta a succedere a Lula al secondo turno in Brasile Dilma Roussef (Pt) con un 46,9% seguita da Marina Silva (Verdi) con un sorprendente 19,3%. Nel vicino Cile Michelle Bachelet c’insegna che dopo un mandato si può anche lasciare mentre non sembra d’esser dello stesso avviso Daniel Ortega in Nicaragua che si ricandida bypassando la Costituzione. Un vizio che non risparmia nemmeno i compagni d’un tempo. Anzi. Gli USA hanno nuovamente affidato la propria politica estera ad una donna Hillary Clinton che è succeduta a Condoleeza Rice.

La donna europea deve dimostrare che si può esser tale anche senza imitare la lady di ferro Margaret Thatcher. Non sprechiamo, quindi, né parole e né lodi per la cancelliera Angela Merkel, la sua green economy e la politica del rigore che fa impallidire i suoi omologhi europei. In Francia Eva Joly, star degli ecologisti, è pronta a sostituire le politiche populiste di Monsieur Nicolas Sarkozy che, a differenza dei Rom, andrà a casa da solo. A nord, in Finlandia, v’è un primato assoluto: 2 donne per i 2 posti più alti dello Stato. Il Capo dello Stato è Tanja Kaarina Halonen ed il Primo Ministro è Mari Kiviniemi classe 1968 eletta nel giugno 2010, del Partito di Centro, 42 anni e mamma di 2 bambini, figlia di contadini. Sempre a nord, l’Islanda è guidata dal 2009 dalla progressista Johanna Sigurdardottir, che ha l’incarico di traghettare il suo paese nell’Unione Europea. Un pò più in giù, in Irlanda, Mary McAleese, classe ’51, è stata la prima donna a succedere ad un’altra straordinaria, Mary Robinson, già Alto Commissario per le Nazioni Unite per i Diritti umani.

La Presidentessa della Repubblica della Finlandia è Tarja Kaarina Halonenm. Diventata presidente nel 2000 è stata rieletta il 29 gennaio 2006. Trattasi dell’undicesimo presidente della Finlandia e la prima donna a ricoprire questa carica. Se voliamo sino a Bratislava, in Slovacchia, troveremo un paese in forte mutamento guidato per la prima volta da una donna: Iveta Radičová.

Anche la neutrale Svizzera ha eletto suo presidente per il 2010 Doris Leuthard, 47 anni. Ha suscitato entusiasmo anche l’elezione a ministro di Simonetta Sommaruga, un politico che parla un ottimo italiano. Trattasi di un’elezione storica, da parte del Parlamento di Berna, perché per la prima volta il governo federale è composto in maggioranza da donne. Una curiosità: la Svizzera, in Europa, aveva concesso il suffragio universale femminile, soltanto 39 anni fa.

Cambiamo continente. In Africa ed in specifico in Liberia Ellen Johnson Sirleaf, 68 anni, è stata eletta presidente il 23 novembre 2005, con un mandato di sei anni, battendo l’ex calciatore del Milan George Weah. E’ stata la prima donna presidente di uno Stato africano e la prima donna nera presidente. Non è stata invece fortunata, in Togo, Brigitte Kafui Adjamagbo-Johnson che ha perso le elezioni del 2010 per la presidenza ma una vittoria l’ha già ottenuta: è stata la prima donna candidata alla presidenza da più di 50 anni di indipendenza. Sempre nel corrente anno un’altra donna candidato che merita d’esser ricordata per il coraggio è Fatima Ahmed Abdelmahmoud leader del partito Sudanese Socialist and Democratic Union e presidente della sede dell’Unesco in Sudan. Ha sfidato il genocidario Omar el Bashir che ha vinto dubbie elezioni. In Rwanda, un’altra sfidante di persone poco raccomandate è stata Victoire Ingabire Umuhonza, presidentessa dell’Unified Democratic Forces (UDF), che ha guidato la coalizione dei partiti d’opposizione ruandesi contro Paul Kagame. Il parlamento del Rwanda conta il 56% di parlamentari donne mentre…lasciamo stare.

Non è ancora presidente ma è certamente tra le donne africane più conosciute a livello internazionale, per la sua tenace opposizione a Jacob Zuma e per le politiche sociali che ha importato in politica il metodo della società civile. Si tratta di Hellen Zille, l’unica donna a governare una delle nove province del Sudafrica, il Paese che ha ospitato i Mondiali di Calcio e che, all’uopo, è stata intervistata da Unimondo. Nel 2007 Hellen è stata premiata come “il miglior sindaco al mondo”, un riconoscimento attribuito ogni anno dal City Mayor Project, che si occupa di monitorare l’operato dei sindaci nelle principali città. Il premio le è stato riconosciuto, fra le altre cose, per un intervento urbanistico che riguarda il Green Point, l’area verde sul lungomare di Capo di Buona Speranza. Di fronte a un governo centrale molto preoccupato di fare bella figura ai Mondiali di calcio, Zille ha deciso di contrattare, chiedendo in cambio del mega stadio sul Green Point, un nuovo quartiere di case popolari.

Ritornando a casa, in Europa, dopo aver fatto il giro del mondo, proviamo a passare dai Presidenti ai Parlamenti giocando con le percentuali. Nei Parlamenti nazionali dell’Ue le donne sono in media il 23%. Nel 2008 vi era il 47% di donne nel Parlamento svedese, il 41,5% in quello finlandese ed il 38% nel Parlamento danese. I Parlamenti con meno donne sono quello rumeno (9,4%) e quello maltese (8,7%). Nel Parlamento italiano la rappresentanza femminile è al 17%. In aggiunta l’Italia ha due sole presidenti di Regione: in Lazio ed in Umbria. Due come nella passata edizione. Una del centro destra e una del centro sinistra. In controtendenza sembra andare la società civile, per fortuna. Emma Marcegaglia è Presidente di Confindustria mentre Susanna Camusso, leader in pectore della CGIL, siede al lato opposto del tavolo. L’Italia ha visto al massimo una donna ministro ma mai premier o Capo di Stato.

Non vorremmo arrivare a considerazioni affrettate ma la veloce fotografia sembra dirci alcune cose:

1) le donne in politica sono “capaci di conflitto” affrontando i genocidari più spietati.

2) l’altra metà del cielo è poco propensa alla guerra e più alla diplomazia. Esiste un Mugabe donna?

3) i Paesi nordici, che applicano da più tempo politiche obbligatorie o volontarie di parità, presentano le percentuali più elevate di donne nei rispettivi parlamenti.

Probabilmente a marzo si andrà a votare in Italia. Speriamo sia il primo week-end e giusto l’8 marzo avremo risultati “rosei”.

Fonte: www.unimondo.org

L’articolo è dedicato al premio nobel per la pace Aung San Suu Kyi. Il potere maschile e guerrafondaio non permetterà, con la forza ed il sequestro di persona, la ricandidatura.

14 Ottobre 2010

14 ottobre 2010 Pubblicato da | Pari Opportunita', Politica, Società | , , , , , | Lascia un commento

Perché gli uomini uccidono le donne

Molti di questi definiti delitti passionali sono il sintomo del declino dell’impero patriarcale. La violenza non è solo di pazzi, mostri, malati. E poco importa il contesto sociale: non si accetta l’autonomia femminile

di MICHELA MARZANO

Si continua a chiamarli delitti passionali. Perché il movente sarebbe l’amore. Quello che non tollera incertezze e faglie. Quello che è esclusivo ed unico. Quello che spinge l’assassino ad uccidere la moglie o la compagna proprio perché la ama. Come dice Don José nell’opera di Bizet prima di uccidere l’amante: “Sono io che ho ucciso la mia amata Carmen”. Ma cosa resta dell’amore quando la vittima non è altro che un oggetto di possesso e di gelosia? Che ruolo occupa la donna all’interno di una relazione malata e ossessiva che la priva di ogni autonomia e libertà?

Per secoli, il “dispotismo domestico”, come lo chiamava nel XIX secolo il filosofo inglese John Stuart Mill, è stato giustificato nel nome della superiorità maschile. Dotate di una natura irrazionale, “uterina”, e utili solo – o principalmente – alla procreazione e alla gestione della vita domestica, le donne dovevano accettare quello che gli uomini decidevano per loro (e per il loro bene) e sottomettersi al volere del pater familias. Sprovviste di autonomia morale, erano costrette ad incarnare tutta una serie di “virtù femminili” come l’obbedienza, il silenzio, la fedeltà. Caste e pure, dovevano preservarsi per il legittimo sposo. Fino alla rinuncia definitiva. Al disinteresse, in sostanza, per il proprio destino. A meno di non accettare la messa al bando dalla società. Essere considerate delle donne di malaffare. E, in casi estremi, subire la morte come punizione.

Le battaglie femministe del secolo scorso avrebbero dovuto far uscire le donne da questa terribile impasse e sbriciolare definitivamente la divisione tra “donne per bene” e “donne di malaffare”. In nome della parità uomo/donna, le donne hanno lottato duramente per rivendicare la possibilità di essere al tempo stesso mogli, madri e amanti. Come diceva uno slogan del 1968: “Non più puttane, non più madonne, ma solo donne!”. Ma i rapporti tra gli uomini e le donne sono veramente cambiati? Perché i delitti passionali continuano ad essere considerati dei “delitti a parte”? Come è possibile che le violenze contro le donne aumentino e siano ormai trasversali a tutti gli ambiti sociali?

Quanto più la donna cerca di affermarsi come uguale in dignità, valore e diritti all’uomo, tanto più l’uomo reagisce in modo violento. La paura di perdere anche solo alcune briciole di potere lo rende volgare, aggressivo, violento. Grazie ad alcune inchieste sociologiche, oggi sappiamo che la violenza contro le donne non è più solo l’unico modo in cui può esprimersi un pazzo, un mostro, un malato; un uomo che proviene necessariamente da un milieu sociale povero e incolto. L’uomo violento può essere di buona famiglia e avere un buon livello di istruzione. Poco importa il lavoro che fa o la posizione sociale che occupa. Si tratta di uomini che non accettano l’autonomia femminile e che, spesso per debolezza, vogliono controllare la donna e sottometterla al proprio volere. Talvolta sono insicuri e hanno poca fiducia in se stessi, ma, invece di cercare di capire cosa esattamente non vada bene nella propria vita, accusano le donne e le considerano responsabili dei propri fallimenti. Progressivamente, trasformano la vita della donna in un incubo. E, quando la donna cerca di rifarsi la vita con un altro, la cercano, la minacciano, la picchiano, talvolta l’uccidono.

Paradossalmente, molti di questi delitti passionali non sono altro che il sintomo del “declino dell’impero patriarcale”. Come se la violenza fosse l’unico modo per sventare la minaccia della perdita. Per continuare a mantenere un controllo sulla donna. Per ridurla a mero oggetto di possesso. Ma quando la persona che si ama non è altro che un oggetto, non solo il mondo relazionale diventa un inferno, ma anche l’amore si dissolve e sparisce. Certo, quando si ama, si dipende in parte dall’altra persona. Ma la dipendenza non esclude mai l’autonomia. Al contrario, talvolta è proprio quando si è consapevoli del valore che ha per se stessi un’altra persona che si può capire meglio chi si è e ciò che si vuole. Come scrive Hannah Arendt in una lettera al marito, l’amore permette di rendersi conto che, da soli, si è profondamente incompleti e che è solo quando si è accanto ad un’altra persona che si ha la forza di esplorare zone sconosciute del proprio essere. Ma, per amare, bisogna anche essere pronti a rinunciare a qualcosa. L’altro non è a nostra completa disposizione. L’altro fa resistenza di fronte al nostro tentativo di trattarlo come una semplice “cosa”. È tutto questo che dimenticano, non sanno, o non vogliono sapere gli uomini che uccidono per amore. E che pensano di salvaguardare la propria virilità negando all’altro la possibilità di esistere.

14 Luglio 2010

Fonte: www.repubblica.it

14 luglio 2010 Pubblicato da | Cronache, Pari Opportunita', Società | , , , , , | Lascia un commento

   

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