Restiamo umani
di VITTORIO ARRIGONI

- Vittorio Arrigoni
Il dentifricio, lo spazzolino, le lamette e la mia schiuma da barba. I vestiti che indosso, lo sciroppo per curarmi una brutta tosse che mi affligge da settimane, le sigarette comprate per Ahmed, il tabacco per il mio arghile. Il mio telefono cellulare, Il computer portatile su cui batto ebefrenico per tramandare una testimonianza dell’inferno circostante. Tutto il necessario per una vita umile e dignitosa a Gaza, proviene dall’Egitto, ed è arrivato sugli scaffali dei negozi del centro passando attraverso i tunnel. Gli stessi tunnel che caccia F16 israeliani hanno continuato a bombardare massicciamente nelle ultime 12 ore, coinvolgendo nelle distruzioni le migliaia di case di Rafah vicini al confine. Un paio di mesi fa mi sono fatto sistemare tre denti malconci, alla fine dell’intervento ricordo che ho chiesto al mio dentista palestinese dove si procurava tutto il materiale odontotecnico, anestetico, siringhe, corone in ceramica e ferri del mestiere, sornione, il dentista mi aveva fatto un cenno con le mani: da sotto terra. Non vi è alcun dubbio che attraverso i cunicoli sotto Rafah passavano anche esplosivo e armi, le stesse che la resistenza sta impiegando oggi per cercare di arginare le temibile avanzata dei mortiferi blindati israeliani, ma è poca cosa rispetto alle tonnellate di beni di consumo che confluivano in una Gaza ridotta alla fame da un criminale assedio. Su internet è facile reperire foto che documentano come anche il bestiame passava per i tunnel al confine con l’Egitto. Capre e bovini addormentati e imbragati venivano fatti calare in un pozzo egiziano per riemergere da quest’altra parte e rifornivano di latte, formaggi e carne. Anche i principali ospedali della Striscia si approvvigionavano clandestinamente al confine. I tunnel erano l’unica risorsa che ha consentito alla popolazione palestinese di sopravvivere all’assedio; un assedio che qui, ben prima dei bombardamenti, causava un tasso di disoccupazione del 60%, e costringeva l’80% delle famiglie a vivere di aiuti umanitari. I nostri compagni dell’ISM a Rafah ci descrivono l’ennesimo esodo a cui stanno assistendo. Carovane di disperati che su carretti trainati da muli o sopra mezzi di fortuna stanno lasciando le loro case dinnanzi all’Egitto. Copione già visto, i giorni precedenti erano piovuti dal cielo volantini che intimavano l’evacuazione, Israele mantiene sempre le sue minacce, ora stanno piovendo bombe. Gli sfollati di oggi passeranno la notte da parenti, amici e conoscenti a Gaza. Nessuno si fida più ad andare ad affollare le scuole delle Nazioni Unite, dopo il massacro di ieri a Jabalia. Moltissimi però non si sono mossi, non hanno alcuno posto dove riparare. Passeranno la notte pregando un Dio che li scampi alla morte, dato che nessun uomo pare interessarsi alle loro esistenze. A ora sono 768 i morti palestinesi, 3129 i feriti, 219 i bambini ammazzati. Il computo delle vittime civile israeliane, fortunatamente, è fermo a quota 4. A Zaytoun, quartiere a Est di Gaza city, le ambulanze delle Croce Rossa hanno potuto accorrere sul luogo di una strage solo dopo diverse ore, dietro coordinamento dei vertici militari israeliani. Quando sono arrivati, hanno raccolto 17 cadaveri, e 10 ferititutti appartenenti alla famiglia Al Samoui. Una esecuzione perfetta, nei corpicini dei bambini morti, è possibile notare non schegge di esplosivo, ma fori di proiettile. Le ultime due notti negli ospedali di Gaza city sono state più tranquille del solito, abbiamo soccorso decine di feriti e non centinaia. Evidentemente dopo la strage della scuola di Al Fakhura l’esercito israeliano ha sfondato il budget quotidiano di morti civili da offrire in pasto ad un governo assetato di sangue in vista delle imminenti elezioni. Abbiamo sentore che già da stanotte torneranno a riempire fino a scoppieranno gli obitori. A sirene spiegate continuiamo a scortare negli ospedali donne gravide che partoriscono prematuramente. Come se la natura , la conservazione della specie induca queste madri coraggio ad anticipare la messa al mondo di nuove vite per sopperire al crescente numero di morti. Il primo vagito di questi neonati, quando sopravvivono, sovrasta per un attimo il boato delle bombe. Leila, compagna dell’ISM, ha chiesto ai figli dei nostri vicini di casa di scrivere dei pensieri sull’immane tragedia che stiamo vivendo. Questi alcuni stralci dei loro termini, gli orrori della guerra osservati da uno sguardo puro e innocente, quello dei bambini di Gaza: Da Suzanne, 15 anni:“La vita a Gaza è molto difficile. In realtà non si può descrivere tutto. Non possiamo dormire, non possiamo andare a scuola o studiare. Proviamo molte emozioni, a volte abbiamo paura e ci preoccupiamo perché gli aerei e le navi colpiscono 24 ore su 24. A volte ci annoiamo perché durante il giorno non c’è elettricità, e la notte ce l’abbiamo solo per circa quattro ore, e quando c’è, guardiamo il notiziario in TV. E vediamo bambini e donne feriti o morti. Così viviamo l’assedio e la guerra.” Da Fatma, 13 anni: “E’ stata la settimana più difficile della mia vita. Il primo giorno eravamo a scuola, a dare l’esame del primo trimestre, poi sono iniziate le esplosioni e molti studenti sono stati uccisi o feriti, e gli altri sicuramente hanno perso un parente o vicino. Non c’è elettricità, cibo o pane. Che possiamo fare – sono gli israeliani! Tutti nel mondo festeggiano il nuovo anno, anche noi lo festeggiamo ma in modo diverso.” Da Sara, 11 anni : “Gaza vive in un assedio, come in una grande prigione: niente acqua, niente elettricità. La gente ha paura e non dorme la notte, e ogni giorno nuove persone vengono uccise. Fino ad ora, più di 700 sono state uccise e più di 3000 ferite. E gli studenti davano gli esami del primo trimestre, così Israele ha colpito le scuole, il Ministero dell’educazione, e molti ministeri. Ogni giorno la gente chiede quando finirà, e aspettano altre navi di attivisti come Vittorio e Leila.” Da Darween, 8 anni “Sono un bambino palestinese e non lascerò il mio paese così avrò molti vantaggi perché non lascerò il mio paese e sento il rumore di razzi così non lascerò il mio paese!.” Meriam ha quattro anni. I suoi fratellini le hanno chiesto: “Cosa provi quando senti I razzi?” E lei ha detto: “Ho paura!”, e subito è corsa a nascondersi dietro le gambe del papà. Gaza è tristemente avvolta nell’oscurità da dieci giorni, solo negli ospedali ci è concesso ricaricare computer e cellulari, e guardare la televisione con i dottori e i paramedici in attesa di una chiamata di soccorso. Ascoltiamo i boati in lontananza, dopo qualche minuto le reti satellitare arabe riferiscono esattamente dove è avvenuta l’esplosione. Spesso ci riguardiamo sullo schermo trarre fuori dalle macerie corpi, come se non bastasse averli visti in diretta. Ieri sera col telecomando ho scanalato sono una televisione israeliana. Davano un festival di musica tradizionale, con tanto di soubrette in vestiti succinti e fuochi artificiali finali. Siamo tornati al nostro orrore, non sullo schermo, ma sulle ambulanze. Israele ha tutti i diritti di ridere e cantare anche mentre massacra il suo vicino di casa. I palestinesi chiedono solo di morire di una morte diversa, che so, di vecchiaia. Restiamo umani.
Women of Egypt
Guardando video, foto e news della rivolta egiziana del mese scorso anche io decisi di dare un contributo selezionando foto ed articoli che testimoniavano la presenza delle donne creando la pagina facebook “Women of Egypt”
http://www.facebook.com/pages/Women-Of-Egypt/188702194487956
Alcune giovani donne provenienti da Egitto, Turchia, USA e Palestina, hanno deciso di darmi una mano ed insieme abbiamo realizzato il progetto “Women of Egypt” che voleva dare voce alla donne egiziane. Oggi non parliamo piu’ solo di Egitto, ma anche di Libia, Tunisia, Algeria, Iran, Libano, Giordania… e di donne nel mondo.
La pagina ha raggiunto immediatamente migliaia di contatti ed e’ divenuta importantissima nella divulgazione di notizie. La CNN ci ha intervistate, e troverete il mio contributo in questo video, che contiene parte dell’intervista che mi e’ stata fatta.
Di seguito il link al video:
http://ireport.cnn.com/docs/DOC-563342
Gli affari miliardari delle forze armate. Sfornano pane e costruiscono autostrade
L’ Egitto deve ovviamente trovare una via e vedo che ci sono progressi Barack Obama, presidente Usa La transizione deve essere graduale, efficace, inclusiva e iniziare subito Franco Frattini, ministro degli Esteri L’ esercito controlla il 45% dell’ economia, generali collocati ai vertici delle società In un cablo di Wikileaks L’ ambasciatrice Usa Scobey: «Il ruolo delle forze armate nell’ economia frena le riforme liberiste in Egitto» L’ esperto Springborg: «L’ esercito si presenta come il salvatore del Paese, gli occidentali accettano che guidi la transizione»
di DAVIDE FRATTINI
IL CAIRO – L’ autostrada che va da Ain Souknah sul Mar Rosso al Cairo, 90 minuti attraverso il deserto, è stata costruita dall’ esercito sulle terre di proprietà dell’ esercito. Il pane distribuito agli egiziani affamati nella crisi del 2008 è stato cotto dai fornai dell’ esercito nei forni dell’ esercito. Lo scalone elegante che accompagna la salita ai piani alti del ministero della Produzione militare simboleggia gli affari gestiti dai soldati in questo Paese. Le forze armate fabbricano frigoriferi, lavastoviglie, bombole per il gas, stufe, commerciano in olio d’ oliva e acqua minerale. Il ministero impiega 40 mila persone e realizza ricavi attorno ai 345 milioni di dollari l’ anno (quasi 255 milioni di euro). L’ analista americano Joshua Stacher calcola che i militari controllano tra il 33 e il 45 per cento dell’ economia nazionale. Ogni anno dagli Stati Uniti ricevono 1,3 miliardi di dollari in aiuti, in un trentennio fa quasi 40 miliardi. La contabilità del tesoro è approssimativa, perché il bilancio, il numero di industrie e degli arruolati (oltre 400 mila, che ne fanno la 10a armata al mondo) sono segreto di Stato. Così ben protetto, che quando nel 2009 un gruppo di operai nella Fabbrica Militare 99 è sceso in sciopero per protestare dopo la morte di un collega (ucciso dall’ esplosione di un boiler), otto di loro sono finiti sotto processo – in una corte marziale – «per avere diffuso informazioni riservate»: avrebbero raccontato a un sito dell’ opposizione che le condizioni di lavoro erano pericolose. Un cablogramma inviato dall’ ambasciatrice Margaret Scobey nel settembre 2008 – e rivelato da Wikileaks – ricostruisce il business bellico in tempi di pace. «I generali in pensione – scrive – vengono piazzati ai vertici delle società, attive soprattutto nelle costruzioni, il cemento, gli hotel, i carburanti». Le forze armate possiedono terreni di valore nel delta del Nilo e lungo le coste del Mar Rosso. «Queste proprietà sarebbero una sorta di indennità aggiuntiva – continua la diplomatica – garantita dal regime per assicurarsi l’ appoggio dell’ esercito». Il documento americano descrive però la carriera militare come «sempre meno allettante rispetto al settore privato»: «Gli stipendi sono crollati e i giovani ambiziosi preferiscono aspirare a far parte dell’ élite finanziaria civile. Il declino è cominciato con la sconfitta nella guerra con Israele nel 1967 e dopo il licenziamento di Abu Ghazaleh (1989) il regime non ha più nominato personaggi carismatici al ministero della Difesa». Il feldmaresciallo Mohamed Hussein Tantawi è disprezzato dagli ufficiali che lo considerano «un burocrate» e lo chiamano «il barboncino di Mubarak». In un commento, Scobey fa notare: «Consideriamo il ruolo delle forze armate nell’ economia come un fattore che frena le riforme liberiste e mantiene il coinvolgimento diretto del governo nel mercato. L’ esercito vede le privatizzazioni come una minaccia ai propri interessi». Le prime dichiarazioni di Ahmed Shafiq, il neo-premier ed ex comandante dell’ aviazione, rivelerebbero il progetto di ritornare a uno statalismo più energico. Prima di venir travolta dalle proteste, la possibile candidatura di Gamal Mubarak alla successione è stata osteggiata dai generali, che temevano la concorrenza del secondogenito del raìs e del circolo di imprenditori che si è arricchito attorno a lui. Un gruppo di ufficiali in pensione aveva diffuso una lettera per criticare l’ ipotesi della carica ereditaria. Gamal sarebbe stato il primo presidente, dal colpo di Stato del 1952, a non aver avuto un passato in divisa. In questi giorni di rivolta che si infiacchisce, i carristi per le vie del Cairo sono ancora festeggiati e rispettati. Eppure i leader del movimento pro-democrazia temono di essere rimasti incastrati in piazza Tahrir da una strategia poliziotto cattivo/soldato buono orchestrata dal regime. «I militari che governano il Paese sembrano essere soddisfatti – scrive Stacher su Foreign Policy – dalla situazione attuale: Mubarak resta formalmente al suo posto, i poteri sono nelle mani di Omar Suleiman. L’ obiettivo dello Stato, restaurare una struttura guidata dagli ufficiali, non è neppure celato». «L’ esercito ha effettuato alcune mosse di jiu-jitsu politico – dice Robert Springborg, professore alla Naval Postgraduate School in California -. Ha lasciato che la protesta focalizzasse la rabbia contro il presidente, che ormai è stato in qualche modo sacrificato, e adesso si presenta come il salvatore della nazione. Le richieste degli Stati Uniti e dell’ Europa non sono state di sostituire il governo dei generali con un esecutivo civile: alla fine, gli occidentali hanno accettato che siano gli ufficiali a guidare la transizione». Gli incroci di alcuni quartieri «strategici» del Cairo sono controllati da uomini dell’ unità 777, le forze speciali, in strada con il passamontagna nero. È probabile che l’ esercito manterrà una presenza fino alle elezioni di settembre. I generali vogliono la stabilità non perché siano preoccupati dei nemici esterni da combattere, ma per garantirsi i consumatori (gli egiziani) da attrarre. Davide Frattini kabul.corriere.it
8 Febbraio 2011
Fonte: www.corriere.it
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Da sempre sono appassionata di temi riguardanti l’economia e la politica ed attraverso questo blog spero di condividere idee ed opinioni con gli altri.
