Fallite 32 aziende al giorno nel 2011
di LUCIA PALMERINI
Secondo la Cgia di Mestre nel 2011 sono fallite 11660 aziende, il che vuol dire che ogni giorno32 chiudevano i battenti. Un dato drammatico e reso ancor più preoccupante dai suicidi avvenuti e tentati da parte di imprenditori in crisi, lavoratori che hanno perso il lavoro e persone in cerca di occupazione. Si stima che inseguito alla chiusura delle aziende abbiano perso il lavoro circa 50mila persone, con la Lombardia a capo della triste classifica di fallimenti seguita da Lazio, Veneto e Campania. In media sono fallite 22 imprese ogni 100 attive.
Giuseppe Bortolussi, segretario dell’associazione artigiana, individua nella stretta creditizia, nei ritardi nei pagamenti e nel forte calo della domanda interna i tre principali colpevoli; infatti, sempre secondo le stime della Cgia di Mestre quasi un terzo dei fallimenti è stato causato proprio dai ritardi nei pagamenti.
Ma a fare paura sono anche gli scarsi aiuti ed incentivi all’avvio di un’attività che vede i giovani impossibilitati ad intraprendere il loro cammino ed abbandonati nello start-up, a tal punto che quasi il 70 per cento dei giovani imprenditori lamenta l’assenza di politiche a favore della nascita di nuove imprese.
10 punti per la crescita del Paese
di LUCIA PALMERINI
In un articolo del 24 ottobre del Corriere della Sera, Alesina e Giavazzi elencano 10 punti per risollevare le sorti dell’Italia con misure a costo zero.
Alberto Alesina, classe 1957, è uno dei più importanti economisti nonché professore ad Harvard. Francesco Giavazzi (classe 1949), economista anche lui, insegna invece alla Bocconi di Milano ed è un regolare visiting professor al MIT.
Secondo i due economisti le misure adottate dal governo e quelle annunciate, non sono sufficienti per risollevare le sorti dell’Italia. Ed ecco allora una lista di provvedimenti utili:
- Sbloccare il mercato del lavoro con una progressiva introduzione di contratti unici che eliminino al tempo stesso sia l’eccessiva precarietà sia la perfetta inamovibilità dei dipendenti di alcuni settori.
- Sostituire la cassa integrazione con sussidi di disoccupazione temporanei, ispirandosi alla flex security dei Paesi nordici.
- Tornare alla formulazione originale dell’articolo 8 della manovra finanziaria di agosto, quella inizialmente scritta dal ministro Sacconi e poi modificata su richiesta dei sindacati e con l’accordo di Confindustria: maggiore libertà per imprenditori e lavoratori di fare, se d’accordo, scelte a livello aziendale.
- Permettere ai salari del settore pubblico di essere diversi da una regione all’altra a seconda del costo della vita. Al Sud il costo della vita è in media il 30 per cento inferiore rispetto a quello del Nord, ma i salari monetari dei dipendenti pubblici sono uguali. Questo permetterebbe un risparmio di spesa pubblica e faciliterebbe l’impiego nel settore privato al Sud dove oggi invece conviene lavorare per le amministrazioni pubbliche.
- Favorire l’occupazione femminile con agevolazioni fiscali quali le aliquote rosa per le donne che lavorano. L’occupazione femminile in Italia è la più bassa d’Europa.
- Riformare con equità le pensioni di anzianità (oltre all’aumento dell’età pensionabile annunciato da Berlusconi) e prevedere, con la dovuta gradualità, che si possa lasciare il lavoro solo quando si raggiungono i requisiti per una pensione di vecchiaia o i massimi contributivi. Lo scorso anno l’Inps ha liquidato 200 mila nuove pensioni di vecchiaia e un numero simile (175 mila) di nuove pensioni di anzianità. Ma l’importo medio di un’anzianità è di 1.677 euro, contro 602 euro di una pensione di vecchiaia.
- Riforma della giustizia civile che accorci i suoi tempi, oggi glaciali, uno dei maggiori ostacoli, soprattutto per i giovani imprenditori. In un articolo pubblicato su questo giornale il 5 giugno abbiamo fatto proposte concrete sull’organizzazione del lavoro dei giudici per raggiungere questo obiettivo a costo zero.
- Eliminare alcuni dei privilegi garantiti agli ordini professionali. Aprire ai privati la gestione dei servizi pubblici locali (per esempio gestione dei rifiuti). Liberalizzare i mercati, partendo da ferrovie, poste ed energia.
- Allargare la base imponibile riducendo l’evasione per poter abbassare le aliquote: niente condoni, perché i condoni sono un invito a evadere il fisco. Vincolarsi per legge a destinare le maggiori entrate derivanti dal recupero dell’ evasione unicamente alla riduzione delle aliquote fiscali, in particolare sul lavoro, con una specifica attenzione a quello femminile.
- Dimezzare i costi della politica, nel vero senso della parola, cioè una riduzione del cinquanta per cento. Ciò non avrebbe un effetto macroeconomico diretto ma darebbe un importante segnale politico di svolta.
I vecchi contratti a tempo indeterminato sono strumenti oramai obsoleti e poco funzionali alla società che ci circonda, al tempo stesso le nuove formule contrattuali che hanno determinato la precarietà del mondo del lavoro non rispecchiano né le necessità dei lavoratori né quelle delle aziende. La cassa integrazione è uno strumento vecchio e non al passo con i tempi, servono sussidi di disoccupazione che riguardino tutti i lavoratori a prescindere dall’azienda di appartenenza o dal tipo di licenziamento, e che aiutino l’inserimento nel mercato del lavoro. Servono contratti personalizzabili dalle aziende, così come chiedono la maggior patre degli industriali (tra cui la FIAT con Marchionne), nonostante l’unica a non capirlo sembra sia Emma Marcegaglia con il risultato di far allungare ogni giorno di più la lista di coloro che abbandonano Confindustria, come FIAT, Cartiere Pigna, Gallozzi, Amplifon e Nero Giardini.
In passato sbagliando mi sono espressa contrariamente alle differenze salari tra nord e sud Italia, tale strumento in realtà è necessario; se guardiamo all’Europa i dipendenti pubblici dei vari stati europei hanno salari diversi che rispecchiano le varie realtà economiche, non si può pretendere che un dipendente di Londra abbia la stessa busta paga di uno di Palermo, inserire una differenziazione è una necessità e le contrarietà ideologiche non fanno altro che spingere verso il basso la barca che affonda.
Inutile dire che in Italia le misure per agevolare l’occupazione femminile sono assenti o nulle, sento parlare di riforme in materia da quando sono nata ed ancora nulla è stato fatto. Le donne rappresentano più della metà della popolazine italiana, il loro contributo è necessario e vitale per le sorti dell’economia e non solo. Così come sento parlare da sempre di riforma della giustizia, che accorci i tempi della giustizia, stabilisca la certezza della pena e riorganizzi il lavoro di giudici e magistrati in maniera efficiente.
Le pensioni sono un tema scottante sui cui si scende spesso in piazza, sicuramente non è accettabile (soprattutto economicamente) che una persona possa andare in pensione prima di 60 anni.
Riguardo agli ordini professionali, da sempre mi sono schierata contro ordini, lobby e registri. Sono un intralcio alla libera concorrenza, bloccano la carriera soprattutto dei giovani e li costringono ad una ingiusta precarietà.
La lotta all’evasione e la riduzione dei costi della politica sembrano due missioni impossibili, ma nella vita niente è impossibile, neanche risollevarsi da questa crisi economica, utilizzando le strade giuste.
24 ottobre 2011
Dire la verità sui conti delle banche
di MARCO PAGANO
Lunedì 19 settembre l’agenzia Standard &
Poor’s ha abbassato il rating sul debito pubblico dell’Italia portandolo da A+ ad A; martedì ha declassato sette banche italiane,
tra cui Intesa Sanpaolo e Mediobanca. Questa rapida successione di eventi ha una ragione immediata: le banche posseggono molto debito pubblico italiano, e man mano che questo perde valore la loro posizione finanziaria peggiora.
Ma c’è anche una ragione meno immediata: lo Stato è il «garante di ultima istanza» del sistema bancario nazionale, sia attraverso l’assicurazione dei depositi sia con il possibile salvataggio di banche in crisi. Quindi, se aumentano i timori per la solvibilità dello Stato, è logico che crescano anche quelli per la solvibilità delle banche. È quanto è successo in misura macroscopica in Grecia, dove la gravissima crisi dei conti pubblici ha messo in ginocchio gli istituti di credito.
Ma la causalità va anche nella direzione opposta: se aumenta il rischio di insolvenza delle banche di un Paese, il mercato diventa più pessimista anche sul rispettivo governo, perché si aspetta che le perdite prima o poi siano addossate al bilancio pubblico. È quello che è accaduto soprattutto in Irlanda, dove la decisione di ripianare le massicce perdite delle banche ha aperto un’enorme falla nei conti pubblici. È ciò che rischia di verificarsi in Spagna, dove le banche (specie le Cajas) hanno concesso prestiti al settore immobiliare pari al 30% del Pil e in buona parte inesigibili, perché le società debitrici non riescono a vendere gli immobili che hanno costruito. Se lo Stato spagnolo cercasse di salvare queste banche, il suo debito pubblico aumenterebbe di molto, e così il suo rischio di insolvenza.
In poche parole, in Italia e in Europa siamo di fronte a una spirale perversa: il rischio di insolvenza degli Stati contagia le banche e il rischio di insolvenza delle banche contagia gli Stati. E questo contagio opera anche tra Paesi diversi: non a caso le cattive notizie sul debito pubblico greco, italiano e spagnolo si riverberano immediatamente sulle quotazioni di Borsa delle banche francesi e perfino tedesche. Questa spirale sta assottigliando anche il vitale flusso di prestiti in dollari a breve termine che le banche europee ottengono da fondi monetari e banche statunitensi. Al punto che, per calmare i mercati, le maggiori banche centrali hanno annunciato finanziamenti illimitati in dollari alle banche in possesso di adeguate garanzie.
Altri due sintomi fanno capire la gravità della situazione. Primo, la Siemens ha ritirato 500 milioni di euro dalle banche francesi per i timori sulla loro solvibilità e li ha depositati direttamente presso la Bce. Secondo, in Spagna solide banche straniere stanno ricevendo improvvisi, anomali afflussi di depositi. Come uscire dalla spirale perversa tra «rischio sovrano» e rischio bancario, nonché dal contagio internazionale attualmente in corso? Primo, occorre fare chiarezza sui bilanci delle banche: la scarsa trasparenza attuale sui titoli nei loro portafogli e sulle perdite subite non fa che aumentare i timori del mercato e ridurre la liquidità a cui esse hanno accesso. I titoli del debito pubblico greco non possono essere valutati agli stessi prezzi di quello tedesco ai fini della loro patrimonializzazione.
Questa «operazione verità» farà inevitabilmente emergere perdite nei loro bilanci, e porrà subito il problema della loro ricapitalizzazione. Questa dovrà avvenire innanzitutto attraverso aumenti di capitale sui mercati, come alcune banche italiane hanno già iniziato a fare. Nolenti o volenti, i soci controllanti delle banche dovranno rassegnarsi a vedere diluite le proprie quote, in cambio di capitali freschi che ne ristabiliscano pienamente la solvibilità. Le banche che non possono essere ricapitalizzate dovranno essere ristrutturate o liquidate. Qui esiste un ruolo residuale per un’agenzia europea che proceda alle operazioni di ristrutturazione e liquidazione delle banche insolventi. È un argomento che merita una trattazione a parte.
Secondo, nel corso di questa operazione, che dovrà avvenire contestualmente in tutta Europa, tutti avranno bisogno della Bce perché fornisca ampia liquidità alle banche che emergano come solvibili. Un aspetto cruciale: senza questo impegno, anche gli Stati e le banche che hanno le migliori intenzioni di interrompere la spirale perversa del rischio non potranno esser certi che la rete di sicurezza fornita dalla liquidità sarà lì a sostenere i loro sforzi.
25 settembre 2011
Fonte: www.corriere.it
Marco Pagano è professore di politica economica all’Università di Napoli Federico II e presidente dell’Istituto Einaudi
Francia, la guerra come spot
di GABRIELE BATTAGLIA
Bombardare in Libia per vendere il caccia multiruolo “Rafale” in India. In gioco, la più grande commessa militare dei prossimi anni
Perché si fanno le guerre? Per le risorse naturali, per posizionarsi strategicamente ma non solo: la guerra è un grande spot pubblicitarioper l’industria bellica.
L’esempio più recente viene dalla Francia di Sarkozy, il Paese più interventista della coalizione anti-libica. Il 19 marzo scorso, alle 17.45, l’aeronautica transalpina ha sparato il primo colpo contro le difese di Gheddafi: un caccia Rafale, prodotto dalla Dassault Aviation, ha bombardato e distrutto una postazione contraerea. Un’operazione anomala, fatta d’anticipo, in barba alla stessa coalizione internazionale di cui Parigi fa parte.
“Il Rafale è partito in maniera insensata, – commenta Francesco Vignarca di Altreconomia/Rete Disarmo – perché in qualsiasi azione dell’aeronautica moderna, prima intercetti le contraeree, poi le neutralizzi sia danneggiando i radar con soluzioni software sia con un’azione militare, poi le bombardi e infine attacchi. Altrimenti rischi che i tuoi caccia vadano allo sbaraglio.
Invece la Francia ha agito così perché voleva metterlo in mostra, il Rafale, cioè l’unico aereo multiruolo che per ora è stato venduto solo nel Paese in cui è costruito. Stanno cercando di piazzarlo e la Libia è stato la vetrina ad hoc.”
L’ipotesi è più che plausibile. Per capirlo bisogna fare un salto in India. Delhi ha ormai da mesi lanciato una gara per la fornitura di ben 126 caccia, necessari per ammodernare la propria flotta ormai vetusta. In tempi di tagli ai bilanci della Difesa un po’ ovunque, si tratta della commessa più importante degli anni a venire, dal valore di almeno 10 miliardi di dollari.
Ad aprile, giusto un mese dopo l’”esibizione” libica del Rafale, l’India ha ristretto la scelta a due aerei europei, il caccia francese e l’Eurofighter Typhoon, prodotto da un consorzio partecipato anche dall’Italia, con Finmeccanica.
“Non è un caso – aggiunge Vignarca – che il ministro della Difesa La Russa e il sottosegretario Crosetto si siano fatti vedere in tutti gli air show asiatici, sia in area araba sia in area indiana.”
Tuttavia il Rafale potrebbe essere ora in vantaggio perché “l’Eurofighter non è mai stato usato in combattimento come caccia multiruolo, la tipologia che ormai cercano tutti. L’aereo francese ha invece fatto vedere di essere davvero multiruolo: puoi modificare la sua configurazione da intercettore, caccia d’assalto, di neutralizzazione e così via”.
La torta indiana è dunque ormai una competizione Francia-resto d’Europa, fatto che ha mandato su tutte le furie gli Usa, che non sono riusciti a “piazzare” i propri prodotti Boeing (F-18 Super Hornet) e Lockheed Martin (F-35).
D’altra parte, Washington ha poco da lamentarsi. In Giappone è infatti attualmente in corso un’altra gara per la fornitura di 40 caccia: un affare da 4 miliardi di dollari. Qui, gli unici due concorrenti sembrano proprio essere Lockheed e Boeing. La prima sarebbe avvantaggiata perché l’F-35 è molto più stealth (un aereo invisibile ai radar) dell’F-18, ma il caccia della Boeing è già pronto, quello della Lockheed no (la fase di sviluppo è stata recentemente prolungata fino al 2016). Visto che i giapponesi hanno fretta di decidere entro fine anno (18 dei loro F-2s sono stati danneggiati dal terremoto e dallo tsunami di marzo), la gara è del tutto aperta.
Sta di fatto che, guarda caso, la Dassault si è subito chiamata fuori da questa disfida tutta statunitense, dichiarando di non voler far la parte del “concorrente civetta“, nelle parole del suo portavoce, Stephane Fort.
Sorge quindi un sospetto: nel mercato delle armi più sofisticate, vige la legge della concorrenza o una logica della spartizione tra aziende dei Paesi politicamente (e militarmente) più forti?
“È un mercato assolutamente ‘politico’ e la spartizione a tavolino è realistica – spiega Vignarca -. In India c’erano in gioco diversi modelli: Rafale, Eurofighter, F16 e F18 Usa, Gripen svedesi e Mig35 russi. Il gioco è stato ristretto ai due concorrenti europei più forti.”
Sullo fondo, il fatto che gli indiani non sono ancora in grado di costruire un aereo del genere. Come da tradizione, comprano e coproducono con la Russia, stanno cercando di fare un upgrade del Sukoi ma sono ancora in ritardo.
Nel riarmo, sia India sia Giappone guardano del resto a storici avversari – Pakistan e Corea del Nord – ma pensano di fatto alla Cina, che ha di recente lanciato il suo primo stealth e la sua prima portaerei. Tecnologia indefinibile, probabilmente vecchia, ma in divenire: dopo gli statunitensi, i cinesi sono quelli che spendono di più per la Difesa.
Ora torniamo in Libia e vediamo come è andato l’utilizzo “frettoloso” del Rafale in quel 19 marzo 2011.
“L’aereo aveva soprattutto il compito di bombardare e intercettare eventuali caccia libici – spiega Vignarca – ma ha compiuto la missione di bombardamento prima che altri aerei Usa o britannici neutralizzassero come da compiti le contraeree di Gheddafi. Non ci vuole uno stratega militare per dire che prima neutralizzi la contraerea e solo dopo mandi in cielo i tuoi aerei d’assalto per bombardare, così non corri rischi.
È stata poi ampiamente pubblicizzata la storia dell’abbattimento di un caccia libico. In realtà il Rafale non ha abbattuto in combattimento quel vecchio aereo di fabbricazione jugoslava: l’ha intercettato, si è messo in coda, l’ha obbligato ad atterrare e poi l’ha bombardato. È stata un’esibizione di tutte le funzioni possibili del caccia multiruolo: ha dimostrato di essere capace di tutto. È come se io volessi vendere un Suv e facessi vedere che va su strada, fuori strada, consuma poco, e così via. Uno spot.”
La guerra come vetrina, dunque. Un motivo in più per farla
Fonte: www.peacereporter.net
Gli affari miliardari delle forze armate. Sfornano pane e costruiscono autostrade
L’ Egitto deve ovviamente trovare una via e vedo che ci sono progressi Barack Obama, presidente Usa La transizione deve essere graduale, efficace, inclusiva e iniziare subito Franco Frattini, ministro degli Esteri L’ esercito controlla il 45% dell’ economia, generali collocati ai vertici delle società In un cablo di Wikileaks L’ ambasciatrice Usa Scobey: «Il ruolo delle forze armate nell’ economia frena le riforme liberiste in Egitto» L’ esperto Springborg: «L’ esercito si presenta come il salvatore del Paese, gli occidentali accettano che guidi la transizione»
di DAVIDE FRATTINI
IL CAIRO – L’ autostrada che va da Ain Souknah sul Mar Rosso al Cairo, 90 minuti attraverso il deserto, è stata costruita dall’ esercito sulle terre di proprietà dell’ esercito. Il pane distribuito agli egiziani affamati nella crisi del 2008 è stato cotto dai fornai dell’ esercito nei forni dell’ esercito. Lo scalone elegante che accompagna la salita ai piani alti del ministero della Produzione militare simboleggia gli affari gestiti dai soldati in questo Paese. Le forze armate fabbricano frigoriferi, lavastoviglie, bombole per il gas, stufe, commerciano in olio d’ oliva e acqua minerale. Il ministero impiega 40 mila persone e realizza ricavi attorno ai 345 milioni di dollari l’ anno (quasi 255 milioni di euro). L’ analista americano Joshua Stacher calcola che i militari controllano tra il 33 e il 45 per cento dell’ economia nazionale. Ogni anno dagli Stati Uniti ricevono 1,3 miliardi di dollari in aiuti, in un trentennio fa quasi 40 miliardi. La contabilità del tesoro è approssimativa, perché il bilancio, il numero di industrie e degli arruolati (oltre 400 mila, che ne fanno la 10a armata al mondo) sono segreto di Stato. Così ben protetto, che quando nel 2009 un gruppo di operai nella Fabbrica Militare 99 è sceso in sciopero per protestare dopo la morte di un collega (ucciso dall’ esplosione di un boiler), otto di loro sono finiti sotto processo – in una corte marziale – «per avere diffuso informazioni riservate»: avrebbero raccontato a un sito dell’ opposizione che le condizioni di lavoro erano pericolose. Un cablogramma inviato dall’ ambasciatrice Margaret Scobey nel settembre 2008 – e rivelato da Wikileaks – ricostruisce il business bellico in tempi di pace. «I generali in pensione – scrive – vengono piazzati ai vertici delle società, attive soprattutto nelle costruzioni, il cemento, gli hotel, i carburanti». Le forze armate possiedono terreni di valore nel delta del Nilo e lungo le coste del Mar Rosso. «Queste proprietà sarebbero una sorta di indennità aggiuntiva – continua la diplomatica – garantita dal regime per assicurarsi l’ appoggio dell’ esercito». Il documento americano descrive però la carriera militare come «sempre meno allettante rispetto al settore privato»: «Gli stipendi sono crollati e i giovani ambiziosi preferiscono aspirare a far parte dell’ élite finanziaria civile. Il declino è cominciato con la sconfitta nella guerra con Israele nel 1967 e dopo il licenziamento di Abu Ghazaleh (1989) il regime non ha più nominato personaggi carismatici al ministero della Difesa». Il feldmaresciallo Mohamed Hussein Tantawi è disprezzato dagli ufficiali che lo considerano «un burocrate» e lo chiamano «il barboncino di Mubarak». In un commento, Scobey fa notare: «Consideriamo il ruolo delle forze armate nell’ economia come un fattore che frena le riforme liberiste e mantiene il coinvolgimento diretto del governo nel mercato. L’ esercito vede le privatizzazioni come una minaccia ai propri interessi». Le prime dichiarazioni di Ahmed Shafiq, il neo-premier ed ex comandante dell’ aviazione, rivelerebbero il progetto di ritornare a uno statalismo più energico. Prima di venir travolta dalle proteste, la possibile candidatura di Gamal Mubarak alla successione è stata osteggiata dai generali, che temevano la concorrenza del secondogenito del raìs e del circolo di imprenditori che si è arricchito attorno a lui. Un gruppo di ufficiali in pensione aveva diffuso una lettera per criticare l’ ipotesi della carica ereditaria. Gamal sarebbe stato il primo presidente, dal colpo di Stato del 1952, a non aver avuto un passato in divisa. In questi giorni di rivolta che si infiacchisce, i carristi per le vie del Cairo sono ancora festeggiati e rispettati. Eppure i leader del movimento pro-democrazia temono di essere rimasti incastrati in piazza Tahrir da una strategia poliziotto cattivo/soldato buono orchestrata dal regime. «I militari che governano il Paese sembrano essere soddisfatti – scrive Stacher su Foreign Policy – dalla situazione attuale: Mubarak resta formalmente al suo posto, i poteri sono nelle mani di Omar Suleiman. L’ obiettivo dello Stato, restaurare una struttura guidata dagli ufficiali, non è neppure celato». «L’ esercito ha effettuato alcune mosse di jiu-jitsu politico – dice Robert Springborg, professore alla Naval Postgraduate School in California -. Ha lasciato che la protesta focalizzasse la rabbia contro il presidente, che ormai è stato in qualche modo sacrificato, e adesso si presenta come il salvatore della nazione. Le richieste degli Stati Uniti e dell’ Europa non sono state di sostituire il governo dei generali con un esecutivo civile: alla fine, gli occidentali hanno accettato che siano gli ufficiali a guidare la transizione». Gli incroci di alcuni quartieri «strategici» del Cairo sono controllati da uomini dell’ unità 777, le forze speciali, in strada con il passamontagna nero. È probabile che l’ esercito manterrà una presenza fino alle elezioni di settembre. I generali vogliono la stabilità non perché siano preoccupati dei nemici esterni da combattere, ma per garantirsi i consumatori (gli egiziani) da attrarre. Davide Frattini kabul.corriere.it
8 Febbraio 2011
Fonte: www.corriere.it
Geisha a Chi? le Donne in Giappone ora Guadagnano più degli Uomini
di FEDERICO FUBINI
Doveva succedere prima o poi. Ora è successo. Per la prima volta nella storia dell’umanità, da qualche parte nel mondo ma non in una qualsiasi, il sorpasso si è consumato. In Giappone dall’anno scorso le donne single hanno iniziato ad avere un «reddito disponibile» più alto di quello degli uomini, comunica l’ufficio per il sondaggio sulla famiglia. Brutalmente, guadagnano di più. Geisha a chi? Allo sbocco della grande recessione, non a loro: le donne nipponiche hanno continuato a incrementare il loro reddito, anzi hanno accelerato l’aumento, mentre i guadagni degli uomini finivano in depressione.
Il Giappone ne ha un disperato bisogno e in questo non sarebbe neanche il solo. È uno dei Paesi più vecchi al mondo, con un’età media di quasi 45 anni (appena pochi mesi più vecchio dell’Italia) e con 7,4 nuovi nati ogni mille abitanti è penultimo su 224 Stati nella graduatoria della fertilità (quartultima al mondo è l’Italia). Il Giappone sarebbe una società destinata ineluttabilmente ad avvizzire, se non attingesse un po’ di forze fresche dall’ingresso pieno – e con pari dignità – delle donne nel lavoro.
Se n’è accorta persino Goldman Sachs. Con il suo fiuto abituale la più grande banca d’affari al mondo ha trovato un modo di farci guadagnare i suoi clienti. La sede di Tokyo di Goldman ha creato quello che definisce il «Womenomics Winners Basket», il paniere dei vincenti nell’economia delle donne.
Titoli di società disparate, ma sempre con la caratteristica di aiutare le donne nel conciliare casa e lavoro. C’è Pigeon, un gruppo che fa prodotti per l’infanzia ma fornisce anche servizi di baby-sitting. O Benesse Holding, azienda di «servizi educativi» (ripetizioni a casa per scolari in ritardo) che recapita anche cene calde a casa se la madre di famiglia è appena tornata dal lavoro. O Watami Restaurant, gestore di ristoranti e di asili d’infanzia. È appunto l’economia delle donne in corsia di sorpasso. E il paniere di Goldman com’è andato? In corsia di sorpasso anche quello: dal 2005 ha battuto la media della Borsa di Tokyo del 39%.
19 Gennaio 2011
Fonte: www.corriere.it
L’economia non è bella, né giusta, né piacevole
di PAUL KRUGMAN

Paul Krugman
Tutte le volte che faccio presente che la Seconda guerra mondiale pose fine alla Grande Depressione ricevo un sacco di lettere e messaggi nei quali mi si accusa di essere un guerrafondaio. Consentitemi di affermare una cosa: l’economia non è un’operetta morale. Non è una storia a lieto fine, nella quale la virtù è premiata e il vizio è castigato. L’economia di mercato è un sistema che persegue scopi organizzativi – il più delle volte si rivela un sistema abbastanza buono, ma non sempre -, e in ogni caso non è improntato ad alcun contenuto morale.
Non necessariamente i ricchi meritano la ricchezza che possiedono, e di sicuro i poveri non si meritano la loro condizione di indigenza. Nondimeno, noi accettiamo le notevoli sperequazioni di questo sistema in quanto i sistemi privi di qualsivoglia tipo di disuguaglianza non funzionano. (Prima che qualcuno apra bocca – “Aha! Krugman ammette la verità della supply-side economics, la politica dell’offerta!!” -, sto dicendo solo che esistono alcuni limiti oggettivi).
Quando oltretutto ci troviamo in difficoltà, con un’economia in piena depressione nella quale è difficile creare una domanda adeguata e ottenere la piena occupazione – soprattutto perché i tassi di interesse a breve termine sono più alti rispetto al limite inferiore zero –, la natura essenzialmente amorale dell’economia diventa ancor più evidente.
Come ho avuto modo di ribadire più volte, si tratta di una situazione nella quale la virtù si trasforma in vizio e la prudenza si tramuta in follia; per risolverla, è necessario dunque che qualcuno spenda di più, anche se spendere in effetti non è particolarmente saggio.
Quando le nazioni si ritrovano alle prese con questo dilemma, tendono a prevalere le teorie convenzionali, quantunque non dovrebbero.
In particolare, pare che non si riesca mai ad approvare una spesa pubblica che sia dell’entità necessaria. Questo è il motivo che indusse l’economista britannico John Maynard Keynes negli anni Trenta a proporre in modo spiritoso di seppellire nelle miniere di carbone bottiglie piene di soldi contanti, così che la gente potesse disseppellirle. Dal momento che qualsiasi proposta volta a incentivare la spesa pubblica per cose che avrebbero potuto essere utili era sistematicamente respinta in considerazione di un eccesso di cautela e di efficienza (vi suona familiare?), Keynes propose quindi di spendere in modo del tutto insulso.
Ciò che alla fine tornò utile fare negli anni Trenta (spendere per la guerra) si rivelò di fatto distruttivo, una sorta di scherzo crudele giocato dagli déi dell’economia. Sarebbe stato di gran lunga meglio se la Depressione si fosse conclusa spendendo per cose utili – come strade e ferrovie, scuole e parchi – , però non si raggiunse mai il consenso politico necessario a procedere a una spesa adeguatamente grande. Il mondo ebbe bisogno di Hitler e di Hiroito.
E che dire dell’affermazione comune secondo la quale gli Stati Uniti all’indomani della Depressione poterono prosperare soltanto perché i loro concorrenti erano rovinati a causa della guerra? È del tutto errata. In primis, sia prima sia immediatamente dopo la guerra i commerci erano un elemento del tutto secondario nell’economia americana: le importazioni e le esportazioni costituivano una percentuale di gran lunga inferiore rispetto a oggi del prodotto interno lordo. Per alcuni anni, alla fine degli anni Quaranta, in effetti ci fu un aumento dei commerci, dovuto in parte agli effetti del Piano Marshall che permise alle economie allo sfascio di comperare maggiormente dagli Stati Uniti – potremmo affermare che fu una sorta di stimolo fiscale – , ma si trattò in ogni caso di un fenomeno assolutamente passeggero.
Se è vero che la guerra aveva messo in ginocchio buona parte dei nostri concorrenti di oltreoceano, è altresì vero che aveva messo in gravi difficoltà anche buona parte dei nostri stessi clienti, giacché in sostanza si trattava in linea di massima delle medesime persone. In genere, la devastazione è sempre un male per gli affari.
Traduzione di Anna Bissanti
19 Novembre 2010
Fonte: www.ilsole24ore.com



Da sempre sono appassionata di temi riguardanti l’economia e la politica ed attraverso questo blog spero di condividere idee ed opinioni con gli altri.
