Difendere la Legge 194
Credo nel diritto di manifestare qualunque opinione, anche quella di chi vorrebbe cancellare la Legge 194 espressa durante la manifestazione a Roma della settimana scorsa. Credo nel diritto di esprimere il proprio pensiero, il mio viene rappresentato in pieno da questa immagine tratta da La rete delle reti femminili
Femminicidio: 55 vittime in 123 giorni
Sono già 55 le vittime nel 2012 della violenza di compagni, mariti, fratelli. 55 donne. 55 nomi. 55 come i cartelli mostrati davanti a Montecitorio ieri durante il flashmob organizzato contro la violenza sulle donne da TILT.
Sono state 127 nel 2010, 137 nel 2011 e già 55 nei primi mesi del 2012 le donne uccise dai loro compagni, fratelli, mariti. I media li segnalano come omicidi passionali, storie di raptus, amori sbagliati, gelosia – si legge in un comunicato – Si tratta invece di una pratica violenta di matrice non patologica ma culturale. Il nome che la identifica è femminicidio, neologismo in uso già da anni anche in Italia, che indica la distruzione fisica, simbolica, psicologica, economica, istituzionale della donna. Rashida Manjoo, la relatrice speciale delle Nazioni Unite sulla violenza contro le donne in visita nel nostro Paese alla vigilia dell’8 marzo scorso, ha ribadito che in Italia ormai si deve parlare di femminicidio».
Tilt
8 marzo per fermare la violenza contro le donne
Oggi ricorre la cosiddetta Festa della Donna ma non voglio scrivere di cene, mimose o regali, ma ricordare Antonella Russo, simbolo della violenza contro le donne.
Il 20 febbraio del 2007, Antonella veniva barbaramente uccisa a soli 23 anni dall’ex-compagno della madre che aveva denunciato il giorno prima per i continui maltrattamenti subiti dalla madre.
Una ragazza di soli 23 anni ma già donna matura, decisa e assolutamente senza paura, capace di prendere posizione contro un mostro.
Voglio ricordarla come simbolo della lotta alla violenza contro le donne. Per non dimenticare ma soprattutto per continuare a credere che tutto questo finirà e che ogni donna potrà camminare senza avere paura di nessuno.
Maternità, bufera sulla RAI
Scoppia la polemica sulla clausola contrattuale predisposta dalla RAI nei confronti delle collaboratrici/consulenti esterne, a partiva IVA, e che prevederebbe il licenziamento in caso di maternità. Il testo incriminato è stato denunciato dalla giornalista Paola Natalicchio.
“Nel caso di sua malattia, infortunio, gravidanza, causa di forza maggiore od altre cause di impedimento insorte durante l’esecuzione del contratto, Ella dovrà darcene tempestiva comunicazione. Resta inteso che, qualora per tali fatti Ella non adempia alle prestazioni convenute, fermo restando il diritto della Rai di utilizzare le prestazioni già acquisite, le saranno dedotti i compensi relativi alle prestazioni non effettuate. Comunque, ove i fatti richiamati impedissero a nostro parere, il regolare e continuativo adempimento delle obbligazioni convenute nella presente, quest’ultima potrà essere da noi risoluta di diritto, senza alcun compenso o indennizzo a suo favore.”
Tawakkul Karman non ha paura
di LUCIA PALMERINI
Prima per uscire di casa doveva essere accompagnata da un uomo, adesso da una guardia del corpo. L’assegnazione del Nobel per la Pace a Tawakkul Karmannon le ha semplificato la vita, anzi espone maggiormente a ritorsioni e minacce sia lei che la sua famiglia. In realtà, in Yemen, la vita di una qualunque donna è difficile e piena di ingiustizie, a partire dalle leggi che le riguardano ispirate alla sharia: oltre a non potersi muovere liberamente al di fuori delle mura domestiche, sono costrette a sposarsi bambine, nella maggior parte dei casi con uno sconosciuto, e la violenza in ambito familiare non costituisce reato. Ma Tawakkul Karman non ha paura, o perlomeno ha dimostrato di avere grande coraggio prendendo in mano le redini della protesta, guidando cortei, intonando i cori e gridando con il megafono. Tra i dimostranti spiccava il suo nihab rosa a fiorellini, le donne si sono fidate, hanno visto un’alternativa, un cambiamento possibile, gli uomini hanno colto l’attimo e si sono fatti guidare da questa giovane di 32 anni che altro non chiedeva che un futuro migliore, per lei, per i suoi figli, per le donne, per il suo paese. L’unico modo per farla tacere è stato arrestarla ed incarcerarla per quattro lunghissimi giorni, così come era già successo in passato. L’accusa fatta dal presidente Ali Abdullah Saleh, in carica da 33 anni, alle donne scese in piazza di non essere “delle buone musulmane” non ha fatto altro che incrementare l’indignazione e l’intensità delle proteste. Le pressioni internazioni hanno fatto il resto consentendo la scarcerazione di Tawakkul Karman che, una volta tornata libera, ha continuato a lottare con il suo popolo per la libertà, la giustizià e l’equità.
Lo Yemen è il più povero tra i paesi arabi, la speranza di vita si ferma a 60 anni, vi sono 53 decessi in media ogni 100 bambini nati vivi. Il dramma di questo paese lo si evince maggiormente nei dati sull’incremento della povertà, se nel 1992 il 20 per cento della popolazione si trovava sotto la linea di povertà, oggi invece troviamo quasi metà dell’intera popolazione con meno di 2 dollari al giorno, non diventa quindi difficile capire per quale motivo la popolazione si sia spostata nelle piazze per protestare. Ad una povertà dilagante si aggiunge la disastrosa situazione femminile, la partecipazione scolastica è inferiore rispetto ai maschi: solo il 31% delle bambine è iscritta alle elementari e la percentuale scende con l’aumentare dell’età, in generale il tasso di alfabetizzazione, è uno dei più bassi in assoluto, 50,2 per cento, anche se in miglioramento rispetto a dieci anni fa con un incremento di circa 12 punti percentuali. Le politiche attuate dal governo in risposta ai problemi del paese si sono rivelate inadatte e poco incisive ed hanno favorito l’integralismo islamico nelle zone più povere e l’incremento dell’instabilità. L’ultimo colpo di scena è arrivatto la scorsa settimana dopo mesi di scontri e proteste con l’opposizione, in un discorso trasmesso dalla tv di stato, il presidente Ali Abdallah Saleh ha reso pubblica l’intenzione di abbondonare il potere, ma forse è solo l’ennesima mossa politica per stemperare le polemiche internazionali sulla sua presidenza quasi quarantennale tornata alla ribalta in seguito all’assegnazione del premio nobel a Tawakkul Karman che ha portato nuovamente in primo piano la situazione in Yemen.
In realtà, in Yemen il cambiamento non è dietro l’angolo anche se il presidente Saleh, che è appoggiato dagli Stati Uniti, afferma di voler lasciare il potere. Restano infatti ancora un miraggio le tanto attese libere elezioni così come la libertà di stampa e di espressione che di fatto non esistono. Tutto passa attraverso gli uffici governativi che controllano ciò che viene divulgato, ma la rete no, internet è libero, vola sopra ogni divieto ed abbatte ogni barriera, e proprio da internet sono nate e cominciate le prime proteste, da internet sono arrivate le notizie sulla primavera araba e grazie ad internet i dimostranti si sono organizzati e sono riusciti a portare in occidente il loro grido di aiuto. Non è un caso che la protesta passi dal web, gli utenti di internet sono passati da poco più di 10 mila del 2000 ai quasi 2 milioni e mezzo del 2009, in 5 anni il numero di host internet è passato dai 166 a 255, e riguardo ai cellulari (uno dei mezzi più economici per accedere al web) su 100 abitanti 35 ne posseggono uno, contro lo 0,18 del 2000; numeri che sono destinati a crescere. La neo Premio-Nobel Tawakkul Karman, che si ispira a Martin Luther King, Nelson Mandela e Gandhi, per il suo paese vorrebbe una rivoluzione-sociale non-violenta e poter eleggere un nuovo presidente il prima possibile e sa bene che l’unico mezzo che può aiutare lei ed il suo Yemen a raggiungere questi obiettivi è proprio il web.
11 ottobre 2011
Pubblicato da Il Fondo Magazine
Arsa viva come le streghe: Ecco chi sono le donne scese in piazza
di LUCIA PALMERINI
Scendere in piazza per le donne, arrogarsi il diritto di parlare al plurale, anche per chi non vorrebbe essere chiamata in causa, e arrabbiarsi contro chi la pensa diversamente, offendere una persona solo perchè ha un’opinione diversa.
Ma soprattutto scrivere commenti pieni di indignazione senza neanche aver letto l’articolo in questione, ma giudicandolo solo dal contenuto generale, magari dal titolo o dalle prime 4 righe.
E cosa gravissima: non sapere di cosa si parla.
Ed allora vi faccio io delle domande…
Io non mi sono mai permessa di distinguermi, non mi reputo inferiore a nessuno, ma neanche superiore, credo che ogni donna abbia pari dignità ma vengo accusata di distinguere tra donne per-bene e donne per-male, prostitute e non, quando io sono stata la prima a scagliarmi contro questa divisione che è palese nel manifesto di Se non ora, quando;
Ma allora non avete letto il manifesto della manifestazione a cui aderite e partecipate???
Mi definiscono arrogante e prepotente solo per aver espresso una posizione diversa;
nessuna delle persone in piazza ha pensato che magari qualcuno la potesse pensare diversamente o che gli altri potrebbero non sbagliarsi?
forse eravate veramente in cerca o meglio a caccia di streghe???
Mi chiedono se non credo di veder danneggiata la mia dignità, ma già in vari articoli ho precisato che non la perdo per il comportamento di una terza persona, che sia anche il presidente del consiglio, che per il mio modesto ed inutile parere può fare del suo corpo quello che vuole, come ogni donna o uomo, nei limiti della legge.
Perchè fate domande o commentate senza aver letto prima l’articolo? Siete prevenute/i?
Mi accusano di tollerare comportamenti-limite che offendono il nostro Paese per pudore e senso del limite.
Ho letto bene? Un politico dovrebbe rinunciare a qualcosa che non è al di fuori della legge per pudore o senso del limite.
Ma non sono gli stessi termini usati nei paesi in cui vige la sharia?
Vengo accusata di giudicare Cristina Comencini per il nome che porta e non per il suo operato.
La comencini sarà anche molto brava, ma essendoci nel mondo del cinema ben 5 Comencini (il padre e 4 figlie) posso essere libera di porre l’interrogativo sulla loro effettiva superiorità? Possibile che non c’era nessuna/o con un cognome diverso più brava/o di loro?
E vorrebbero che considerassi la già-citata Comencini per le parole che ha esposto.
Nella mia breve vita di parole ne ho sentite tante e di fatti ne ho visti pochi, non siete scese/i in piazza per questo?
Vengo accusata di manipolare i lettori.
Io reputo i lettori, gli italiani intelligenti e non facilmente manipolabili da quello che scrivo io o da chiunque altro e vorrei che scomparisse questa solita presunzione di superiorità che pervade la maggior parte di chi si dichiara di sinistra e che pensa che chi vive sulla faccia della terra, ed in particolare nel bel-paese, non sappia ragionare con il suo cervello ma sia manipolabile.
Chiamami strega, chiamami poco di buono, anche mercenaria o prostituta se questo significa ragionare ed esprimere liberamente le proprie opinioni anche se scomode.
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I commenti che seguono alcuni di quelli pervenuti sul giornale per cui scrivo e ho deciso di raccoglierli per mostrarvi chi sono le persone che vogliono rappresentare me ed altre 30 milioni di donne.
Stefia1952
gentilissima signora Palmerini, una piccola curiosità. Quali sono i suoi hobbies? Uncinetto? maglia? La cucina? Il Bricolage? Attività sportive? Storia naturale? Lo studio delle zanzare e dei loro perniciosi effetti? Bagni a mare? il sesso? I classici greci? Trekking? Botanica? Qualsiasi essi siano le consiglierei di deicarci più tempo, perchè la scrittura ahimè……
Francesca Lazzeri
Credo proprio che l’articolo che ho letto sia decisamente superficiale, non hai approfondito la conoscenza ne delle donne che erano a Siena ne tantomeno sei andata a leggere niente relativamente ai Comitati di SNOQ.
Troppo facile darci delle moraliste, a noi interessa che questo Paese cambi e che i nostri figli non pensino di essere in un Reality televisivo.
Se ti interessa informati e partecipa a qualche incontro dei Comitati e forse il prossimo articolo ti viene meglio
Lea
“Amo il confronto ed il dialogo costruttivo e non ammetto l’arroganza, la presunzione, la prepotenza e l’ignoranza cercata e voluta”.
Come diceva la mi nonna, donna del popolo, delle buone intenzioni ne son pieni i fiumi!!!!!!! Se tu avessi messo in pratica la tua buona intenzione almeno in parte, avresti parlato con qualcuna delle donne che erano lì. Certo c’era qualche “radical chic” e qualche donna famosa, ma non erano certo la maggioranza, anzi, e soprattutto nessuna cercava eroine, ma eravamo in cerca di qualcosa che a te sfugge completamente, ma non te lo dirò. Spero solo che tu abbia la voglia di scoprirlo da sola.
Un ultima cosa, ho letto un tuo blog precedente…..a noi donne (tutte) non ce ne frega un bel nulla che un presidente del consiglio sia un maiale, basterebbe che si dimettesse e che non passasse l’idea che tutto si può fare, o peggio che sia normale farlo. Il nostro non è moralismo, ma è semplicemente vivere in un Paese nel quale è difficile educare i propri figli!
Silvia N
Ma che sta dicendo? Ha cognizione delle contraddizioni di cui si fa portavoce? Cosa ne sa lei di cosa pensavano le persone in piazza. Ma mi faccia il piacere! Si dedichi all’uncinetto forse è più portata. Saper scrivere va bene ma bisogna avere dei concetti da esprimere! Lei mi sembra che abbia ancora da imparare molto cara signorina…
E termino dicendole che da ora in avanti avrà solo la nostra indifferenza non merita più risposte nè considerazione.
Buona fortuna!
Lea
io nemmeno la perdo la mia dignità, ma il Paese sì. Vorrei essere Inglese, Tedesca o Neo Zelandese, dove chi ha incarichi pubblichi conosce la dignità e il rispetto, e prima ancora che gli venga chiesto dalla dignità offesa dei cittadini, si dimette scusandosi.
Se il presidente del consiglio si dimettesse e continuasse ad andare a cercare donnine in giro (sempre se non minorenni e nei limiti della legalità, cosa che la prostituzione non è) a me non importerebbe nulla ti assicuro. Lo stesso ragionamento lo feci a suo tempo per il povero Marrazzo, che non giudico per avere avuto storie con tansessuali, ma giudico il fatto che non abbia rispettato la dignità dei cittadini che rappresentava (elettori e non).
Poi posso assicurarti che per mia fortuna frequento donne e uomini con idee politiche diverse, tutte ma dico tutte sono d’accordo che chi rappresenta un Paese debba avere il senso del limite (oltre che della legalità) e che Berlusconi lo abbia passato da tempo.
Io penso che le persone che non capiscono questo stanno facendo un’opera di rimozione su se stesse, forse dettata dalla paura di aprire gli occhi, forse per la paura di essere accomunati ai “radical chic” della sinistra, a me piacerebbe che su una cosa del genere non vi fosse nemmeno da discutere, dovremmo essere tutti d’accordo. Penso a quel povero politico tedesco che è stato costretto a dimettersi per aver affittato un filmino e aver messo le spese in conto…….nessuno ha gridato allo scandalo, nessuno ha detto poverino, i tedeschi hanno detto lo faccia ma da cittadino comune, PUNTO E BASTA!
Hai scritto che hai viaggiato tanto, quando si parla con gli stranieri si capisce quale sia questo senso del limite delle istituzioni, che ormai in Italia è stato distrutto.
Rosi Guerino
Ohibò!! Sono perplessa da questa visione “alternativa” del movimento appena nato…mi sembra un tantino azzardato..Credo anche che lo si sia un pò travisato.Comunque complimenti per la fantasia! Sagittario.. J presume…. giusto?
Sandra Giuliani
Quanto male inutile fanno articoli del genere alle donne e agli uomini che cercano non di diventare eroi o eroine ma di essere cittadini e cittadine consapevoli dei loro diritti e dei loro doveri. Serve ancora questa demagogia da Letteratura d’Appendice? Il mondo è cambiato, signora: questa distinzione tra donne del popolo e le altre è veramente obsoleta. e tradisce una visione stantia delle cose pubbliche. Sono poche le donne che hanno fatto carriera, ma io sono fiera che ci siano e sminuire la forza del Cinema a firma di una donna ricordandone solo l’appartenenza familiare, è veramente misero: vada a vederli i film della Comencini, non hanno nulla di meno di tanti altri cineasti, maschi, figli di papà. Sono “giudizi” sommari che nuocciono alla crescita professionale delle donne. Perché le donne di oggi, di quel “popolo” che lei cita, fanno mestieri e professioni molto diverse e non rientrano più in categorie come quelle che lei rispolvera. E ogni cittadino o cittadina, di qualunque ceto o classe sociale, ha diritto ad agire in prima persona, a far sentire la propria voce. Non vale di più – o è più vera – un’azione di difesa del lavoro fatta da una persona disoccupata. E’ un modo distorto e ideologico di interpretare. Io non ho una faniglia “importante” alle spalle, non sono una “popolana”, sono una cittadina che cerca di sopravvivere con un lavoro autonomo, che ha tante problematiche che somigliano a quelle di un operaio o commerciante eppure a rigore dovrebbe essere un lavoro “di lusso” perché intellettuale. Etichette inutili: il mio ingegno ha bisogno di pane e di garanzie quanto il lavoro fatto con le mani. Le donne e gli uomini sono stanchi, esausti e per questo oggi si mobilitano e rispondono agli appelli. Non ci sono donne principesse e non ci sono donne streghe come non ci sono donne madonne e donne puttane. E qui nessuno e nessuna agisce con condanne morali ma anche nel caso delle prostitute, per riprendere la sua infelice battuta circa l’amicizia, difendere la dignità di una persona passa anche attraverso la dignità dei corpi, di tutte. Ci sono schiavitù più o meno velate che spesso sono nella mente e dopo nei corpi, grazie ai Modelli e agli Immaginari sociali e culturali. La libertà di scelta è un’altra cosa dal pietismo e dalla demagogia. Richiede rigore anche delle parole che si scelgono per dire le cose.
Silvia Noferi
Che cosa vorrà spiegarci la signora Palmerini? A me che sono figlia di un postino e di una casalinga, che non ho potuto frequentare l’Università ma sono stata mandata a fare le pulizie in ufficio? Cosa vuole spiegarmi signora Palmerini, a me che mi sono ritrovata in mezzo ad una strada a vent’anni dalla sera alla mattina? Cosa vuole insegnarmi cara signora, a me che ho allevato una splendida figlia tutta da sola, che ho un ottimo lavoro e studio la sera dopocena per laurearmi adesso che ho quasi cinquant’anni? Da chi mi devo difendere o chi mi deve rappresentare? Non è certo lei… mi permetta!
Silvia N.
SNOQ Firenze
18 luglio 2011
Cosiddettadonnadelpopolo
“la storia insegna che ogni principessa deve vedersela con una strega”. E sei tu la strega? Bugiarda o molto disattenta di sicuro; perché tutti i moralismi che racconti qui sono una pura manipolazione.
Il bisogno di moderne eroine
di LUCIA PALMERINI
E’ iniziata ieri e continua oggi a Siena la 2 giorni NO-Stop “Se Non Ora Quando?”. Il movimento nato lo scorso febbraio e culminato con la manifestazione del 13 febbraio, che in seguito alla “scoperta” del un giro di escort e accompagnatrici di Berlusconi, proponeva un modello di donna casto e pudico. Tralasciando le considerazioni sulla nascita ed il perdurare di questo movimento che trovate anche nel mio precedente articolo pubblicato dal Corriere della Sera, mi domando se realmente una protesta o manifestazione del genere possa essere credibile verificandone i contenuti e l’identità dei promotori.
Le eroine da che mondo è mondo sono figlie del popolo, della miseria, delle ingiustizie. Si immedesimano nei più deboli, hanno sete di giustizia e vogliono riscattarli dai soprusi ed aiutarli, difenderli dall’egoismo e dalla cattiveria dei più forti. Le eroine spesso sono state aiutate dall’incontro con un uomo potente, e hanno saputo far fruttare la loro intelligenza. Ma mai le eroine erano ricche signore, figlie di ricchi principi. Mentre le principesse, astute, maghe, abili incantatrici e consapevoli delle loro capacità, sono state sempre odiate, perchè ritenute colpevoli di sperperi ed ingiustizie.
I tempi sono cambiati, le eroine moderne sono principesse, che scendono dalla carrozza, danno la mano, salutano il bambino malato, accarezzano il cane randagio (sembra di vedere la dolcissima Kate Middleton) e poi tornano nei loro palazzi, controllano le entrate del conto, stringono affari e legami importanti. Le eroine moderne non sanno cosa siano i problemi che cercano di risolvere perchè non li hanno mai affrontati, non li hanno mai riguardate, mai lontanamente sfiorate. Eppure si impegnano e cercano una soluzione ed i sudditi assuefatti dal sogno sperano che questa volta sia diverso, che questa volta sia quella giusta, che finalmente la principessa è quella bianca, buona e giusta che li solleverà dai problemi o che semplicemente farà pensare loro a qualcosa di bello.
Le streghe tornano ad essere streghe, nere, cattive, da rinchiudere ed isolare. Portatrici di una speranza pericolosa, quella speranza che porta alla consapevolezza delle proprie capacità, che ci rende capaci di pensare che da sole, senza false e buone princepesse, possiamo farcela, possiamo essere padrone di noi stesse e del nostro mondo.
Così ecco che nasce una manifestazione contro il comportamento di chi il proprio corpo lo ha usato e continua ad usarlo. Contro chi cerca di emanciparsi con tutte le sue forze. Nasce una manifestazione per dividere il popolo, in questo caso le donne. I temi che andrebbero affrontati sono invece celati, tenuti nascosti, offuscati dallo scalpore del comportamento delle streghe cattive. Non basta una manifestazione, si torna in piazza, e le streghe sperano che questa volta ci si renda conto di cosa chiedere. Invece la realtà che ci circonda resta lontana, sormontata dalla dialettica e dalle parole. Così in una manifestazione di donne non si parla della legge stravolta ed appena approvata sulle quote rosa. Non si parla della scandalosa presa di posizione sulla pillola dei 5 giorni dopo, la cui prescrizione è autorizzata in tutto il mondo ma solo in Italia prevede uno scandaloso esame del sangue che ne impedisce l’uso.
Parole e dialettica nascondono anche l’identità dei promotori, ma non nomi e cognomi, bensì la loro storia, il loro percorso lavorativo, la loro carriera. Succede così che la portavoce della scarsa meritocrazia e delle ingiustizie subite dalle donne sia una certa Francesca Comencini, conosciuta più che per i suoi film in qualità di regista e sceneggiatrice, per essere la figlia del grande Luigi Comencini, che ha diretto nella sua carriera attori del calibro di Vittorio De Sica e Gina Lollobrigida e che è stato talmente bravo da riuscire ad inserire nel mondo del cinema tutte e 4 le figlie, non solo la nostra eroina Francesca, ma anche le altre tre: Cristina, Paola ed Eleonora.
Eroine moderne, che parlano di figli, di impossibilità di fare il lavoro che più ci piace, di difficoltà nel mondo del lavoro, di ingiustizie sociali, ma che nella loro vita non le hanno mai incontrate o dovute affrontare, o comunque non come la donna figlia di operai o di commercianti che deve guadagnarsi il pane senza poter contare su un padre importante o amicizie di alto-livello.
Le donne del popolo sono stanche, esauste, credono e sperano nella principessa che urla di essere venuta a salvarle. Ma la storia insegna che ogni principessa doveva vedersela con una strega. La immagino nell’ombra, seduta ad ascoltare con attenzione, per prepararsi all’azione e sferrare il suo attacco. Che sia anche solo quello di accettare una prostituta come amica e non condannarla.
10 Luglio 2011
Pubblicato anche su www.diebrucke.it
La favola sulle ribelli arabe (con lo sciopero del sesso)
di VALERIO CAPPELLI
CANNES – Le donne vanno a prendere l’acqua alla sorgente, arrampicandosi su un sentiero pieno di sassi in cima alla montagna, sudate, affaticate. Gli uomini si impigriscono al bar, loro sì molli bamboccioni; è così da sempre, in quella remota comunità rurale. Le loro mogli, dopo l’ennesimo aborto provocato da una caduta, decidono di fare lo sciopero del sesso. I figli dell’Islam non la prendono tanto bene, urla, botte, uno perfino usa violenza.
The Source di Radu Mihaileanu è l’ultimo film in concorso. Tema nobile, la condizione della donna nell’Islam, ma l’aria che tira è che il vento del deserto non entra nella rosa dei premi assegnati stasera. Si dice che The Artist, il film muto che ha convinto per la freschezza, francese per giunta, qualcosa prenderà, forse la Palma della giuria. A guidare il toto-premi, nella giuria di De Niro, sono Kaurismäki (Le Havre) e i fratelli Dardenne (Le Gamin au Vélo, Il ragazzo con la bicicletta). Restano in corsa i due favoriti della vigilia: The Tree of Life di Malick, benché finito un metro sotto le attese, e Bir Zamanlar Anadolu’da (C’era una volta in Anatolia) del turco Nuri Bilge Ceylan. Per gli attori si fanno i nomi dei protagonisti dei due vessilli italiani (che hanno una cosa in comune, la musica di Arvo Pärt nella colonna sonora): il rocker depresso Sean Penn in This must be the place di Paolo Sorrentino e il Papa incerto Michel Piccoli in Habemus Papam di Nanni Moretti, film indicato da Le Figaro come peggior sorpresa del festival. Per le attrici, Tilda Swinton in We need to talk about Kevin è in testa su Cécile de France (Dardenne).
Tornando alle Mille e una notte che scandiscono i prodromi dell’emancipazione femminile araba, Radu la definisce «una favola orientale». La vita non nasce senza acqua. E dunque l’acqua come metafora per interpretare quel buco di villaggio, che per il regista diventa il megafono delle giuste battaglie nel mondo di oggi, «così pieno di timori, dove tutto si muove velocemente ed è difficile tornare indietro, non c’è tempo, la gente ha paura di farsi le domande, vuole subito le risposte su Internet».
Nella guerra dei sessi, le vecchie danno consigli per mandare in bianco i mariti (peperoncino, oppure piazza tuo figlio tra voi due inventando che sta male). Mihaileanu (Train de vie e Le concert), l’ebreo romeno naturalizzato francese il cui padre fuggì da un lager nazista, ci ha abituato a seguire drammi con la levità del sorriso. Egli non vuole puntare il dito con esattezza sulla mappa geografica, ma basandosi su una vera storia di dieci anni fa in Turchia, ha girato tra asini e galline nel Marocco più sperduto, traendone un significato universale che rimanda sia ai recenti cortei di protesta del Nordafrica che alle migliori conquiste della Francia, libertà, eguaglianza, fraternità. E ricorda che il Corano «è pieno di amore, altro che le manipolazioni degli integralisti». Radu apre una parentesi sul vecchio del villaggio, l’attore Mohamed Majd («In Marocco è l’equivalente di Piccoli e Trintignant») per poi arrendersi volentieri alla sua armata femminile: Se Hiam Abbass (ricordate Il giardino di limoni?) è «tradizionalista, una donna amara per un mistero del suo passato», Leila Bekhti è la dolce pasionaria del gruppo, portatrice di un dramma vero nel mondo arabo, vittima di un amore giovanile, rischia di essere ripudiata, contesa da due uomini perbene, uno fa baluginare il coltello, l’altro trova le parole giuste, «ti amerà di più quando mi ucciderai?». Leila: «Questo film è una ode all’amore, all’altruismo, alla comprensione degli altri. Durante le riprese in Marocco ho conosciuto una giovane che ha 5 anni più di me e non ha mai letto un libro. La chiave della libertà è la conoscenza». Hafsia Herzi (Cous Cous) a Cannes fa la prostituta in L’Apollonde, mentre qui è una vergine che sogna un marito decente.
Il cast è un bazar eterogeneo di algerini, tunisini, marocchini, più il palestinese Saleh Bakri: «Avendo un passaporto israeliano, per me non è stata una passeggiata. Questo film parla delle cose in cui credo, libertà, parità dei diritti, resistenza. La rivoluzione è poter decidere del proprio destino». Il film è stato girato in una lingua a tutti sconosciuta, un dialetto del Marocco. Radu cercava credibilità «per mostrare la loro reale vita», e possibilità di documentarsi sul luogo con un lungo lavoro preparatorio. Molte verità, le parole che arrivano come proiettili, se Aristofane le affidava al coro greco, qui irrompono nel canto del gineceo marocchino, al suono di una lingua arcaica che possiede una sua musicalità.
22 maggio 2011
Fonte: www.corriere.it
Quando Rino Gaetano cantava di Ruby, Wilma e altre “stelle”
di NICOLA MENTE
Sfogliare il proprio diario personale significa ricordare eventi lieti e affrontare ricordi tristi. Qualche volta si sfoglia da sinistra verso destra, si creano domande sul proprio percorso, si interroga la dote del tempo che scorre. Altre volte si decide di saltare da una pagina all’altra, non appena si ripresenta qualche collegamento. Altre volte si guarda al passato rimpiangendo appuntamenti mancati e improvvise dipartite. Come quella di Rino Gaetano, cantastorie geniale e sempre rimasto legato a quel concetto di alienazione e di reale stato brado, il cosiddetto “fuori dagli schemi”, espressione sempre troppo abusata e soprattutto imprecisa, come spesso imprecisa è la definizione dei livelli e delle dimensioni di questi schemi stessi.
Un uomo dall’esistenza squarciante e mai piatta, come un sussulto. Un simpatico menestrello da esibire senza approfondire più di tanto.
Sanremo, 26 gennaio 1978. Cominciamo da qui. Da una serata mondana, da una serata da Festival. Un’Italia in preda al tormento e alla rabbia vede questo ragazzo magro e colorato, con tanto di cilindro e ukulele, presentare alla kermesse dei fiori Gianna, un pezzo destinato ad entrare nella colonna sonora di questo squarcio di storia italiana. Senza però esser totalmente compreso, nella totalità della sua opera. Un’opera “rivelatrice”. Una filosofia che comunicava attraverso il surrealismo, quella di Gaetano, che armeggiava con disinvoltura l’apparenza ingannatrice di melodie orecchiabili e filastrocche nonsense, per assestare colpi ben indirizzati.
Roma, 15 luglio 1978. Trasmissione radiofonica Il quadernetto romano, conduce Enzo Siciliano, futuro presidente RAI. Ospite è proprio Rino Gaetano, che su richiesta del conduttore tenta di spiegare chi sia la protagonista della canzone che lo ha portato al podio sanremese. «Gianna è una ragazza quindicenne che si pone un grave problema. Dice: che faccio? Mi politicizzo subito, oppure aspetto di diventare prima donna e poi lo faccio? Questa dura lotta non si risolve assolutamente, perché fa tutt’e due insieme. Però senza annientare l’una o l’altra parte, come spesso si fa». Il messaggio è particolare, e nell’occasione Siciliano liquida la questione con l’atteggiamento di chi sembra cogliere al volo la questione, ma senza dedicare tempo al dibattito e ad un’eventuale ulteriore analisi del pensiero espresso. Un pensiero abbastanza “spinoso” e piuttosto chiaro.
Quella è l’estate di Nuntereggae più, tormentone dal testo dissacrante che allieta (almeno così pare) l’estate di un paese sventrato da gravi problemi e da pericolose tensioni. Pochi mesi prima era stato rinvenuto il corpo del presidente Dc Aldo Moro, mentre l’instabilità e la rabbia divampavano a ogni livello della società. Sono gli anni di piombo, anni intrisi di sangue e offuscati dalla nebbia. In Nuntereggae più Gaetano nomina Capocotta, una località balneare sul litorale romano. Una località non qualunque. Quella spiaggia 25 anni prima è teatro di uno degli scandali più scabrosi che investono il mondo politico italiano nel secondo dopoguerra.
Torvajanica, 11 aprile 1953. Una ragazza ventunenne (dunque appena maggiorenne, per le leggi in vigore all’epoca), Wilma Montesi, viene trovata morta in riva al mare. La Montesi è una giovane e bella ragazza romana, di umili origini, con qualche aspirazione ad entrare nel mondo del cinema e dello spettacolo. Quello fu un caso che, dopo un iniziale tentativo di conclusione (con l’ipotesi del suicidio della giovane) affrettata, montò a livello nazionale in occasione delle elezioni politiche, le prime regolate dalla contestatissima “legge truffa” De Gasperi-Scelba (siamo alle solite: poster hoc, propter hoc?), e si rivelò un autentico scandalo per il mondo delle istituzioni: vennero infatti ricostruite, grazie a riaperture di fascicoli e deposizioni di presunti testimoni, situazioni sinistre, nelle quali venivano dipinte feste private a base di sesso e droga. Feste con partecipanti illustri, legati al mondo finanziario e soprattutto a quello politico. Feste avvenute in località Capocotta, appunto. Si parlò di ambienti vicini alla Democrazia cristiana, lo scandalo giunse fino alla Presidenza del Consiglio e ciò recò non poco turbamento.
Lo stesso Aldo Moro, nel memoriale consegnato alle Br prima di essere ucciso, proprio nella primavera di quel 1978, scriveva: «prescindendo dalla prima e più semplice fase della sua vita politica caratterizzata, come è generalmente riconosciuto da dinamismo realizzatore, il nome di Fanfani emerge, essendo allora ministro dell’Interno, in occasione del caso Montesi, il quale sulla base di un’ondata purificatrice che non avrebbe dovuto guardare in faccia a nessuno, coinvolse sulla base di alibi indizi, poi contestati dalla magistratura di Venezia, il senatore Piccioni, una delle persone più stimate della Dc, il quale dové lasciare il posto di ministro, per quella che si dimostrò poi di essere una leggerezza… L’onorevole Fanfani salì rapidamente i gradini della sua carriera politica e finì per assommare in sé in poco tempo tre cariche di grande rilievo quali la segreteria del partito, cui era pervenuto in successione di De Gasperi, la Presidenza del Consiglio e il ministero degli Esteri».
Ma torniamo a Gianna. Nella fiction su Gaetano uscita nel 2007 (prodotta da Rai Fiction e realizzata da Claudia Mori per la Ciao ragazzi), si spiega come quella canzone sia “priva di significato”. Conclusione strana ed affrettata, oltre che falsa. Una canzone che il significato ce l’ha, eccome. Eppure è strano che, dal momento in cui si decide di comporre una biografia dell’autore, si saltino numerosi elementi importanti e si travisi la realtà. Una fiction molto contestata quella, sia dalla sorella del cantautore che dalla fidanzata Amelia Conte, per aver travisato la figura di Rino, passato per un arido alcolizzato fino a sfiorare il patologico. Una biografia tendente alla calunnia, dalla quale Rino non esce bene e soprattutto non esce nel lato più “autentico”.
Logico è che con la chiave di lettura fornita da quella breve introduzione dello stesso Gaetano, il testo assuma contorni diversi e significati meno sibillini di quel che apparentemente sembrerebbe. Gianna non cercava suo marito (il Pigmalione), Gianna difendeva il suo salario dall’inflazione. Gianna non crede alle canzonette o agli Ufo (come fanno le sue coetanee), Gianna aveva un fiuto eccezionale per il tartufo (tubero prezioso ed estatico). E poi? E poi la notte, dove “la festa è finita, evviva la vita /La gente si sveste e comincia un mondo /un mondo diverso, ma fatto di sesso /e chi vivrà vedrà”. Fino alla conclusione: “Ma dove vai, vieni qua, ma che fai? /Dove vai, con chi ce l’hai?/ Butta là, vieni qua/ chi la prende e a chi la dà!/Dove sei, dove stai? /Fatti sempre i fatti tuoi!Di chi sei, ma che vuoi?/Il dottore non c’e’ mai!Non c’e’ mai! Non c’e’ mai!/Tu non prendi se non dai”!
Il pensiero corre attraverso trentadue anni. Milano, 27 maggio 2010. Il caso Ruby, la telefonata di Silvio Berlusconi in questura, l’apertura dell’inchiesta. Luci nuovamente puntate su feste, presunte orge, giovani appena maggiorenni (o non ancora), spettacolo (senza morti eccellenti, almeno fin ora). Scandalo in versione moderna di un cliché tipico ma tirato fuori ad arte in base a discrezioni ancora tutte da capire. Un filo che rimane intatto (seppur sotterrato) dopo cinquantotto anni e che riemerge al momento opportuno, in chiave moderna. Una luce sinistra su qualcosa che l’elettorato d’opposizione utilizza per indicare Berlusconi come vaso di Pandora e genesi del degrado, come l’introduttore di mondi perversi legati allo spettacolo. Qualcosa che invece si riconduce ai più fitti misteri dell’Italia repubblicana. Il sesso, la perversione e la politica. I mass media, la comunicazione. Un legame che Rino aveva colto e intuito, che aveva tentato di “passare” a suo modo. Un’intuizione geniale mai valorizzata e approfondita, neanche di fronte ad una biografia. Ruby come Wilma, Wilma come Gianna, Gianna come Ruby. Legate da un triplice filo. Politicizzarsi, o diventare prima donna? Continuare a sfogliare il diario, o andare avanti, senza curarsi più di tanto del passato? Quando si tornerà a leggere e a capire le pagine ingiallite, prima di scriverne nuove?
10 aprile 2011
Fonte: www.diebrucke.it
Non tutti quelli che vagano sono senza meta, soprattutto quelli che cercano la verità
“Cara Betty, sono venuta al Wellesley perchè volevo fare la differenza, ma cambiare per gli altri è mentire a se stessi.”
La mia professoressa Katherine Watson vive secondo le proprie convinzioni e non accetta compromessi neanche per il college. Dedico questo mio ultimo articolo ad una donna straordinaria che ci è stata di esempio ed ha convinto tutte noi a vedere il mondo attraverso nuovi occhi. Quando leggerete questo mio scritto lei si sarà gia imbarcata per l’Europa dove so che troverà nuove barriere da abbattere e nuove idee con cui rimpiazzarle.
Ho sentito dire che ha gettato la spugna per essersene andata, una girovaga senza meta,
ma non tutti quelli che vagano sono senza meta,
soprattutto non coloro che cercano la verità
oltre la tradizione, oltre la definizione, oltre l’apparenza.



Da sempre sono appassionata di temi riguardanti l’economia e la politica ed attraverso questo blog spero di condividere idee ed opinioni con gli altri.
