Difendere la Legge 194
Credo nel diritto di manifestare qualunque opinione, anche quella di chi vorrebbe cancellare la Legge 194 espressa durante la manifestazione a Roma della settimana scorsa. Credo nel diritto di esprimere il proprio pensiero, il mio viene rappresentato in pieno da questa immagine tratta da La rete delle reti femminili
Cina: il prezzo del progresso

di LUCIA PALMERINI
Le immagini dei lavori dello skywalk cinese del monte Tianmen mi riportano agli Egizi, ai Romani, al passato.
Ammirando una piramide, un monumento, un obelisco, ma anche pensando semplicemente al Colosseo, mi capita di immaginare le migliaia di schiavi costretti a lavorare in condizioni disperate e pericolose.
Neri, bianchi, colorati, tutti accomunati dalla sfortuna di essere poveri. Altri tempi, altri governi, altre storie. Oggi in una civiltà moderna nessuno stato permetterebbe determinate condizioni e situazioni, anche se bisogna sottolineare che di lavoro ancora si muore.
Non la Cina. Nazione tanto potente quanto priva di diritti e regole. Nazione che si siede al tavolo dei più grandi e decide regole, agenda e futuro. Nazione presa a modello da economisti, storici, e nostalgici di un comunismo mai esistito e comunque sbagliato. Nazione che non vuol sentir parlare di diritti e giustizia.
Gli operai dello skywalk Walk of Faith sono moderni schiavi che invece di erigere una piramide, un tempio o un anfiteatro, costruiscono un’attrazione turistica. Si muovono come equilibristi su assi di legno, senza protezioni, senza cappello, perché d’altronde un cappello è inutile quando si cade da un precipizio a quasi 1500 metri d’altezza. L’opera consiste in un pavimento trasparente di 60 metri di lunghezza, un metro di larghezza circa, a strapiombo a 1430 metri.

Le immagini mi riportano ad anni lontani, mi ricordano gli operai Italiani sulla trave di un grattacielo a Manhattan. I morti, caduti accidentalmente a causa della stanchezza o dell’altezza, sono sconosciuti allora come oggi, sconosciuti prima dell’avvento di Cristo nell’Impero Romano, sconosciuti negli anni ’50 negli USA, sconosciuti oggi in Cina.
Il progresso ha un prezzo.
La favola sulle ribelli arabe (con lo sciopero del sesso)
di VALERIO CAPPELLI
CANNES – Le donne vanno a prendere l’acqua alla sorgente, arrampicandosi su un sentiero pieno di sassi in cima alla montagna, sudate, affaticate. Gli uomini si impigriscono al bar, loro sì molli bamboccioni; è così da sempre, in quella remota comunità rurale. Le loro mogli, dopo l’ennesimo aborto provocato da una caduta, decidono di fare lo sciopero del sesso. I figli dell’Islam non la prendono tanto bene, urla, botte, uno perfino usa violenza.
The Source di Radu Mihaileanu è l’ultimo film in concorso. Tema nobile, la condizione della donna nell’Islam, ma l’aria che tira è che il vento del deserto non entra nella rosa dei premi assegnati stasera. Si dice che The Artist, il film muto che ha convinto per la freschezza, francese per giunta, qualcosa prenderà, forse la Palma della giuria. A guidare il toto-premi, nella giuria di De Niro, sono Kaurismäki (Le Havre) e i fratelli Dardenne (Le Gamin au Vélo, Il ragazzo con la bicicletta). Restano in corsa i due favoriti della vigilia: The Tree of Life di Malick, benché finito un metro sotto le attese, e Bir Zamanlar Anadolu’da (C’era una volta in Anatolia) del turco Nuri Bilge Ceylan. Per gli attori si fanno i nomi dei protagonisti dei due vessilli italiani (che hanno una cosa in comune, la musica di Arvo Pärt nella colonna sonora): il rocker depresso Sean Penn in This must be the place di Paolo Sorrentino e il Papa incerto Michel Piccoli in Habemus Papam di Nanni Moretti, film indicato da Le Figaro come peggior sorpresa del festival. Per le attrici, Tilda Swinton in We need to talk about Kevin è in testa su Cécile de France (Dardenne).
Tornando alle Mille e una notte che scandiscono i prodromi dell’emancipazione femminile araba, Radu la definisce «una favola orientale». La vita non nasce senza acqua. E dunque l’acqua come metafora per interpretare quel buco di villaggio, che per il regista diventa il megafono delle giuste battaglie nel mondo di oggi, «così pieno di timori, dove tutto si muove velocemente ed è difficile tornare indietro, non c’è tempo, la gente ha paura di farsi le domande, vuole subito le risposte su Internet».
Nella guerra dei sessi, le vecchie danno consigli per mandare in bianco i mariti (peperoncino, oppure piazza tuo figlio tra voi due inventando che sta male). Mihaileanu (Train de vie e Le concert), l’ebreo romeno naturalizzato francese il cui padre fuggì da un lager nazista, ci ha abituato a seguire drammi con la levità del sorriso. Egli non vuole puntare il dito con esattezza sulla mappa geografica, ma basandosi su una vera storia di dieci anni fa in Turchia, ha girato tra asini e galline nel Marocco più sperduto, traendone un significato universale che rimanda sia ai recenti cortei di protesta del Nordafrica che alle migliori conquiste della Francia, libertà, eguaglianza, fraternità. E ricorda che il Corano «è pieno di amore, altro che le manipolazioni degli integralisti». Radu apre una parentesi sul vecchio del villaggio, l’attore Mohamed Majd («In Marocco è l’equivalente di Piccoli e Trintignant») per poi arrendersi volentieri alla sua armata femminile: Se Hiam Abbass (ricordate Il giardino di limoni?) è «tradizionalista, una donna amara per un mistero del suo passato», Leila Bekhti è la dolce pasionaria del gruppo, portatrice di un dramma vero nel mondo arabo, vittima di un amore giovanile, rischia di essere ripudiata, contesa da due uomini perbene, uno fa baluginare il coltello, l’altro trova le parole giuste, «ti amerà di più quando mi ucciderai?». Leila: «Questo film è una ode all’amore, all’altruismo, alla comprensione degli altri. Durante le riprese in Marocco ho conosciuto una giovane che ha 5 anni più di me e non ha mai letto un libro. La chiave della libertà è la conoscenza». Hafsia Herzi (Cous Cous) a Cannes fa la prostituta in L’Apollonde, mentre qui è una vergine che sogna un marito decente.
Il cast è un bazar eterogeneo di algerini, tunisini, marocchini, più il palestinese Saleh Bakri: «Avendo un passaporto israeliano, per me non è stata una passeggiata. Questo film parla delle cose in cui credo, libertà, parità dei diritti, resistenza. La rivoluzione è poter decidere del proprio destino». Il film è stato girato in una lingua a tutti sconosciuta, un dialetto del Marocco. Radu cercava credibilità «per mostrare la loro reale vita», e possibilità di documentarsi sul luogo con un lungo lavoro preparatorio. Molte verità, le parole che arrivano come proiettili, se Aristofane le affidava al coro greco, qui irrompono nel canto del gineceo marocchino, al suono di una lingua arcaica che possiede una sua musicalità.
22 maggio 2011
Fonte: www.corriere.it
“Saviano ha copiato Gomorra”
di GIAN MARCO CHIOCCI

- Roberto Saviano
Lui è Roberto Saviano. L’altro si chiama Simone Di Meo. Il primo ha sbancato con Gomorra, il secondo è rimasto un free lance dopo l’esperienza a Cronache di Napoli. Saviano è diventato una star, Di Meo è rimasto un giornalista di nera. In apparenza hanno in comune solo una cosa: la camorra. In realtà uno (Di Meo) accusa l’altro (Saviano) d’averlo turlupinato, fingendosi amico e copiando i suoi articoli sui clan senza nemmeno degnarsi di una citazione a pie’ di pagina. Per questo il cronista ha prima riempito di richieste di rettifiche la casa editrice di Gomorra (Mondadori) eppoi è passato alle vie di fatto citando per danni l’autore del best seller: 500mila euro.
Di Meo ha già imputato a Saviano, sulle pagine del «Roma», di aver preso pezzi di suoi articoli sulla faida di Secondigliano e sul clan Di Lauro, di averli riportati pari pari nel libro (oppure di averli riassunti e rielaborati) omettendo di citare la fonte. In più lo accusa di aver appreso direttamente da lui notizie poi confluite nel libro (indiscrezioni giudiziarie, atti investigativi e processuali) come fossero farina del suo sacco. Persone vicine a Saviano precisano che non esiste alcun plagio e che per il libro lo scrittore ha attinto da fonti pubbliche, desumibili anche da giornali, e da fonti compulsate direttamente. La casa editrice, nello scambio epistolare con i legali di Di Meo, ha ripetutamente negato «ogni indebita appropriazione da parte di Saviano» limitandosi ad accettare «la circostanza concretatasi in un’omissione della fonte in occasione di una riproduzione testuale di un articolo».
Nella causa intentata contro Saviano, Di Meo osserva nero su bianco: «Non ci sono parole per esprimere la grande sorpresa avuta nel leggere il contenuto del libro: tutto ciò che avevo scritto per il giornale circa determinati argomenti, tutto ciò che avevo raccontato confidenzialmente, in totale buona fede ed in modo del tutto ignaro dai reali propositi del giovane free lance (quale era all’epoca Saviano, ndr)» a Saviano «era stato lievemente manipolato e, in alcuni casi, trasposto integralmente senza citare la fonte, per dar vita a un libro che da molti veniva salutato come un lavoro inedito». Svariati passaggi del libro, a detta di Di Meo e di altri cronisti napoletani citati, «sembravano essere il risultato di un evidente rimaneggiamento di articoli di cronaca nera di altrui paternità che senza difficoltà Saviano amava attribuirsi (…) sostenendo di essere stato presente a eventi o circostanze che giammai lo hanno visto presente», come nella prima uscita processuale del boss Paolo Di Lauro.
- Simone Di Meo
In particolare negli atti depositati al processo di Napoli, Di Meo cita un passaggio di un suo articolo del 17 dicembre 2005 riguardante il boss Raffaele Amato, riportato pari pari nel libro da Saviano: «… quando venne arrestato in un hotel a Casandrino insieme a un altro luogotenente del clan e a un grosso trafficante albanese che si faceva aiutare per concludere gli affari di un interprete, il nipote di un ministro di Tirana». Nel libro si parla del boss che «godeva di un credito illimitato presso i trafficanti internazionali» mentre nell’articolo si scriveva sempre del boss e del «credito illimitato di cui godeva presso i cartelli internazionali». Oppure. «Il clan di Lauro – si legge nell’edizione 2006 di Gomorra – è sempre stato un’impresa perfettamente organizzata, il boss lo ha strutturato con un disegno d’azienda multilevel». Un articolo sul clan del 2005 lo ricalca così: «La struttura organizzativa del clan di Lauro sembra copiata dai management dei guru dell’economia americani: è l’applicazione del principio multilevel». E ancora. A proposito del rinvenimento del corpo di Giulio Ruggiero subito dopo l’arresto del boss Cosimo Di Lauro, si leggeva nell’articolo di Cronache: «Poi la macabra esecuzione della decapitazione, eseguita con un flex, la sega elettrica utilizzata dai tagliatori e tornitori per tranciare anche il ferro. Non un colpo netto, ma una lenta operazione da macellai». Invece Gomorra: «Non il colpo netto dell’accetta ma col flex: la sega circolare dentellata usata dai fabbri per limare le saldature». E via discorrendo. Frasi più o meno simili, forse copiate o forse no. Passaggi interi in cui, dopo più solleciti, «la fonte viene finalmente citata all’undicesima ristampa» allorché si affronta il capitolo dei «quattro punti» del patto di sangue tra gli Spagnoli e i Di Lauro. Questo ed altro c’è nel processo sul presunto plagio di Saviano. Per saperne di più l’appuntamento è alla prossima udienza, 7 luglio, ore 9, tribunale di Napoli.
18 marzo 2009
Fonte: www.ilgiornale.it
Messico: nel paese dell’impunità migliaia di donne in galera per avere abortito
di GENNARO CAROTENUTO
Alma Yarelí ha fatto tre anni di carcere prima di essere liberata quando finalmente un giudice ha creduto che il suo fosse stato un aborto spontaneo. Se non fosse stato così, in un Messico dove per il 90% degli omicidi non si apre neanche un’inchiesta, avrebbe scontato per intero i 27 anni e sei mesi ai quali era stata condannata per omicidio volontario con l’aggravante della relazione familiare con la vittima. Dopo di lei restano in galera nel solo stato di Guanajuato altre 166 donne (migliaia in tutto il Messico), tutte povere e spesso analfabete, alcune con condanna definitiva fino a 35 anni di carcere.
Nel paese dell’impunità, per ricchi, potenti, narcos e uomini violenti con le loro donne succede sempre più spesso che la giustizia si faccia inflessibile per l’interruzione della gravidanza: omicidio volontario aggravato dalla relazione familiare con la vittima. Non c’è scampo e, soprattutto nello stato di Guanajuato, sono denunciati i casi di almeno sei donne condannate all’ergastolo per avere abortito. Le altre, negli stati di Guanajuato, Puebla, Veracruz attendono il giudizio in carcere visto che per il loro reato le leggi non prevedono neanche il rilascio dietro cauzione che invece viene concesso a sicari, narcos e altri criminali. Secondo uno studio della Commissione per i diritti umani dello Stato di Guanajuato, le 166 donne attualmente in carcere solo in quello stato (è difficile non notare che siano ben di più dei cosiddetti prigionieri politici cubani) sono praticamente tutte contadine analfabete, spesso già madri di vari figli e in molti casi vittime di stupri.
È il combinato disposto, perverso, di due leggi che sono oramai applicate in 18 stati della federazione messicana che si sono mossi in senso opposto alla capitale federale, Città del Messico, dove dal 2007 l’aborto è legale nelle prime 12 settimane di gravidanza. Da una parte il feto è divenuto una persona a tutti gli effetti fin dal momento del concepimento.
Dall’altro le leggi sulla violenza familiare, in genere completamente disattese contro gli uomini violenti, diventano un macigno nel caso dell’aborto. Così l’aborto è passato in molti stati dall’essere condannato con pene tra i sei mesi e i tre anni di carcere all’essere considerato come “omicidio volontario aggravato dalla relazione di parentela” e comportare quindi pene che arrivano a corrispondere al nostro ergastolo.
Nel paese dei Legionari di Cristo, dove consideravano un santo il fondatore degli stessi, il pedofilo e stupratore seriale Marcial Maciel, “dopo la sconfitta di Città del Messico –sostiene María Consuelo Meijía Direttrice dell’organizzazione ‘donne cattoliche per il diritto di scegliere’- l’ultra-destra conservatrice e le gerarchie cattoliche hanno ottenuto la loro vendetta negli stati più arretrati”.
Si calcola che in Messico si realizzino ogni anno oltre 800.000 aborti clandestini, spesso in condizioni estreme di igiene e sicurezza per le donne, contro i circa 40.000 aborti legali che avvengono in strutture pubbliche a Città del Messico. La battaglia politica, anche a livello di riforme costituzionali, è asperrima tra chi vuole la depenalizzazione dell’aborto e chi esige che la vita sia rispettata dal concepimento alla morte naturale.
3 Agosto 2010


Da sempre sono appassionata di temi riguardanti l’economia e la politica ed attraverso questo blog spero di condividere idee ed opinioni con gli altri.
