REFERENDUM: ecco i 4 quesiti
di LUCIA PALMERINI
E’ ufficiale: il referendum sul nucleare si farà.
La Cassazione ha deciso che il 12 e 13 giugno si voterà anche per la presenza del nucleare in Italia perchè le modifiche apportate dal governo alle norme sul nucleare non precludono la celebrazione della consultazione popolare. Infatti il governo aveva semplicemente postposto l’attuazione del programma sull’energia nucleare, mentre il quesito referendario lo abroga totalmente. Berlusconi in persona aveva detto:
“Siamo assolutamente convinti che l’energia nucleare sia il futuro per tutto il mondo. La gente era contraria, fare il referendum adesso avrebbe significato eliminare per sempre la scelta del nucleare. Se avessimo fatto il referendum avremmo rinunciato al nucleare per lungo tempo. Invece io spero che tra uno o due anni si potrà ritornare sulla scelta dopo che si sarà fatta chiarezza sulla tecnologia.”
I quesiti su cui si potrà votare saranno 4 e riguarderanno 3 temi principali:
- Nucleare
- Acqua pubblica (2 quesiti, quindi 2 schede)
- Legittimo impedimento
Scheda Grigia: CENTRALI NUCLEARI
Abrogazione delle nuove norme che consentono la produzione nel territorio nazionale di energia elettrica nucleare
Il quesito originario chiede l’abrogazione dell’art. 7, comma 1, lettera d (realizzazione nel territorio nazionale di impianti di produzione di energia nucleare) contenuto nel decreto-legge 25 giugno 2008, n. 112, convertito con modificazioni, dalla legge 6 agosto 2008, n. 133, sulle disposizioni urgenti per lo sviluppo economico, la semplificazione, la competitività, la stabilizzazione della finanza pubblica e la perequazione tributaria. Il quesito definitivo invece chiede l’abrogazione dell’art. 1 e dell’art. 8 contenuti nel decreto omnibus (ovvero decreto legge 31 marzo 2011, n. 34 convertito con modificazioni dalla legge 26/05/2011 n.75) recante disposizioni urgenti sull’attuazione del programma di governo sulle risorse energetiche.
In definitiva votando SI si impedisce di fatto la realizzazione di nuovi impianti nucleari sull’intero territorio nazionale.
Scheda Rossa: ACQUA PUBBLICA
Modalità di affidamento e gestione del servizio idrico
Il quesito chiede l’abrogazione dell’art. 23 bis (dodici commi) della legge n. 133/2008, secondo cui la gestione del servizio idrico può essere affidata a soggetti privati attraverso gara o a società a capitale misto pubblico-privato; in entrambi i casi il privato detiene almeno il 40% del capitale. Votando SI si mantiene pubblica la gestione del servizio idrico.
Scheda Gialla: TARIFFA ACQUA PUBBLICA
Determinazione della tariffa dell’acqua
Il quesito richiede l’abrogazione parziale dell’articolo 154 del Decreto Legislativo n. 152/2006, per quel che riguarda la parte che sostiene la determinazione della tariffa del servizio idrico integrato “in base all’adeguata remunerazione del capitale investito”. In base alla normativa vigente, un gestore può caricare sulla bolletta fino al 7% in più senza che questo venga investito per migliorie sull’infrastruttura. Votando SI si blocca questo innalzamento di prezzo.
Scheda Verde: LEGITTIMO IMPEDIMENTO
Giustizia: abrogazione del legittimo impedimento per primo ministro e ministri
Il quesito richiede l’abrogazione di una delle leggi ad personam, in particolare l’articolo 1 (commi 1, 2, 3, 5, 6) della legge 7 aprile 2010 numero 51 recante “disposizioni in materia di impedimento del Presidente del Consiglio e dei Ministri a comparire in udienza penale”. Votando SI il primo ministro ed i ministri dovranno comparire in udienza al pari degli altri cittadini italiani.
QUORUM DA RAGGIUNGERE
Devono votare il 50% più uno degli aventi diritto al voto per farne valere l’esito.
L’ultima volta in cui è stato raggiunto il quorum era l’11 giugno 1995 nel referendum su tv, commercio, rappresentanze sindacali, legge elettorale per le comunali e mafia. Indubbio che la presenza del quesito sul nucleare spinga l’elettorato alle urne e che proprio per questo il governo aveva cercato di escluderlo dalla consultazione per evitare il raggiungimento del quorum.
Silvio, Michele, Benedetta, le BR e la disinformazione militante
di NICOLA MENTE
Lo scorso 21 aprile, in occasione della Settimana Santa, è andata in onda una nuova sconclusionata e aberrante puntata di quel format chiamato “Annozero”. Un programma “libero e antagonista”, che si spaccia come “voce del popolo”, ma che a me sembra più un avamposto di disinformazione in pieno stile baracconesco e tremendamente “berlusconiano”. Per l’occasione, il succoso argomento trattava la vicenda di Roberto Lassini, ex sindaco democristiano di Turbigo, autore del folle manifesto “Via le BR dalle procure”, affisso per le vie di Milano in occasione delle prossime amministrative nel capoluogo lombardo. Un gesto di un’idiozia rara che ha sollevato molte polemiche, e che ha bruscamente interrotto (o fomentato, chissà) la brillante scalata politica del suo scellerato ideatore. Una palla al balzo raccolta senza esitazioni dal buon Santoro, abile cavalcatore di tigri, facile strumentalizzatore di ogni evento per aumentare l’apporto di munizioni in vista della sua (infinita) crociata antiberlusconiana. Quale occasione migliore per allestire una puntata-minestrone senza capo né coda, partendo dalle vittime dell’eversione per finire alla rabbia violacea nei confronti del Premier che sfugge al giudizio delle procure? Io credo che durante questa triste serata si sia raggiunto uno dei punti massimi di disinformazione, trascinando nel vortice dell’odierno pedestre gioco di forze vicende assai delicate, mai chiarite, mai esaminate, che rappresentano un nodo focale nella storia repubblicana di questo paese. Santoro e i suoi hanno dato la dimostrazione (se mai ce ne fosse stato il bisogno) di aver creato una scatola urlante, tutto fuorché un programma d’informazione. Il picco dello scempio si è raggiunto rapidamente, a metà puntata. Ripercorrendo sommariamente e molto superficialmente le vicende dei gruppi armati (chiamati tutti bonariamente “Br”, senza saper leggere né scrivere), sono stati invitati due dei più autorevoli “discendenti” delle vittime dell’eversione di sinistra, Marco Alessandrini (figlio del magistrato Emilio, assassinato da un commando di Prima Linea nel gennaio 1979) e Benedetta Tobagi (figlia del giornalista del Corriere della Sera ucciso da esponenti della “Brigata XVIII Marzo” nel maggio del 1980). Tutto allestito ad arte, insomma. Non per far luce su fatti e vicende ancora avvolte nella nebbia (non tanto i due omicidi in sé, quanto tutto il macrocosmo in cui questi fatti vanno opportunamente inseriti), ma per screditare Berlusconi e la sua pedestre voglia di impunità. Botte di cultura, insomma. Una puntata assolutamente fuori da ogni logica. Uno sciacallaggio senza precedenti, una conduzione pedestre e approssimativa, una disinformazione che traspare secondo dopo secondo, parola dopo parola. Fino ad arrivare all’apice. Dopo un’intervista (assai improbabile e gran poco giornalistica) a Marco Alessandrini (verrà soltanto ricordato che quelle non erano le BR, ma Prima Linea, organizzazione estremamente diversa e in aperto contrasto con quella di Moretti e compagnia), ha preso la parola Benedetta Tobagi, autrice di un paragone estremamente infelice che mi ha fatto sobbalzare dalla sedia nel momento in cui, colpevolmente in ritardo, ho potuto godere del suo intervento sbirciando su internet l’intera, agghiacciante puntata. «Berlusconi non si vuol far processare, esattamente come gli esponenti della lotta armata che ammazzavano i magistrati». Eh no, Benedetta. Non si possono dire queste cose. A me spiace che tu non abbia potuto godere dei sorrisi e degli abbracci del tuo papà, e non biasimo certo quel tuo sguardo triste, specchio di un’infanzia dolorosa e profondamente ingiusta nei tuoi confronti. Questo però non può autorizzarti a poter fare un discorso simile, perché questo paragone è fuori da ogni logica, come fuori da ogni logica è una trasmissione organizzata in questo modo. Benedetta, forse tu saprai meglio di me che l’obiettivo dei militanti dei gruppi armati non era quello di non farsi giudicare. Era, il loro, un semplicissimo iter. Lo Stato era il nemico, che ti offriva di difenderti tramite i suoi avvocati, i suoi uomini. Il rifiuto di avere una difesa era dovuto all’impossibilità di accettare una difesa del sistema che si cercava di combattere. Il loro obiettivo non era certo quello di evitare il carcere. La loro era semplice coerenza d’intenti, avallabili o meno (questo è un altro discorso). In fondo, il concetto di “prigioniero politico” implicava anche questa reazione. La logica era quella dello scontro e della guerra. Si pensi a un soldato nazista arrestato e giudicato dagli Alleati tramite un processo gestito dagli Alleati, con avvocati difensori voluti dagli Alleati. Si faccia anche il discorso inverso, con l’alleato come prigioniero e i tedeschi a giudicare. Il paragone con Silvio, cara Benedetta, non sussiste. Ci starebbe se Berlusconi rifiutasse ogni possibile difesa (invece che sguinzagliare il suo infinito pool di legali) e si facesse giudicare senza proferire parola (sto volutamente prendendo come paradigma la figura del militante non delatore). Questo sì sarebbe un parallelismo logico. Ma come sappiamo, al di là di ogni possibile giudizio storico e ogni possibile interpretazione su quel periodo, stiamo paragonando due forme di spessore intellettuale lontane anni luce. La logica dello scontro con le istituzioni con la logica del controllo furbesco delle istituzioni. La rinuncia alla libertà e l’uso della violenza politica per una causa comune con la volontà di macchinare il tutto appellandosi ai diritti democratici, per la propria esclusiva salvezza. Attenzione Benedetta, attenzione Santoro. Con questa puntata avete fatto gli stessi danni che ha fatto Lassini, se non peggio. Perché quelle vicende restano, come all’inizio della trasmissione, mai opportunamente analizzate e approfondite. Si è solo gettato del letame a destra e a manca, senza capire e senza far capire, con l’unico obiettivo di tirare acqua al proprio mulino. Si è messo in scena un paragone senza nessun riferimento reale, tra lacrime da primo piano (quasi in stile Barbara D’Urso), valutazioni sommarie e profondamente inesatte, infarinate senza capo né coda. Il tutto senza pensare alla vera e necessaria crescita di coscienza di questo smandrappato Paese, dove un’opinione becera, da un lato e dall’altro, si accartoccia su se stessa e inevitabilmente trascina tutto in un vortice d’oblio. Questa è povertà intellettuale, esattamente come quella di Berlusconi. Finalmente, un paragone che calza.
28 aprile 2011
Fonte: www.facebook.com
Quando Rino Gaetano cantava di Ruby, Wilma e altre “stelle”
di NICOLA MENTE
Sfogliare il proprio diario personale significa ricordare eventi lieti e affrontare ricordi tristi. Qualche volta si sfoglia da sinistra verso destra, si creano domande sul proprio percorso, si interroga la dote del tempo che scorre. Altre volte si decide di saltare da una pagina all’altra, non appena si ripresenta qualche collegamento. Altre volte si guarda al passato rimpiangendo appuntamenti mancati e improvvise dipartite. Come quella di Rino Gaetano, cantastorie geniale e sempre rimasto legato a quel concetto di alienazione e di reale stato brado, il cosiddetto “fuori dagli schemi”, espressione sempre troppo abusata e soprattutto imprecisa, come spesso imprecisa è la definizione dei livelli e delle dimensioni di questi schemi stessi.
Un uomo dall’esistenza squarciante e mai piatta, come un sussulto. Un simpatico menestrello da esibire senza approfondire più di tanto.
Sanremo, 26 gennaio 1978. Cominciamo da qui. Da una serata mondana, da una serata da Festival. Un’Italia in preda al tormento e alla rabbia vede questo ragazzo magro e colorato, con tanto di cilindro e ukulele, presentare alla kermesse dei fiori Gianna, un pezzo destinato ad entrare nella colonna sonora di questo squarcio di storia italiana. Senza però esser totalmente compreso, nella totalità della sua opera. Un’opera “rivelatrice”. Una filosofia che comunicava attraverso il surrealismo, quella di Gaetano, che armeggiava con disinvoltura l’apparenza ingannatrice di melodie orecchiabili e filastrocche nonsense, per assestare colpi ben indirizzati.
Roma, 15 luglio 1978. Trasmissione radiofonica Il quadernetto romano, conduce Enzo Siciliano, futuro presidente RAI. Ospite è proprio Rino Gaetano, che su richiesta del conduttore tenta di spiegare chi sia la protagonista della canzone che lo ha portato al podio sanremese. «Gianna è una ragazza quindicenne che si pone un grave problema. Dice: che faccio? Mi politicizzo subito, oppure aspetto di diventare prima donna e poi lo faccio? Questa dura lotta non si risolve assolutamente, perché fa tutt’e due insieme. Però senza annientare l’una o l’altra parte, come spesso si fa». Il messaggio è particolare, e nell’occasione Siciliano liquida la questione con l’atteggiamento di chi sembra cogliere al volo la questione, ma senza dedicare tempo al dibattito e ad un’eventuale ulteriore analisi del pensiero espresso. Un pensiero abbastanza “spinoso” e piuttosto chiaro.
Quella è l’estate di Nuntereggae più, tormentone dal testo dissacrante che allieta (almeno così pare) l’estate di un paese sventrato da gravi problemi e da pericolose tensioni. Pochi mesi prima era stato rinvenuto il corpo del presidente Dc Aldo Moro, mentre l’instabilità e la rabbia divampavano a ogni livello della società. Sono gli anni di piombo, anni intrisi di sangue e offuscati dalla nebbia. In Nuntereggae più Gaetano nomina Capocotta, una località balneare sul litorale romano. Una località non qualunque. Quella spiaggia 25 anni prima è teatro di uno degli scandali più scabrosi che investono il mondo politico italiano nel secondo dopoguerra.
Torvajanica, 11 aprile 1953. Una ragazza ventunenne (dunque appena maggiorenne, per le leggi in vigore all’epoca), Wilma Montesi, viene trovata morta in riva al mare. La Montesi è una giovane e bella ragazza romana, di umili origini, con qualche aspirazione ad entrare nel mondo del cinema e dello spettacolo. Quello fu un caso che, dopo un iniziale tentativo di conclusione (con l’ipotesi del suicidio della giovane) affrettata, montò a livello nazionale in occasione delle elezioni politiche, le prime regolate dalla contestatissima “legge truffa” De Gasperi-Scelba (siamo alle solite: poster hoc, propter hoc?), e si rivelò un autentico scandalo per il mondo delle istituzioni: vennero infatti ricostruite, grazie a riaperture di fascicoli e deposizioni di presunti testimoni, situazioni sinistre, nelle quali venivano dipinte feste private a base di sesso e droga. Feste con partecipanti illustri, legati al mondo finanziario e soprattutto a quello politico. Feste avvenute in località Capocotta, appunto. Si parlò di ambienti vicini alla Democrazia cristiana, lo scandalo giunse fino alla Presidenza del Consiglio e ciò recò non poco turbamento.
Lo stesso Aldo Moro, nel memoriale consegnato alle Br prima di essere ucciso, proprio nella primavera di quel 1978, scriveva: «prescindendo dalla prima e più semplice fase della sua vita politica caratterizzata, come è generalmente riconosciuto da dinamismo realizzatore, il nome di Fanfani emerge, essendo allora ministro dell’Interno, in occasione del caso Montesi, il quale sulla base di un’ondata purificatrice che non avrebbe dovuto guardare in faccia a nessuno, coinvolse sulla base di alibi indizi, poi contestati dalla magistratura di Venezia, il senatore Piccioni, una delle persone più stimate della Dc, il quale dové lasciare il posto di ministro, per quella che si dimostrò poi di essere una leggerezza… L’onorevole Fanfani salì rapidamente i gradini della sua carriera politica e finì per assommare in sé in poco tempo tre cariche di grande rilievo quali la segreteria del partito, cui era pervenuto in successione di De Gasperi, la Presidenza del Consiglio e il ministero degli Esteri».
Ma torniamo a Gianna. Nella fiction su Gaetano uscita nel 2007 (prodotta da Rai Fiction e realizzata da Claudia Mori per la Ciao ragazzi), si spiega come quella canzone sia “priva di significato”. Conclusione strana ed affrettata, oltre che falsa. Una canzone che il significato ce l’ha, eccome. Eppure è strano che, dal momento in cui si decide di comporre una biografia dell’autore, si saltino numerosi elementi importanti e si travisi la realtà. Una fiction molto contestata quella, sia dalla sorella del cantautore che dalla fidanzata Amelia Conte, per aver travisato la figura di Rino, passato per un arido alcolizzato fino a sfiorare il patologico. Una biografia tendente alla calunnia, dalla quale Rino non esce bene e soprattutto non esce nel lato più “autentico”.
Logico è che con la chiave di lettura fornita da quella breve introduzione dello stesso Gaetano, il testo assuma contorni diversi e significati meno sibillini di quel che apparentemente sembrerebbe. Gianna non cercava suo marito (il Pigmalione), Gianna difendeva il suo salario dall’inflazione. Gianna non crede alle canzonette o agli Ufo (come fanno le sue coetanee), Gianna aveva un fiuto eccezionale per il tartufo (tubero prezioso ed estatico). E poi? E poi la notte, dove “la festa è finita, evviva la vita /La gente si sveste e comincia un mondo /un mondo diverso, ma fatto di sesso /e chi vivrà vedrà”. Fino alla conclusione: “Ma dove vai, vieni qua, ma che fai? /Dove vai, con chi ce l’hai?/ Butta là, vieni qua/ chi la prende e a chi la dà!/Dove sei, dove stai? /Fatti sempre i fatti tuoi!Di chi sei, ma che vuoi?/Il dottore non c’e’ mai!Non c’e’ mai! Non c’e’ mai!/Tu non prendi se non dai”!
Il pensiero corre attraverso trentadue anni. Milano, 27 maggio 2010. Il caso Ruby, la telefonata di Silvio Berlusconi in questura, l’apertura dell’inchiesta. Luci nuovamente puntate su feste, presunte orge, giovani appena maggiorenni (o non ancora), spettacolo (senza morti eccellenti, almeno fin ora). Scandalo in versione moderna di un cliché tipico ma tirato fuori ad arte in base a discrezioni ancora tutte da capire. Un filo che rimane intatto (seppur sotterrato) dopo cinquantotto anni e che riemerge al momento opportuno, in chiave moderna. Una luce sinistra su qualcosa che l’elettorato d’opposizione utilizza per indicare Berlusconi come vaso di Pandora e genesi del degrado, come l’introduttore di mondi perversi legati allo spettacolo. Qualcosa che invece si riconduce ai più fitti misteri dell’Italia repubblicana. Il sesso, la perversione e la politica. I mass media, la comunicazione. Un legame che Rino aveva colto e intuito, che aveva tentato di “passare” a suo modo. Un’intuizione geniale mai valorizzata e approfondita, neanche di fronte ad una biografia. Ruby come Wilma, Wilma come Gianna, Gianna come Ruby. Legate da un triplice filo. Politicizzarsi, o diventare prima donna? Continuare a sfogliare il diario, o andare avanti, senza curarsi più di tanto del passato? Quando si tornerà a leggere e a capire le pagine ingiallite, prima di scriverne nuove?
10 aprile 2011
Fonte: www.diebrucke.it
Eco, il vecchio trombone: “Cav come hitler”
di FILIPPO FACCI
Questa non è un’esercitazione, ripetiamo, non è un’esercitazione, c’è una rivoluzione culturale in corso e non ve me siete accorti: siete così presi da voi stessi e dalle vostre scaramucce – la crisi, le rate della macchina, trecentomila libici incazzati che premono dal Mediterraneo – da non aver neppure percepito quale straordinaria concatenazione si sia dipanata negli scorsi giorni, e cioè: 1) la manifestazione del Palasharp; 2) la manifestazione femminile «Se non ora, quando?»; 3) la manifestazione canora di Sanremo con vittoria significativa di Roberto Vecchioni; 4) altre manifestazioni di maturazione civile in ordine sparso, tipo: la frase in cui Rosy Bindi spiega che Berlusconi è già stato condannato dagli italiani, il sobrio corsivo di Massimo Fini sul «Fatto Quotidiano» in cui invita la popolazione a ribellarsi come gli africani, il distensivo paragone operato da Umberto Eco a Gerusalemme, ieri, in cui ha paragonato Berlusconi a Hitler. Da dove cominciamo?
CANZONI DI LOTTA
Da Sanremo, of course. Perché voi magari pensate che abbia vinto una canzonetta come un’altra: e invece «C’è qualcosa, nel successo strappato a Sanremo dalla canzone di Vecchioni», ha scritto Barbara Spinelli sulla prima pagina di «Repubblica», «che ci consente di vedere con una certa chiarezza lo stato d’animo di tanti italiani: qualcosa che rivela una stanchezza diffusa nei confronti del regime che Berlusconi ha instaurato 17 anni fa». Non ve ne siete accorti? Sono tutti «episodi come inanellati in una collana: le manifestazioni che hanno difeso la dignità delle donne; la potenza che emana dalle recite di Benigni; il televoto che s’è riversato su una canzone non anodina, come non anodine erano le canzoni di Biermann nella Germania Est». È così, è così: ciò che non può il voto, forse, può il televoto. Ma poi: non l’avete letta l’intervista del «Riformista» alla moglie di Vecchioni, Daria Colombo, già santificata da Gad Lerner all’Infedele? E allora siete indietro, non avete capito che «dopo il Palasharp, la vittoria di Roberto è un altro segnale della riscossa di quell’Italia che vuole voltare pagina e lasciarsi alle spalle i danni del berlusconismo», non l’avete compreso «l’operazione culturale», Voi guardavate Belen. Daria Colombo non è mica la prima scema che passa, è una fondatrice dei Girotondi, un’amica di «Nanni», una che ha capito – febbraio 2011 – che «Bersani deve andare dalla De Filippi», così come l’hanno capito, parole sue, «Filippo Rossi di Farefuturo», persino «Al Bano». Non che la mannaia del regime non abbia cercato di calare sulla rivoluzione culturale di Roberto: «gli avevano chiesto di cambiare alcune parti del testo, “Chi ha vent’anni e se ne sta a morire / in un deserto come in un porcile», ed è un chiaro riferimento al Bunga Bunga, un passaggio sofisticato e celato in «una canzone bellissima con un testo bellissimo». Parentesi: non badate ai collaborazionisti alla Luca Sofri, direttore del quotidiano online «Il Post» e autore, l’altro ieri, di critiche immotivate: «Io penso che la canzone di Vecchioni fosse molto brutta: imbarazzantemente didascalica nel testo, trombona, banale di una banalità pigra e povera, esempio tra i peggiori di un repertorio infantile noi-puri-contro-i-potenti-cattivi, imbarazzantemente paternalistica e demagogica. E penso che abbia guadagnato consensi esattamente per queste pigre ragioni: facile, demagogica, buona per pensare che il mondo fa schifo per colpa di certi cattivi e autoconsolarsi, utile a ricordare a una vecchia generazione i suoi vecchi tempi e a rifilare a una nuova generazione qualche slogan di quelli facili che da giovani ci piacciono tanto». E ancora: «Gino Castaldo su «Repubblica» ha sostenuto che grazie alla canzone vincitrice a Sanremo è tornata la buona musica, rendiamoci conto. Gad Lerner ha avuto simili toni… Altri hanno reagito allo stesso modo, succubi di una cultura che da una parte contestano e dall’altra desiderano li accolga». Come a dire che Sanremo non si è spostata di una virgola, ma è certa sinistra a esserci entrata con tutte le scarpe: come quando dissero che la vittoria di Vladimir Luxuria all’Isola dei Famosi fosse una vittoria per i diritti dei gay.
Critiche ingenerose, queste: roba che non potrà fermare la rivoluzione culturale né quella giudiziaria, tanto che Rosy Bindi l’altro ieri l’ha detto: «Per quanto Berlusconi farà di tutto per non presentarsi a giudizio, ormai è il giudizio del popolo italiano che lo ha dichiarato colpevole». Chiusa lì, siamo al giudizio immediatissimo, al processo brevissimo, anzi, c’è già stato, esattamente come già disse – si perdoni la citazione – il procuratore Francesco Saverio Borrelli il 17 novembre 1993: «In questo specifico universo che va sotto il nome di Mani pulite, le conseguenze politiche possono essere tratte prima ancora di attendere la verifica dibattimentale… Il grande processo pubblico è già avvenuto». Chi se ne frega dei processi, non capite la rivoluzione? Che fareste, voi, attendereste la Cassazione per condannare Hitler? L’ha detto bello chiaro Umberto Eco ieri a Gerusalemme, dove partecipava a una fiera. Gli avevano chiesto: «Berlusconi è paragonabile a Gheddafi e Mubarak?»; e lui: «No, il paragone, intellettualmente parlando, potrebbe essere fatto con Hitler: anche lui giunse al potere con libere elezioni».
A CACCIA DI GIOVANI
Parole sante, e non dite che tutti coloro che vincono le elezioni allora sono come Hitler, non cavillate, cercate di rapportarvi al momento storico: perché non vi ribellate, piuttosto? Anzi, «perché non ci ribelliamo?» come ha titolato «Il Fatto» di martedì, per la penna di Massimo Fini? I buoni motivi per farlo, Fini, li ha snocciolati con pazienza, e allora che problema c’è? Che aspetta, anche lui? La risposta è terribile: «Io bazzico bar frequentati da impiegati, da piccoli manager, da lavoratori del terziario e un’antica piscina meneghina, la Canottieri Milano, dove si sono rifugiati, come in uno zoo per animali in estinzione, i cittadini di una Milano che fu, gente anziana. Tutti schiumano rabbia impotente». Eccolo il solo e autentico problema che sovrasta la rivoluzione culturale: Massimo Fini è anziano, i suoi amici pure, Umberto Eco anche, Roberto Vecchioni non è più un giovanotto, Barbara Spinelli non è più una signorina, Rosy Bindi lasciamo perdere: e la rivoluzione non è un pranzo di gala. Servirebbero le giovani energie di questa neo-generazione di bamboccioni bastardi, ma si fanno tremendamente i cazzi loro. Ma finirà, oh se finirà.
24 febbraio 2011
Fonte: www.libero-news.it
Non vado in piazza: ecco perché
Il Confronto sulle donne e la manifestazione del 13 Febbraio
di LUCIA PALMERINI
Oggi domenica 13 febbraio resterò a casa a leggere un libro o andrò a fare una passeggiata al mare od in centro, ma sicuramente non scenderò in piazza e non permetterò a nessuno di strumentalizzarmi. Non solo non aderisco alla manifestazione, ma la condanno e aborro l’idea che un tema importantissimo come l’emancipazione femminile possa essere strumentalizzato dal partito di opposizione di turno, in questo caso centro e sinistra.
Se fossi un uomo mi accuserebbero di essere maschilista e sessista, ma sono una donna, emancipata, istruita, con un lavoro normalissimo, e la decisione di non aderire alla protesta è stata da me analizzata ed approfondita in ogni aspetto. Dapprima pensavo che la manifestazione indetta “per le donne“ riguardasse la segregazione e discriminazione femminile che è oramai scientificamente provata, così come l’esistenza della corruzione e dell’uso improprio delle raccomandazioni. Basti ricordare che le donne nel Parlamento italiano sono il 17%, contro una media europea del 23% e contro la totale parità in Norvegia ed Olanda. Ma invece di scendere in piazza per chiedere politiche paritarie, di sostegno alle donne che lavorano, e di miglioramento delle infrastrutture dell’infanzia, si scende in piazza per chiedere le dimissioni di Berlusconi.
Andiamo per ordine. Innanzitutto nel manifesto dell’appello alla mobilitazione si fa riferimento alle italiane: sono escluse le immigrate e gli uomini, come se i comportamenti lesivi della dignità delle donne riguardasse solo una parte della nazione e non tutti. E, cosa gravissima, si fa riferimento a due tipi di donne, le buone e dignitose, ovvero coloro che “lavorano fuori o dentro casa, che si sacrificano, che si occupano di figli, mariti e genitori anziani”, e le altre, le cattive, che lasciano i figli nelle mani di imprudenti babysitter, i genitori abbandonati a badanti senza scrupoli, i mariti alle prese con fornelli e lavatrici, o che legittimamente sono manager del loro corpo e del loro aspetto.
Continua il manifesto asserendo che le buone “hanno considerazione e rispetto di sé, della libertà e della dignità femminile ottenute con il contributo di tante generazioni di donne che hanno costruito la nazione democratica”, alla quale invece non pare abbiano contribuito le cattive, che verranno giudicate e pagheranno i loro errori passando il resto della loro esistenza espiando i loro gravi peccati.
Il manifesto prosegue dicendo che ciò che “non è più tollerabile, è la ripetuta, indecente, ostentata rappresentazione delle donne come nudo oggetto di scambio sessuale, offerta da giornali, televisioni, pubblicità”. Mi domando, perché non è più tollerabile? Perché fino a ieri era lecito e tollerabile trovare una donna seminuda in un programma televisivo o in una pubblicità ed oggi non lo è più? O meglio, perché se fino a ieri il corpo seminudo di una donna era tollerato, oggi non può più esserlo? Cosa è cambiato? Come hanno fatto a scoprire l’esistenza di “una cultura diffusa che propone alle giovani generazioni di raggiungere mete scintillanti e facili guadagni offrendo bellezza e intelligenza al potente di turno, disposto a sua volta a scambiarle con risorse e ruoli pubblici”? Come hanno fatto a scoprire tali atteggiamenti? Chi ha spiato o tradito le cattive?
Ovviamente le buone non possono tollerare tali atteggiamenti che “inquinano la convivenza sociale e l’immagine in cui dovrebbe rispecchiarsi la coscienza civile, etica e religiosa della nazione”. Avete letto benissimo, in uno Stato laico, si parla di coscienza religiosa della nazione dalla quale non si può prescindere. Quale sia la religione alla quale si ispirino non è dato sapere, ma forse la povera Giovanna D’Arco avrà presto qualcuno a farle compagnia.
Ma eccoci a Berlusconi, colpevole di essersi accompagnato alle cattive, ovvero giovani e belle donzelle leicemente rimborsate per il tempo che hanno lui dedicato. Secondo le indignate, ovvero le buone, tale “modello di relazione tra donne e uomini, che egli ha ostentato (di solito si ostenta in un luogo pubblico davanti al pubblico non in una casa privata), incide profondamente negli stili di vita e nella cultura nazionale, legittimando comportamenti lesivi della dignità delle donne e delle istituzioni”. Quindi il problema non sono la segregazione e la discriminazione femminile, o la mancanza di donne in parlamento o di politiche dedicate alla situazione delle donne in Italia, ma l’abitudine lecita di Berlusconi di trascorrere il suo tempo privato in una casa di sua proprietà con giovani e belle donne: cattive, ovviamente.
Non solo, le paladine della dignità delle donne – le buone di cui sopra – minacciano in perfetto stile leniniano chi non aderirà alla loro grande rivolta di dover “rispondere delle proprie azioni, assumendosene la pesante responsabilità, anche di fronte alla comunità internazionale”.
Visto che tale avvertimento mi riguarda poiché non scenderò assolutamente in piazza, vorrei sapere di quale responsabilità si tratta, quale sarebbe il mio peccato e se il mio petto verrà marchiato a fuoco così come quello della protagonista della lettera scarlatta.
Buone contro cattive quindi, in un perverso scontro architettato dalle donne stesse per far dimettere l’attuale Presidente del Consiglio.
Io non ci sto. Io non mi faccio strumentalizzare, non mi schiero contro chi utilizza la sua vita diversamente da me e soprattutto non condanno o giudico chi si comporta in maniera diversa; e mi fa orrore, impressione, terrore sapere e constatare che delle donne condannino dei comportamenti e mostrino invece quali debbano essere quelli da tenere. Mi fa schifo sapere che per Irene Tinagli, possibile futura candidata primo ministro per il PD, una donna debba essere “femminile ma non seduttiva, perché chi si presenta in autoreggente lo fa non solo perché gli uomini la vogliono così, ma anche perché é insicura”.
Mi fa schifo perché realizzo che le battaglie delle donne per essere giudicate in base all’operato e non all’aspetto sono finite nel gabinetto di un qualunque bagno. Mi fa schifo perché sono convinta che una donna od un uomo debbano essere liberi di fare quello che vogliono con il loro corpo, liberi di prostituirsi, andare a letto con un trans o con chiunque. Mi fa schifo perché sento che nel mio bel Paese si parla sempre di più di comportamenti morali e giusti avvicinandoci ad un modello di Stato che ha eguali solo laddove vige la Sharia.
13 febbario 2011
Fonte: www.diebrucke.it
Pubblicato anche dal Corriere della Sera
http://www.corriere.it/cronache/11_febbraio_13/lettera_no_piazza_lucia_palmerini_a1634c58-379c-11e0-b09a-4e8b24b9a7d0.shtml
Giusto esserci (senza il timore di venire usate)
Il Confronto sulle donne e la manifestazione del 13 Febbraio
di BIANCA BECCALLI

Bianca Beccalli
Caro direttore,
è giusto manifestare oggi in piazza rispondendo all’appello «Se non ora, quando?». È giusta questa protesta e, comunque, chi la porta avanti e a chi giova?
Io, che risponderò andando in piazza, sono lieta che la discussione e le polemiche si siano sviluppate: la piazza è un’agorà solo simbolica, solo una parte della Polis, un piccolo spazio entro gli ampi confini della democrazia, e così lo sono gli interventi che questo giornale ha incoraggiato. Ma abitare questo spazio serve per attivare la democrazia, e questo è già un successo dell’iniziativa, approvata o disapprovata che sia.
Vedo due argomenti principali contro la partecipazione e nessuno dei due mi convince. Vi è il timore che la protesta sia strumentalizzata da chi non ha mostrato una vocazione per questa causa, ma coglie l’occasione per altri scopi. È un timore espresso da una parte del movimento delle donne, la parte più gelosa della propria autonomia rispetto al gioco politico nazionale. È un timore che non trovo fondato e basta un riferimento alla lunga storia dell’impegno pubblico delle donne per rendersi conto che donne e movimenti delle donne si sono intrecciati spesso con movimenti politici più generali: la marcia di Versailles fu una marcia di donne che protestavano per il pane e fu importante per spingere il Re a tornare a Parigi, un passaggio cruciale nella storia della Rivoluzione francese. Per venire più vicini a noi si ricordi il movimento di «Pane, pace e libertà» alla fine della Seconda guerra mondiale, che aveva coinvolto in particolare le donne. O il femminismo americano degli anni 60 e 70, strettamente intrecciato al movimento per i diritti civili.
In tutti questi casi e in altri ancora è vero che partiti o movimenti politici diversi si sono avvalsi della spinta che proveniva dalla protesta femminile, ma che male c’è se la politica non contraddice ma asseconda quella spinta? Il femminismo è stato una componente importante nella lotta per ottenere diritti civili come il divorzio o l’aborto, anche se poi questi sono stati definiti tramite l’intervento dei partiti e entro logiche tradizionali diverse dalle pratiche del femminismo.
Vi è anche il timore che l’autonomia femminile venga messa in discussione da un ritorno di moralismo giudicante su pratiche e comportamenti relativi all’uso del corpo delle donne. La proprietà del proprio corpo è come un habeas corpus femminile che è stato importante nella storia del femminismo dagli anni 70 in poi. In questa storia la rivendicazione dell’autonomia femminile non era in contrasto con la critica alla mercificazione del corpo delle donne. Anzi, la mercificazione, la «donna oggetto» erano viste come tipiche lesioni dell’autonomia: le femministe d’antan bruciavano i reggiseni, attaccavano i negozi di biancheria intima, non si depilavano. «Né puttane, né madonne, siamo donne» era il loro motto. Combattere la mercificazione non è moralismo bacchettone, è una rivendicazione di dignità, che può essere condivisa o rifiutata: se alcune o molte si trovano bene in un contesto mercificato, e sostanzialmente imposto dagli uomini, sarà loro libera scelta usare il corpo e la seduzione tradizionale.
Quel che mi colpisce, e mi convince ad andare alla manifestazione, è che una vera scelta tra uso del corpo e uso della testa oggi è resa molto difficile dalla struttura delle opportunità che si offrono alle donne. Anche in un futuro ideale ci saranno ragazze carine che aspirano a un benessere immediato e che sceglieranno l’uso del corpo e della seduzione, piuttosto che il lavoro duro e l’ingresso in carriere difficili. Ma oggi, spesso, la scelta non c’è o è molto limitata. Le giovani donne di oggi hanno risultati migliori dei maschi nella scuola e nell’università, anche in percorsi una volta solo maschili, e poi non sono assunte sulla base del merito o non fanno carriera nel settore privato. Non parliamo poi della politica: a parte i casi aberranti riportati dalle cronache recenti del nostro Paese – più una mortificazione dei diritti di rappresentanza dei cittadini che dei diritti delle donne a veder valorizzati i loro meriti politici, e non l’aspetto fisico – la politica di oggi è il regno dell’arbitrio, delle cooptazioni non giustificate o giustificate da motivi personali, dell’intreccio tra pubblico e privato.
È perché trovo i timori di più sopra poco fondati e sento invece forte l’ingiustizia per un uso così scarso e distorto delle capacità femminili, che mi sembra giusto scendere in piazza.
13 febbraio 2011
Fonte: www.corriere.it
Il realismo delle donne
Il Confronto sulle donne e la manifestazione del 13 Febbraio
di BARBARA STEFANELLI*

Barbara Stefanelli
Una manifestazione, domani, che vuole lanciare «un urlo collettivo» contro Berlusconi e denunciare «la degenerazione della libertà in arroganti libertinismi» che offendono la dignità delle donne. E una contro-manifestazione, già questa mattina, che considera gli slogan di quella piazza una forma di «giacobinismo moralista» che farà arretrare le donne stesse a favore di pericolosi agenti del pubblico pudore. Le cronache del caso Ruby e l’appello a partecipare a una grande protesta popolare al femminile hanno percorso e diviso il Paese.
Il dibattito è stato appassionato, a tratti spregiudicato, comunque – crediamo – positivo perché ha animato una sfida non banale tra generazioni e idee diverse. Il Corriere ha dato ampio spazio a questo confronto che non è mai diventato «pollaio» e che, anzi, ha dato prova di una sorprendente vitalità civica.
Ora, per quanto vasta, una manifestazione non fa cadere un governo in Italia. Come non lo fanno cadere i magistrati, e sarebbe grave per una democrazia liberale se ciò avvenisse. Un governo cade in Parlamento e per volontà di elettori ed elettrici che si esprimono in quel senso. Non è questa la partita. Ma una partita c’è ed è una partita fondamentale.
La domanda alla quale dobbiamo rispondere è semplice: l’Italia ha un problema con le donne? La scrittrice Silvia Avallone, 26 anni, ha giustamente sottolineato che siamo state educate all’indipendenza dalle nostre madri: «Questa parola, indipendenza, mi è sempre stata detta con un tono particolare, il tono di ciò che è veramente importante. Non ho mai sentito sulla mia pelle un difetto di libertà».
Se tutto questo è vero – e qui sta il passaggio di testimone tra una generazione femminista che ha molto combattuto e una generazione ostile ai riti collettivi, ma fiera di sé e delle proprie identità individuali – è anche vero che esiste un salto tra il cromosoma acquisito di una libertà senza difetti e quello che succede nelle nostre giornate.
Bastano pochi dati su occupazione, retribuzione, rappresentanza. Le donne italiane si diplomano e si laureano più (e meglio) degli uomini, ma neppure una su due ha un posto retribuito. Una percentuale che ci pone ai piedi della classifica europea, meglio solo di Malta. E, a parità di livello, guadagnano il 16,8% meno dei colleghi maschi. Una donna su quattro lascia il lavoro dopo la maternità: su 100 bambini solo 10 trovano posto in un asilo nido, meno di 5 su 100 in uno comunale. Le donne ministro rappresentano il 21% del totale, le parlamentari non superano il 20%. Nelle società quotate la presenza femminile nei Consigli di amministrazione arriva al 6,8%; le amministratrici delegate sono appena il 3,8%. Questo significa che nel Paese esiste un gender gap, come viene definito nei rapporti ufficiali, un divario tra i generi che rende le donne assenti o deboli in tutti i luoghi – nelle aziende pubbliche e private, in politica e diplomazia, nelle università – dove si prendono le decisioni che determinano poi la vita di una società. E la modernità di uno Stato. Pasolini parlava di «un’incrostazione superficiale di modernità» che in Italia nasconde strati di realtà storicamente superati. Forse quell’analisi feroce ancora racconta una parte di quello che siamo.
La risposta alla domanda dalla quale siamo partiti è dunque «sì». L’Italia ha un problema rispetto a quel 51,4% di popolazione che è costituito da donne. È legittimo protestare; è vitale agire sul terreno. Senza vittimismi fuori tempo, senza attribuire tutti i mali a un nemico, ma senza il timore di mettersi in trincea finché il sistema non diventerà equo ed equilibrato. Se l’obiettivo è «più donne», uno dei rimedi può essere una legge che temporaneamente imponga quote di presenza femminile ai vertici delle istituzioni, dei partiti, delle imprese. Può sembrare una piccola cosa rispetto alle profondità toccate dalle riflessioni di queste ore. Ma è un passo per scuotere il Palazzo, per scavalcare fossati che resistono a lasciarsi colmare dal basso. Il gradino di un 30% obbligatorio, che sta creando onde riformatrici nei Paesi dove viene sperimentato, rappresenterebbe un trampolino per creare movimento e rinnovamento. Avendo subìto a lungo il non merito di altri, per le donne è molto difficile essere avviate verso un recinto, contate e rinchiuse in una percentuale stabilita per legge. Resta però una delle poche soluzioni – bipartisan – che possiamo spingere subito in cima all’agenda politica nazionale. A patto poi che nelle quote finiscano nomi scelti in base a quell’incrocio di talento e volontà che determina il merito delle persone. L’augurio è che alle nostre figlie questo 30% possa un giorno sembrare uno scherzo antico.
C’è un altro punto chiave che ci riporta attorno al caso Ruby. In Italia l’identità delle ragazze – la loro possibilità di crescere indipendenti, consapevoli, forti solo di sé – è messa alla prova da una cultura dell’immagine che in nome di un’idea conformista del successo sfrutta il corpo fino all’ultimo centimetro di pelle. Ci siamo assuefatti, da molte stagioni, a un immaginario femminile assai lontano dalla realtà delle donne che affrontano giornate difficili, o esaltanti, ma comunque estranee a quello che viene raccontato ossessivamente in questi giorni. Vorremmo che le protagoniste dei nostri ragionamenti non fossero solo Karima, Maristhelle, Iris, Aris – libere naturalmente di continuare a fare nel frattempo quello che vogliono – ma tante altre donne. Avranno forse nomi meno esotici, ma saranno personaggi infine più interessanti: vestite come sono delle loro storie quotidiane tenute in equilibrio tra famiglie, lavoro, se stesse. È tempo di scommettere su una società dove ogni diciottenne possa dire di sé quello che scriveva Luciana Castellina nel suo diario in un lontanissimo 15 aprile 1946. «Sono felice di vivere, di discutere, di vedere il mondo, di esprimere quello che provo: sono felice di tutto. Il mondo è mio e lo voglio».
12 febbraio 2011
Fonte: www.corriere.it
* Giornalista e vicedirettore del Corriere della Sera
Sul web le idee del «favoloso mondo di Nicole»
Il Confronto sulle donne e la manifestazione del 13 Febbraio
di ELVIRA SERRRA
Si è aggiunta una voce nel coro di intellettuali, politiche, giornaliste, attrici, scienziate, artiste, religiose, persone comuni che in queste settimane ha alimentato il dibattito sulle donne e sulla grande manifestazione che oggi le porterà in piazza. È la voce del consigliere regionale del Pdl Nicole Minetti, la venticinquenne al centro del Ruby-gate accusata di favoreggiamento della prostituzione e della prostituzione minorile. Che debutta sulla Rete con l’ambizione di far sentire «il cosiddetto “canto segreto delle sirene”».
L’ex igienista dentale che ha derubricato il fondoschiena del premier in un deretano flaccido, ha mostrato indubbio coraggio esponendo il suo pensiero ai commenti dei lettori di Affaritaliani.it, il quotidiano online fondato e diretto da Angelo Maria Perrino, nella rubrica nuova di zecca «Il favoloso mondo di Nicole». Il primo intervento, ieri, riguarda appunto le donne. Con sillogismo perfetto la già valletta televisiva di «Colorado Café» parte da Cenerentola e dalla Bella addormentata, passa a Puffetta e Biancaneve e poi conclude: «Non ho ricordi di una principessa manifestante, e nemmeno di una fiaba che iniziasse con “C’era una volta in piazza…”». Perché a lei «urlare che “le donne sono diverse se abbiamo lottato per la parità dei sessi suona come un’incoerenza”».
La consigliera, descritta sul sito ufficiale come «un mix di sangue caliente della Romagna (terra natia) e di self control britannico (terra natia dei genitori)», chiude le sessantotto righe giornalistiche senza offrire certezze o verità assolute, ma con una esortazione. «Abbiamo una vita per fare bene, e la stessa vita per compiere errori, di calcolo o di consapevole imprudenza. Ma possiamo pur sempre cambiare. E il modo per farlo non sarà urlare tutte insieme uno slogan, ma forse, parlarci».
I commenti non si sono fatti attendere. I più sobri hanno chiesto alla signorina di dimettersi. Qualcuno l’ha incoraggiata: «Auguri di buon lavoro e cordiali saluti».
13 febbraio 2011
Fonte: www.corriere.it
Il direttore di Avvenire si schiera: «Se fossi donna sarei in piazza»
Il Confronto sulle donne e la manifestazione del 13 Febbraio
di CORRIERE DELLA SERA
«Ebbene sì, se io fossi una donna domenica sarei in piazza. Non per politichetta, ma per amore. E per ribellione del cuore e della mente, da credente e da persona libera. Ci sarei per dignità e senso morale». Dal diretttore di Avvenire Marco Tarquinio arriva un’adesione a distanza alla giornata nazionale di mobilitazione delle donne italiane a seguito del caso Ruby, «Se non ora quando», in programma domenica in diverse piazze italiane e straniere.
«TESTIMONIANZE DI VERITÀ» – «Certo non ci andrei – ha scritto Tarquinio nel suo editoriale odierno dal titolo “Ragioni che premono” – per lamentare che è mancato il passaggio del testimone tra le giovani e giovanissime di oggi e le femministe d’antan, come più di qualcuna tra le promotrici ha detto. Ci sarei per dire che non m’interessa un passaggio del testimone, ma ascoltare testimonianze di verità su ciò che è accaduto nel mondo delle donne italiane negli ultimi quarant’anni».
«RÉCLAME DELL’ESCORTISMO» – «Se fossi una donna domenica sarei in quella piazza – ha sottolineato ancora il direttore del quotidiano della Cei – per ribellarmi non solo e non tanto al reato ancora da provare in giudizio di un uomo potente e, come lui stesso dice di sé “qualche volta peccatore”, ma alla réclame dell’escortismo che è certa ed è provata e che sta appestando i giornali e ci appesta la vita». «Ci sarei – ha proseguito il direttore di Avvenire – con la speranza di ascoltare voci chiare e consapevoli e accenti nuovi e autocritici su una battaglia per la parità uomo-donna che ha dato frutti importanti e dolci, ma anche agri. E che, soprattutto, per vederlo basta avere gli occhi ha paradossalmente prodotto e radicato nella testa di tanta gente d’Italia anche una vasta, sventata e triste “pari opportunità” dell’involgarimento, della libertà declinata sino allo sciupio di sé. Il peggio dei sogni al maschile trasformato in realtà». «Potrei chiamarla – ha affermato ancora- una “gratuita perdita di senso e una logica dei sensi a pagamento, anche se temo di sembrare un disco incantato. L’abbiamo scritto così tante volte su queste pagine che ne ho perso il conto».
12 febbraio 2011
Fonte: www.corriere.it
In piazza per la dignità delle donne
Il Confronto sulle donne e la manifestazione del 13 Febbraio
di LISA GINZBURG
Domenica prossima andrò a Piazza del Popolo a manifestare per la dignità delle donne. Ci porterò anche mia figlia, che non ha ancora compiuto due anni, perché sin da ora sappia che nascere donna è un privilegio che sempre si deve saper difendere con fierezza e fermezza.
Oltre a sancire un grande momento di unità al femminile, le iniziative per la giornata del 13 febbraio stanno assumendo anche altra portata. Si moltiplicano e speriamo avranno un’eco potente, come un boato di sdegno capace di mostrare dove l’ossigeno manca e va recuperato, spostando così, se pure di qualche grado, la direzione del vento. Ci si mobilita per ridare dignità e giustizia non soltanto alla vita delle donne, ma a quella di tutti noi, la vita degli uomini compagni di strada delle donne, quella dei bambini, le bambine, le ragazze e i ragazzi che saranno donne e uomini di domani.
Ci si mobilita perché l’atmosfera in Italia torni ad essere moralmente e umanamente un poco pulita, solidale, fresca, attraversata da pulviscoli di possibilità future. Non l’aria stantia e putrefatta che si respira nei modelli di “riuscita” che ci contornano, nei luoghi di lavoro, nelle dinamiche che presiedono praticamente a tutti i rapporti umani – con il risultato che, per quanto potentemente putrescente è la temperie, finisce con il condizionare anche le nostre vite private.
L’attrice Isabella Ferrari, una donna che conosco e stimo, intervistata su quanto sta accadendo, ha commentato: «Siamo preda di un teatrino che ci è sfuggito di mano». E’ tempo che quel teatrino cessi di essere rappresentazione artefatta e grottesca, che torni a raggiungere la realtà. Una realtà difficile, in crisi, diseguale; ma umana, fatta di donne e uomini che camminano insieme, e così crescono e si migliorano, migliorando anche, per come possono, questo malridotto Paese.
Fonte: www.ilmessaggero.it


Da sempre sono appassionata di temi riguardanti l’economia e la politica ed attraverso questo blog spero di condividere idee ed opinioni con gli altri.
