Difendere la Legge 194
Credo nel diritto di manifestare qualunque opinione, anche quella di chi vorrebbe cancellare la Legge 194 espressa durante la manifestazione a Roma della settimana scorsa. Credo nel diritto di esprimere il proprio pensiero, il mio viene rappresentato in pieno da questa immagine tratta da La rete delle reti femminili
Partorisce feto nel water del Policlinico di Messina: 7 indagati
di DANIELA CIRANNI
Un altro caso di malasanità incombe su Messina. Dopo la lite tra due medici avvenuta all’interno della sala parto del Policlinico della città siciliana, adesso una nuova orribile storia viene alla luce.
Ma questa volta non sono i medici stessi ad aver causato il problema, proprio perché i medici non erano presenti.
La vicenda risale all’otto giugno scorso quando una 37enne, dopo un’ecografia, programma un aborto terapeutico per gravi malformazioni del feto. Pochi giorni dopo, quindi, la donna ritorna in ospedale per il ricovero e la stessa notte, tra l’11 e il 12, iniziano le contrazioni.
In preda al dolore, la donne chiede assistenza al personale medico e paramedico ma non riceve nessun aiuto. Al contrario un infermiere l’ha avvisata che i medici di guardia non potevano intervenire in quanto “obiettori di coscienza” e quindi contrari all’aborto.
La donna, quindi, avrebbe dovuto aspettare l’arrivo del medico del turno successivo, che sarebbe giunto solo in mattinata. Ma le contrazioni ormai erano troppo forti e nel bagno dell’ospedale, con l’aiuto della madre, ha partorito il feto nel water.
Il giorno seguente, tornata a casa, ha presentato denuncia in Procura. La sua ricostruzione ha dell’incredibile: “Dopo circa dieci minuti dalla somministrazione delle Spasmex, intorno alle ore 1:00-1:15, mentre mi trovavo in bagno, accudita da mia madre, ho partorito il bambino nel water. Solo mia madre ha visto la placenta con dentro verosimilmente il bambino, io, al contrario, scioccata per quanto accaduto non ho compreso più nulla e mi sono distesa sul letto in lacrime ed inorridita per l’incubo che stavo vivendo. Dopo poco è finalmente intervenuto il personale infermieristico che, dopo un attimo di perplessità ed incredulità, ha provveduto a recuperare il corpo del bambino poco prima da me espulso involontariamente nel gabinetto”.
Dopo due mesi è arrivato il verdetto: il sostituto procuratore Liliana Todaro ha emesso sette avvisi di garanzia per medici e infermieri di turno quella notte che, in un modo o in un altro, hanno partecipato a questa orribile storia.
31 Agosto 2010
Fonte: newnotizie.it
Messico: nel paese dell’impunità migliaia di donne in galera per avere abortito
di GENNARO CAROTENUTO
Alma Yarelí ha fatto tre anni di carcere prima di essere liberata quando finalmente un giudice ha creduto che il suo fosse stato un aborto spontaneo. Se non fosse stato così, in un Messico dove per il 90% degli omicidi non si apre neanche un’inchiesta, avrebbe scontato per intero i 27 anni e sei mesi ai quali era stata condannata per omicidio volontario con l’aggravante della relazione familiare con la vittima. Dopo di lei restano in galera nel solo stato di Guanajuato altre 166 donne (migliaia in tutto il Messico), tutte povere e spesso analfabete, alcune con condanna definitiva fino a 35 anni di carcere.
Nel paese dell’impunità, per ricchi, potenti, narcos e uomini violenti con le loro donne succede sempre più spesso che la giustizia si faccia inflessibile per l’interruzione della gravidanza: omicidio volontario aggravato dalla relazione familiare con la vittima. Non c’è scampo e, soprattutto nello stato di Guanajuato, sono denunciati i casi di almeno sei donne condannate all’ergastolo per avere abortito. Le altre, negli stati di Guanajuato, Puebla, Veracruz attendono il giudizio in carcere visto che per il loro reato le leggi non prevedono neanche il rilascio dietro cauzione che invece viene concesso a sicari, narcos e altri criminali. Secondo uno studio della Commissione per i diritti umani dello Stato di Guanajuato, le 166 donne attualmente in carcere solo in quello stato (è difficile non notare che siano ben di più dei cosiddetti prigionieri politici cubani) sono praticamente tutte contadine analfabete, spesso già madri di vari figli e in molti casi vittime di stupri.
È il combinato disposto, perverso, di due leggi che sono oramai applicate in 18 stati della federazione messicana che si sono mossi in senso opposto alla capitale federale, Città del Messico, dove dal 2007 l’aborto è legale nelle prime 12 settimane di gravidanza. Da una parte il feto è divenuto una persona a tutti gli effetti fin dal momento del concepimento.
Dall’altro le leggi sulla violenza familiare, in genere completamente disattese contro gli uomini violenti, diventano un macigno nel caso dell’aborto. Così l’aborto è passato in molti stati dall’essere condannato con pene tra i sei mesi e i tre anni di carcere all’essere considerato come “omicidio volontario aggravato dalla relazione di parentela” e comportare quindi pene che arrivano a corrispondere al nostro ergastolo.
Nel paese dei Legionari di Cristo, dove consideravano un santo il fondatore degli stessi, il pedofilo e stupratore seriale Marcial Maciel, “dopo la sconfitta di Città del Messico –sostiene María Consuelo Meijía Direttrice dell’organizzazione ‘donne cattoliche per il diritto di scegliere’- l’ultra-destra conservatrice e le gerarchie cattoliche hanno ottenuto la loro vendetta negli stati più arretrati”.
Si calcola che in Messico si realizzino ogni anno oltre 800.000 aborti clandestini, spesso in condizioni estreme di igiene e sicurezza per le donne, contro i circa 40.000 aborti legali che avvengono in strutture pubbliche a Città del Messico. La battaglia politica, anche a livello di riforme costituzionali, è asperrima tra chi vuole la depenalizzazione dell’aborto e chi esige che la vita sia rispettata dal concepimento alla morte naturale.
3 Agosto 2010
L’orologio del femminismo gira all’indietro
di ANACRONISTA (nickname usato dall’autore del blog: http://iononmidepilo.blogspot.com)
Si dà spazio a Tamaro sul Corsera, come si è dato spazio alla talaltra Scaraffa sul Riformista, che non lesina exploit semplificazionisti per lo stesso giornale, e se non fosse che in contemporanea l’editoria sembri rivivere un periodo di rifiorente riflessione femminista, post-femminista o semplicemente critica nei confronti della moda dello stereotipo della gnocca scema operata da industria culturale & co., sarebbe non impossibile credere: oddio, che è successo, l’orologio della concezione femminile è stato riportato indietro di più di mezzo secolo.
Marsia, dicevo, estrapola un’espressione dell’articolo di Susanna Tamaro (link sotto) e riflette opportunamente sul contesto simbolico e sociale, e sui rimandi culturali, della barbie. Anche a me sembra che questo apparentemente innocuo giocattolo condensi in sé il senso cruciale dell’involuzione del femminismo, di cui Tamaro & co. raccolgono gli aspetti più superficiali, con una desolante confusione di cause ed effetti.
19 giugno 2010
Fonte: iononmidepilo.blogspot.com
Il Barbie Pensiero
di MARSIA MODOLA
Susanna Tamaro esce con un dittico:
http://www.corriere.it/cultura/10_aprile_17/tamaro_c023a4e0-49e9-11df-8f1a-00144f02aabe.shtml
Sottolineo nel primo dei due articoli di Susanna Tamaro una frase degna di considerazione, non per il concetto che ritengo infondato, ma per un riferimento: “Come da bambine hanno accumulato sempre nuovi modelli di Barbie, così accumulano dal vuoto che le circonda, partner sempre diversi” .
Il riferimento in questione è la bambola Barbie. Da tempo rifletto su questo giocattolo che dal ’59 è entrato nel mondo delle bambine e delle loro madri. Prima di allora le bimbe giocavano con cucinini e mobiletti in miniatura, bambolotti e bamboline appena sessuate, da cullare e molto spesso soltanto da abbracciare. Questo apparato di giocattoli segnava il destino della bambina che così veniva iniziata al ruolo futuro di adulta-mamma, con il desiderio, inculcato e introiettato in una recita, di cullare un vero bimbo e di convolare a nozze come unico traguardo della sua vita. Quelle che hanno conosciuto cavalli a dondolo, carrettini e persino la fionda e qualche soldatino, forse sono diventate le “maschiacce “ di casa, quelle con “troppi grilli in testa”.
Nel 1800 le bambole europee, poupées et jouets francesi in particolare, portavano modelli e tendenze del gusto europeo specialmente negli Stati Uniti. Negli anni sessanta del secolo appena scorso si invertono i flussi e dagli Stati Uniti arriva in Europa una bambola, Barbie, portatrice di dense simbologie e implicazioni sociologiche che travalicano enormemente l’oggetto giocattolo in sé. Non è soltanto la fortuna economica di un oggetto, ma il dilagare attraverso un totem-simbolo grandemente seduttivo di un diverso orientamento che riguarda la figura sociale e il corpo della donna. Un simbolo diretto alla fonte,all’origine donna.
Per rafforzare maggiormente l’imprinting la produzione Mattel immette sul mercato diversi altri giocattoli-tipo che formano un micromodello societario: il fidanzato Ken, Midge l’amica del cuore di Barbie, le sorelline, la cugina, l’amico di Ken … e via via le versioni per area geografica di Barbie. Nasce così anche un indotto di servizio: dai modellini delle case con piscina, ai mobili, agli accessori personali, i club di Barbie, la posta di Barbie, storie televisive di Barbie … Un’operazione commerciale imponente, planetaria che sostiene la penetrazione dello style life nordamericano e trasforma contemporaneamente non solo i modelli di gioco delle bambine ma la figura stessa di donna a cui la bambina si ispirerà.
Già nel ’65 vengono rilevati i primi segni della sindrome Barbie:“Abbiamo in osservazione bambini che appaiono eccitati e disturbati da bambole come Barbie e i suoi amici… e vengono iniziati ad una sessualità precoce e priva di gioia, a delle fantasie seduttive e ad un consumismo cospicuo” (dott. Leveton, Medical Center, University of California).
Il ruolo pedagogico della bambola Barbie non è nemmeno dissimulato dalla stessa casa produttrice: I giocattoli formano la personalità (uno dei primi slogan).
Quando arriva Barbie si è già affermato nel mondo un certo modello di bellezza femminile (Hollywood e grandi rotocalchi) che oscilla tra fatalità e grazie adolescenziali. La bambina nelle cui mani arriva la bambola (icona del glamour e della donna “comune” moderna che adora lo sport, la moda, la bella vita), si trova a confrontarsi con una bambola-donna-modella. E i suoi sogni diventano i vestiti, il trucco, il parrucchiere, il corpo esibito. Il messaggio di Barbie si condensa in una frase di Marilyn Motz: “ Sii ricca, bella, popolare, e soprattutto divertiti” ( in La Bambola Barbie, Marianne Debouzy).
L’immaginario dell’infanzia è scomparso e sostituito dal mondo edonistico degli adulti. E’ spinto al narcisismo, al mito della bellezza e al suo consumo con l’attenzione a non farla mai svanire. Barbie non è creata da madri, padri, nonne, nonni nel contesto culturale della bambina, ma va acquistata con tutta la sua scenografia di accessori in una iterazione senza termine e simbolicamente senza limiti finanziari. Ciò che dovrà fare da grande. Un immaginario che confonde realtà e apparenza, un nuovo piano inclinato che potrà innescare le nevrosi postmoderne.
Cosa c’entrano le femministe … Le femministe c’entrano, certo, ma solo nel senso che negli anni sessanta e settanta furono molto critiche nei confronti della bambola Barbie che incarnava l’orientamento consumistico della società e un modello di sessualità femminile apparentemente libero, ma In realtà condizionato e orientato.
Può darsi che il significato reale che questo giocattolo ha avuto sulla crescita delle bambine non sia tutto da demonizzare e che sia da prendere in considerazione il giudizio non del tutto negativo di alcune correnti del femminismo di oggi che indicano nell’icona Barbie tratti di una sfrontatezza liberatoria di cui la casalinga aveva bisogno (qualcuna dice che sono le femministe che hanno giocato con Barbie …).
Ma non si può negare che Il suo simbolismo riporta ad un contesto sociale che voleva produrre nuovi stereotipi e nuovi appetiti. Non a caso I collezionisti di questa bambola sono soprattutto uomini. E non è poi tanto vero che siamo passati dalla donna angelo del focolare alla mistica della seduzione. In realtà oggi coesistono abbondantemente i due stereotipi, e il primo non è neppure oggetto di attenzione critica da parte dei media, anzi è funzionale a tutto il marketing relativo.
Dunque, se esiste, come esiste una parte della gioventù femminile di oggi, fagocitata nel mondo delle pin-up, dei seni gonfiati, del culto della bellezza … lo si deve in buona parte a questo imprinting dell’infanzia che il mercato e la cultura dominante appoggiano poi, con la tv, i media, la pubblicità, il consumismo, l’eros esibito e gratuito, e con tutti gli altri richiami verso la sostituzione di vecchi e nuovi ideali o valori.
Queste ragazze di oggi, secondo la Tamaro così perdute ma soprattutto cosìpropense all’aborto, sarebbero invece prodotto della cultura femminista: “Ma le ragazze italiane? Queste figlie, e anche nipoti delle femministe come mai si trovano in queste condizioni? Sono ragazze nate negli anni 90 cresciute in un mondo permissivo …”
Non esiste un rapporto … ISTAT a dimostrare che le ragazze di oggi che praticano l’aborto sono figlie delle femministe e cresciute in un mondo permissivo creato dalle stesse (a leggere l’autrice sembra che all’epoca in ogni condominio si organizzassero voli a Londra per abortire). Il femminismo è stato un movimento di donne, a cui dobbiamo le nostre sacrosante libertà, anche di praticare una interruzione di gravidanza con consapevolezza e nelle giuste condizioni sanitarie. Tante donne, un fiume, nel lontano 26 agosto del 1970 a New York per commemorare i 50 anni dall’ottenuto voto; venti mila a Roma l’8 marzo del 72 subendo gli insulti e le cariche delle forze dell’ordine. Ma non erano tutte le donne e la loro discendenza non è dato conoscere.
La grande massa delle donne, nel loro insieme, ha educato e allevato come poteva nel solco storico della società maschile che sceglie, decide per loro, conforma i loro desideri, e permea la vita di tutti i giorni. Impone anche gli strumenti per l’inserimento e l’accettazione sociale, tutti inevitabilmente passanti per il mercato della seduzione col catalogo dei serial televisivi, dei grandi fratelli, dei romanzetti senza poesia e senza forma d’arte. Modelli senza valori trasfigurativi, offerti in una normale povertà creativa che insegnano una quotidianità litigiosa, fatua, pervasa di falsi sentimenti, che non aiuta a riconoscere i veri o ad acquistare forza, dignità e destrezza nelle relazioni umane e in particolare d’amore. E questo senza voler assegnare specificamente un ruolo etico ai media..
Quanto poi ai figlicidi, le angosce e le motivazioni di quelle madri non hanno niente a che vedere con il giusto diritto alla libertà e realizzazione di sé che il femminismo ha invocato e in parte ottenuto, ma attiene esattamente a quel vissuto continuo di travaglio e combattimento per dover essere sempre all’altezza di ogni situazione. Pressate da esigenze all’interno di un quadro di inconciliabilità: realtà e immaginario sociale contraddittori, storie familiari e personali contraddittorie, vecchi e nuovi desideri contraddittori. Una richiesta di vissuto dovuto, dal sapore miracolistico, che fa diventare la donna oggi, suo malgrado, un essere senza precedenti.
19 giugno 2010
Donne che uccidono i figli: Il senso (perduto) della maternità
di SUSANNA TAMARO
L’evoluzione dei costumi ha trasformato l’universo femminile nel clone di quello maschile
Sempre più spesso, negli ultimi vent’anni, la cronaca testimonia casi di madri che uccidono i propri figli. Non uccidono solo neonati – cosa che rientra nelle patologie comprensibili della depressione post partum – ma uccidono bambini di sei, otto, dieci anni, bambini per i quali hanno preparato le torte di compleanno, a cui hanno insegnato a camminare e con cui hanno condiviso le fantasie e i sogni sul futuro. A Faenza, una donna italiana, impiegata e regolarmente sposata, all’insaputa del marito – che ignorava la sua gravidanza! – ha partorito di notte nel bagno, nascondendo il bambino in un sacchetto di plastica con l’idea di sbarazzarsene. Pochi giorni fa a Rieti una madre ha lanciato la propria figlia di sei mesi dal balcone, mentre a Vicenza un’altra donna ha aggredito con le forbici la figlia di nove anni che stava andando a scuola, prima di gettarsi dal terrazzo. A Venezia, un marito è tornato a casa e ha trovato il figlio di sei anni soffocato e la moglie impiccata a una spalliera. Le madri uccidono, si uccidono e spesso vengono anche uccise dai loro compagni e mariti. Non c’è giorno in cui la cronaca non ci segnali il caso di qualche omicidio compiuto da uomini incapaci di accettare una separazione. La persecuzione degli ex, o comunque le molestie ossessive, sono diventate un fenomeno così dilagante e pericoloso da richiedere ormai una legge ad hoc.
Infanticidio e benessere
Naturalmente l’infanticidio è sempre esistito, l’ecatombe di figlie femmine che ancor oggi si perpetua in molti paesi orientali non fa che confermarcelo. In tempi passati, però, apparteneva soprattutto a realtà di degrado e di povertà, ma questi omicidi che popolano le cronache con sempre maggior frequenza sono omicidi compiuti in situazioni di benessere materiale. Non c’è una carestia che incombe e un’ennesima bocca che urla implorando cibo, non c’è la disperazione della donna sola, lontana dal suo paese, culturalmente incapace di informarsi sulla possibilità di lasciare anonimamente il proprio figlio in ospedale. Ci sono invece case Ikea sullo sfondo, villini con giardino, appartamenti dignitosi, mariti che lavorano. E allora? Da dove viene questa onda nera che offusca, travolge, distrugge quello che dovrebbe essere l’istinto più forte di una donna? Perché le madri uccidono? Cosa si nasconde in questo che le cronache definiscono «insano gesto?». Negli ultimi trent’anni ci sono stati così tanti e rapidi mutamenti sociali e culturali che è difficile mettere a fuoco un solo elemento scatenante: a partire dagli anni ’70 è avvenuta un’evoluzione dei costumi che ha stravolto i rapporti tradizionali tra uomo e donna, cancellando quello che, fino ad allora, era stata la struttura classica della famiglia. Da questa rivoluzione, eravamo certi, sarebbe nato un mondo più giusto, un mondo in cui le donne avrebbero smesso il loro ruolo di vittime per diventare protagoniste piene della realtà e compagne consapevoli dei loro partner. Anche gli uomini, infatti, erano mutati, avevano abbandonato i lati più retrivi del loro carattere ed erano pronti, senza più pregiudizi, senza più gelosie, ad affrontare i tempi nuovi che si affacciavano. A distanza di quarant’anni da allora, al di là delle indiscusse e indiscutibili conquiste delle donne, una cosa è evidente ed è che il modello femminile si è inesorabilmente conformato a quello maschile. Siamo conformi perché, come ho già detto, l’immagine che i media propongono di noi – a cui una buona parte delle donne consapevoli cercano strenuamente di resistere – è quello di una femmina puro oggetto di piacere e di seduzione. Siamo conformi perché l’aver liberato la sessualità dalla procreazione ci ha reso altrettanto libere dei maschi. Possiamo realizzarci, avere diverse storie secondo l’estro e l’umore, senza che questo coinvolga l’affettività, così come avviene nei maschi per i quali avere un’avventura non è che uno sfogo della loro esuberanza. Abbiamo imparato a gestire la nostra fertilità, facendo scivolare la maternità in coda alle priorità della nostra vita, salvo poi farla diventare un’imperiosa necessità quando ci rendiamo conto che l’orologio del tempo ha accelerato i suoi battiti. In qualche modo è avvenuta una sorta di pornografizzazione della società. Tutto sembra girare intorno al sesso – ad un sesso esibito, parlato, vissuto, consumato, condiviso. I giornali per adolescenti parlano di orgasmi come fossero scampagnate in bicicletta. Non c’è divo o diva che non racconti ai quattro venti le sue abitudini sessuali, il come, il quando, con quante, con quanti. Come non c’è – quasi – giornalista, lo dico per esperienza personale, che non ti faccia domande sulle tue preferenze sessuali. Sembra che il sesso sia l’unico grande pensiero dei nostri giorni e il piacere il pifferaio magico a cui tutti corriamo dietro estasiati. Anche in questo, i giornali e le riviste ci aiutano. Quanto hai goduto? Come hai goduto? Hai trovato il punto G, punto F, punto K? Sei nella norma, lui è nella norma? E la norma, cos’è? Uno, due, tre orgasmi per notte?
Anna Karenina, Giulietta dove siete?
Nella letteratura – che in questo si dimostra specchio della società – non va certo meglio. Non c’è romanzo che non contenga tediosissime pagine di descrizione di rapporti, di umori corporei, di dettagli anatomici, inframmezzati magari da penose osservazioni messe lì per cercare di far lievitare la pornografia in arte. Anna Karenina, Catherine Earnshaw, Jane Eyre, Giulietta, dove siete? I grandi amori contrastati, i grandi amori vissuti nell’ombra, nella difficoltà, hanno creato una letteratura indimenticabile, gli amori avviliti dal cronometro e dai dettagli anatomici provocano soltanto una noia profonda. Il piacere è il democratico tiranno dei nostri giorni. Sembra che l’uomo debba esistere e realizzarsi unicamente dalla cintura in giù, come se improvvisamente sul mondo si fosse sparsa una polverina magica, capace di trasformare gli esseri umani in un esercito di mandrilli in libertà. Ma, a parte i lati comici di questa ossessione collettiva, in una tale visione dell’attività sessuale è racchiusa una estrema povertà. Il livellamento obbligatorio – per cui o fai sesso o non esisti – mistifica quella che è una delle componenti più importanti dell’uomo, quella erotica. Ognuno di noi ha una diversa propensione all’eros, per alcuni è una forma di energia straordinaria, per altri più moderata, mentre per altri ancora è ininfluente nell’equilibrio della loro vita. L’eros è sempre un elemento della complessità della persona, e non solo cambia da individuo a individuo, ma può cambiare, nello stesso individuo, nel corso della sua vita. Tanto il piacere è una banderuola a cui affannosamente corriamo dietro, altrettanto l’eros è una realtà che ci precede, ci compenetra e dà un orizzonte ai nostri giorni. Noi siamo qui grazie all’eros dei nostri genitori, e grazie alla nostra forza erotica siamo capaci di progettare un futuro. L’eros, come ci ricordano tutte le culture dell’uomo, non è una forza indistinta, un magma senza volto, bensì il differenziarsi dell’energia primordiale in due forme contrapposte e pur tuttavia complementari: il femminile e il maschile. Tutto il vivente – a parte le forme ermafrodite appartenenti ai livelli più semplici della vita animale e quelle simpatiche patelle capaci di cambiare sesso in virtù del loro compagno – si manifesta ed evolve secondo questa polarità. Come nel simbolo dello yin e dello yang, ogni femminile deve contenere un punto di maschile, così come ogni maschile deve contenere un punto di femminile. Il momento in cui questa polarità si annulla, la forza erotica si inceppa, inciampa, casca, il suo infinito orizzonte si trasforma nella condominiale balaustra del piacere. Gli effetti della promiscuità obbligatoria, unite alla forza plasmante del consumismo, ci hanno subdolamente privato della nostra natura più profonda, trasformandoci in affannati cloni del modello maschile. Ma anche all’uomo non è andata molto meglio: privato di un vero femminile, si è sentimentalizzato, perdendo quelle prerogative positive implicite nella sua natura paterna e virile. Noi stesse per anni abbiamo in fondo voluto ignorare la nostra natura perché ad essa associavamo un’idea culturale di fragilità, di rassegnazione e di sottomissione che mal si conciliava con il nostro desiderio di libertà e di emancipazione. In questo rifiuto, non ci siamo accorte che tranciare così drasticamente le nostre radici non era molto diverso dal tagliare i capelli di Sansone. Senza spirito materno, ogni forza è perduta, perché è vero che le donne hanno una forza straordinaria, ma questa forza discende direttamente dalla capacità di accogliere e far crescere la vita. Tutte queste persone travolte dall’infelicità, dall’incapacità di mettere a fuoco i propri sentimenti, queste madri trasportate come foglie dal vento, senza più stabilità, senza più una vera ragione per vivere, non sono forse donne private del senso profondo del loro essere al mondo? «L’amore richiede forza», scrivevo in Va’ dove ti porta il cuore. Ed è proprio la forza la caratteristica dello spirito materno, la forza di questo amore capace di abbattere ogni ostacolo, di andare sempre avanti, senza scavalcare, senza aver fretta, ma accompagnando. Questo amore – da cui nasce ogni altro amore – è l’amore materno, perché la maternità non è un’ennesima tecnica da applicare al nostro corpo ma qualcosa che ci trascende, che ci lega misteriosamente all’essenza del nostro esistere. Senza questa consapevolezza, l’avere figli non diventa che un atto come un altro, e un figlio non è che un oggetto che può trasformarsi in un gioiello da esibire ma anche in un peso che non siamo più in grado di sopportare perché ci impedisce di realizzare i nostri sogni. Un peso che a volte non sopportiamo più, così come non sopportiamo noi stesse. Ci sentiamo sole. Per questo ammazziamo i nostri figli, per questo ci ammazziamo. Recidendo questa radice profonda, la nostra vita non è molto diversa da quella dei cumuli di foglie che il vento sposta in autunno.
Lo spirito della maternità
Non si tratta di tornare all’angelo del focolare, ma semplicemente di capire che la centralità della nostra vita di donne è lo spirito della maternità. Ripartire da lì. La maternità. Questa maternità, però, va intesa in senso nuovo, ben al di là della mera capacità fisica di procreare. Si può infatti non aver generato ed essere colme di maternità, come si può essere madri biologiche ed esserne totalmente prive. Questa società così fredda, così necrofila, così impaurita, così cinica – e allo stesso tempo così travolta dalle sbornie del sentimentalismo – ha paura dello spirito femminile perché questo spirito, che è concreto, attivo, la spingerebbe in una direzione opposta. Tornare alla nostra vera natura vuol dire rimettere al centro dei nostri giorni una forza armata di dolcezza. Vuol dire collaborare, invece di competere, saper accogliere e accudire tutto ciò che è piccolo e bisognoso di protezione, tutto ciò che è fragile. Sapere che il grande sforzo – quello che giustamente assorbe ogni nostra energia – è quello della crescita, perché costantemente cambiare, costantemente crescere è il senso di ogni essere umano e di ogni nuova vita che viene al mondo.
14 Giugno 2010
Fonte: www.corriere.it
Un nuovo femminismo
In risposta all’articolo di Susanna Tamaro
di LUCIA PALMERINI
In un articolo del 17 aprile del Corriere della sera Susanna Tamaro riflette sulla situazione femminile e si interroga sugli effetti e le conseguenze del movimento femminista sulla nostra società. Solamente il titolo, Il femminismo non ha liberato le donne, basta a spiegare la posizione della scrittrice che nell’articolo affronta diversi temi: dall’aborto alla mercificazione del corpo femminile.
In riferimento al movimento femminista, la Tamaro dice di non essere mai stata un’attivista, ma di sentirsi parte della “generazione che ha combattuto, negli anni della prima giovinezza, la battaglia per la libertà sessuale e per la legalizzazione dell’aborto”. C’è da domandarsi quindi quale sia stato il suo contributo al femminismo ed in che misura ritiene di avervi participato, visto che non ne ha condiviso né le battaglie, né le idee, ma solo il periodo cronologico, stando ferma a guardare o ad aspettare senza prendere una posizione precisa, magari per schierarsi in futuro dalla parte più conveniente.
Nell’articolo affronta anche il tema dell’aborto e si chiede perché le ragazzine non usino i preservativi (esattamente l’85% delle minorenni) e ricorrano all’aborto (circa lo 0,5% delle minorenni), ma per darsi una risposta oltretutto semplice basterebbe pensare alla totale mancanza dell’educazione sessuale nelle scuole e al costo elevato che hanno i preservativi. Oltretutto i ragazzi non vanno in giro come dei maturi trentenni con i preservativi in tasca; e non è vero che vengono venduti ovunque, anzi nelle scuole mancano totalmente i distributori automatici ed ogni volta che un preside prova ad installarne uno viene ostacolato ed il distributore rimosso.

"Le tre Grazie" di Niki de Saint Phalle
Riguardo all’educazione sessuale, anche le ragazze più grandi ne sono estranee e non l’hanno ricevuta: chi scrive ad esempio ha 26 anni, non ha mai ricevuto alcuna educazione sessuale e si è informata da sola. In linea con quanto scrive il ginecologo dott. Bigatti, i dati confermano “che sono ben poche le giovani sotto i 25 anni correttamente informate sulla salute intima. Ancora meno quelle che programmano annualmente una visita ginecologica di controllo e di prevenzione”. La mancanza di educazione sessuale si trasforma nell’80% di minorenni che non ha mai effettuato una visita ginecologica e nel 40% che non è a conoscenza di altre malattie a trasmissione sessuale oltre all’AIDS.
La disinformazione in materia deriva dalla diseducazione e dal velo bigotto della vergogna e del peccato che cela questi argomenti e che impedisce un sano, maturo e naturale dibattito. Per questo motivo vi sono le interruzioni volontarie di gravidanza, che per una donna rappresentano il dramma, la tragedia, una ferita che non potrà mai rimarginare, ma che resterà sanguinante ed aperta fino alla fine della propria esistenza. Sono schifata e atterrita al pensiero che una donna colta e intelligente come la Tamaro possa solo lentamente pensare che una gravidanza inattesa sia una seccatura e l’aborto un anticoncezionale.
Concordo con la scrittrice, quando invece rileva la correlazione tra la rinuncia ad un figlio e la mancanza di politiche di assistenza per giovani madri e giovani famiglie. Non è facile avere la disponibilità economica sufficiente per un figlio ed inoltre molto spesso le immigrate irregolari vi rinunciano per non rischiare di dover lasciare il nostro paese. Per loro l’aborto non è una scelta, ma un obbligo.
Premesso che condivido pienamente le battaglie delle donne negli anni ’70 che ci permettono di vivere oggi in una società sicuramente migliore e maggiormente emancipata, credo la Tamaro abbia confuso il ruolo ed il contributo del femminismo degli anni ’70 con quello che è accaduto, o meglio non accaduto, dopo. Allora si lottava per scegliere se avere un figlio, per scegliere di poter lavorare, per essere emancipate e per avere diritti al pari degli uomini; oggi non si possono accusare le femministe degli anni ’70 se la propensione all’aborto aumenta, ma solo le politiche mancanti in materia di educazione sessuale e assistenza alle giovani coppie ed alle madri. Bisogna accusare la lacuna legislativa dovuta all’incapacità o al disinteresse dei politici che ci hanno governato dagli anni ’80 ad oggi.
Nell’ultima parte dell’articolo la Tamaro si sofferma sull’importanza data all’aspetto fisico, al corpo in quanto unico mezzo di realizzazione, ma non ricorda che le femministe non cercano omologazione, ma libertà di espressione. Il femminismo nasce dall’esigenza di svincolarsi dai parametri, dalle regole, dall’esigenza di poter scegliere come e cosa essere, fino all’eccesso più sfrenato. L’omologazione a cui si riferisce la Tamaro non nasce dall’estremizzazione del femminismo ma, al contrario, dalla sua non-prosecuzione.
Il femminismo in Italia è sparito, si è fermato, le donne sono state sapientemente ed intelligentemente messe l’una contro l’altra e fatte tacere. Il femminismo è morto subito dopo aver raggiunto la parità legale con gli uomini, come se raggiungere la parità reale di facto fosse peccato o un tabù troppo grande da affrontare ed abbattere. Forse la miopia delle donne di allora non ha saputo mostrare i nuovi obiettivi da raggiungere e non ha permesso la prosecuzione di un movimento che come nessun altro ha cambiato la nostra, la mia esistenza.
In molti confondono il femminismo come liberazione dai clichè con qualcosa che in nome della libertà di espressione porta poi all’omologazione a nuovi modelli che appaiono vincenti nella società, ma che invece rappresentano solo l’incapacità di saper gestire il proprio corpo e la propria vita. L’essenzialità del corpo e dell’aspetto fisico non deriva dal femminismo, ma dai modelli trasmessi dai media per accaparrarsi un numero maggiore di spettatori. La mancanza del femminismo traspare chiaramente proprio quando nessuna donna sente il dovere di ribellarsi a vallette semi-nude senza-parola in programmi per la famiglia e per i ragazzi.
Il femminismo ha liberato le donne degli anni ’70 ma, forse per miopia, è morto subito dopo, escludendo dalla libertà le nuove generazioni come la mia. Adesso servirebbe un movimento ancora più forte e tenace, che coinvolga anche le Tamaro del nostro tempo, per evitare che vi sia chi resti passiva a guardare le amiche che invece scendono in campo, per ricominciare da dove le nostre madri hanno lasciato e per impedire di giungere in un binario morto.
20 Aprile 2010
Fonte: www.diebrucke.it

La decisione del TAR della Lombardia di bocciare in toto la delibera della giunta regionale che rendeva più restrittive le normative riguardanti l’aborto ha riacceso i riflettori sul tema dell’aborto, della Ru486 e della Legge 194. Nuovamente vediamo apparire le solite farneticazioni “anti” o “pro” abortiste che contraddistinguono da sempre il dibattito. Farneticazioni perché chi parla sembra scordarsi totalmente che al centro dell’attenzione dovrebbe esserci la salute di un individuo e non un’ideologia politica o religiosa che sia, e sembra dimenticarsi la grande differenza scientifica e reale tra un essere umano e un ipotetico essere umano, al di là delle considerazioni personali.
Da sempre sono appassionata di temi riguardanti l’economia e la politica ed attraverso questo blog spero di condividere idee ed opinioni con gli altri.
